Lourenço de Médici

Lourenço de Médici

1449–1492 · visse 43 anni IT IT

n. 1449-01-01, Florença · m. 1492-04-08, Careggi

Canto dei calzolai

A queste belle scarpe, alle pianelle!
Venite a comperar, donne e donzelle.
Perché l’usiate in questo Carnevale,
fatte l’abbiamo, e di cuoio cotale
che v’entreranno, e non vi faran male
benché sien strette. È gentile la pelle.
Noi abbiam forme d’infinite sorte:
qual son più lunghe, e quali un po’ più corte;
perdonateci: egli è proprio una morte
potervi contentare, o donne belle;
quasi una forma, o più o meno un dito
serve a ciascuna che non ha marito;
ma poiché seco una notte ha dormito,
bisogna maggior forme, assai per quelle.
Mettete, donne, un po’ qui su la mano,
e stropicciate la schiena pian piano:
sentirete allargarle ammano ammano.
Esser voglion così le buone pelle.
Donne, noi vi darem le scarpe a prova
e portatele al fango ed alla piova;
e se del far con noi poi non vi giova,
senza danari siensi vostre quelle.
Deh, mettetevi queste un po’ da voi,
ma se volete, v’aiuterem noi;
e sarà meglio; perché spesso poi
chi non fa piano, fa crepar la pelle,
e si può male inver senza noi fare
la prima volta chi vuol ben calzare;
perché bisogna una certa arte usare,
la qual v’insegneremo, o donne belle.
Quando ve le calzate, e voi pignete
un poco il piede, in qua e ’n là il volgete,
infin che drento tutto ve l’avete;
oh quanto stanno poi pulite e belle!
La scarpa quanto più ella si porta
sapete che s’allarga e vien bistorta;
ma la ritorna si stringe e raccorta,
chi la bagna con acqua di mortelle.
Queste pianelle sono alte all’usanza
un terzo è ’nvero, e non si può far sanza;
a chi non è tal misura abbastanza,
fatica arà trovar maggior pianelle;
quest’altre che son fatte alla franciosa,
hanno la punta larga e spaziosa;
a chi n’usa gli par poi ghiotta cosa,
ma sono assai più utili che belle.
Bisognerebbe, tante ce n’è chieste,
la notte lavorassimo e le feste;
ma noi non reggeremmo; e già per queste,
molte ci vengon dietro per averle.
Noi v’abbiamo, donne, or’ogni cosa mostro;
questo in effetto, è il lavor nostro,
fra tutti ci sarà ’l bisogno vostro
e farenvi piacere, o donne belle.
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Poesie

3

Canto dei calzolai

A queste belle scarpe, alle pianelle!
Venite a comperar, donne e donzelle.
Perché l’usiate in questo Carnevale,
fatte l’abbiamo, e di cuoio cotale
che v’entreranno, e non vi faran male
benché sien strette. È gentile la pelle.
Noi abbiam forme d’infinite sorte:
qual son più lunghe, e quali un po’ più corte;
perdonateci: egli è proprio una morte
potervi contentare, o donne belle;
quasi una forma, o più o meno un dito
serve a ciascuna che non ha marito;
ma poiché seco una notte ha dormito,
bisogna maggior forme, assai per quelle.
Mettete, donne, un po’ qui su la mano,
e stropicciate la schiena pian piano:
sentirete allargarle ammano ammano.
Esser voglion così le buone pelle.
Donne, noi vi darem le scarpe a prova
e portatele al fango ed alla piova;
e se del far con noi poi non vi giova,
senza danari siensi vostre quelle.
Deh, mettetevi queste un po’ da voi,
ma se volete, v’aiuterem noi;
e sarà meglio; perché spesso poi
chi non fa piano, fa crepar la pelle,
e si può male inver senza noi fare
la prima volta chi vuol ben calzare;
perché bisogna una certa arte usare,
la qual v’insegneremo, o donne belle.
Quando ve le calzate, e voi pignete
un poco il piede, in qua e ’n là il volgete,
infin che drento tutto ve l’avete;
oh quanto stanno poi pulite e belle!
La scarpa quanto più ella si porta
sapete che s’allarga e vien bistorta;
ma la ritorna si stringe e raccorta,
chi la bagna con acqua di mortelle.
Queste pianelle sono alte all’usanza
un terzo è ’nvero, e non si può far sanza;
a chi non è tal misura abbastanza,
fatica arà trovar maggior pianelle;
quest’altre che son fatte alla franciosa,
hanno la punta larga e spaziosa;
a chi n’usa gli par poi ghiotta cosa,
ma sono assai più utili che belle.
Bisognerebbe, tante ce n’è chieste,
la notte lavorassimo e le feste;
ma noi non reggeremmo; e già per queste,
molte ci vengon dietro per averle.
Noi v’abbiamo, donne, or’ogni cosa mostro;
questo in effetto, è il lavor nostro,
fra tutti ci sarà ’l bisogno vostro
e farenvi piacere, o donne belle.

Il trionfo di bacco e arianna

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perchè ’ tempo fugge e ‘nganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe e altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questi lieti Satiretti
delle Ninfe innamorati
per caverne e per boschetti
han lor posto cento aguati:
or da Bacco riscaldati,
ballon, saltan tuttavia.
Chi vuol esset lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Queste ninfe hanno anco caro
da loro essere ingannate:
non puon far a Amor riparo
se non genti rozze e ’ngrate:
ora insieme mescolate
fanno festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questa soma che vien dreto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno:
se non può star ritto almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Mida vien dopo costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
poichè l’uom non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi:
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi:
ogni tristo pensier caschi;
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti,
arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Quel ch’ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!

Sonetto

chi vuol le pompe e gli alti onori,
le piazze, i templi e gli edifizi magni,
le delizie, il tesor, quale accompagni
mille duri pensier, mille dolori.

Un verde praticel pien di bei fiori,
un rivolo che l’erba intorno bagni,
un augelletto che d’amor si lagni,
acqueta molto meglio i nostri ardoti;

l’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,
gli antri oscuri, e le fere fuggitive,
qualche leggiadra ninfa, paurosa.

Quivi vegg’io con pensier vaghi e pronti
le belle luci come fosser vive;
qui me le toglie or una or altra cosa.

Libri

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