Poesie di questo tema
Padre e paternità
Alda Merini
Il pastrano
Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendolo così, nell’ombra.
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendolo così, nell’ombra.
Camillo Sbarbaro
Padre, se anche tu non fossi...
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
Eugenio Montale
Voce giunta con le folaghe
Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.
L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.
L’ombra fidata e il muro che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo; l’una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.
– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione
che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.
L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.
L’ombra fidata e il muro che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo; l’una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.
– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione
che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...
Giorgio Caproni
A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre
Portami con te lontano
...lontano...
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
– l’arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l’erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla – come il mio cuore: in nome
di nulla – la Dedizione.
...lontano...
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
– l’arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l’erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla – come il mio cuore: in nome
di nulla – la Dedizione.
Giuseppe Conte
Ai Lari
Lo so che non sei qui, o padre, lo so
bene che non sei oltre questa lastra
di granito che una patina strana
come grani di sale o di sabbia
incrostata rende opaca; non sei
oltre questa foto che scegliemmo
forse in fretta noi della famiglia
e che ben poco ti assomiglia.
Qui, dove noi rimasti deponiamo
fiori – orchidee, perché ci ricordiamo
che le prediligevi – e con l’accendino
cerchiamo di un cero lo stoppino
finché una scintilla non si rifletta
remando sopra il granito, scavandovi
labili incendi puntiformi. Eppure
io vengo qui per parlare con te
e solo per te ho riappreso a pregare.
Tu sei il principio, tu la fonte.
Se io sono qui, materia vivente,
ci sono grazie a te, ora che non hai
né il peso né la gioia del corpo. Mai
meno separati di così siamo
stati: noi due, facciamo l’invisibile e il visibile
simili alle due facce della luna
legati come sono le onde ai fondali.
Io sto sotto questi cieli autunnali.
E tu? Se c’è una luce oltre cielo
è vortice, è vertigine, orbita
di altri stati dell’essere, superiori
a noi come sono sempre più alti i fiori
della zolla, come tende all’alto il fuoco
sulla terra. Non ne conosciamo nulla.
Perché poco sappiamo noi del mondo:
che niente vale, niente è necessario
che è vano, che insensato, assurdo
è, che è deserto, vuoto, che
trionfano rovina e morte e oblio.
Tutto finisce come è finito
così in fretta il tuo tempo, padre:
le case che tu hai costruito,
le rose, le ortensie che hai piantato
e gli amori che hai inseguito. Finiscono
sotto dune di cenere statue e libri,
declinano e poi cadono gli imperi.
Anche di questi pini che tramano
l’aria con i rami nuovi, di queste
palme quasi arpe contro il mare
non resterà niente, anche il vento
sarà sibilo astrale e poi silenzio.
Niente vale, niente è necessario.
Tutto spazzerà il tempo, coprirà
il ghiaccio o arderà il fuoco. Eppure
io qui materia vivente sono,
delle albe e dei tramonti ho ancora il dono,
degli autunni e delle primavere,
di soffrire, di piangere, di pregare
ancora ho fame e sete. Eppure
io qui materia vivente vivo
e qui amo e grido e rido e scrivo..
(...) Era un antico patto tra noi uomini:
più antico di quello che regge
democrazia, famiglia, legge.
Onorare chi non c’è più, curarne
le spoglie e mantenerne la memoria.
La morte diventa una vendemmia,
anche il terrore era dolce, sacro vino.
E ci rendeva uomini quel patto,
conoscere il nostro mortale destino. (...)
Siamo noi, noi soli tra gli esseri
che camminano sotto il cielo
e che si aprono verso il sole
noi soli che curviamo le parole
alla dolce pazzia della preghiera
che giungiamo le nostre mani nude
e salutiamo chi non c’è più.
bene che non sei oltre questa lastra
di granito che una patina strana
come grani di sale o di sabbia
incrostata rende opaca; non sei
oltre questa foto che scegliemmo
forse in fretta noi della famiglia
e che ben poco ti assomiglia.
Qui, dove noi rimasti deponiamo
fiori – orchidee, perché ci ricordiamo
che le prediligevi – e con l’accendino
cerchiamo di un cero lo stoppino
finché una scintilla non si rifletta
remando sopra il granito, scavandovi
labili incendi puntiformi. Eppure
io vengo qui per parlare con te
e solo per te ho riappreso a pregare.
Tu sei il principio, tu la fonte.
Se io sono qui, materia vivente,
ci sono grazie a te, ora che non hai
né il peso né la gioia del corpo. Mai
meno separati di così siamo
stati: noi due, facciamo l’invisibile e il visibile
simili alle due facce della luna
legati come sono le onde ai fondali.
Io sto sotto questi cieli autunnali.
E tu? Se c’è una luce oltre cielo
è vortice, è vertigine, orbita
di altri stati dell’essere, superiori
a noi come sono sempre più alti i fiori
della zolla, come tende all’alto il fuoco
sulla terra. Non ne conosciamo nulla.
Perché poco sappiamo noi del mondo:
che niente vale, niente è necessario
che è vano, che insensato, assurdo
è, che è deserto, vuoto, che
trionfano rovina e morte e oblio.
Tutto finisce come è finito
così in fretta il tuo tempo, padre:
le case che tu hai costruito,
le rose, le ortensie che hai piantato
e gli amori che hai inseguito. Finiscono
sotto dune di cenere statue e libri,
declinano e poi cadono gli imperi.
Anche di questi pini che tramano
l’aria con i rami nuovi, di queste
palme quasi arpe contro il mare
non resterà niente, anche il vento
sarà sibilo astrale e poi silenzio.
Niente vale, niente è necessario.
Tutto spazzerà il tempo, coprirà
il ghiaccio o arderà il fuoco. Eppure
io qui materia vivente sono,
delle albe e dei tramonti ho ancora il dono,
degli autunni e delle primavere,
di soffrire, di piangere, di pregare
ancora ho fame e sete. Eppure
io qui materia vivente vivo
e qui amo e grido e rido e scrivo..
(...) Era un antico patto tra noi uomini:
più antico di quello che regge
democrazia, famiglia, legge.
Onorare chi non c’è più, curarne
le spoglie e mantenerne la memoria.
La morte diventa una vendemmia,
anche il terrore era dolce, sacro vino.
E ci rendeva uomini quel patto,
conoscere il nostro mortale destino. (...)
Siamo noi, noi soli tra gli esseri
che camminano sotto il cielo
e che si aprono verso il sole
noi soli che curviamo le parole
alla dolce pazzia della preghiera
che giungiamo le nostre mani nude
e salutiamo chi non c’è più.
Maurizio Cucchi
Il padre che mi parlava
Il padre che mi parlava
era un ragazzo dal largo sorriso
e aveva gli occhi che hanno già imparato
rifugio lui ristoro mio pensante
che riempie la mia sorte.
Non ti ho tradito ma non ti sogno più
e se mi sogno mi sogno col tuo viso:
sul tuo torace mi ergo
nella tua mano mi fido
con te la folla si spalanca.
Sii maledetto tu
che sai fare e non sai fare
sono un bambino ignavo
che non si vuole alzare.
era un ragazzo dal largo sorriso
e aveva gli occhi che hanno già imparato
rifugio lui ristoro mio pensante
che riempie la mia sorte.
Non ti ho tradito ma non ti sogno più
e se mi sogno mi sogno col tuo viso:
sul tuo torace mi ergo
nella tua mano mi fido
con te la folla si spalanca.
Sii maledetto tu
che sai fare e non sai fare
sono un bambino ignavo
che non si vuole alzare.
Maurizio Cucchi
La prima immagine è
La prima immagine è il Lago di Garda,
scavata in bianco e nero fino all’Ortles.
Sarò solo un bambino,
ma mio padre vive in eterno.
Dopo la Jugoslavia, nel luglio del ’41,
con firma fiorita
salutava la Magda.
scavata in bianco e nero fino all’Ortles.
Sarò solo un bambino,
ma mio padre vive in eterno.
Dopo la Jugoslavia, nel luglio del ’41,
con firma fiorita
salutava la Magda.
Nelo Risi
Saprò annodarmi la cravatta a farfalla?
Saprò annodarmi la cravatta a farfalla?
bilanciare d’un sol colpo le bretelle
dietro le spalle? questo non altro
diceva il me stesso turbato quando
il mattino saltavo piedi nudi sul loro letto
e assistevo al rito
accucciato nello stampo ancora caldo
ignorando la mamma cui stavo accanto
per il papà riflesso nello specchio
col rasoio a mano libera su una guancia insaponata –
stranamente quel gesto veloce
mi ridava la stessa fiducia
della volta che mi tenne ben saldo tra le gambe
che mi tolse in due colpi le tonsille
e un fiotto del mio sangue
si rovesciò sullo specchio frontale
per un attimo accecandolo.
bilanciare d’un sol colpo le bretelle
dietro le spalle? questo non altro
diceva il me stesso turbato quando
il mattino saltavo piedi nudi sul loro letto
e assistevo al rito
accucciato nello stampo ancora caldo
ignorando la mamma cui stavo accanto
per il papà riflesso nello specchio
col rasoio a mano libera su una guancia insaponata –
stranamente quel gesto veloce
mi ridava la stessa fiducia
della volta che mi tenne ben saldo tra le gambe
che mi tolse in due colpi le tonsille
e un fiotto del mio sangue
si rovesciò sullo specchio frontale
per un attimo accecandolo.
Umberto Piersanti
Padre d’un giorno
La vampa che s’acqueta,
resta il ceppo
muto,
e tu il cerchio oltrepassi
come sospeso
e assorto,
figlio, erano quelli
i giorni della luce
della tua luce
breve e
assoluta
corrono gli ombrelloni
come sempre,
segnano l’altro mare
coi colori d’allora,
ma è persa la radura,
i lunghi monti
che ci furono un giorno,
prima del male
padre giovane e
queto
ch’ebbe in sorte
d’essere figlio sempre
e dopo solo,
ora con te
nel ceppo delle more,
stacco i bei frutti neri,
te li porgo
padre che m’hai condotto
alla muraglia
e tra le crepe hai colto
rossi fiori,
la vita m’ha concesso
un solo giorno
d’esserti uguale padre,
con il figlio
resta il ceppo
muto,
e tu il cerchio oltrepassi
come sospeso
e assorto,
figlio, erano quelli
i giorni della luce
della tua luce
breve e
assoluta
corrono gli ombrelloni
come sempre,
segnano l’altro mare
coi colori d’allora,
ma è persa la radura,
i lunghi monti
che ci furono un giorno,
prima del male
padre giovane e
queto
ch’ebbe in sorte
d’essere figlio sempre
e dopo solo,
ora con te
nel ceppo delle more,
stacco i bei frutti neri,
te li porgo
padre che m’hai condotto
alla muraglia
e tra le crepe hai colto
rossi fiori,
la vita m’ha concesso
un solo giorno
d’esserti uguale padre,
con il figlio
Vittorio Sereni
Autostrada della cisa
I
Tempo dieci anni, nemmeno
prima che rimuoia in me mio padre
(con malagrazia fu calato giù
e un banco di nebbia ci divise per sempre).
una capelluta scarmigliata erinni
agita un cencio dal ciglio di un dirupo,
spegne un giorno già spento, e addio.
Sappi — disse ieri lasciandomi qualcuno —
sappilo che non finisce qui,
di momento in momento credici a quell’altra vita,
di costa in costa aspettala e verrà
come di là dal valico un ritorno d’estate.
Parla così la recidiva speranza, morde
in un’anguria la polpa dell’estate,
vede laggiù quegli alberi perpetuare
ognuno in sé la sua ninfa
e dietro la raggera degli echi e dei miraggi
nella piana assetata il palpito di un lago
fare di Mantova una Tenochtitlán.
Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità
tendo una mano. Mi ritorna vuota.
Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria.
Ancora non lo sai
— sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire —
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?
Tempo dieci anni, nemmeno
prima che rimuoia in me mio padre
(con malagrazia fu calato giù
e un banco di nebbia ci divise per sempre).
una capelluta scarmigliata erinni
agita un cencio dal ciglio di un dirupo,
spegne un giorno già spento, e addio.
Sappi — disse ieri lasciandomi qualcuno —
sappilo che non finisce qui,
di momento in momento credici a quell’altra vita,
di costa in costa aspettala e verrà
come di là dal valico un ritorno d’estate.
Parla così la recidiva speranza, morde
in un’anguria la polpa dell’estate,
vede laggiù quegli alberi perpetuare
ognuno in sé la sua ninfa
e dietro la raggera degli echi e dei miraggi
nella piana assetata il palpito di un lago
fare di Mantova una Tenochtitlán.
Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità
tendo una mano. Mi ritorna vuota.
Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria.
Ancora non lo sai
— sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire —
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?