Questi sono i nodi, queste le cicatrici,
gli abiti che hai indossato, la stagione inattesa
sull’asfalto dove ancora vivremo, quella nuvola
che abbastanza somiglia alla teiera già

fredda, con la faccia di uno che sta male,
azzurro come il ristorante, la distanza,
sebbene siano le nove, i preparativi
pressoché ultimati, papaveri distillati,

credendo ai miei occhi, sporgendo dal tetto
sulle cime di pini recisi, ma
inganni il titolo, garanzia ai passanti,
che quasi tutti se ne sono andati, si annidano

necessari e la barca che tu non trovi
mai, ma necessaria perché attraversiamo
quantunque noi non guardiamo e dove
vediamo se pure non c’è rimedio e passano
ancora incerti i luoghi dove
confini nettamente segnati ci rivelano ...
Poi il cielo dovrà pur mutare. Come io potrei
cambiare di colpo argomento e pochi se ne

accorgerebbero, il tonfo che fruga ancora
sordo le ore del pomeriggio, e profondo
e i sassi che hai sotto la schiena o la fuga
di sostantivi corrosi dalle stravolte strutture—

comunque niente di nuovo, la pomice
sui gomiti, se non c’è posto che per uno di noi
e appena uscito di casa s’imbatte,
tu t’imbatti, se hai capito quanto ti aspetto.
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