Temi
Poesie di questo tema

Padre e paternità

Eugenio Montale

Eugenio Montale

Voce giunta con le folaghe

Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.

L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.

L’ombra fidata e il muro che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo; l’una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.

– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...
Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

Ai Lari

Lo so che non sei qui, o padre, lo so
bene che non sei oltre questa lastra
di granito che una patina strana
come grani di sale o di sabbia
incrostata rende opaca; non sei
oltre questa foto che scegliemmo
forse in fretta noi della famiglia
e che ben poco ti assomiglia.
Qui, dove noi rimasti deponiamo
fiori – orchidee, perché ci ricordiamo
che le prediligevi – e con l’accendino
cerchiamo di un cero lo stoppino
finché una scintilla non si rifletta
remando sopra il granito, scavandovi
labili incendi puntiformi. Eppure
io vengo qui per parlare con te
e solo per te ho riappreso a pregare.
Tu sei il principio, tu la fonte.
Se io sono qui, materia vivente,
ci sono grazie a te, ora che non hai
né il peso né la gioia del corpo. Mai
meno separati di così siamo
stati: noi due, facciamo l’invisibile e il visibile
simili alle due facce della luna
legati come sono le onde ai fondali.
Io sto sotto questi cieli autunnali.
E tu? Se c’è una luce oltre cielo
è vortice, è vertigine, orbita
di altri stati dell’essere, superiori
a noi come sono sempre più alti i fiori
della zolla, come tende all’alto il fuoco
sulla terra. Non ne conosciamo nulla.

Perché poco sappiamo noi del mondo:
che niente vale, niente è necessario
che è vano, che insensato, assurdo
è, che è deserto, vuoto, che
trionfano rovina e morte e oblio.
Tutto finisce come è finito
così in fretta il tuo tempo, padre:
le case che tu hai costruito,
le rose, le ortensie che hai piantato
e gli amori che hai inseguito. Finiscono
sotto dune di cenere statue e libri,
declinano e poi cadono gli imperi.
Anche di questi pini che tramano
l’aria con i rami nuovi, di queste
palme quasi arpe contro il mare
non resterà niente, anche il vento
sarà sibilo astrale e poi silenzio.
Niente vale, niente è necessario.
Tutto spazzerà il tempo, coprirà
il ghiaccio o arderà il fuoco. Eppure
io qui materia vivente sono,
delle albe e dei tramonti ho ancora il dono,
degli autunni e delle primavere,

di soffrire, di piangere, di pregare
ancora ho fame e sete. Eppure
io qui materia vivente vivo
e qui amo e grido e rido e scrivo..

(...) Era un antico patto tra noi uomini:
più antico di quello che regge
democrazia, famiglia, legge.
Onorare chi non c’è più, curarne
le spoglie e mantenerne la memoria.
La morte diventa una vendemmia,
anche il terrore era dolce, sacro vino.
E ci rendeva uomini quel patto,
conoscere il nostro mortale destino. (...)
Siamo noi, noi soli tra gli esseri
che camminano sotto il cielo
e che si aprono verso il sole
noi soli che curviamo le parole
alla dolce pazzia della preghiera
che giungiamo le nostre mani nude
e salutiamo chi non c’è più.