Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Alberto Arbasino
Da Seguendo la flotta
Ossigenarsi a Taranto
È stato il primo errore.
L’ho fatto per amore
Di un incrociatore
E son finita su un rimorchiatore.
Salire a bordo a Augusta
È stato un altro sbaglio.
Io non sono robusta,
E portavo un ventaglio.
Mi ha vista l’ammiraglio.
Aveva una frusta
– Che cosa ingiusta –
Mi ha fatto anche un taglio…
È stato il primo errore.
L’ho fatto per amore
Di un incrociatore
E son finita su un rimorchiatore.
Salire a bordo a Augusta
È stato un altro sbaglio.
Io non sono robusta,
E portavo un ventaglio.
Mi ha vista l’ammiraglio.
Aveva una frusta
– Che cosa ingiusta –
Mi ha fatto anche un taglio…
Alberto Cappi
Apocalisse
I
resi
lo nome mio
tra il pozzo e l’ira
lo nome mio
la frusta
dal vento
il prezzo asciuga
che la locusta ara
vara
lo nome mio ch’’intesi
l’argilla riga
nel tempo
che il segno mio
che il sigillo gira
che il segno mio lo fuga
tacqui.
IV
del morbo il riso
colui che giacque
la mola
colui che giacque
mano tenta
per acqua
lenta o loto
persa
la serpe invano
colui che giacque inviso
secca la notte
per lama
lampo o fuoco
se
Da CASA DELLE FORME
resi
lo nome mio
tra il pozzo e l’ira
lo nome mio
la frusta
dal vento
il prezzo asciuga
che la locusta ara
vara
lo nome mio ch’’intesi
l’argilla riga
nel tempo
che il segno mio
che il sigillo gira
che il segno mio lo fuga
tacqui.
IV
del morbo il riso
colui che giacque
la mola
colui che giacque
mano tenta
per acqua
lenta o loto
persa
la serpe invano
colui che giacque inviso
secca la notte
per lama
lampo o fuoco
se
Da CASA DELLE FORME
Alberto Cappi
Doni
noi che remammo al muto modo
che la faretra
tetra
sulla pietra abbandonammo
noi che il solco tolto al dito
sulla rena il segno seminava
noi che la pena arava
sono nel mio dicembre
come un verme
nella mela
inerme nella sera
che la faretra
tetra
sulla pietra abbandonammo
noi che il solco tolto al dito
sulla rena il segno seminava
noi che la pena arava
sono nel mio dicembre
come un verme
nella mela
inerme nella sera
1
Alberto Cappi
E comunque
e comunque che cosa ho promesso
l’anima svestita il bisbigliare
il lare delle 13 delle 13 e 30
chi si attenta l’abito a voltare
della mia memoria che addita una
storia d’eccessi un parlottare
siamo in sera di ghiandaie in
morsi torsi e torti e sfinimenti
sono in ringhio il graffio i denti
l’anima svestita il bisbigliare
il lare delle 13 delle 13 e 30
chi si attenta l’abito a voltare
della mia memoria che addita una
storia d’eccessi un parlottare
siamo in sera di ghiandaie in
morsi torsi e torti e sfinimenti
sono in ringhio il graffio i denti
Alberto Cappi
Invocazioni
a quale solitudine
chiamato
a quale dismisura
e somiglianza
a che chiusura
O assenza
l’una investe
beatitudine
nel suo testo
di rabbia
e fin che abbia
resto
d’esser nato
chiamato
a quale dismisura
e somiglianza
a che chiusura
O assenza
l’una investe
beatitudine
nel suo testo
di rabbia
e fin che abbia
resto
d’esser nato
Alberto Cappi
Siderazioni
questa è la sera di Santa Lucia
con il fieno del suo tramonto
sulla strada di nebbia e fumo
questo è il carro della rada via
nel ricordo dei sogni di bambino
che freddo madre mia
che strano rumore di fantasia!
con il fieno del suo tramonto
sulla strada di nebbia e fumo
questo è il carro della rada via
nel ricordo dei sogni di bambino
che freddo madre mia
che strano rumore di fantasia!
Albino Pierro
Mbàreche mi vó’
Mbàreche mi vó’,
e già mi sònnese, ‘a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ‘a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.
e già mi sònnese, ‘a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ‘a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.
Albino Pierro
Pòura chèpa
Mó da què
e mó d’allè,
sta pòura chèpa méje nun si mpùntete
mèi e po’ mèi
di si turciniè.
U capitone strinte nda nu sicchie,
si c’i affòchese, u iurne di Natèe,
i’è com’a stu cirvelle ca ci sbàttete
nd’ ‘a chèpa chiìne di sagne.
E doppe ca le uéra fè stè quéte
schitte cchi ni picche?
Nun c’è Criste, uagnù,
cca mi rispònnete
sempe u no di nu lagne.
e mó d’allè,
sta pòura chèpa méje nun si mpùntete
mèi e po’ mèi
di si turciniè.
U capitone strinte nda nu sicchie,
si c’i affòchese, u iurne di Natèe,
i’è com’a stu cirvelle ca ci sbàttete
nd’ ‘a chèpa chiìne di sagne.
E doppe ca le uéra fè stè quéte
schitte cchi ni picche?
Nun c’è Criste, uagnù,
cca mi rispònnete
sempe u no di nu lagne.
Alda Merini
. Alla seconda sigaretta
Alla seconda sigaretta mi irrito
e vorrei cambiare persona.
Abito in me come abito il mondo:
son diventata troppo stretta di fianchi
e comincio ad allargarmi nel destino.
Sto diventando come olio pesante,
macchina senza stantuffo
che non vogliono portare via:
fossi solo il mietitore di Norca
avrei trovato la mia baldracca
da mettere in un letto sporco.
e vorrei cambiare persona.
Abito in me come abito il mondo:
son diventata troppo stretta di fianchi
e comincio ad allargarmi nel destino.
Sto diventando come olio pesante,
macchina senza stantuffo
che non vogliono portare via:
fossi solo il mietitore di Norca
avrei trovato la mia baldracca
da mettere in un letto sporco.
Alda Merini
Cavernicola come sono
Cavernicola come sono,
attaccata alla mia palafitta
cerco il fango, il mio umido amico,
con intorno un lago dorato.
Mi è sempre piaciuto cavalcare l’aria,
avere una casa isolata da tutti,
dire che non conosco nessuno.
Invece mi conoscono in cielo
ardono di amore e di odio
e mi fanno uscire di senno.
attaccata alla mia palafitta
cerco il fango, il mio umido amico,
con intorno un lago dorato.
Mi è sempre piaciuto cavalcare l’aria,
avere una casa isolata da tutti,
dire che non conosco nessuno.
Invece mi conoscono in cielo
ardono di amore e di odio
e mi fanno uscire di senno.
Alda Merini
Era il sei di gennaio
Era il sei di gennaio maledetto
quando fugando le mie vecchie pietre
me ne andai solitaria per la via
in cerca di un raccolto levigato.
Sono una donna dalle cieche braccia
che si regge rapita nella salma
di te beato che mi canti in piena,
e pensando di te che sei partito
oltre e non oltre dentro il sentimento
mi sembri un grande alone di coraggio,
idolo fresco della giovinezza.
quando fugando le mie vecchie pietre
me ne andai solitaria per la via
in cerca di un raccolto levigato.
Sono una donna dalle cieche braccia
che si regge rapita nella salma
di te beato che mi canti in piena,
e pensando di te che sei partito
oltre e non oltre dentro il sentimento
mi sembri un grande alone di coraggio,
idolo fresco della giovinezza.
Alda Merini
Felice te che spargi
Felice te che spargi sementi ovunque
e sei dedito al tuo sogno di corallo
come il pescatore che grida
nelle risacche e lancia reti e addii
e parte per terre infinite.
Felice te che credi che il mondo sia immenso
mentre è solo un salvacondotto impuro
per la morte del giorno.
e sei dedito al tuo sogno di corallo
come il pescatore che grida
nelle risacche e lancia reti e addii
e parte per terre infinite.
Felice te che credi che il mondo sia immenso
mentre è solo un salvacondotto impuro
per la morte del giorno.
Alda Merini
I versi sono polvere
I versi sono polvere chiusa
di un mio tormento d’amore,
ma fuori l’aria è corretta,
mutevole e dolce e il sole
ti parla di care promesse,
così quando scrivo
chino il capo nella polvere
e anelo il vento, il sole,
e la mia pelle di donna
contro la pelle di un uomo.
Da LA GAZZA LADRA
di un mio tormento d’amore,
ma fuori l’aria è corretta,
mutevole e dolce e il sole
ti parla di care promesse,
così quando scrivo
chino il capo nella polvere
e anelo il vento, il sole,
e la mia pelle di donna
contro la pelle di un uomo.
Da LA GAZZA LADRA
Alda Merini
Il dottore agguerrito
Il dottore agguerrito nella notte
viene con i piedi felpati alla tua sorte,
e sogghignando guarda 1 volti tristi
degli ammalati, quindi ti ammannisce
una pesante dose sedativa
per colmare il tuo sonno e dentro il braccio
attacca una flebo che sommuova
il tuo sangue irruente di poeta.
Poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio.
viene con i piedi felpati alla tua sorte,
e sogghignando guarda 1 volti tristi
degli ammalati, quindi ti ammannisce
una pesante dose sedativa
per colmare il tuo sonno e dentro il braccio
attacca una flebo che sommuova
il tuo sangue irruente di poeta.
Poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio.
Alda Merini
Il manicomio è una grande cassa
Il manicomio è una grande cassa di risonanza
e 11 delirio diventa eco
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai,
maledetto, su cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.
e 11 delirio diventa eco
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai,
maledetto, su cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.
Alda Merini
Laggiù dove morivano i dannati
Laggiù dove morivano i dannati
nell’inferno decadente e folle
nel manicomio infinito,
dove le membra intorpidite
si avvoltano nei lini
come in un sudario semita,
laggiù dove le ombre del trapasso
ti lambivano i piedi nudi
usciti di sotto le lenzuola,
e le fascette torride
ti solcavano i piedi e anche le mani,
e odoravi di feci, -
laggiù, nel manicomio
facile era traslare
toccare il paradiso.
Lo facevi con la mente affocata,
con le mani molli di sudore,
col pene alzato all’aria
come una sconcezza per Dio,
laggiù in manicomio
dove le urla venivano attutite
da sanguinari cuscini.
Laggiù tu vedevi Iddio
non so, tra le traslucide idee
della tua grande follia.
Iddio ti compariva
e il tuo corpo andava in briciole,
delle briciole bionde e odorose
che scendevano a devastare
sciami di rondini improvvise.
nell’inferno decadente e folle
nel manicomio infinito,
dove le membra intorpidite
si avvoltano nei lini
come in un sudario semita,
laggiù dove le ombre del trapasso
ti lambivano i piedi nudi
usciti di sotto le lenzuola,
e le fascette torride
ti solcavano i piedi e anche le mani,
e odoravi di feci, -
laggiù, nel manicomio
facile era traslare
toccare il paradiso.
Lo facevi con la mente affocata,
con le mani molli di sudore,
col pene alzato all’aria
come una sconcezza per Dio,
laggiù in manicomio
dove le urla venivano attutite
da sanguinari cuscini.
Laggiù tu vedevi Iddio
non so, tra le traslucide idee
della tua grande follia.
Iddio ti compariva
e il tuo corpo andava in briciole,
delle briciole bionde e odorose
che scendevano a devastare
sciami di rondini improvvise.
Alda Merini
Non sparire nell’azzurro
Non sparire nell’azzurro,
ho visto un giorno la tua salma appesa
ferma nel vuoto, pareva che cantasse,
e poi ancora due denti vespertini
rossi di volpe, che avevano preso
di te tutto il conforto della Chiesa.
Non vangare negli orizzonti,
a volte ci sono chiuse, poi maremme...
e tu ti nascondevi dentro gli auspici
della demenza, sai, che era un vibrare
dentro le corde del tuo Creatore.
Hai lasciato una lira nel tuo scambio
di asceta, questa lira polverosa
che non ha conio in terra straniera,
che si muta soltanto in Paradiso.
ho visto un giorno la tua salma appesa
ferma nel vuoto, pareva che cantasse,
e poi ancora due denti vespertini
rossi di volpe, che avevano preso
di te tutto il conforto della Chiesa.
Non vangare negli orizzonti,
a volte ci sono chiuse, poi maremme...
e tu ti nascondevi dentro gli auspici
della demenza, sai, che era un vibrare
dentro le corde del tuo Creatore.
Hai lasciato una lira nel tuo scambio
di asceta, questa lira polverosa
che non ha conio in terra straniera,
che si muta soltanto in Paradiso.
Alda Merini
Piange la follia
Piange la follia nel mio letto
assurda memoria di altri momenti.
In me tutti sanno la follia
e io la venero,
straordinario balcone di canto,
ma nessuno ama la donna
che si brucia allo specchio.
Nessuno sa che cosa sia il piacere
di reggere il lume della pazienza
attraverso strade infeconde
liberando momenti di solitudine.
Paiono orrende torture
ma intanto mangi e bevi e vai avanti
dopo aver conosciuto l’embrione
che ti ha dimenticato.
assurda memoria di altri momenti.
In me tutti sanno la follia
e io la venero,
straordinario balcone di canto,
ma nessuno ama la donna
che si brucia allo specchio.
Nessuno sa che cosa sia il piacere
di reggere il lume della pazienza
attraverso strade infeconde
liberando momenti di solitudine.
Paiono orrende torture
ma intanto mangi e bevi e vai avanti
dopo aver conosciuto l’embrione
che ti ha dimenticato.
Alda Merini
Piange la follia
Piange la follia nel mio letto
assurda memoria di altri momenti.
In me tutti sanno la follia
e io la venero,
straordinario balcone di canto,
ma nessuno ama la donna
che si brucia allo specchio.
Nessuno sa che cosa sia il piacere
di reggere il lume della pazienza
attraverso strade infeconde
liberando momenti di solitudine.
Paiono orrende torture
ma intanto mangi e bevi e vai avanti
dopo aver conosciuto l’embrione
che ti ha dimenticato.
assurda memoria di altri momenti.
In me tutti sanno la follia
e io la venero,
straordinario balcone di canto,
ma nessuno ama la donna
che si brucia allo specchio.
Nessuno sa che cosa sia il piacere
di reggere il lume della pazienza
attraverso strade infeconde
liberando momenti di solitudine.
Paiono orrende torture
ma intanto mangi e bevi e vai avanti
dopo aver conosciuto l’embrione
che ti ha dimenticato.
Alda Merini
Quando sono entrata
Quando sono entrata
tre occhi mi hanno raccolto
dentro le loro sfere,
tre occhi duri impazziti
di malate dementi:
allora io ho perso i sensi
ho capito che quel lago
azzurro era uno stagno
melmoso di triti rifiuti
in cui sarei annegata.
tre occhi mi hanno raccolto
dentro le loro sfere,
tre occhi duri impazziti
di malate dementi:
allora io ho perso i sensi
ho capito che quel lago
azzurro era uno stagno
melmoso di triti rifiuti
in cui sarei annegata.
Alda Merini
Sono caduta
Sono caduta in un profondo tranello
come dentro ad un pozzo acquitrinoso.
O chi potrà salvarmi da questa immagine scaltra
che adombra un mobile amore?
In fondo al pozzo stanno giunchiglie di ombre
e il mio urlo sovrasta le acque.
Il camaleonte gagliardo guarda dalle orride piante
questo mio precipizio segreto.
come dentro ad un pozzo acquitrinoso.
O chi potrà salvarmi da questa immagine scaltra
che adombra un mobile amore?
In fondo al pozzo stanno giunchiglie di ombre
e il mio urlo sovrasta le acque.
Il camaleonte gagliardo guarda dalle orride piante
questo mio precipizio segreto.
Aldo Palazzeschi
: riflessi
Rasentano piano gli specchi invisibili
avvolti di nebbia,
non lasciano traccia nell’ombra,
gli specchi non hanno riflessi,
non cade su loro dell’ombra una macchia,
neppure la macchia dell’oro.
Un raggio vien fuori dal centro
di luce giallastra.
Sul raggio rimangono lievi, impalpabili,
impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
Dei volti talora vi appaiono,
dei volti bianchissimi,
appena il pallore la luce ne scopre.
Talaltra vi passan dei manti fioriti,
vi passano lenti, cangianti, splendenti.
S’arrestano i volti,
s’arrestan, più chiari si fanno,
vi splende d’un tratto uno sguardo,
due occhi che corron cercando pungenti,
o in fondo confusi v’appaion languenti, morenti.
Vi passa pian piano la nebbia e ricopre,
confonde gli sguardi con luci di gemme.
In basso,
si segue la ridda
dei piccoli punti
di dadi danzanti.
Due dadi grandissimi, in fondo,
rimangono fermi,
ne splendono i punti nerissimi intenti.
Vi passano lievi davanti
le impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
avvolti di nebbia,
non lasciano traccia nell’ombra,
gli specchi non hanno riflessi,
non cade su loro dell’ombra una macchia,
neppure la macchia dell’oro.
Un raggio vien fuori dal centro
di luce giallastra.
Sul raggio rimangono lievi, impalpabili,
impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
Dei volti talora vi appaiono,
dei volti bianchissimi,
appena il pallore la luce ne scopre.
Talaltra vi passan dei manti fioriti,
vi passano lenti, cangianti, splendenti.
S’arrestano i volti,
s’arrestan, più chiari si fanno,
vi splende d’un tratto uno sguardo,
due occhi che corron cercando pungenti,
o in fondo confusi v’appaion languenti, morenti.
Vi passa pian piano la nebbia e ricopre,
confonde gli sguardi con luci di gemme.
In basso,
si segue la ridda
dei piccoli punti
di dadi danzanti.
Due dadi grandissimi, in fondo,
rimangono fermi,
ne splendono i punti nerissimi intenti.
Vi passano lievi davanti
le impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
Aldo Palazzeschi
Ara, mara, amara
In fondo a la china
fra gli alti cipressi
v’è un piccolo prato.
Si stanno in quell’ombra
° tre vecchie giocando coi dadi.
Non alzan la testa un istante,
non cambian di posto un sol giorno.
Su l’erba in ginocchio
si stanno in quell’ombra giocando.
fra gli alti cipressi
v’è un piccolo prato.
Si stanno in quell’ombra
° tre vecchie giocando coi dadi.
Non alzan la testa un istante,
non cambian di posto un sol giorno.
Su l’erba in ginocchio
si stanno in quell’ombra giocando.
Aldo Palazzeschi
Chi sono?
Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
«follìa».
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia.
«malinconìa».
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
«nostalgìa».
Son dunque... che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
«follìa».
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia.
«malinconìa».
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
«nostalgìa».
Son dunque... che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.
Pagina 1
Successiva