Poesie di questo tema
Famiglia
Sandro Penna
Salgono in compagnia dei genitori
Salgono in compagnia dei genitori
i bei ragazzi dagli occhi legati.
Noi siamo qui, senza malinconia,
avidi un poco, poveri soldati.
i bei ragazzi dagli occhi legati.
Noi siamo qui, senza malinconia,
avidi un poco, poveri soldati.
Sergio Solmi
Una volta
Eravamo
sulla collina di Bergamo, dentro
l’erba alta, io te i bimbi. Volgeva
su noi, tra pioggia e schiarita, la vaga
ruota dei raggi annerati: per l’aria
tremula si sfaceva
il paesaggio in delizia.
Eravamo alla punta della vita
(quella che più non torna, più non torna),
attraversati di luce, sospesi
in un mondo esitante, ombre gentili
assunte in un deliquescente eliso.
sulla collina di Bergamo, dentro
l’erba alta, io te i bimbi. Volgeva
su noi, tra pioggia e schiarita, la vaga
ruota dei raggi annerati: per l’aria
tremula si sfaceva
il paesaggio in delizia.
Eravamo alla punta della vita
(quella che più non torna, più non torna),
attraversati di luce, sospesi
in un mondo esitante, ombre gentili
assunte in un deliquescente eliso.
Vincenzo Monti
Pel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler
Perché muta in pensoso atto mi guati,
E di segrete stille
Rugiadose si fan le tue pupille?
Di quel silenzio, di quel pianto intendo,
O mia diletta, la cagion. L’eccesso
De’ miei mali ti toglie
La favella, e discioglie
In lagrime furtive il tuo dolore.
Ma datti pace, e il core
Ad un pensier solleva
Di me piú degno e della forte insieme
Anima tua. La stella
Del viver mio s’appressa
Al suo tramonto; ma sperar ti giovi
Che tutto io non morrò; pensa che un nome
Non oscuro io ti lascio, e tal che un giorno
Fra le italiche donne
Ti fia bel vanto il dire: Io fui l’amore
Del cantor di Bassville,
Del cantor che di care itale note
Vestí l’ira d’Achille.
Soave rimembranza ancor ti fia,
Che ogni spirto gentile
A’ miei casi compianse (e fra gl’Insúbri
Quale è lo spirto che gentil non sia?).
Ma con ciò tutto nella mente poni
Che cerca un lungo sofferir chi cerca
Lungo corso di vita. Oh mia Teresa,
E tu del pari sventurata e cara
Mia figlia, oh voi che sole d’alcun dolce
Temprate il molto amaro
Di mia trista esistenza, egli andrà poco
Che nell’eterno sonno lagrimando
Gli occhi miei chiuderete! Ma sia breve
Per mia cagione il lagrimar: ché nulla,
Fuor che il vostro dolor, fia che mi gravi
Nel partirmi da questo
Troppo ai buoni funesto
Mortal soggiorno, in cui
Cosí corte le gioie e cosí lunghe
Vivon le pene; ove per dura prova
Già non è bello il rimaner, ma bello
L’uscirne e far presto tragitto a quello
De’ ben vissuti, a cui sospiro. E quivi
Di te memore, e fatto
Cigno immortal (ché de’ poeti in cielo
L’arte è pregio e non colpa), il tuo fedele,
Adorata mia donna,
T’aspetterà, cantando,
Finché tu giunga, le tue lodi; e molto
De’ tuoi cari costumi
Parlerò co’ celesti, e dirò quanta
Fu verso il miserando tuo consorte
La tua pietade; e l’anime beate,
Di tua virtude innamorate, a Dio
Pregheranno, che lieti e ognor sereni
Sieno i tuoi giorni e quelli
Dei dolci amici che ne fan corona:
Principalmente i tuoi, mio generoso
Ospite amato, che verace fede
Ne fai del detto antico,
Che ritrova un tesoro
Chi ritrova un amico.
E di segrete stille
Rugiadose si fan le tue pupille?
Di quel silenzio, di quel pianto intendo,
O mia diletta, la cagion. L’eccesso
De’ miei mali ti toglie
La favella, e discioglie
In lagrime furtive il tuo dolore.
Ma datti pace, e il core
Ad un pensier solleva
Di me piú degno e della forte insieme
Anima tua. La stella
Del viver mio s’appressa
Al suo tramonto; ma sperar ti giovi
Che tutto io non morrò; pensa che un nome
Non oscuro io ti lascio, e tal che un giorno
Fra le italiche donne
Ti fia bel vanto il dire: Io fui l’amore
Del cantor di Bassville,
Del cantor che di care itale note
Vestí l’ira d’Achille.
Soave rimembranza ancor ti fia,
Che ogni spirto gentile
A’ miei casi compianse (e fra gl’Insúbri
Quale è lo spirto che gentil non sia?).
Ma con ciò tutto nella mente poni
Che cerca un lungo sofferir chi cerca
Lungo corso di vita. Oh mia Teresa,
E tu del pari sventurata e cara
Mia figlia, oh voi che sole d’alcun dolce
Temprate il molto amaro
Di mia trista esistenza, egli andrà poco
Che nell’eterno sonno lagrimando
Gli occhi miei chiuderete! Ma sia breve
Per mia cagione il lagrimar: ché nulla,
Fuor che il vostro dolor, fia che mi gravi
Nel partirmi da questo
Troppo ai buoni funesto
Mortal soggiorno, in cui
Cosí corte le gioie e cosí lunghe
Vivon le pene; ove per dura prova
Già non è bello il rimaner, ma bello
L’uscirne e far presto tragitto a quello
De’ ben vissuti, a cui sospiro. E quivi
Di te memore, e fatto
Cigno immortal (ché de’ poeti in cielo
L’arte è pregio e non colpa), il tuo fedele,
Adorata mia donna,
T’aspetterà, cantando,
Finché tu giunga, le tue lodi; e molto
De’ tuoi cari costumi
Parlerò co’ celesti, e dirò quanta
Fu verso il miserando tuo consorte
La tua pietade; e l’anime beate,
Di tua virtude innamorate, a Dio
Pregheranno, che lieti e ognor sereni
Sieno i tuoi giorni e quelli
Dei dolci amici che ne fan corona:
Principalmente i tuoi, mio generoso
Ospite amato, che verace fede
Ne fai del detto antico,
Che ritrova un tesoro
Chi ritrova un amico.
Virgilio Giotti
Sul vial
Vardemo, mi e mia fia,
le ombre su la giarina:
pice ombre de ‘na tinta
tra rosa e zelestina.
Vardemo in suso; e un Oh!
ela la fa contenta.
Vignude apena fora
ghe xe le foietine
sui rami, averte ancora
una sì una no.
La ridi: e quel su’ rìder
de fiola se combina
col verde che xe nato
là suso stamatina,
co’ ‘ste ombrete qua zo.
le ombre su la giarina:
pice ombre de ‘na tinta
tra rosa e zelestina.
Vardemo in suso; e un Oh!
ela la fa contenta.
Vignude apena fora
ghe xe le foietine
sui rami, averte ancora
una sì una no.
La ridi: e quel su’ rìder
de fiola se combina
col verde che xe nato
là suso stamatina,
co’ ‘ste ombrete qua zo.
Virgilio Giotti
Vècia mòglie
La xe in leto, nel scuro, svea un poco;
e la senti el respiro del marì
che queto dormi, vècio anca lui ‘desso.
E la pensa: xe bel sintirse arente
‘sto respiro de lui, sintir nel scuro
ch’el xe là, no èsser soli ne la vita.
La pensa: el scuro fa paura; forsi
parchè morir xe andar ‘n un grando scuro.
‘Sto qua la pensa; e la scolta quel quieto
respiro ancora, e no’ la ga paura
nò del scuro, nò de la vita, gnanca
no del morir, quel che a tuti ghe ‘riva.
e la senti el respiro del marì
che queto dormi, vècio anca lui ‘desso.
E la pensa: xe bel sintirse arente
‘sto respiro de lui, sintir nel scuro
ch’el xe là, no èsser soli ne la vita.
La pensa: el scuro fa paura; forsi
parchè morir xe andar ‘n un grando scuro.
‘Sto qua la pensa; e la scolta quel quieto
respiro ancora, e no’ la ga paura
nò del scuro, nò de la vita, gnanca
no del morir, quel che a tuti ghe ‘riva.
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