Poesie di questo tema
Bambini
Alfonso Gatto
Alla mia bambina
Lo sguardo delle marine
serene fino alla morte,
povere notti supine
cantate sulle porte
alla deriva del vento
ti resero nata d’amore.
Ad ascoltare, eri il lento
respiro che trema nel cuore
nelle foglie, nel mare,
silenzio caduto sul volto
di mamma che pare
bambina in sé sola rivolta
e ridente. Tu, nata,
compivi il sereno,
la sua notte incarnata
nel rigoglio del seno.
serene fino alla morte,
povere notti supine
cantate sulle porte
alla deriva del vento
ti resero nata d’amore.
Ad ascoltare, eri il lento
respiro che trema nel cuore
nelle foglie, nel mare,
silenzio caduto sul volto
di mamma che pare
bambina in sé sola rivolta
e ridente. Tu, nata,
compivi il sereno,
la sua notte incarnata
nel rigoglio del seno.
Alfonso Gatto
Il 4 è rosso
Dentro la bocca ha tutte le vocali
il bambino che canta. La sua gioia
come la giacca azzurra, come i pali
netti del cielo, s’apre all’aria, è il fresco
della faccia che porta. Il 4 è rosso
come i numeri grandi delle navi.
il bambino che canta. La sua gioia
come la giacca azzurra, come i pali
netti del cielo, s’apre all’aria, è il fresco
della faccia che porta. Il 4 è rosso
come i numeri grandi delle navi.
Alfonso Gatto
Lelio
La tua tomba, bambino,
vogliamo sia sbiancata
come una cameretta
e che vi sia un giardino
° d’intorno e l’incantata
pace d’una zappetta.
Era un dolce rumore
che tu lasciavi al giorno
quel cernere la ghiaia
1° azzurra e al suo colore
trovar celeste intorno
la sera. Ora, che appaia
la luna e del suo vento
lasci più solo il mondo,
!5 ci sembrerà d’udire
nell’aria il tuo lamento.
Era un tuo grido a fondo
l’infanzia, un rifiorire...
Inventaci la morte,
bambino, i tuoi segni
come d’un gioco infranto
rimasero alla sorte
del vento, ai suoi disegni
di nuvole e di pianto.
Ogni giorno che passa
è un ricadere brullo
nell’ombra che c’invita.
Irrompi a testa bassa
nel ridere, fanciullo,
devastaci la vita
un’altra volta e vivi.
vogliamo sia sbiancata
come una cameretta
e che vi sia un giardino
° d’intorno e l’incantata
pace d’una zappetta.
Era un dolce rumore
che tu lasciavi al giorno
quel cernere la ghiaia
1° azzurra e al suo colore
trovar celeste intorno
la sera. Ora, che appaia
la luna e del suo vento
lasci più solo il mondo,
!5 ci sembrerà d’udire
nell’aria il tuo lamento.
Era un tuo grido a fondo
l’infanzia, un rifiorire...
Inventaci la morte,
bambino, i tuoi segni
come d’un gioco infranto
rimasero alla sorte
del vento, ai suoi disegni
di nuvole e di pianto.
Ogni giorno che passa
è un ricadere brullo
nell’ombra che c’invita.
Irrompi a testa bassa
nel ridere, fanciullo,
devastaci la vita
un’altra volta e vivi.
Attilio Bertolucci
Bernardo a cinque anni
Il dolore è nel tuo occhio timido
nella mano infantile che saluta senza grazia,
il dolore dei giorni che verranno
già pesa sulla tua ossatura fragile.
In un giorno d’autunno che dipana
quieto i suoi fili di nebbia nel sole
il gioco s’è fermato all’improvviso,
ti ha lasciato solo dove la strada finisce
splendida per tante foglie a terra
in una notte, sì che a tutti qui
è venuto un pensiero nella mente
della stagione che s’accosta rapida.
Tu hai salutato con un cenno debole
e un sorriso patito, sei rimasto
ombra nell’ombra un attimo, ora corri
a rifugiarti nella nostra ansia.
nella mano infantile che saluta senza grazia,
il dolore dei giorni che verranno
già pesa sulla tua ossatura fragile.
In un giorno d’autunno che dipana
quieto i suoi fili di nebbia nel sole
il gioco s’è fermato all’improvviso,
ti ha lasciato solo dove la strada finisce
splendida per tante foglie a terra
in una notte, sì che a tutti qui
è venuto un pensiero nella mente
della stagione che s’accosta rapida.
Tu hai salutato con un cenno debole
e un sorriso patito, sei rimasto
ombra nell’ombra un attimo, ora corri
a rifugiarti nella nostra ansia.
Attilio Bertolucci
Il bambino che va a scuola, a sei anni
Il bambino che va a scuola, a sei anni
muta profondamente la sua vita,
si ferisce di continuo e guarisce
da solo, i ginocchi e i polsi,
prima intatti, fioriscono di croste
che l’aria dei mattini d’inverno
lustra come rubini o come quelle
bacche per cui la siepe è ancora viva
casa e dispensa al passero e ai suoi figli.
Se l’anima gli si lacera, si cura
nascondendosi agli altri e più a chi
sino ad oggi gli ha dato gioie e affanni.
Il tempo freddo e asciutto ha indurito
la strada e a lui che cammina rivela
nella distanza dei coltivi inerti
case non conosciute prima perché perse
a lungo nell’inganno delle foglie:
il gelo ne scopre e fissa la presenza
umile a cui s’aggira intorno
sempre un uomo freddoloso e assonnato
o una donna svelta nelle sue
faccende che non vedono soste
e animano anche un’ora così incerta.
Ma se il piccolo pellegrino comincia
a sentire più caldo, non è
soltanto l’esercizio del viaggio
sul punto di conchiudersi, è il sole
che alle nove, liberatosi dal basso
orizzonte di bruma e fumo misti
tocca tutte le cose visibili
tingendole d’un rossore che inebria
mentre voci e rumori diversi
s’accrescono e confondono, esterno
e interno uniti in una comunione
vivace sino a che la porta della scuola si chiude.
muta profondamente la sua vita,
si ferisce di continuo e guarisce
da solo, i ginocchi e i polsi,
prima intatti, fioriscono di croste
che l’aria dei mattini d’inverno
lustra come rubini o come quelle
bacche per cui la siepe è ancora viva
casa e dispensa al passero e ai suoi figli.
Se l’anima gli si lacera, si cura
nascondendosi agli altri e più a chi
sino ad oggi gli ha dato gioie e affanni.
Il tempo freddo e asciutto ha indurito
la strada e a lui che cammina rivela
nella distanza dei coltivi inerti
case non conosciute prima perché perse
a lungo nell’inganno delle foglie:
il gelo ne scopre e fissa la presenza
umile a cui s’aggira intorno
sempre un uomo freddoloso e assonnato
o una donna svelta nelle sue
faccende che non vedono soste
e animano anche un’ora così incerta.
Ma se il piccolo pellegrino comincia
a sentire più caldo, non è
soltanto l’esercizio del viaggio
sul punto di conchiudersi, è il sole
che alle nove, liberatosi dal basso
orizzonte di bruma e fumo misti
tocca tutte le cose visibili
tingendole d’un rossore che inebria
mentre voci e rumori diversi
s’accrescono e confondono, esterno
e interno uniti in una comunione
vivace sino a che la porta della scuola si chiude.
Biagio Marin
La gno fantulina
La gno fantulina
l’ha un rîe d’arzento,
e su la nuca nùa
color de l’ùa
un risso d’oro
che xe un tormento.
L’ha quindese ani:
un supio de vento!
La gola cantarina;
sera e mantina
un canto solo,
che xe un tormento.
l’ha un rîe d’arzento,
e su la nuca nùa
color de l’ùa
un risso d’oro
che xe un tormento.
L’ha quindese ani:
un supio de vento!
La gola cantarina;
sera e mantina
un canto solo,
che xe un tormento.
Giorgio Orelli
Dal buffo buio
Dal buffo buio
sotto una falda della mia giacca
tu dici: «Io vedo l’acqua
d’un fiume che si chiama Ticino
lo riconosco dai sassi
Vedo il sole che è un fuoco
e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
Devo dire una cosa alla tua ascella
una cosa pochissimo da ridere
Che neve bizantina
Sento un rumore un odore di strano
c’è qualcosa che non funziona?
forse l’ucchetto, non so
ma forse mi confondo con prima
Pensa: se io fossi una rana
quest’anno morirei»
«Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?
Vedi i topi andarsene compunti
dal Centro Storico verso il Governo?»
«Vedo due che si occhiano
Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio
Vedo un fiore che c’era il vento
Vedo un morto ferito
Vedo il pennello dei tempi dei tempi
il tuo giovine pennello da barba
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato»
«E poi?»
«Vedo una cosa che comincia per GN»
«Cosa?»
«Gnente»
(«Era solo per dirti che son qui,
solo per salutarti»)
sotto una falda della mia giacca
tu dici: «Io vedo l’acqua
d’un fiume che si chiama Ticino
lo riconosco dai sassi
Vedo il sole che è un fuoco
e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
Devo dire una cosa alla tua ascella
una cosa pochissimo da ridere
Che neve bizantina
Sento un rumore un odore di strano
c’è qualcosa che non funziona?
forse l’ucchetto, non so
ma forse mi confondo con prima
Pensa: se io fossi una rana
quest’anno morirei»
«Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?
Vedi i topi andarsene compunti
dal Centro Storico verso il Governo?»
«Vedo due che si occhiano
Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio
Vedo un fiore che c’era il vento
Vedo un morto ferito
Vedo il pennello dei tempi dei tempi
il tuo giovine pennello da barba
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato»
«E poi?»
«Vedo una cosa che comincia per GN»
«Cosa?»
«Gnente»
(«Era solo per dirti che son qui,
solo per salutarti»)
Giovanni Raboni
Il compleanno di mia figlia
Siano con selvaggia compunzione accese
le tre candele.
Saltino sui coperchi con fragore i due
compari di spada compiuti uno
sei anni e mezzo, l’altro cinque
e io trentaquattro e la mamma trentadue
e la nonna, se non sbaglio, sessantotto.
Questa scena non verrà ripetuta.
La scena non viene diversamente effigiata. E chi
si sentisse esule o in qualche
percentuale risulta ingrugnato
parli prima o domani.
Accogli, streghina di marzapane, la nostra sospettosa tenerezza.
Seguano come a caso stridi
di vagoni piombati, raffiche di mitragliatrice...
le tre candele.
Saltino sui coperchi con fragore i due
compari di spada compiuti uno
sei anni e mezzo, l’altro cinque
e io trentaquattro e la mamma trentadue
e la nonna, se non sbaglio, sessantotto.
Questa scena non verrà ripetuta.
La scena non viene diversamente effigiata. E chi
si sentisse esule o in qualche
percentuale risulta ingrugnato
parli prima o domani.
Accogli, streghina di marzapane, la nostra sospettosa tenerezza.
Seguano come a caso stridi
di vagoni piombati, raffiche di mitragliatrice...
Giuliano Gramigna
24 (primaria)
che sogno arriva al Bambino.
Un sogno che non chiude gli occhi.
Lei spalanca i ginocchi.
Penetra in mezzo alle cosce.
Non conosce che cosa sia.
Sfavilla d’oro di sudore
d’amore, venere primaria
mercenaria- medaglia di latte
e di piccole labbra
pulsatili. In dialetto infantile:
“È la donna del Baba”.
Appena arrivato fra i Gentili
segna ancor quest’annale.
Certo è cosa è cosa scrivere
senza persona grammaticale.
Quante cose rimaste fuori
dagli annali. Grandi bolle senza suono
zone bianche cruces censure.
Lui si riconosce per sottrazioni
- a malapena- per ciò che non fu redatto.
Nelle carte il Matto nelle sue carte lo spiffero
della porta rimasta aperta.
Quelle stanze di caserma
nel Quaranta per esempio che rintronano il passo,
ivi che sapere si squaderna?
o decalcomanie di rue Huchette...
Immense età vichiane
cieli perturbati e commossi! incerati
del 18 Piovoso: forse il Ventoso
con lacunari d’aria smossa
su in alto e intorno la Francia
primaria direi e da più lontano
da campi non di rose s’annera
un che, vapori d’inchiostro (...)
Un sogno che non chiude gli occhi.
Lei spalanca i ginocchi.
Penetra in mezzo alle cosce.
Non conosce che cosa sia.
Sfavilla d’oro di sudore
d’amore, venere primaria
mercenaria- medaglia di latte
e di piccole labbra
pulsatili. In dialetto infantile:
“È la donna del Baba”.
Appena arrivato fra i Gentili
segna ancor quest’annale.
Certo è cosa è cosa scrivere
senza persona grammaticale.
Quante cose rimaste fuori
dagli annali. Grandi bolle senza suono
zone bianche cruces censure.
Lui si riconosce per sottrazioni
- a malapena- per ciò che non fu redatto.
Nelle carte il Matto nelle sue carte lo spiffero
della porta rimasta aperta.
Quelle stanze di caserma
nel Quaranta per esempio che rintronano il passo,
ivi che sapere si squaderna?
o decalcomanie di rue Huchette...
Immense età vichiane
cieli perturbati e commossi! incerati
del 18 Piovoso: forse il Ventoso
con lacunari d’aria smossa
su in alto e intorno la Francia
primaria direi e da più lontano
da campi non di rose s’annera
un che, vapori d’inchiostro (...)
Giuliano Gramigna
ha trovato l’idioma
ha trovato l’idioma
che lo fonda dove sprofonda
e non pappo e dindi -
il Bambino! sortito
di vulva e intirizzito
come mosè le petit; s’indioma
furibondo. “Che bocca parla
una lingua morta?” a fatica
articolando sulle cinque dita
la prima sillaba, in quel giubilo
gli si ricompone il corpo
spezzettato — oh per sempre impestato
di lingua, alla traversata del mare
della parlabilità.
che lo fonda dove sprofonda
e non pappo e dindi -
il Bambino! sortito
di vulva e intirizzito
come mosè le petit; s’indioma
furibondo. “Che bocca parla
una lingua morta?” a fatica
articolando sulle cinque dita
la prima sillaba, in quel giubilo
gli si ricompone il corpo
spezzettato — oh per sempre impestato
di lingua, alla traversata del mare
della parlabilità.
Giuseppe Ungaretti
Tu ti spezzasti
1
I molti, immani, sparsi, grigi sassi
Frementi ancora alle segrete fionde
Di originarie fiamme soffocate
Od ai terrori di fiumane vergini
Ruinanti in implacabili carezze,
– Sopra l’abbaglio della sabbia rigidi
In un vuoto orizzonte, non rammenti?
E la recline, che s’apriva all’unico
Raccogliersi dell’ombra nella valle,
Araucaria, anelando ingigantita,
Volta nell’ardua selce d’erme fibre
Più delle altre dannate refrattaria,
Fresca la bocca di farfalle e d’erbe
Dove dalle radici si tagliava,
– Non la rammenti delirante muta
Sopra tre palmi d’un rotondo ciottolo
In un perfetto bilico
Magicamente apparsa?
Di ramo in ramo fiorrancino lieve,
Ebbri di meraviglia gli avidi occhi
Ne conquistavi la screziata cima,
Temerario, musico bimbo,
Solo per rivedere all’imo lucido
D’un fondo e quieto baratro di mare
Favolose testuggini
Ridestarsi fra le alghe.
Della natura estrema la tensione
E le subacquee pompe,
Funebri moniti.
2
Alzavi le braccia come ali
E ridavi nascita al vento
Correndo nel peso dell’aria immota.
Nessuno mai vide posare
Il tuo lieve piede di danza.
3
Grazia, felice,
Non avresti potuto non spezzarti
In una cecità tanto indurita
Tu semplice soffio e cristallo,
Troppo umano lampo per l’empio,
Selvoso, accanito, ronzante
Ruggito d’un sole ignudo.
I molti, immani, sparsi, grigi sassi
Frementi ancora alle segrete fionde
Di originarie fiamme soffocate
Od ai terrori di fiumane vergini
Ruinanti in implacabili carezze,
– Sopra l’abbaglio della sabbia rigidi
In un vuoto orizzonte, non rammenti?
E la recline, che s’apriva all’unico
Raccogliersi dell’ombra nella valle,
Araucaria, anelando ingigantita,
Volta nell’ardua selce d’erme fibre
Più delle altre dannate refrattaria,
Fresca la bocca di farfalle e d’erbe
Dove dalle radici si tagliava,
– Non la rammenti delirante muta
Sopra tre palmi d’un rotondo ciottolo
In un perfetto bilico
Magicamente apparsa?
Di ramo in ramo fiorrancino lieve,
Ebbri di meraviglia gli avidi occhi
Ne conquistavi la screziata cima,
Temerario, musico bimbo,
Solo per rivedere all’imo lucido
D’un fondo e quieto baratro di mare
Favolose testuggini
Ridestarsi fra le alghe.
Della natura estrema la tensione
E le subacquee pompe,
Funebri moniti.
2
Alzavi le braccia come ali
E ridavi nascita al vento
Correndo nel peso dell’aria immota.
Nessuno mai vide posare
Il tuo lieve piede di danza.
3
Grazia, felice,
Non avresti potuto non spezzarti
In una cecità tanto indurita
Tu semplice soffio e cristallo,
Troppo umano lampo per l’empio,
Selvoso, accanito, ronzante
Ruggito d’un sole ignudo.
Umberto Saba
Ritratto della mia bambina
La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: «Babbo
– mi disse – voglio uscire oggi con te».
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: «Babbo
– mi disse – voglio uscire oggi con te».
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.