Leonardo Sinisgalli

Leonardo Sinisgalli

1908–1981 · visse 72 anni IT IT

n. 1908-03-09, Montemurro · m. 1981-01-31, Roma

Al tempo delle vigne

Al tempo delle vigne
carica di furore ai nostri occhi
si scopriva la terra e nelle mani
ancora al gesto acerbe e serene.
Si torceva alle giunture
sotto il peso del fiore
la pianta del fico dolente.
Infanzia gridata dagli uccelli
ti cacciava la sete a gola aperta
a piedi nudi sulle crete
il passo lesto all’insidia delle serpi.
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Poesie

18

Al tempo delle vigne

Al tempo delle vigne
carica di furore ai nostri occhi
si scopriva la terra e nelle mani
ancora al gesto acerbe e serene.
Si torceva alle giunture
sotto il peso del fiore
la pianta del fico dolente.
Infanzia gridata dagli uccelli
ti cacciava la sete a gola aperta
a piedi nudi sulle crete
il passo lesto all’insidia delle serpi.

Epigrafe

Quando partisti, come è nostra usanza,
inzepparono la cassa dei tuoi piccoli oggetti cari.
Ti misero l’ombrellino da sole
perchè andavi in un torrido regno
e ti vestirono di bianco.
Eri ancora una bambina,
una bambina difficile a crescere.
Pure fosti accolta con rassegnata dolcezza,
custodita e portata alla luce
come matura la spiga in un campo esausto.
lo ricordo, sorella, il tuo pigolìo

quando ti chiudevi a piangere sulla loggia
perchè volevi andare sul tetto a stare.
Eri felice soltanto se potevi sollevarti un poco da terra.

Ti misero nella cassa gli oggetti più cari,
perfino una monetina d’oro nella mano
da dare al barcaiolo che ti avrebbe accompagnata
all’altra riva. Noi restammo di qua
nella grande casa che tu sapevi rivoltare come un sacco.
Per un po’ di giorni nessuno ebbe voglia di riassettarla.
Ci raccogliemmo intorno al camino
pensando al tuo grande viaggio,
alla tristezza di mandarti sola in un paese sconosciuto.
La nonna stava ad aspettarci da anni.
Da anni nessuno di noi era stato chiamato.
Nell’immensa plaga, in quella lunga quarantena
come avete fatto a riconoscervi?

Ti avevamo messo dentro la cassa gli oggetti più cari,
il tuo ombrellino, il tuo pettine, un piccolo mazzo di fiori.
Mia madre ti seguiva ad ogni tappa, dalla casa
alla chiesa, dalla chiesa al cimitero.
Dava ricetto nella sua stanza ad ogni farfalla,
e tenne per lungo la casa aperta
nella speranza che tu potessi tornare.

Un giorno una donna venne a bussare alla porta,
a dirci che ti aveva sognata.
La donna aveva una bimba malata, una tua compagna,
e tu l’avevi visitata.
Parlasti in sogno a quella donna, chiedesti qualcosa
che ella non sapeva: perchè non sentiva in sogno
e tu parlavi e pareva che chiedessi una cosa
che nella confusione del distacco era stata dimenticata.
Mia madre rovistò tra le tue carte,
stette a lungo a cercare i tuoi quaderni a uno a uno.

Guardammo per l’ultima volta
la tua scrittura tenera, il tuo esile nome
scritto dalla tua piccola mano.
Furono legati con un nastro bianco i tuoi quaderni
che avevamo dimenticati. La bambina te li avrebbe portati.
Aggiustammo i tuoi quaderni nella cassa
della compagna che tu avevi prediletta.
Anch’essa venne vestita di bianco
nel torrido regno da cui nessuno è mai tornato.

Eri dritta e felice

Eri dritta e felice
Sulla porta che il vento
Apriva alla campagna.
Intrisa di luce
Stavi ferma nel giorno,
Al tempo delle vespe d’oro
Quando al sambuco
Si fanno dolci le midolla.
Allora s’andava scalzi
Per i fossi, si misurava l’ardore
Del sole dalle impronte
Lasciate sui sassi.

Faceva piena nei canali

Faceva piena nei canali
la sera fiorita di eriche
e cresceva fino a toccarti il piede.
Chiamavi l’ultima luce
” all’inganno della fonte e la rondine,

il petto molle dei primi
voli sugli orzi, ti garriva
nelle vesti.

Frutteto

Sono tre calabroni
che saggiano la pera:
vi affondano le corna.
Scavano un buco
fino a succhiarne la polpa.
Quando il sole si sposta,
dalla parte del sole
cavano un altro occhio.
Chiama la gente queste
le piante della sorte:
come piccoli teschi
pendono le zuccone
dagli alberi funesti.

I fanciulli battono le monete rosse

I fanciulli battono le monete rosse
Contro il muro. (Cadono distanti
Per terra con dolce rumore.) Gridano
A squarciagola in un fuoco di guerra.
Si scambiano motti superbi
E dolcissime ingiurie. La sera
Incendia le fronti, infuria i capelli.
Sulle selci calda è come sangue.
Il piazzale torna calmo.
Una moneta battuta si posa
Vicino all’altra alla misura di un palmo.
Il fanciullo preme sulla terra
La sua mano vittoriosa.

I vezzi dei fanciulli

Qualcuno si rovescia le palpebre
per darsi importanza,
riesce a far centro con uno schioppetto
caricato di stoppa e di saliva.
Mira a distanza in un occhio
e colpisce. Porta in tasca
un peperoncino, ne stacca
la punta coi denti, la sputa
fulmineo non visto
in faccia alla gente.

Imitazione della luna

La luna sanguina alle corna, mite
Settembre torna ai davanzali.
Ai davanzali una voce balbetta:
Luna, luna nova
chi ti cerca non ti trova
chi ti trova non ti aspetta.
Luna mia alta dove
è il gatto riverso che si spulcia?
Io non lo cerco altrove, luna
amorosa. Bruciano
gli occhi al buio, brucia
la tuberosa di settembre luna
sempre dolorosa.

La luna nuova di settembre

La luna nuova di settembre
ha cacciato i ragazzi sulla via.
Soffiano nelle mani, un po’ vili
un po’ pazzi, rifanno il verso
alla puzzola che si duole.
Ruzzolan nei cortili
tra i rovi e i calcinacci
a far razzia.
Hanno le ali ai piedi,
stringono le uova calde nelle tasche.
Li asseconda la luna che addormenta
i guardiani sulle frasche.

La visita di pascal

Pascal venne col solleone
a casa nostra
in sembianza di lattaio.
Non c’era la bottiglia.
° E fece scivolare

sotto la porta di servizio
un breve saluto
scritto con un mozzicone di matita:
«Non ò trovato il vuoto».

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