Monte Andrea

Monte Andrea

n. , Florença

Abì lasso doloroso, più non posso

Ahi lasso doloroso, più non posso
celar né covrire ’I mortal dolore,
li affanni, li penser c’hanno colore
di lor vert me dato in ciascun membro.
L’arma e lo core n’è compreso e mosso,
solo un punto non posso me tritrarne:
tant’è il soperchio, convene mostrarne
in mia canzon, poi non son ciò ch’eo sembrò.
Isvariato son d’ogn’altro corpo,
fuor di natura son d’ogne animale;
e solo Amore m’ha condotto a tale,
che ’n sua propia natura tuttor resta
lo mio affetto, ed hami dato vesta
di sé: vedete oimai chent’ essor pò!

Poi sì compreso m’ha, che me ne nasce
in tutto, ove Onor valemi, disvaro,
se ben disio alcuno, ho lo contraro;
lo volere, ove l’aggio, fior non cape.
Chi dir volesse; “Amor di che te pasce?”,
rispondo: “Di dolori e di martiri,
d’affanno, di pensieri e di sospiri;
tenemi in foco con ardenti vape.”
Maninconia, ira con tutti guai,
tempesta, pena un’ora non mi lascia:
di cotai gioie Amor tutto mi fascia,
sì che mi fa parer la vita morte;
ed ancor peggio: sì tormento forte,
creder mi fa non aver fine mai.

Chi vole dir: “Ché non ti parti, folle?”;
“Non ho il poder, Amor mi tien riposto,
e ’n fera segnoria m’ave aposto,
sì c’assai peggio son certo che guasto;
arditanza, bailia tutta mi tolle
la segnoria che per forza seguisco.
Ma sai che fo? Di pianto mi nodrisco,
c’altro argomento non m’averia basto.”
Più ch’eo non dico son certo a mal passo:
ubidir e servir tal mi convene,
non aver peggio seria ’n for di pene;
ché tutta gente par mi mostri a dito:
così son disorrato ed aunito
per te, Amor, si m’hai condotto, lasso!

Conosco bene il reo passo ove sono;
ma, sì com’e’ aggio detto di sovra,
non ho podere in me, forza néd ovra,
cl’io possa mantener mia vita larga.
Però fa fal di ciò chi porta sòno
in dispregio, poi non sano il mal ch’abbo;
ma sai che pagamento eo ne torrabbo?
Seguerò lo proverbio ch’è da Barga.
Ché già non posso contradiar null’omo;
ma chi savesse com’io son condotto,
contra di me non parlerebbe motto;
non mi sarebbe sì crudel nemico:
ché de le cento parti una non dico
de’ dolorosi mali ove consumo.

Chi nocere vol meve, n’ha gran campo,
poi tutte degnità per me son vote:
facciami male ciascun quanto pote,
c’Amor vuol sia d’ogni tormento tomba.
In tal sentenza son, mai no ’nde campo:
di si mortale guisa Amor m’ha colmo,
che già trabocco, ché ne vien lo scolmo,
e ’n tutte parti già lo suon rimbomba.
Poi d’esta morte faccio come il nibbi’à,
però chi me sentenza fa mal troppo:
ché contro Amor già non vale rintoppo,
che, cu’ istringe, com’ più si contende,
sotto di sé più lo legh’ e lo prende;
e ’l doglioso manto adosso gli afibbia.

Però tema ciascun c’Amor nol leghi;
de’ suoi perigli alquanto fòvi cerna,
nel passo ove conduce cui governa.
Ma s’io dicesse ciò ch’a me ne serbo,
già non saria null’om ver’ me sì acerbo,
nol movesse pietà a far di me preghi.
Meo lamento, movi, e sai cui parla;
ai noiosi riprenditori a torto
di’ che nave talor, poi giunta a porto,
di gran tempesta père e va a fondo:
cosî d’Amor poriano aver lo pondo;
non pecchin più di tal sentenza darla.
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Poesie

3

Abì lasso doloroso, più non posso

Ahi lasso doloroso, più non posso
celar né covrire ’I mortal dolore,
li affanni, li penser c’hanno colore
di lor vert me dato in ciascun membro.
L’arma e lo core n’è compreso e mosso,
solo un punto non posso me tritrarne:
tant’è il soperchio, convene mostrarne
in mia canzon, poi non son ciò ch’eo sembrò.
Isvariato son d’ogn’altro corpo,
fuor di natura son d’ogne animale;
e solo Amore m’ha condotto a tale,
che ’n sua propia natura tuttor resta
lo mio affetto, ed hami dato vesta
di sé: vedete oimai chent’ essor pò!

Poi sì compreso m’ha, che me ne nasce
in tutto, ove Onor valemi, disvaro,
se ben disio alcuno, ho lo contraro;
lo volere, ove l’aggio, fior non cape.
Chi dir volesse; “Amor di che te pasce?”,
rispondo: “Di dolori e di martiri,
d’affanno, di pensieri e di sospiri;
tenemi in foco con ardenti vape.”
Maninconia, ira con tutti guai,
tempesta, pena un’ora non mi lascia:
di cotai gioie Amor tutto mi fascia,
sì che mi fa parer la vita morte;
ed ancor peggio: sì tormento forte,
creder mi fa non aver fine mai.

Chi vole dir: “Ché non ti parti, folle?”;
“Non ho il poder, Amor mi tien riposto,
e ’n fera segnoria m’ave aposto,
sì c’assai peggio son certo che guasto;
arditanza, bailia tutta mi tolle
la segnoria che per forza seguisco.
Ma sai che fo? Di pianto mi nodrisco,
c’altro argomento non m’averia basto.”
Più ch’eo non dico son certo a mal passo:
ubidir e servir tal mi convene,
non aver peggio seria ’n for di pene;
ché tutta gente par mi mostri a dito:
così son disorrato ed aunito
per te, Amor, si m’hai condotto, lasso!

Conosco bene il reo passo ove sono;
ma, sì com’e’ aggio detto di sovra,
non ho podere in me, forza néd ovra,
cl’io possa mantener mia vita larga.
Però fa fal di ciò chi porta sòno
in dispregio, poi non sano il mal ch’abbo;
ma sai che pagamento eo ne torrabbo?
Seguerò lo proverbio ch’è da Barga.
Ché già non posso contradiar null’omo;
ma chi savesse com’io son condotto,
contra di me non parlerebbe motto;
non mi sarebbe sì crudel nemico:
ché de le cento parti una non dico
de’ dolorosi mali ove consumo.

Chi nocere vol meve, n’ha gran campo,
poi tutte degnità per me son vote:
facciami male ciascun quanto pote,
c’Amor vuol sia d’ogni tormento tomba.
In tal sentenza son, mai no ’nde campo:
di si mortale guisa Amor m’ha colmo,
che già trabocco, ché ne vien lo scolmo,
e ’n tutte parti già lo suon rimbomba.
Poi d’esta morte faccio come il nibbi’à,
però chi me sentenza fa mal troppo:
ché contro Amor già non vale rintoppo,
che, cu’ istringe, com’ più si contende,
sotto di sé più lo legh’ e lo prende;
e ’l doglioso manto adosso gli afibbia.

Però tema ciascun c’Amor nol leghi;
de’ suoi perigli alquanto fòvi cerna,
nel passo ove conduce cui governa.
Ma s’io dicesse ciò ch’a me ne serbo,
già non saria null’om ver’ me sì acerbo,
nol movesse pietà a far di me preghi.
Meo lamento, movi, e sai cui parla;
ai noiosi riprenditori a torto
di’ che nave talor, poi giunta a porto,
di gran tempesta père e va a fondo:
cosî d’Amor poriano aver lo pondo;
non pecchin più di tal sentenza darla.

Dolente me, son morto ed aggio vita

Dolente me, son mòrto ed aggio vita,
non posso prender mai consumamento:
sempre cor’ e corp’ ho, l’arm’è guernita
di dolorosi mai stando in tormento.
Non veggio mai chio possa aver fenita,
però di me morire v’aconsento:
poi dal corpo l’arma fosse partita,
fora saria di tanto struggimento;
ma di tal guisa ho questa ferita,
non farò da dolor mai partimento.

Ma tuttavia pur di male in peggio
ognor sormonto: Deo, come ne scampo?
ché non fenisco tanto mal proseggio?
Verso di me ha preso tanto campo
lo mal d’Amore, ca sio vado o reggio,
sono preso d’un foco ond’i’ si avampo.

Panuccio dal Bagno

Poi che ’l ferro la calamita saggia

Poi che ’l ferro la calamita saggia
ver’ la stella dirizza mantenente,
e se la stella, per scurtate ch’aggia,
si cela, già non parte di neiente.
Così, donna, mostrandovi salvaggia,
celando me vostra fazzon piagente,
non v’ascondete sì, ched io non aggia
agli occhi vostra figura presente;
e non vi val, ché già non mi scoraggia
di voi amar, ma più son ubidente.

E pur venisse che mi foste ascosa,
non vi potesse cogli occhi cernire,
sacciate che lo cor non vi dà posa:
giamai non parto voi sempre seguire,
fintanto che sarete sì pietosa,
che non vi piaccia chio deggia morire.

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