Leonardo Sinisgalli

Leonardo Sinisgalli

1908–1981 · visse 72 anni IT IT

n. 1908-03-09, Montemurro · m. 1981-01-31, Roma

Al tempo delle vigne

Al tempo delle vigne
carica di furore ai nostri occhi
si scopriva la terra e nelle mani
ancora al gesto acerbe e serene.
Si torceva alle giunture
sotto il peso del fiore
la pianta del fico dolente.
Infanzia gridata dagli uccelli
ti cacciava la sete a gola aperta
a piedi nudi sulle crete
il passo lesto all’insidia delle serpi.
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Poesie

18

Lucania

Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi,
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte
con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,
a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante,
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere.

Lo spirito del silenzio sta nei luoghi
della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto
sofistico e d’oro, problematico e sottile,
divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio
nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce
con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati.

Il sole sbieco sui lauri, il sole buono
con le grandi corna, l’odoroso paiato,
il sole avido di bambini, eccolo per le piazze!
Ha il passo pigro del bue, e sull’erba,
sulle selci lascia le grandi chiazze
zeppe di larve.

Terra di mamme grasse, di padri scuri
e lustri come scheletri, piena di galli
e di cani, di boschi e di calcare, terra
magra dove il grano cresce a stento

(carosella, granoturco, granofino)
e il vino non è squillante (menta
dell’Agri, basilico del Basento!)
e l’uliva ha il gusto dell’oblio,
il sapore del pianto.

In un’aria vulcanica, fortemente accensibile,
gli alberi respirano con un palpito inconsueto;
le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo.
Cumuli di macerie restano intatti per secoli:
nessuno rivolta una pietra per non inorridire.
Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico.
Solo un ragazzo può sporgersi agli orli
dell’abisso per cogliere il nettare
tra i cespi brulicanti di zanzare
e di tarantole.

Io tornerò vivo sotto le tue piogge rosse,
tornerò senza colpe a battere il tamburo,
a legare il mulo alla porta,
a raccogliere lumache negli orti.
Vedrò fumare le stoppie, le sterpaie,
le fosse, udrò il merlo cantare
sotto i tetti, udrò la gatta
cantare sui sepolcri.

Paese

Noi percorremmo tutto il paese nell’ora
che tornano gli asini col carico di legna
dalle cime profumate della Serra.
Raspavano le orecchie pelose contro le grezze
muraglie delle case, e tinniva, attaccata al collo,
la campanella della capretta che il vecchio
trascina al buio come un cane. Qualcuno
ci disse buona notte seduto davanti alla porta.
Le strade sono così strette e gli arredi
stanno così addossati alle soglie che noi
sentimmo friggere, al nascere della luna,
i peperoni calati nell’olio.

Tu eri molto colpita dal colore delle montagne.
“Forse sono state sotto il mare per millenni.”
‘“Quaggiù anche i sassi sembrano vizzi,
anche le foglie hanno qualcosa di frusto.”
Uscivano dagli usci le donne coi tizzi accesi.
‘Nei nostri paesi il sole cade a precipizio,
la notte è gia nei rintocchi della campagna di mezzogiorno.”
I cavalli tossivano di ritorno dall’abbeverata,
i cani s’infilavano tra le porte:
noi eravamo soli a pestare la cenere dell’aria.
“Pare che tutta la gente a quest’ora
torni a dormire sottoterra e poi risusciti
ogni giorno alla vita.” La strada era senza
rumori, come di cenci, scolorita.

Da una casa serrata il caprone della tribù
starnutiva dentro il letto di Margherita.

“Entriamo in casa dei nonni dove mia zia
e mio zio hanno sempre una buona cosa
conservata per me.” Ci sediamo in cucina e guardiamo
l’incantevole famiglia delle chiavi appese al muro:
la piccola chiave dell’orto, la chiave gigantesca
della cantina che ha più di cent’anni. “Mio nonno
sapeva col fischio delle chiavi quietare
il pianto dei nipoti.’ Ecco la chiave argentea
della conigliera, e le lucerne, i lumi, i lucignoli.
Ingranditi sui muri guardo i profili
dei miei parenti e le immense ombre
delle mosche che strisciano come topi sulle pareti.
‘“Cosima Diesbach, mia nonna, aveva girato il mondo.
I miei avi hanno forse conosciuto l’Atlantide.”

Domenico passa di sera a chiudere le chiese,
a sprangare il cancello dei morti.
‘“Raccontavano a noi ragazzi
ch’egli parlava con la civetta, sui tetti, lassù.
Ha le orecchie mangiate, il campanaro,
ha il sonno duro. Per vestire i defunti
(non c’è nessuno più abile di lui)
bisognava chiamarlo lunghe ore
nel cuore della notte e fischiare forte
nelle chiavi.” Domenico è lì che strofina
uno zolfanello ai pantaloni, fuma la pipa
assorto sulla ripa del valico
dove una lontana sera vidi poggiare
la bara del Cristo morto, alla ringhiera.

Giù nella valle Crescenzio aizza la mula
zoppa. “lo ho buttato le redini sulla groppa.”

Rosei del rosa dolce delle case

Rosei del rosa dolce delle case
D’autunno i muratori sopra i tetti
All’aria cantano stretti sull’anca
Docile il piede bianco alle cimase.
Stanno nel cielo in bilico e la voce
Resta sospesa sopra le grondaie
Leggera, chè la voce resta in aria.

Rue Sainte Walburge

Forse ha battuto più forte
Il tuo cuore dei tacchi del lanciere.
Ti ritorna il frastuono in un odore
Di capelli, i giorni belli
Al moto biondo della Mosa.
Sbiadiscono nella caligine
La strada del borgo, le scritte
Straniere delle insegne, i campi
Dietro le palafitte.
Tu ne ritrovi la traccia
E da uno sbuffo di vapore
Avanza la cara figura d’amore
Quei dolci tacchi battuti sul cuore
E l’ombra calda sulla faccia.

San Babila

Trascina il vento della sera
Attaccate agli ombrelli a colore
Le piccole fioraie
Che strillano gaie nelle maglie.
Come rondini alle grondaie
Resteranno sospese nell’aria
Le venditrici di dalie
Ora che il vento della sera
Gonfia gli ombrelli a mongolfiera.

Similitudini

Potevo un tempo perdervi
in mille similitudini!
I cieli erano colmi,
il mio cuore era ricco.

La pianta del fico non aspettava l’acqua.
Mi son fatto avaro
dei pochi resti del mondo.
Ora ascolto e rispondo.

Ti porterò la mia testa vacante

Ti porterò la mia testa vacante
e tu andrai più dolce di una lacrima
a cercarti un piccolo alveo sotto gli occhi.
Ma così lieve, così arrendevole
che un fiotto di luce ti spazzerà.

Vidi le muse

Sulla collina
io certo vidi le Muse
appollaiate tra le foglie.
Io vidi allora le Muse
tra le foglie larghe delle querce
mangiare ghiande e coccole.
Vidi le Muse su una quercia
secolare che gracchiavano.
Meravigliato il mio cuore
chiesi al mio cuore meravigliato
io dissi al mio cuore la meraviglia.

Muore il ragazzo un poco
ogni giorno per giuoco.
Per giuoco morde invano
il cavo della mano.
Trascorre le vacanze ebbro
tra i maceri cespi di papaveri
steso sul letto per noia
e diletto a guardare le travi.
Ma lo stornano ombre
solitarie nel cielo della stanza,
labili ombre passeggere
sul soffitto. È l’ariete
che batte ostinato le corna
a capofitto nella quiete.

Libri

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