❦
La traversata dell’oasi
Maria Luisa Spaziani
❧

La traversata dell’oasi

Dev’essere passato quel passero

Dev’essere passato quel passero sulla tua casa,
che qui sul terrazzo è planato a beccare briciole.
Mi diceva di te, del tuo risveglio,
del saluto silenzioso che mi avevi mandato.

Saprò riconoscerlo, il passero messaggero.
Aprirà le porte dell’alba, ospite benvenuto.
In secoli remoti sarebbe stato un angelo
ma in tempi sconsacrati mi va bene lo stesso.

Finisce un anno

Finisce un anno strano, l’anno dei nostri incontri,
tempo fiorito da febbraio a dicembre.
I giorni non fiorivano negli ultimi anni
ma questa ricchezza compensa ogni passato.

Ho ritrovato il gusto delle speranze giovani,
gli slanci incauti, la fede nel prodigio.
Dammi la mano. Ti tenti l’avventura,
questo viaggio a ritroso in boschi che si svegliano.

Ibernati, incoscienti

Ibernati, incoscienti, inesistenti
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.

Ma qui ora c’è l’oasi, la catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.
Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.

L’argilla più tenace

L’argilla più tenace, quella che soffoca il seme,
la raggiunge la pioggia del temerario aprile.
L’alito, il tocco delle dolci dita
sapranno scardinare cassaforti.

Un volo di colombe può rovesciare una torre,
un battere di ciglia invertire un destino.
E si turba l’argilla, quasi cede,
si ostina il seme, trova la sua verticale.

Mi hai aiutata a scoprire

Mi hai aiutata a scoprire che sono viva
come mai prima, sento travolgente
l’essenza del mare, prima solo profumo.
Allargo l’ala, sono una rondine altissima.

Tu, aria, mi sorreggi, tu luce n’investì,
mi svesti del corpo, fai il corpo veggente.
Mi dài la memoria del futuro, scegli
a tuo talento la vita e la morte.

Non lasciarmi per mesi

Non lasciarmi per mesi, sono il guardiano del faro
ma troppa solitudine potrà farmi impazzire.
So tutto di bonacce e di marosi,
di azzurri e grigi, carte di tarocchi.

Voglio invertire i ruoli, e segregarti qui
a dialogare coi venti gridando alto il mio nome.
Ah, lo facevi un tempo e io gradivo l’omaggio
prima che il fuoco cambiasse direzione.

Non rispondi

Non rispondi al telefono. Il termometro scende,
la noia come una bruma viene a ovattare le cose.
Dove sei? cosa fai? così la noia raddoppia
invischiandomi fitta nei mots de la tribu.

Voglio fare ipotesi anomale che altre non fanno.
Mi aiutino le leggende: sei diventato un bambù,
un bel cesto tardivo di capperi, un gabbiano del Tevere,
o, padre fondatore, sei stato assunto in cielo?

Non sa, la barca

Non sa, la barca, risalire il fiume.
Nessun vento contrasta la rapida.
Felicità, gonfiavi le mie vele.
Ora smorte cadono in lamenti.

Ma sarebbero ancora le parole
l’essenziale energia. Quel silenzio
che sempre è il limo fertile del verso,
ora è puro veleno.

Se gli scalmi tradiscono

Se gli scalmi tradiscono, e si allentano
i cerchioni di ferro dei remi,
e i remi laschi perdono fiducia
e si affloscia la presa della mano,

se sei lontano, e pallidi suoni
dalla terra promessa mi raggiungono,
ah, si gonfi la vela, prenda slancio
lei, la parola, l’unico mio Dio —

Sono schiava del tempo

Sono schiava del tempo, le ore e i giorni
sono cilizi dalle punte aguzze.
Vorrei essere il fulmine che serpeggia
in un attimo fra tutte le stanze —

un laccio incandescente che condensi
il discorso essenziale, non più tramiti,
parole ritmi musiche semantiche,
solo labbra di fuoco.

Tante tegole in fila

Tante tegole in fila accavallate
i nostri giorni. Qua scheggiate e rotte,
altre azzurre di muschi, e altre assenti
per la furia del vento.

Lo strano calendario anche registra
il nostro incontro e alto lo segnala.
In una fenditura è già fiorito
il giglio rosso.

Trasale la luce

Trasale la luce: ho visto il nodo e lo snodo,
il volto inerte e l’ostia del tuo sguardo.
Nasco in te nel mattino. Una spugna brillante
cancella dal mondo caligini e sbavature.

Dissi un tempo “t’amo” e oggi me ne pento.
Ho usato parole comuni. Avrei dovuto cantarlo
con gli ultrasuoni del gufo, con arpe celesti,
con lo schianto intraducibile del mare.
❦ La traversata dell’oasi · Maria Luisa Spaziani
Libri