Poesie di questo tema
Famiglia
Alfredo Giuliani
A Chilosà una mattina
A Chilosà una mattina
una ragazzina si svegliò
senza sapere chi fosse.
Chi sono, chi sono
domandava piangendo
e la mamma la rassicurò:
è la malattia del paese,
prima o poi viene a tutti,
è la nostra scarlattina.
Presto ti passerà,
e appena guarita
non farai più domande.
una ragazzina si svegliò
senza sapere chi fosse.
Chi sono, chi sono
domandava piangendo
e la mamma la rassicurò:
è la malattia del paese,
prima o poi viene a tutti,
è la nostra scarlattina.
Presto ti passerà,
e appena guarita
non farai più domande.
Amelia Rosselli
Delirai, imperfetta, su scale
Delirai, imperfetta, su scale
di bastoni
cose di cucina, casa e
impellenti misure che
ti riconoscono l’abilità alle manovre.
L’erborista
mal si conteneva
cannibali si distinsero
per una sorta di selvaggia trasparenza
ma i tuoi grandi occhi
non versano in mal celato affetto altro
che stridenti colorazioni,
semplici abbandoni nel parcheggio affondato.
Trent’anni sono un lasso di tempo conveniente
per ritirare la mano dal fuoco umido
e stringere a sé i bambini che adoro
mentre fuori puzzavano vini inaciditi
un’unità
di cui disconosci le proprietà.
Trovai una pietra bagnata di lacrime
il suo soave splendore un
poco rovinato dalle palestre,
giuro di amare il catasto
nel suo gingillare per il perdono
nel pedigree delle destinazioni.
Se esco e faccio la spesa
orrore si fracassa appena
belle cicogne snelle
m’assembrano le membra.
di bastoni
cose di cucina, casa e
impellenti misure che
ti riconoscono l’abilità alle manovre.
L’erborista
mal si conteneva
cannibali si distinsero
per una sorta di selvaggia trasparenza
ma i tuoi grandi occhi
non versano in mal celato affetto altro
che stridenti colorazioni,
semplici abbandoni nel parcheggio affondato.
Trent’anni sono un lasso di tempo conveniente
per ritirare la mano dal fuoco umido
e stringere a sé i bambini che adoro
mentre fuori puzzavano vini inaciditi
un’unità
di cui disconosci le proprietà.
Trovai una pietra bagnata di lacrime
il suo soave splendore un
poco rovinato dalle palestre,
giuro di amare il catasto
nel suo gingillare per il perdono
nel pedigree delle destinazioni.
Se esco e faccio la spesa
orrore si fracassa appena
belle cicogne snelle
m’assembrano le membra.
Andrea Zanzotto
Ecloga II
I
Sediamo insieme ancora
tra colli, nella domestica selva.
Tenere fronde dalle tempie scostiamo,
soli e cardi e vivaci prati scosto
da te, amica. O erbe che salite
verso il buio duraturo, verso
qui omnia vincit.
E venti estinguono e rinnovano
a ogni volgere d’ore e d’acque
le anime nostre.
Ma noi sediamo intenti
sempre a una muta fedele difesa.
Tenera sarà la mia voce e dimessa
ma non vile,
raggiante nella gola
– che mai l’ombra dovrebbe toccare –
raggiante sarà la tua voce
di sposalizio, di domenica.
Non saremo potenti, non lodati,
accosteremo i capelli e le fronti
a vivere
foglie, nuvole, nevi.
Altri vedrà e conoscerà: la forza
d’altri cieli, di pingui
reintegratrici
atmosfere, d’ebbri paradossi,
altri moverà storia
e sorte. A noi
le madri nella cucina fuochi
poveri vegliano, dolce
legna in cortili cui già cinge il nulla
colgono. Poco latte
ci nutrirà finché
stolti amorosi inutili
la vecchiezza ci toglierà, che nel prossimo
campo le mal fiorite aiole
prepara e del cuore
i battiti incerti, la pena
e l’irreversibile stasi.
II
Ma tu conoscerai del mio sorriso
l’implorazione ferma
nei millenni come una ferita,
io del tuo l’alba ad ogni alba.
Germoglio lieve ti conoscerò:
quanto aprirai, quanto ci appagherai
di lievi avvenimenti.
Droghe innocue, bufere di marzo;
orti d’iridi e cera, sinecure
per menti e mani molli d’allergie;
letture su pulviscolo d’estati,
letture su piogge, tra spine infinite di piogge.
Talvolta Urania il vero
come armato frutto ci spezzerà davanti:
massimi cieli,
voli che la notte
solstiziale riattizza,
gemme di remotissimi
odî e amori, d’idrogeno
sfolgorante fatica:
deposti qui nell’acqua di un pianeta
per profili di colchici e libellule.
Forse alzerò fino a te le mie ciglia
fino a te la mia bocca cui l’attesa
alterò dire, esistere.
E anche nella terra,
domani, l’ultimo mio indizio
inazzurrirà di stellari entusiasmi,
di veloci convulse speranze.
Avremo lontananze capovolte
specchi che resero immagini rubate
fiori usciti da mura ad adorarti.
Saremo un solo affanno un solo oblìo.
Sediamo insieme ancora
tra colli, nella domestica selva.
Tenere fronde dalle tempie scostiamo,
soli e cardi e vivaci prati scosto
da te, amica. O erbe che salite
verso il buio duraturo, verso
qui omnia vincit.
E venti estinguono e rinnovano
a ogni volgere d’ore e d’acque
le anime nostre.
Ma noi sediamo intenti
sempre a una muta fedele difesa.
Tenera sarà la mia voce e dimessa
ma non vile,
raggiante nella gola
– che mai l’ombra dovrebbe toccare –
raggiante sarà la tua voce
di sposalizio, di domenica.
Non saremo potenti, non lodati,
accosteremo i capelli e le fronti
a vivere
foglie, nuvole, nevi.
Altri vedrà e conoscerà: la forza
d’altri cieli, di pingui
reintegratrici
atmosfere, d’ebbri paradossi,
altri moverà storia
e sorte. A noi
le madri nella cucina fuochi
poveri vegliano, dolce
legna in cortili cui già cinge il nulla
colgono. Poco latte
ci nutrirà finché
stolti amorosi inutili
la vecchiezza ci toglierà, che nel prossimo
campo le mal fiorite aiole
prepara e del cuore
i battiti incerti, la pena
e l’irreversibile stasi.
II
Ma tu conoscerai del mio sorriso
l’implorazione ferma
nei millenni come una ferita,
io del tuo l’alba ad ogni alba.
Germoglio lieve ti conoscerò:
quanto aprirai, quanto ci appagherai
di lievi avvenimenti.
Droghe innocue, bufere di marzo;
orti d’iridi e cera, sinecure
per menti e mani molli d’allergie;
letture su pulviscolo d’estati,
letture su piogge, tra spine infinite di piogge.
Talvolta Urania il vero
come armato frutto ci spezzerà davanti:
massimi cieli,
voli che la notte
solstiziale riattizza,
gemme di remotissimi
odî e amori, d’idrogeno
sfolgorante fatica:
deposti qui nell’acqua di un pianeta
per profili di colchici e libellule.
Forse alzerò fino a te le mie ciglia
fino a te la mia bocca cui l’attesa
alterò dire, esistere.
E anche nella terra,
domani, l’ultimo mio indizio
inazzurrirà di stellari entusiasmi,
di veloci convulse speranze.
Avremo lontananze capovolte
specchi che resero immagini rubate
fiori usciti da mura ad adorarti.
Saremo un solo affanno un solo oblìo.
Andrea Zanzotto
Filò
Toco de banda, toco de gnoca,
squínsia e barona che a nu ne toca
par sposa e mare, niora e comare,
sorela e nona, fiola e madona,
ónzete, smòlete, sbrìndola in sù –
nu par ti, ti par nu
aàh Venessia aàh Venòca aàh Venùsia
Ma cossa xélo che zó te striga
ma cossa xélo che zó te intriga;
mona ciavona, cula cagona,
baba catàba, vecia spussona,
nu te ordinemo, in suór e in laór,
che sù ti sboci a chi te sa tór –
aàh Venessia aàh Strùssia aàh Venùsia
squínsia e barona che a nu ne toca
par sposa e mare, niora e comare,
sorela e nona, fiola e madona,
ónzete, smòlete, sbrìndola in sù –
nu par ti, ti par nu
aàh Venessia aàh Venòca aàh Venùsia
Ma cossa xélo che zó te striga
ma cossa xélo che zó te intriga;
mona ciavona, cula cagona,
baba catàba, vecia spussona,
nu te ordinemo, in suór e in laór,
che sù ti sboci a chi te sa tór –
aàh Venessia aàh Strùssia aàh Venùsia
Anônimo
Da La mia chitarra l’è rotta
Non mi toccare la chicchera
quando c’è mamma che vede;
ti farò segno col piede
quando la devi toccar.
quando c’è mamma che vede;
ti farò segno col piede
quando la devi toccar.
Anônimo
Ho chiavato mia madre
Ho chiavato mia madre e mia sorella,
la mia zia, tre cugine e una cognata,
anco a mia nonna avrei alzata la gonnella,
e non so come l’abbia scapolata.
Dicono che sia cosa iniqua e fella,
che da Dio non sarà mai perdonata,
di fottere i parenti; o questa è bella,
la potta loro l’ho contaminata?
Io poi non so veder tanto peccato
chiavando quelle che ci fan contenti,
né so perché mi chiamano dannato.
Per me son questi tanti complimenti;
dice un proverbio al caso mio adattato:
«Scanna i nemici e fotti i tuoi parenti».
la mia zia, tre cugine e una cognata,
anco a mia nonna avrei alzata la gonnella,
e non so come l’abbia scapolata.
Dicono che sia cosa iniqua e fella,
che da Dio non sarà mai perdonata,
di fottere i parenti; o questa è bella,
la potta loro l’ho contaminata?
Io poi non so veder tanto peccato
chiavando quelle che ci fan contenti,
né so perché mi chiamano dannato.
Per me son questi tanti complimenti;
dice un proverbio al caso mio adattato:
«Scanna i nemici e fotti i tuoi parenti».
Anônimo
Madre mia, dammi marito
Madre mia, dammi marito.
Figlia mia, dimmi il perché.
Ché mi faccia dolziemente
quel che fa mio padre a te.
Figlia, che sie maledetta:
tu non m’hai ancor dieci anni.
Troppo vuoi marito in fretta;
et non ti sai alzare i panni.
Non regieresti agli affanni
si hai tènere le coscie
a ricevere le percosse
che dà lo tuo padre a me.
L’altra notte, madre mia,
tu facevi un gran menare;
isvegliàmi che dormìa,
cominciai un poco ascoltare
il baciare e l’abbracciare
col dire nol far troppo in fretta,
un cotal poco m’aspetta
che ’l farò insieme con teco.
Non posso celar la doglia
che io sento dentro al petto,
quando mio padre si spoglia
per prender di te diletto;
tutto fa tremare il letto,
e, tremando, egli mi coce;
delle braccia ti fo crocie:
trovane uno che ’l faccia a me.
Figlia mia, poi che ti piace,
troverotti un bel marito:
fai che soffrisca in pace
quando sei giunta al partito.
Ficheraviti dentro il dito;
poi lo piglia per la punta,
lo scudo e la mazza a fronte
ficcal tutto in corpo a te.
Figlia mia, quando e’ ti tocca
et volessiti baciare,
mettigli la lingua in bocca
dolzemente lo lascia fare;
se le labbra e’ vuol succiare,
gittagli al collo la man manca
et la ritta sotto l’anca
acciò ch’ei tiri la posta a te.
Quando di sopra ti monta,
figlia, fa che sia cortese;
sta di sotto alla riscontra,
et terrai le coscie stese;
mandale in verso il paese;
falla trita e ben calcata;
quando compie la sua giornata
e tu compi la tua per te.
Quando tel vuol far talotta,
fa’ che gli usi dolci modi;
pianamente te gli accosta
et con esso lui ti godi;
non curare che ’l corpo sodi
gittagli le gambe addosso,
e poi prendi il buon sanz’osso,
ficcalo tutto in corpo a te.
Et se per maggior diletto
tel volessi far dirieto,
accostagli le rene al petto;
mostreragli il viso lieto,
sto che sua gran divieto;
tu ti porrai giù bocconi
et lui sarà a cavalcioni;
assaggerai il boccone che gli è.
Quando non riza la punta,
che non potesse schermire,
lo tuo scudo alla mazza a fronte
e comincialo a ferire;
quando il senti rinvenire,
il capo gli metti nel caldo,
e con la mano lo tien saldo
finché ei possa far da sé.
Figlia mia, dimmi il perché.
Ché mi faccia dolziemente
quel che fa mio padre a te.
Figlia, che sie maledetta:
tu non m’hai ancor dieci anni.
Troppo vuoi marito in fretta;
et non ti sai alzare i panni.
Non regieresti agli affanni
si hai tènere le coscie
a ricevere le percosse
che dà lo tuo padre a me.
L’altra notte, madre mia,
tu facevi un gran menare;
isvegliàmi che dormìa,
cominciai un poco ascoltare
il baciare e l’abbracciare
col dire nol far troppo in fretta,
un cotal poco m’aspetta
che ’l farò insieme con teco.
Non posso celar la doglia
che io sento dentro al petto,
quando mio padre si spoglia
per prender di te diletto;
tutto fa tremare il letto,
e, tremando, egli mi coce;
delle braccia ti fo crocie:
trovane uno che ’l faccia a me.
Figlia mia, poi che ti piace,
troverotti un bel marito:
fai che soffrisca in pace
quando sei giunta al partito.
Ficheraviti dentro il dito;
poi lo piglia per la punta,
lo scudo e la mazza a fronte
ficcal tutto in corpo a te.
Figlia mia, quando e’ ti tocca
et volessiti baciare,
mettigli la lingua in bocca
dolzemente lo lascia fare;
se le labbra e’ vuol succiare,
gittagli al collo la man manca
et la ritta sotto l’anca
acciò ch’ei tiri la posta a te.
Quando di sopra ti monta,
figlia, fa che sia cortese;
sta di sotto alla riscontra,
et terrai le coscie stese;
mandale in verso il paese;
falla trita e ben calcata;
quando compie la sua giornata
e tu compi la tua per te.
Quando tel vuol far talotta,
fa’ che gli usi dolci modi;
pianamente te gli accosta
et con esso lui ti godi;
non curare che ’l corpo sodi
gittagli le gambe addosso,
e poi prendi il buon sanz’osso,
ficcalo tutto in corpo a te.
Et se per maggior diletto
tel volessi far dirieto,
accostagli le rene al petto;
mostreragli il viso lieto,
sto che sua gran divieto;
tu ti porrai giù bocconi
et lui sarà a cavalcioni;
assaggerai il boccone che gli è.
Quando non riza la punta,
che non potesse schermire,
lo tuo scudo alla mazza a fronte
e comincialo a ferire;
quando il senti rinvenire,
il capo gli metti nel caldo,
e con la mano lo tien saldo
finché ei possa far da sé.
Anônimo
Oi bona gente, oditi et entenditi
“Oi bona gente, oditi et entenditi
la vita che fa questa mia cognata.
La vita che la fa vui l’odirite
e, se ve place, vòilave contare.
A lato se ne ten sette gallete
pur del meglior per poter ben cioncare,
e tutora dice che mor de sete
ensin’ch’a lato non sel pò acostare:
né vin né aqua non la pò saziare,
sella non pon la boch’ a la stagnata.”
’
“Per Deo, vicine mie, or non credite
a quel che dice questa falsa rea.
L’altrier ch’eo la trovai fra le pariti,
et eo la salutai en cortexia;
assai li dixi: — Donna, che faciti? —,
et ella me respose villania.
Ma sacio ben l’opera che facia:
no’l ve direi, ch’eo ne seria blasmata.”
“Qi soza puta, chi te conoscesse
e sapesse, com’ eo so, lo to affare!
L’altrieri, per caxon de far dir messe,
al preite me volisti ruffianare:
ma ’nanti fus-tu arsa che ’l facesse
o ch’eo cum teco mai volesse usare!
Da mi te parti e non me favellare,
ch’eo non voglio esser mai de toa brigata.”
“Or Deo ne lodo ch’eo son conosciuta,
né non fo con’ tu, putta, al to marito,
ch’alotta te par aver gioi compluta
O che tu ài pregio d’averl’ enbozito.
Et oi me lassa, trista, deceduta!
ch’a tutta gente lo fai mostrar a dito
e de le corne l’ài sì ben fornito
ch’una galléa ne sereb’ armata.”
“Cognata, eo te dirò bona raxone,
se la credenza tu me vòi tenire.
Eo agio cotto un sì grosso capone
che lo buglione sereb’ bon da bere.
Al to marito e ’l meo vegna passione,
che ’nseme no ne laxan ben avere:
igli ànno doglia e faremci morire
a pena et a dolore onne fiata.”
“Cognata mia, zo ched eo t’è ditto,
eo sacio ben ched ell’è mal a dire.
Ma menaròt’ en casa un fantelleto,
e lui daremo ben manzar e bere,
e tu recharai del to vin bruschetto,
e’ recharò del meo plen un barile.
Quando gli avrén di ben manzar e bere,
zaschuna faria la soa cavalcata.”
la vita che fa questa mia cognata.
La vita che la fa vui l’odirite
e, se ve place, vòilave contare.
A lato se ne ten sette gallete
pur del meglior per poter ben cioncare,
e tutora dice che mor de sete
ensin’ch’a lato non sel pò acostare:
né vin né aqua non la pò saziare,
sella non pon la boch’ a la stagnata.”
’
“Per Deo, vicine mie, or non credite
a quel che dice questa falsa rea.
L’altrier ch’eo la trovai fra le pariti,
et eo la salutai en cortexia;
assai li dixi: — Donna, che faciti? —,
et ella me respose villania.
Ma sacio ben l’opera che facia:
no’l ve direi, ch’eo ne seria blasmata.”
“Qi soza puta, chi te conoscesse
e sapesse, com’ eo so, lo to affare!
L’altrieri, per caxon de far dir messe,
al preite me volisti ruffianare:
ma ’nanti fus-tu arsa che ’l facesse
o ch’eo cum teco mai volesse usare!
Da mi te parti e non me favellare,
ch’eo non voglio esser mai de toa brigata.”
“Or Deo ne lodo ch’eo son conosciuta,
né non fo con’ tu, putta, al to marito,
ch’alotta te par aver gioi compluta
O che tu ài pregio d’averl’ enbozito.
Et oi me lassa, trista, deceduta!
ch’a tutta gente lo fai mostrar a dito
e de le corne l’ài sì ben fornito
ch’una galléa ne sereb’ armata.”
“Cognata, eo te dirò bona raxone,
se la credenza tu me vòi tenire.
Eo agio cotto un sì grosso capone
che lo buglione sereb’ bon da bere.
Al to marito e ’l meo vegna passione,
che ’nseme no ne laxan ben avere:
igli ànno doglia e faremci morire
a pena et a dolore onne fiata.”
“Cognata mia, zo ched eo t’è ditto,
eo sacio ben ched ell’è mal a dire.
Ma menaròt’ en casa un fantelleto,
e lui daremo ben manzar e bere,
e tu recharai del to vin bruschetto,
e’ recharò del meo plen un barile.
Quando gli avrén di ben manzar e bere,
zaschuna faria la soa cavalcata.”
Attilio Bertolucci
L’undici agosto
La matura perfezione di questa giornata –
l’undici agosto ma è come fosse settembre
e la roccia è rugosa, dolce, contenente succo –
include nella sua luce la montagna
presente, prati sonori al piede dorati
alla vista, Antiope dormiente, boschi
neri alla vista a penetrare argentei
di lumache e di vene colanti acqua da
più sù più sù, dove improvviso è il cielo
a mostrarsi in quella seta pesante d’oggi
celeste con applicazioni in seta bianca
rasata e in oro sagrale (nuvole e sole),
la pianura anche, la cui percezione
non sarà, in tale lontananza, possibile
se non dopo la fatica d’arrampicarsi al crinale
e lì contemplarla in una falce brunita
che il padre giovane regge alta seguito
da un figlio già cacciatore di nidi da
una figlia in lilla stinto da una moglie
già vecchia e in quello specchio mobile affrettati
a fissare gli occhi vedrai la città orizzontale
signora del vizio e della conversazione paisible
attraversata da ponti decorata da belvederi:
una tale perfezione era da ricordare.
l’undici agosto ma è come fosse settembre
e la roccia è rugosa, dolce, contenente succo –
include nella sua luce la montagna
presente, prati sonori al piede dorati
alla vista, Antiope dormiente, boschi
neri alla vista a penetrare argentei
di lumache e di vene colanti acqua da
più sù più sù, dove improvviso è il cielo
a mostrarsi in quella seta pesante d’oggi
celeste con applicazioni in seta bianca
rasata e in oro sagrale (nuvole e sole),
la pianura anche, la cui percezione
non sarà, in tale lontananza, possibile
se non dopo la fatica d’arrampicarsi al crinale
e lì contemplarla in una falce brunita
che il padre giovane regge alta seguito
da un figlio già cacciatore di nidi da
una figlia in lilla stinto da una moglie
già vecchia e in quello specchio mobile affrettati
a fissare gli occhi vedrai la città orizzontale
signora del vizio e della conversazione paisible
attraversata da ponti decorata da belvederi:
una tale perfezione era da ricordare.
Attilio Bertolucci
Lasciami sanguinare
Lasciami sanguinare sulla strada
sulla polvere sull’antipolvere sull’erba,
il cuore palpitando nel suo ritmo feriale
maschere verdi sulle case i rami
di castagno, i freschi rami, due uccelli
il maschio e la femmina volati via,
la pupilla duole se tenta
di seguirne la fuga l’amore
per le solitudini aria acqua del Bràtica,
non soccorrermi quando nel muovere
il braccio riapro la ferita il liquido
liquoroso m’inorridisce la vista,
attendi paziente oltre la curva via
l’alzarsi del vento nel mezzogiorno, fingi
soltanto allora d’avermi udito chiamare,
entra nella mia visuale da un giorno
quieto di settembre, la tavola apparecchiata
i figli stanchi d’attendere, i figli
giovani col colore della gioventù
esaltato da una luce che quei rami inverdiscono.
sulla polvere sull’antipolvere sull’erba,
il cuore palpitando nel suo ritmo feriale
maschere verdi sulle case i rami
di castagno, i freschi rami, due uccelli
il maschio e la femmina volati via,
la pupilla duole se tenta
di seguirne la fuga l’amore
per le solitudini aria acqua del Bràtica,
non soccorrermi quando nel muovere
il braccio riapro la ferita il liquido
liquoroso m’inorridisce la vista,
attendi paziente oltre la curva via
l’alzarsi del vento nel mezzogiorno, fingi
soltanto allora d’avermi udito chiamare,
entra nella mia visuale da un giorno
quieto di settembre, la tavola apparecchiata
i figli stanchi d’attendere, i figli
giovani col colore della gioventù
esaltato da una luce che quei rami inverdiscono.
Dante Alighieri
T’ avea già il mio viso nel suo fitto
T’ avea già il mio viso nel suo fitto;
ed ei s’ergea col petto e con la fronte,
come avesse lo Inferno in gran dispitto:
e l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepolture a lui,
dicendo: “ Le parole tue sien conte.”
Tosto ch’al piè della sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso
mi dimandò: “ Chi fur li maggior tui? ”
Io, ch’era d’ubbidir desideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi:
ond’ei levò le ciglia un poco in soso,
poi disse: “ Fieramente furo avversi
a me, e a’ miei primi ed a mia parte,
sì che per due fiate gli dispersi.”
“ S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogni parte,”
rispos’ io lui, “ l’una e l’altra fiata;
i vostri non appreser ben quell’arte.”
Allor surse alla vista scoperchiata
un’ombra lungo questa infino al mento:
credo che s’era în ginocchi levata.
D’intorno mi guardò come talento
avesse di veder s’altri era meco;
ma, poi che il sospicar fu tutto spento,
piangendo disse: “ Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perchè non è teco?”
Ed io a lui: “ Da me stesso non vegno:
colui, che attende là, per qui mi mena,
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.”
Le sue parole e il modo della pena
m’avevan di costui già detto il nome:
però fu la risposta così piena.
Di subito drizzato gridò: “ Come
dicesti: ‘egli ebbe?’ non viv’ egli ancora?
Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome? ”
Quando s’accorse d’alcuna dimora,
ch’io faceva dinanzi alla risposta,
supin ricadde, e più non parve fuora.
Ma quell’altro magnanimo a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto
nè mosse collo, nè piegò sua costa.
“ È se,” continuando al primo detto,
“ s’egli han quell’arte,” disse, “ male appresa,
ciò mi tormenta più di questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia della donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi, perchè quel popolo è sì empio
incontro a’ miei in ciascuna sua legge? ”
Ond’io a lui: “ Lo strazio e il grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tali orazion fa far nel nostro tempio.”
Poi ch’ebbe sospirato e ’l capo scosso,
“A ciò non fui io sol,” disse, “ nè certo
senza cagion con gli altri sarei mosso.
Ma fui io sol colà, dove sofferto
fu per ciascun di torre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto.”
ed ei s’ergea col petto e con la fronte,
come avesse lo Inferno in gran dispitto:
e l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepolture a lui,
dicendo: “ Le parole tue sien conte.”
Tosto ch’al piè della sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso
mi dimandò: “ Chi fur li maggior tui? ”
Io, ch’era d’ubbidir desideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi:
ond’ei levò le ciglia un poco in soso,
poi disse: “ Fieramente furo avversi
a me, e a’ miei primi ed a mia parte,
sì che per due fiate gli dispersi.”
“ S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogni parte,”
rispos’ io lui, “ l’una e l’altra fiata;
i vostri non appreser ben quell’arte.”
Allor surse alla vista scoperchiata
un’ombra lungo questa infino al mento:
credo che s’era în ginocchi levata.
D’intorno mi guardò come talento
avesse di veder s’altri era meco;
ma, poi che il sospicar fu tutto spento,
piangendo disse: “ Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perchè non è teco?”
Ed io a lui: “ Da me stesso non vegno:
colui, che attende là, per qui mi mena,
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.”
Le sue parole e il modo della pena
m’avevan di costui già detto il nome:
però fu la risposta così piena.
Di subito drizzato gridò: “ Come
dicesti: ‘egli ebbe?’ non viv’ egli ancora?
Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome? ”
Quando s’accorse d’alcuna dimora,
ch’io faceva dinanzi alla risposta,
supin ricadde, e più non parve fuora.
Ma quell’altro magnanimo a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto
nè mosse collo, nè piegò sua costa.
“ È se,” continuando al primo detto,
“ s’egli han quell’arte,” disse, “ male appresa,
ciò mi tormenta più di questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia della donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi, perchè quel popolo è sì empio
incontro a’ miei in ciascuna sua legge? ”
Ond’io a lui: “ Lo strazio e il grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tali orazion fa far nel nostro tempio.”
Poi ch’ebbe sospirato e ’l capo scosso,
“A ciò non fui io sol,” disse, “ nè certo
senza cagion con gli altri sarei mosso.
Ma fui io sol colà, dove sofferto
fu per ciascun di torre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto.”
Eugenio Montale
A Liuba che parte
Non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia, splendido
lare della dispersa tua famiglia.
La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera – e basta al tuo riscatto.
del focolare
or ti consiglia, splendido
lare della dispersa tua famiglia.
La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera – e basta al tuo riscatto.
Franco Loi
Trâ, ‘me ‘na s’giaffa salti trì basèj
Trâ, ‘me ‘na s’giaffa salti trì basèj,
e passi in mezz a l’aria, al ver teater
che l’è mè pàder ‘me sarà nel temp,
e schitti, curri, e ‘l sbatt che fa la porta
l’è cume l’aria che me curr adré.
A trì, a quatter, al sping de la linghéra,
mì vuli i scal e rivi al campanèll.
Mia mama, adasi, la sciavatta e derva,
mè pàder rìd, e mì me par per nient.
e passi in mezz a l’aria, al ver teater
che l’è mè pàder ‘me sarà nel temp,
e schitti, curri, e ‘l sbatt che fa la porta
l’è cume l’aria che me curr adré.
A trì, a quatter, al sping de la linghéra,
mì vuli i scal e rivi al campanèll.
Mia mama, adasi, la sciavatta e derva,
mè pàder rìd, e mì me par per nient.
Giorgio Caproni
A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre
Portami con te lontano
...lontano...
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
– l’arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l’erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla – come il mio cuore: in nome
di nulla – la Dedizione.
...lontano...
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
– l’arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l’erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla – come il mio cuore: in nome
di nulla – la Dedizione.
Giorgio Orelli
A mia moglie, in montagna
Dal fondo del vasto catino,
supini presso un’acqua impaziente
d’allontanarsi dal vecchio ghiacciaio,
ora che i viandanti dalle braccia tatuate
han ripreso il cammino verso il passo,
possiamo guardare le vacche.
Poche sono salite in cima all’erta e pendono
senza fame né sete,
l’altre indugiano a mezza costa
dov’è certezza d’erba
e senza urtarsi, con industri strappi,
brucano; finché una
leva la testa a ciocco verso il cielo,
muggisce ad una nube ferma come un battello.
E giungono fanciulli con frasche che non usano,
angeli del trambusto inevitabile,
e subito due vacche si mettono a correre
con tutto il triste languore degli occhi
che ci crescono incontro.
Ma tu di fuorivia, non spaventarti,
non spaventare il figlio che maturi.
supini presso un’acqua impaziente
d’allontanarsi dal vecchio ghiacciaio,
ora che i viandanti dalle braccia tatuate
han ripreso il cammino verso il passo,
possiamo guardare le vacche.
Poche sono salite in cima all’erta e pendono
senza fame né sete,
l’altre indugiano a mezza costa
dov’è certezza d’erba
e senza urtarsi, con industri strappi,
brucano; finché una
leva la testa a ciocco verso il cielo,
muggisce ad una nube ferma come un battello.
E giungono fanciulli con frasche che non usano,
angeli del trambusto inevitabile,
e subito due vacche si mettono a correre
con tutto il triste languore degli occhi
che ci crescono incontro.
Ma tu di fuorivia, non spaventarti,
non spaventare il figlio che maturi.
Giovanni Raboni
Come cieco, con ansia...
Come cieco, con ansia, contro
il temporale e la grandine, una
dopo l’altra chiudevo
sette finestre.
Importava che non sapessi quali.
Solo all’alba, tremando,
con l’orrenda minuzia di chi si sveglia o muore,
capisco che ho strisciato
dentro il solito buio,
via San Gregorio primo piano.
Al di qua dei miei figli,
di poter dare o prendere parola.
il temporale e la grandine, una
dopo l’altra chiudevo
sette finestre.
Importava che non sapessi quali.
Solo all’alba, tremando,
con l’orrenda minuzia di chi si sveglia o muore,
capisco che ho strisciato
dentro il solito buio,
via San Gregorio primo piano.
Al di qua dei miei figli,
di poter dare o prendere parola.
Giovanni Raboni
Ho amato vivendo
Ho amato vivendo degli animali,
non gli animali. Adesso, nel ricordo,
non ne amo nessuno, come se a bordo
dell’arca in viaggio verso più ospitali
silenzi ci fosse posto soltanto
per creature fatte a somiglianza
di mio padre e mia madre. La vacanza
da quello che siamo più di quel tanto
non può durare, e uno sente 1] fiato
del buio sul collo non sa che farsene
dello charme dell’innocenza, dei traffici
con il bello e la grazia a buon mercato
e dice addio senz’ombra di rimpianto
agli dei senz’ombra che ha avuto accanto.
non gli animali. Adesso, nel ricordo,
non ne amo nessuno, come se a bordo
dell’arca in viaggio verso più ospitali
silenzi ci fosse posto soltanto
per creature fatte a somiglianza
di mio padre e mia madre. La vacanza
da quello che siamo più di quel tanto
non può durare, e uno sente 1] fiato
del buio sul collo non sa che farsene
dello charme dell’innocenza, dei traffici
con il bello e la grazia a buon mercato
e dice addio senz’ombra di rimpianto
agli dei senz’ombra che ha avuto accanto.
Luciano Erba
Perché non io
perché non 10 lungo lo stradale
almeno fino al passaggio a livello
tra i lillà delle ville
della valle del Tanaro
le mie figlie per mano
le scarpe bianche di cuoio
la cintura al buco più largo
perché non io
dopopranzo la sera
almeno fino al passaggio a livello
tra i lillà delle ville
della valle del Tanaro
le mie figlie per mano
le scarpe bianche di cuoio
la cintura al buco più largo
perché non io
dopopranzo la sera
Marino Moretti
A Cesena
Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.
Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia della casa senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.
Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,
il sogno che non ti avvizzì, sorella
che guardi me con occhio che s’ostina
a dirmi bella la tua vita, bella,
bella! Oh bambina, o sorellina, o nuora,
o sposa, io vedo tuo marito, sento,
oggi, a chi dici mamma, a una signora;
so che quell’uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolento,
il babbo che ti vuole un po’ di bene.
«Mamma!» tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch’io sia gentile, vuoi ch’io le sorrida,
che le parli dei miei vïaggi, poi...
poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici rauca di non so che sfida
corsa tra voi; e dici, dici dove,
quando, come, perché; ripeti ancora
quando, come, perché; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.
Parli d’una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;
parli del nonno ch’è quasi al tramonto,
il nonno ricco del tuo Dino, e dici:
«Vedrai, vedrai se lo terrò di conto»;
parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d’amor proprio, d’amore.
Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui,
tutta d’un uomo ch’io conosco appena,
tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me parla... così,
senza dolcezza, mentre piove o spiove:
«La mamma nostra t’avrà detto che...
E poi si vede, ora si vede, e come!
sì, sono incinta... Troppo presto, ahimè!
Sai che non voglio balia? che ho speranza
d’allattarlo da me? Cerchiamo un nome...
Ho fortuna, è una buona gravidanza...».
Ancora parli, ancora parli, e guardi
le cose intorno. Piove. S’avvicina
l’ombra grigiastra. Suona l’ora. È tardi.
E l’anno scorso eri così bambina!
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.
Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia della casa senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.
Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,
il sogno che non ti avvizzì, sorella
che guardi me con occhio che s’ostina
a dirmi bella la tua vita, bella,
bella! Oh bambina, o sorellina, o nuora,
o sposa, io vedo tuo marito, sento,
oggi, a chi dici mamma, a una signora;
so che quell’uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolento,
il babbo che ti vuole un po’ di bene.
«Mamma!» tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch’io sia gentile, vuoi ch’io le sorrida,
che le parli dei miei vïaggi, poi...
poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici rauca di non so che sfida
corsa tra voi; e dici, dici dove,
quando, come, perché; ripeti ancora
quando, come, perché; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.
Parli d’una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;
parli del nonno ch’è quasi al tramonto,
il nonno ricco del tuo Dino, e dici:
«Vedrai, vedrai se lo terrò di conto»;
parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d’amor proprio, d’amore.
Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui,
tutta d’un uomo ch’io conosco appena,
tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me parla... così,
senza dolcezza, mentre piove o spiove:
«La mamma nostra t’avrà detto che...
E poi si vede, ora si vede, e come!
sì, sono incinta... Troppo presto, ahimè!
Sai che non voglio balia? che ho speranza
d’allattarlo da me? Cerchiamo un nome...
Ho fortuna, è una buona gravidanza...».
Ancora parli, ancora parli, e guardi
le cose intorno. Piove. S’avvicina
l’ombra grigiastra. Suona l’ora. È tardi.
E l’anno scorso eri così bambina!
Mario Luzi
Il duro filamento
«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
La voce di colei che come serva fedele
chiamata si dispose alla partenza,
pianse ma preparò l’ultima cena
poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
così come fu detta, quella voce
con un tremito appena più profondo,
appena più toccante ora che viene
di là dalla frontiera d’ombra e lacera
come può la cortina d’anni e fora
la coltre di fatica e d’abiezione,
cerca il filo del vento, vi s’affida
finché il vento la lascia a sé, s’aggira
ospite dove fu di casa, timida
e spersa in queste prime albe dell’anno.
L’ora è quell’ora cruda appena giorno
che il freddo mette a nudo la città
livida nelle sue pietre, tagliente
nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
versano latte nelle tazze, tostano
pane, il bambino mezzo desto biascica
mentre appunta sul diario il nuovo giorno.
Nel grumo di calore che è più suo,
nella bolla di vita ch’è più tenera
per lei cresciuta alla pazienza in terre
povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
tendersi a queste ancora grevi, ancora
appannate dal lungo sonno, chiedere
asilo, volersi mescolare.
Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico...
Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.
«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
La voce di colei che come serva fedele
chiamata si dispose alla partenza,
pianse ma preparò l’ultima cena
poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
così come fu detta, quella voce
con un tremito appena più profondo,
appena più toccante ora che viene
di là dalla frontiera d’ombra e lacera
come può la cortina d’anni e fora
la coltre di fatica e d’abiezione,
cerca il filo del vento, vi s’affida
finché il vento la lascia a sé, s’aggira
ospite dove fu di casa, timida
e spersa in queste prime albe dell’anno.
L’ora è quell’ora cruda appena giorno
che il freddo mette a nudo la città
livida nelle sue pietre, tagliente
nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
versano latte nelle tazze, tostano
pane, il bambino mezzo desto biascica
mentre appunta sul diario il nuovo giorno.
Nel grumo di calore che è più suo,
nella bolla di vita ch’è più tenera
per lei cresciuta alla pazienza in terre
povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
tendersi a queste ancora grevi, ancora
appannate dal lungo sonno, chiedere
asilo, volersi mescolare.
Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico...
Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.
«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
Nelo Risi
Destino
Un giorno a Vienna
ho visitato la sua casa
per poi scoprire che di alloggi
solo a Vienna ne ebbe più di trenta
Gli bastava un nonnulla
non riconosciuto o credersi insultato
e traslocava in nuove confusioni
l’alloggio a volte era una tana
A Bonn si può vedere dove nacque
in quel museo sono raccolte le sue glorie
le sue miserie—troppo ordinate
Beethoven non è Goethe?
Un Guarneri due Amati sotto vetro
non chiariscono gli ultimi quartetti;
un cornetto acustico in bacheca
rovina del superstite udito
Fogli e fogli ingialliti alle pareti
una foresta di freghi di segni
dalle dita tradotti in suoni
a ricreare la pura essenza dell’idea
I suoi contratti! sempre in lotta
con gli editori (primo musicista
non più a servizio) in una Vienna
ancora incipriata
E il ritratto dell’oziosamato Karl
cinque anni di processi atti legali
per la tutela del nipote sempre nuove angosce
la gioia che talvolta trionfa sulla pena
Componendo a porte chiuse urla
e ritma la fuga del suo Credo
«Non scrivo per la folla!» chiede indietro
lo spartito dopo il fiasco del Fidelio
Avanti negli anni neanche tanto
scrive pei tempi che verranno
ora che è murato dentro
teso all’ascolto dell’io solitario
Più degli uomini ama la natura
l’usignolo la quaglia il tema del ruscello
girovagare nei boschi assorto
chiedere energia alla terra
Bonaparte? un ideale che ha tradito
con Goethe non si è inteso
degli italiani salva Cherubini
Handel? e Shakespeare sopra tutti
sola felicità nell’arte ormai ...
A letto idropico col fegato a pezzi
ròso dalle cimici ha un sorriso per i pochi:
«la commedia è terminata» le sue dita
massicce stringono il quaderno —tempo di neve
un lampo un tuono scuote tutta Vienna
Ma la sua maschera
di quando ancora era in vita!
appesa là, camusa
ha già le palpebre abbassate
sulla forza intatta del suo genio illimitato
From LE RISONANZE
ho visitato la sua casa
per poi scoprire che di alloggi
solo a Vienna ne ebbe più di trenta
Gli bastava un nonnulla
non riconosciuto o credersi insultato
e traslocava in nuove confusioni
l’alloggio a volte era una tana
A Bonn si può vedere dove nacque
in quel museo sono raccolte le sue glorie
le sue miserie—troppo ordinate
Beethoven non è Goethe?
Un Guarneri due Amati sotto vetro
non chiariscono gli ultimi quartetti;
un cornetto acustico in bacheca
rovina del superstite udito
Fogli e fogli ingialliti alle pareti
una foresta di freghi di segni
dalle dita tradotti in suoni
a ricreare la pura essenza dell’idea
I suoi contratti! sempre in lotta
con gli editori (primo musicista
non più a servizio) in una Vienna
ancora incipriata
E il ritratto dell’oziosamato Karl
cinque anni di processi atti legali
per la tutela del nipote sempre nuove angosce
la gioia che talvolta trionfa sulla pena
Componendo a porte chiuse urla
e ritma la fuga del suo Credo
«Non scrivo per la folla!» chiede indietro
lo spartito dopo il fiasco del Fidelio
Avanti negli anni neanche tanto
scrive pei tempi che verranno
ora che è murato dentro
teso all’ascolto dell’io solitario
Più degli uomini ama la natura
l’usignolo la quaglia il tema del ruscello
girovagare nei boschi assorto
chiedere energia alla terra
Bonaparte? un ideale che ha tradito
con Goethe non si è inteso
degli italiani salva Cherubini
Handel? e Shakespeare sopra tutti
sola felicità nell’arte ormai ...
A letto idropico col fegato a pezzi
ròso dalle cimici ha un sorriso per i pochi:
«la commedia è terminata» le sue dita
massicce stringono il quaderno —tempo di neve
un lampo un tuono scuote tutta Vienna
Ma la sua maschera
di quando ancora era in vita!
appesa là, camusa
ha già le palpebre abbassate
sulla forza intatta del suo genio illimitato
From LE RISONANZE
Nelo Risi
Il teatro privato
Che bellezza scaricare tutto sull’inconscio!
purché l’inconscio lo si lavi in famiglia
si può uccidere il padre fottere la madre
La psicoanalisi è una indagine borghese
un processo simbolico tanto rispettabile
(conta il denaro la cura è interminabile)
Fughe e censure sono piaceri da narciso?
un murarsi dentro la scena familiare
che l’uomo di fabbrica l’uomo della terra
neanche sospettano—per i subalterni
vale ancora la vecchia coscienza
purché l’inconscio lo si lavi in famiglia
si può uccidere il padre fottere la madre
La psicoanalisi è una indagine borghese
un processo simbolico tanto rispettabile
(conta il denaro la cura è interminabile)
Fughe e censure sono piaceri da narciso?
un murarsi dentro la scena familiare
che l’uomo di fabbrica l’uomo della terra
neanche sospettano—per i subalterni
vale ancora la vecchia coscienza
Paolo Ruffilli
A mezzo busto
(A mezzo busto,
in coppia:
lui col cappello
di feltro e una sciarpetta
doppia di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento).
Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Faceva sempre, suo malgrado, quello
che le si chiedeva.
Fu, nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.
Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che aspettava
le restò impedito.
Sempre e ovunque
andando, col dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
Nonostante la parte
che, comunque, manca
. al sogno di infinito.
in coppia:
lui col cappello
di feltro e una sciarpetta
doppia di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento).
Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Faceva sempre, suo malgrado, quello
che le si chiedeva.
Fu, nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.
Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che aspettava
le restò impedito.
Sempre e ovunque
andando, col dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
Nonostante la parte
che, comunque, manca
. al sogno di infinito.
Piero Jahier
I quattro fratelli
A mia madre.
non più balzar tra gli sfagli: tutti in coperta.
Ma dolce sonno — a volontà — tra fresche lenzuola —
reliquiario, — corredo materno —
Quattro voci nel buio si cercano, e si stringono come
mani: il cupo basso di stiva — il soprano a campana fi-
lata — il contralto, ombra rassegnata d’irraggiungibile
nota.
non più balzar tra gli sfagli: tutti in coperta.
Ma dolce sonno — a volontà — tra fresche lenzuola —
reliquiario, — corredo materno —
Quattro voci nel buio si cercano, e si stringono come
mani: il cupo basso di stiva — il soprano a campana fi-
lata — il contralto, ombra rassegnata d’irraggiungibile
nota.
Pagina 1
Successiva