Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Giorgio Barberi Squarotti
Su per una strada
La ragazzina maliziosa gli passò
avanti, su per la strada Monforte, e subito
rallentò il passo, fingendo di abbassarsi
un poco l’orlo degli esigui shorts
sulle natiche brune, ma scoprendole
di più, compiaciuta d’essere guardata
per quel breve tratto che conduce
sino alla piazza dove l’aspettano
le compagne sedute sui gradini
del monumento ai caduti: e allora?
che vuoi dire se non la gratitudine
per quest’altra immagine raccolta
in quella vita che troppo è labile
per meritare di essere così
disperatamente amata.
Da IL TERZO GIORNO
avanti, su per la strada Monforte, e subito
rallentò il passo, fingendo di abbassarsi
un poco l’orlo degli esigui shorts
sulle natiche brune, ma scoprendole
di più, compiaciuta d’essere guardata
per quel breve tratto che conduce
sino alla piazza dove l’aspettano
le compagne sedute sui gradini
del monumento ai caduti: e allora?
che vuoi dire se non la gratitudine
per quest’altra immagine raccolta
in quella vita che troppo è labile
per meritare di essere così
disperatamente amata.
Da IL TERZO GIORNO
Giorgio Caproni
All’amico appostato
Presta bene orecchio,
amico, a quel che ti dico.
Tu miri contro uno specchio.
Sparerai a te stesso, amico.
amico, a quel che ti dico.
Tu miri contro uno specchio.
Sparerai a te stesso, amico.
Giorgio Caproni
Anch’io
Ho provato anch’io.
È stata tutta una guerra
d’unghie. Ma ora so. Nessuno
potrà mai perforare
il muro della terra.
È stata tutta una guerra
d’unghie. Ma ora so. Nessuno
potrà mai perforare
il muro della terra.
Giorgio Caproni
Congedo del viaggiatore cerimonioso
Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte;
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite, è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte;
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite, è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.
Giorgio Caproni
Il passaggio d’Enea: Didascalia
Fu in una casa rossa:
la Casa Cantoniera.
Mi ci trovai una sera
di tenebra, e pareva scossa
la mente da un transitare
continuo, come il mare.
Sentivo foglie secche,
nel buio, scricchiolare.
Attraversando le stecche
delle persiane, del mare
avevano la luminescenza
scheletri di luci, rare.
Erano lampi erranti
d’ammotorati viandanti.
Frusciavano in me l’idea
che fosse il passaggio d’Enea.
la Casa Cantoniera.
Mi ci trovai una sera
di tenebra, e pareva scossa
la mente da un transitare
continuo, come il mare.
Sentivo foglie secche,
nel buio, scricchiolare.
Attraversando le stecche
delle persiane, del mare
avevano la luminescenza
scheletri di luci, rare.
Erano lampi erranti
d’ammotorati viandanti.
Frusciavano in me l’idea
che fosse il passaggio d’Enea.
Giorgio Caproni
L’uscita mattutina
Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro, usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.
L’ora era di mattina
presto, ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!
Tutto Cors’Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.
Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettìo la contrada.
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro, usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.
L’ora era di mattina
presto, ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!
Tutto Cors’Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.
Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettìo la contrada.
Giorgio Caproni
La stanza
La stanza dove lavorava
tutta di porto odorava.
Che bianche e vive folate
v’entravano, di vele alzate!
Prendeva di rimorchiatore,
battendole in petto, il cuore.
Prendeva d’aperto e di vita,
il lino, tra le sue dita.
Ragazzi in pantaloni corti,
e magri, lungo i Fossi,
aizzandosi per nome
giocavano, a pallone.
(Annina li guardava
di sottecchi, e come
– di voglia – accelerava
l’ago, che luccicava!)
tutta di porto odorava.
Che bianche e vive folate
v’entravano, di vele alzate!
Prendeva di rimorchiatore,
battendole in petto, il cuore.
Prendeva d’aperto e di vita,
il lino, tra le sue dita.
Ragazzi in pantaloni corti,
e magri, lungo i Fossi,
aizzandosi per nome
giocavano, a pallone.
(Annina li guardava
di sottecchi, e come
– di voglia – accelerava
l’ago, che luccicava!)
Giorgio Caproni
Ultima preghiera
Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Arriverai a Livorno,
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.
Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.
Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.
Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
ed io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.
Ricòrdati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.
Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.
Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accòstati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.
Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mórmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.
Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi va’ pure in congedo.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Arriverai a Livorno,
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.
Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.
Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.
Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
ed io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.
Ricòrdati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.
Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.
Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accòstati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.
Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mórmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.
Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi va’ pure in congedo.
Giorgio Orelli
In memoria
È bastato un uccello che fuggisse
di sotto ai rami schietti d’un sambuco
e un attimo radesse l’acqua verde
per ripensare a te, convinto
com’eri che «una fine con spavento
è meglio d’uno spavento senza fine»
(ancora annominatio, disco rotto).
Ma ecco avvampa nel suo training rosso
l’ex allieva che non ricorda nulla
e si ritempra col PERCORSO VITA.
Di stazione in stazione
eccola che s’arresta: flette, tende
il tronco, alza le braccia in alto,
le bilancia in avanti, poi cerchi,
salti accosciati, costali
sugli ostacoli, senza trascurare
le ginocchia, le anche,
fino al ponte
dove ti ritrovarono.
di sotto ai rami schietti d’un sambuco
e un attimo radesse l’acqua verde
per ripensare a te, convinto
com’eri che «una fine con spavento
è meglio d’uno spavento senza fine»
(ancora annominatio, disco rotto).
Ma ecco avvampa nel suo training rosso
l’ex allieva che non ricorda nulla
e si ritempra col PERCORSO VITA.
Di stazione in stazione
eccola che s’arresta: flette, tende
il tronco, alza le braccia in alto,
le bilancia in avanti, poi cerchi,
salti accosciati, costali
sugli ostacoli, senza trascurare
le ginocchia, le anche,
fino al ponte
dove ti ritrovarono.
Giorgio Orelli
Nel cerchio familiare
Una luce funerea, spenta,
raggela le conifere
dalla scorza che dura oltre la morte,
e tutto è fermo in questa conca
scavata con dolcezza dal tempo:
nel cerchio familiare
da cui non ha senso scampare.
Entro un silenzio così conosciuto
i morti sono più vivi dei vivi:
da linde camere odorose di canfora
scendono per le botole in stufe
rivestite di legno, aggiustano i propri ritratti,
tornano nella stalla a rivedere i capi
di pura razza bruna.
Ma,
senza ferri da talpe, senza ombrelli
per impigliarvi rondini;
non cauti, non dimentichi in rincorse,
dietro quale carillon ve ne andate,
ragazzi per i prati intirizziti?
La cote è nel suo corno.
Il pollaio s’appoggia al suo sambuco.
I falangi stanno a lungo intricati
sui muri della chiesa.
La fontana con l’acqua si tiene compagnia.
Ed io, restituito
a un più discreto amore della vita...
raggela le conifere
dalla scorza che dura oltre la morte,
e tutto è fermo in questa conca
scavata con dolcezza dal tempo:
nel cerchio familiare
da cui non ha senso scampare.
Entro un silenzio così conosciuto
i morti sono più vivi dei vivi:
da linde camere odorose di canfora
scendono per le botole in stufe
rivestite di legno, aggiustano i propri ritratti,
tornano nella stalla a rivedere i capi
di pura razza bruna.
Ma,
senza ferri da talpe, senza ombrelli
per impigliarvi rondini;
non cauti, non dimentichi in rincorse,
dietro quale carillon ve ne andate,
ragazzi per i prati intirizziti?
La cote è nel suo corno.
Il pollaio s’appoggia al suo sambuco.
I falangi stanno a lungo intricati
sui muri della chiesa.
La fontana con l’acqua si tiene compagnia.
Ed io, restituito
a un più discreto amore della vita...
Giosuè Carducci
Pianto antico
L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
IO
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
nè il sol più ti rallegra
nè ti risveglia amor.
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
IO
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
nè il sol più ti rallegra
nè ti risveglia amor.
Giosuè Carducci
Presso una Certosa
E con fremito leggero
Par che passi un’anima.
Velo argenteo par la nebbia su ’l ruscello che gorgoglia,
Tra la nebbia ne ’l ruscello cade a perdersi la foglia.
Che sospira il cimitero,
Da’ cipressi, fievole?
Improvviso rompe il sole sopra l’umido mattino,
Navigando tra le bianche nubi l’aere azzurrino:
Si rallegra il bosco austero
Già de ’l verno prèsago.
A me, prima che l’inverno stringa pur l’anima mia
Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!
Il tuo canto, o padre Omero,
Pria che l’ombra avvolgami!
Par che passi un’anima.
Velo argenteo par la nebbia su ’l ruscello che gorgoglia,
Tra la nebbia ne ’l ruscello cade a perdersi la foglia.
Che sospira il cimitero,
Da’ cipressi, fievole?
Improvviso rompe il sole sopra l’umido mattino,
Navigando tra le bianche nubi l’aere azzurrino:
Si rallegra il bosco austero
Già de ’l verno prèsago.
A me, prima che l’inverno stringa pur l’anima mia
Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!
Il tuo canto, o padre Omero,
Pria che l’ombra avvolgami!
Giovanni Dominici
Dr, Maria dolce, con quanto disio
Dr, Maria dolce, con quanto disio
miravi il tuo figliuol, Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena,
la prima cosa, credo, che facesti,
tu l’adorasti, o di grazia piena,
poi sopra il fien nel presepio il ponesti;
con pochi e pover panni lo involgesti,
maravigliando e godendo, cred’io.
Oh quanto gaudio avevi, o quanto bene
quando tu lo tenevi nelle braccia!
Dimmi, Maria, che forse si conviene
che un poco per pietà mi sadisfaccia.
Baciavilo tu allora nella faccia?
Sì ben, cred’io, e dicei: “ O figliuol mio! ”
Quando figliuol, quando padre e signore,
quando Iddio, quando Gesù il chiamavi;
oh quanto dolce amor sentivi al core
quando il grembo il tenevi e lattavi!
Oh, quanti atti d’amore soavi
avesti, essendo col tuo figliuol pio!
Quando talora un poco il dì dormia,
e tu, destar volendo il paradiso,
pian piano andavi, che non ti sentia,
e poi ponevi il viso al santo viso;
poi gli dicevi con materno riso:
“Non dormir più che ti sarebbe rio.”
Quando tu ti sentivi chiamar mamma,
come non ti morivi di dolcezza?
Come d’amor non t’ardeva una fiamma,
che t’avessi scoppiata d’allegrezza?
Da ver che grande fu la tua fortezza
poichè la vita allor non ti finio.
E la figlia del sommo eterno padre,
e lo signor la sua umile ancilla
pietosamente la chiamava madre,
che sol pensando il cor mi si distilla.
Chi vuol sentir qualche dolce favilla
ponga nel buon Gesù ogni desio.
miravi il tuo figliuol, Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena,
la prima cosa, credo, che facesti,
tu l’adorasti, o di grazia piena,
poi sopra il fien nel presepio il ponesti;
con pochi e pover panni lo involgesti,
maravigliando e godendo, cred’io.
Oh quanto gaudio avevi, o quanto bene
quando tu lo tenevi nelle braccia!
Dimmi, Maria, che forse si conviene
che un poco per pietà mi sadisfaccia.
Baciavilo tu allora nella faccia?
Sì ben, cred’io, e dicei: “ O figliuol mio! ”
Quando figliuol, quando padre e signore,
quando Iddio, quando Gesù il chiamavi;
oh quanto dolce amor sentivi al core
quando il grembo il tenevi e lattavi!
Oh, quanti atti d’amore soavi
avesti, essendo col tuo figliuol pio!
Quando talora un poco il dì dormia,
e tu, destar volendo il paradiso,
pian piano andavi, che non ti sentia,
e poi ponevi il viso al santo viso;
poi gli dicevi con materno riso:
“Non dormir più che ti sarebbe rio.”
Quando tu ti sentivi chiamar mamma,
come non ti morivi di dolcezza?
Come d’amor non t’ardeva una fiamma,
che t’avessi scoppiata d’allegrezza?
Da ver che grande fu la tua fortezza
poichè la vita allor non ti finio.
E la figlia del sommo eterno padre,
e lo signor la sua umile ancilla
pietosamente la chiamava madre,
che sol pensando il cor mi si distilla.
Chi vuol sentir qualche dolce favilla
ponga nel buon Gesù ogni desio.
Giovanni Giudici
Aspirazioni
Poi che non scorgo via d’uscita
Nel lume di questa vita
In te rifugio il triste orgoglio
Spessore di questo foglio
E nella mente mi assottiglio?
Microbo figlio di figlia d’un figlio
Specchio del nostro doppio io
Ti dò del tu ti chiamo dio?
Dio del fratto e dell’intero
Dio del rotondo zero
Dio della lingua dio del muto
Dio del groppo e dio del buco
Dio del suo gelo dio del sole
Dio delle nelle mie parole
Dio dell’acme e del declino
Dio che viaggi il mio destino
Dio del no dio che si dona
Dio ragione che sragiona
Dio del suo cuore e dio del ventre
Dio che il mio pregare offende
Dio del nada dio del todo
Dio del muro e dio del chiodo
Dio che cammini la tua ombra
Dio che cresci nella tomba
Dio della pasqua sola e stretta
Nella remota cameretta
Dio d’ogni tenero interstizio
Dio del canto nel supplizio?
Dio della carne dio scarnito
Dio fiore dio ermafrodito
Dio del pistillo e dello stame
Dio dell’essenza e del letame
Dio neoplasma dio del corpo
Dio dello spermio e dell’aborto
Dio del molle e dio del duro
Dio borsa e coda del canguro
Dio del latte e di taverna
Mi deus pax sempiterna?
Dio del fiele e della panna
Dio della monna e della mamma
Dio del bel pianto traditore
Dio della bocca dio d’afrore!
Dio del suo vello’ che nascondi
L’opposta luna dei suoi lombi
Dio del grembo dio del mare
Che mi guidasti a navigare
Dio nostra stella solitaria
E dio del fumo dio dell’aria
Dio con te stesso ricongiunto
Nel vano punto del tuo punto?
O via improbabile d’uscita
Dal buio d’una scissa vita
Tra recto e verso in te filtrando
Nel deserto del tuo bianco
Portaci al tuo riposto covo
Tra guscio e pelle intatto uovo
Dove di noi sorride e sta
La minima tua verità
Nel lume di questa vita
In te rifugio il triste orgoglio
Spessore di questo foglio
E nella mente mi assottiglio?
Microbo figlio di figlia d’un figlio
Specchio del nostro doppio io
Ti dò del tu ti chiamo dio?
Dio del fratto e dell’intero
Dio del rotondo zero
Dio della lingua dio del muto
Dio del groppo e dio del buco
Dio del suo gelo dio del sole
Dio delle nelle mie parole
Dio dell’acme e del declino
Dio che viaggi il mio destino
Dio del no dio che si dona
Dio ragione che sragiona
Dio del suo cuore e dio del ventre
Dio che il mio pregare offende
Dio del nada dio del todo
Dio del muro e dio del chiodo
Dio che cammini la tua ombra
Dio che cresci nella tomba
Dio della pasqua sola e stretta
Nella remota cameretta
Dio d’ogni tenero interstizio
Dio del canto nel supplizio?
Dio della carne dio scarnito
Dio fiore dio ermafrodito
Dio del pistillo e dello stame
Dio dell’essenza e del letame
Dio neoplasma dio del corpo
Dio dello spermio e dell’aborto
Dio del molle e dio del duro
Dio borsa e coda del canguro
Dio del latte e di taverna
Mi deus pax sempiterna?
Dio del fiele e della panna
Dio della monna e della mamma
Dio del bel pianto traditore
Dio della bocca dio d’afrore!
Dio del suo vello’ che nascondi
L’opposta luna dei suoi lombi
Dio del grembo dio del mare
Che mi guidasti a navigare
Dio nostra stella solitaria
E dio del fumo dio dell’aria
Dio con te stesso ricongiunto
Nel vano punto del tuo punto?
O via improbabile d’uscita
Dal buio d’una scissa vita
Tra recto e verso in te filtrando
Nel deserto del tuo bianco
Portaci al tuo riposto covo
Tra guscio e pelle intatto uovo
Dove di noi sorride e sta
La minima tua verità
Giovanni Giudici
Descrizione della mia morte
Poiché era ormai una questione di ore
Ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,
Era arrivato l’avviso di presentarmi
Al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.
L’avvenimento era importante ma non grave.
Così che fu mia moglie a dirmi lei stessa: prepàrati.
Ero il bambino che si accompagna dal dentista
E che si esorta: sii uomo, non è niente.
Perciò conforme al modello mi apparecchiai virilmente,
Con un vestito decente, lo sguardo atteggiato a sereno,
Appena un po’ deglutendo nel domandare: c’è altro?
Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto.
Andammo a piedi sul posto che non era
Quello che normalmente penso che dovrà essere,
Ma nel paese vicino al mio paese
Su due terrazze di costa guardanti a ponente.
C’era un bel sole non caldo, poca gente,
L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.
Ci fece accomodare, sorrise un po’ burocratica,
Disse: prego di là – dove la cassa era pronta,
Deposta a terra su un fianco, di sontuosissimo legno,
E nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.
Pensai per un legno così chi mai l’avrebbe pagato,
Forse in segno di stima la mia Città o lo Stato.
Di quel legno rossiccio era anche l’apparecchio
Da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.
Sarà meno d’un attimo – mi assicurò la signora.
Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.
Era una specie di garrota o altro patibolo.
Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.
Sapevo che ero obbligato a non avere paura.
E allora dopo il prezzo trovai la scusa dei capelli
Domandando se mi avrebbero rasato
Come uno che vidi operato inutilmente.
La donna scosse la testa: non sarà niente,
Non è un problema, non faccia il bambino.
Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,
Paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.
Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,
Che importa anche se era questione solo di ore.
C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte.
Morire la mia vita non era naturale.
Ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,
Era arrivato l’avviso di presentarmi
Al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.
L’avvenimento era importante ma non grave.
Così che fu mia moglie a dirmi lei stessa: prepàrati.
Ero il bambino che si accompagna dal dentista
E che si esorta: sii uomo, non è niente.
Perciò conforme al modello mi apparecchiai virilmente,
Con un vestito decente, lo sguardo atteggiato a sereno,
Appena un po’ deglutendo nel domandare: c’è altro?
Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto.
Andammo a piedi sul posto che non era
Quello che normalmente penso che dovrà essere,
Ma nel paese vicino al mio paese
Su due terrazze di costa guardanti a ponente.
C’era un bel sole non caldo, poca gente,
L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.
Ci fece accomodare, sorrise un po’ burocratica,
Disse: prego di là – dove la cassa era pronta,
Deposta a terra su un fianco, di sontuosissimo legno,
E nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.
Pensai per un legno così chi mai l’avrebbe pagato,
Forse in segno di stima la mia Città o lo Stato.
Di quel legno rossiccio era anche l’apparecchio
Da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.
Sarà meno d’un attimo – mi assicurò la signora.
Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.
Era una specie di garrota o altro patibolo.
Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.
Sapevo che ero obbligato a non avere paura.
E allora dopo il prezzo trovai la scusa dei capelli
Domandando se mi avrebbero rasato
Come uno che vidi operato inutilmente.
La donna scosse la testa: non sarà niente,
Non è un problema, non faccia il bambino.
Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,
Paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.
Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,
Che importa anche se era questione solo di ore.
C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte.
Morire la mia vita non era naturale.
Giovanni Giudici
Exitus
In quella semiluce di violetto
Per ingannare un lunghissimo tempo
Osservavo in studioso movimento
Due brune blatte tra i neri piedi del letto
Con Lui nell’ospedale
Dove semiassopito o semisveglio
Egli era in attesa di spirare
O di affacciarsi al giorno del suo meglio
Quando si avvicinò a noi cautamente
Un prete domandando
Se dell’anziano signore morente
Fossi parente o amico e come e quanto
Chiedeva sommessa licenza
Di ministrare a Lui l’Estrema Unzione
Chino sul letto Gli parlai: c’è il prete
Che ti vuole dare una benedizione
Esiguo raggio alla notturna noia
Prossima l’alba era o latente
Pensai che è una assai bella cerimonia
Pur se del Nulla uno è credente
Più non ricordo se dai piedi cominciasse
O dalla fronte che labile schermo
E a corrotti pensieri
O dalle mani del diletto infermo
A posarsi il crisma che i sensi
Confortando purifica — occhi e udito
Olfatto tatto e gusto — voi eletti
Luoghi all’errore onde il corpo è sortito
Intanto fu il suo respiro più lieve
Un velo il volto e bianco più che la neve
Per ingannare un lunghissimo tempo
Osservavo in studioso movimento
Due brune blatte tra i neri piedi del letto
Con Lui nell’ospedale
Dove semiassopito o semisveglio
Egli era in attesa di spirare
O di affacciarsi al giorno del suo meglio
Quando si avvicinò a noi cautamente
Un prete domandando
Se dell’anziano signore morente
Fossi parente o amico e come e quanto
Chiedeva sommessa licenza
Di ministrare a Lui l’Estrema Unzione
Chino sul letto Gli parlai: c’è il prete
Che ti vuole dare una benedizione
Esiguo raggio alla notturna noia
Prossima l’alba era o latente
Pensai che è una assai bella cerimonia
Pur se del Nulla uno è credente
Più non ricordo se dai piedi cominciasse
O dalla fronte che labile schermo
E a corrotti pensieri
O dalle mani del diletto infermo
A posarsi il crisma che i sensi
Confortando purifica — occhi e udito
Olfatto tatto e gusto — voi eletti
Luoghi all’errore onde il corpo è sortito
Intanto fu il suo respiro più lieve
Un velo il volto e bianco più che la neve
Giovanni Giudici
Fortezza (44)
E certe notti un pensiero:
Non sanno non sanno che tu
Resisti infinito infinita
Pazienza del cuor-di-gesù:
Mio tra crescermi e dormienza?
Pulviscolo d’onnipresenza?
Non nato imprendibile spacco?
Tra esserci ancora e mai più:
Di crinale in crinale
Estranei regni a un minimo volare
Bruciare alla speranza
Breve lume, nuda stanza
Steso davanti alla sua tomba—sì
Tepore della pioggia e nessuno
Che gli venisse alla mente
Venirmi a cercare là:
Requie eterna tornare a dormirti insieme
Via di salvezza ma a chi e quale dove
lo fructus ventris tui io che di te
Unicamente persisto
Non sanno non sanno che tu
Resisti infinito infinita
Pazienza del cuor-di-gesù:
Mio tra crescermi e dormienza?
Pulviscolo d’onnipresenza?
Non nato imprendibile spacco?
Tra esserci ancora e mai più:
Di crinale in crinale
Estranei regni a un minimo volare
Bruciare alla speranza
Breve lume, nuda stanza
Steso davanti alla sua tomba—sì
Tepore della pioggia e nessuno
Che gli venisse alla mente
Venirmi a cercare là:
Requie eterna tornare a dormirti insieme
Via di salvezza ma a chi e quale dove
lo fructus ventris tui io che di te
Unicamente persisto
Giovanni Giudici
Il più godibile
Giovane o vecchio se uno strappato via
Dal mondo addosso ne conservi umori
Colori amori schegge in unghie conficcate
A parapetti di naufragio — o sia
La vita invece che da noi fuggita
Una parola si porti appresso per dire
Quale tra il non più esservi e ancora
Starvi sarà il più godibile
Dal mondo addosso ne conservi umori
Colori amori schegge in unghie conficcate
A parapetti di naufragio — o sia
La vita invece che da noi fuggita
Una parola si porti appresso per dire
Quale tra il non più esservi e ancora
Starvi sarà il più godibile
Giovanni Giudici
IV. 2 La vita è inevitabile
La vita è inevitabile — Midons
Pozzo vortice imbuto
Oltrepassante minimo minuto
Strappa spacca il capello
Che a voi m’impiglia e tiene
Stretto di qua dal Bene al vostro vello:
Per scamparvi in ginocchio a voi servire
Non fu più accorta via
Che gloria mai sarà l’esser non vile
Per universa d’altri fellonia:
Secche foglie mi dà
Di faticate noci —
Sgranocchio un mucchietto di croci
Per tanta sedulità
IV 3
Vi amai sì per paura
Pozzo vortice imbuto
Oltrepassante minimo minuto
Strappa spacca il capello
Che a voi m’impiglia e tiene
Stretto di qua dal Bene al vostro vello:
Per scamparvi in ginocchio a voi servire
Non fu più accorta via
Che gloria mai sarà l’esser non vile
Per universa d’altri fellonia:
Secche foglie mi dà
Di faticate noci —
Sgranocchio un mucchietto di croci
Per tanta sedulità
IV 3
Vi amai sì per paura
Giovanni Giudici
Pola
Nell’anno ’33 sul palco del varietà
Una riunione di velocità
Mai vista —
Con l’annunciato neo-campione della pista
Uno di nome Polia dai colori iridati
Con altri eroi sepolto
Nei sogni inappagati —
Però io che m’ingegno di capire
Come si fa
In bicicletta un traguardo inseguire
Dentro una scena stretta
Che mezza pedalata è già finita
In un lampo più presto che dire oh
Va a sbattere — come la vita!
Eh no — fanciulli
Quelli vanno su rulli!
Ogni giro che fa la ruota
Un suo contrario annulla e svuota
Corrono e stanno fermi
Corrono eterni...
Fra essi c’era allora
Rideva in sella al ciclo
Sui manifesti uno di nome Pola
Mai più sentito
Una riunione di velocità
Mai vista —
Con l’annunciato neo-campione della pista
Uno di nome Polia dai colori iridati
Con altri eroi sepolto
Nei sogni inappagati —
Però io che m’ingegno di capire
Come si fa
In bicicletta un traguardo inseguire
Dentro una scena stretta
Che mezza pedalata è già finita
In un lampo più presto che dire oh
Va a sbattere — come la vita!
Eh no — fanciulli
Quelli vanno su rulli!
Ogni giro che fa la ruota
Un suo contrario annulla e svuota
Corrono e stanno fermi
Corrono eterni...
Fra essi c’era allora
Rideva in sella al ciclo
Sui manifesti uno di nome Pola
Mai più sentito
Giovanni Giudici
Riunione
In un dormiveglia sul fare
Dell’alba ne fui visitato
Da molti luoghi dell’esistenza riuniti
Come per l’occasione di un funerale
Erano giunti nei pastrani demodé
E in testa 1] cappello della festa
Giovani quasi ancora in gamba benché
Da un tempo antico conosciuti
Parlavano italiano come me
Anche quelli di Buffalo e di Praga
Ciascuno custodiva il suo piccolo vizio
Nel portafoglio fresco di paga
E ognuno noto agli altri che mai l’avrei sospettato
Per tanti confini affluiti
A scambiarsi notizie del lavoro e dei figli
Cresciuto nel frattempo e spariti
Uno maestro d’ascia uno poeta
Uno fu professore uno operaio
Uno era stato un prete stipati in questa stanza
Uno era il mondo intero il mio bisnonno marinaio
Ben lieto d’incontrarli e tuttavia perplesso
Che nel guardarli senza suono conversare
Quale bisogno c‘era mi domandavo
Quel congresso da giudizio universale
Volevano portarmi alla partita a Torino —
Dài vieni facci contenti
Dei familiari comuni adempimenti
Complimentandosi fra sé e con me
Insistevano — i tuoi li hai portati lontano
E che potevo permettermi quel minimo sforzo
E torneremo in treno domenica sera a Milano
E un altro vivere avrà inizio
Volevo dirgli che non ho più speranza
Però non faceva una grinza la loro bio-logica
Che in quella s’interruppe mentre mi addormentavo
Cercando la scappatoia teologica
Da SALUTZ
Dell’alba ne fui visitato
Da molti luoghi dell’esistenza riuniti
Come per l’occasione di un funerale
Erano giunti nei pastrani demodé
E in testa 1] cappello della festa
Giovani quasi ancora in gamba benché
Da un tempo antico conosciuti
Parlavano italiano come me
Anche quelli di Buffalo e di Praga
Ciascuno custodiva il suo piccolo vizio
Nel portafoglio fresco di paga
E ognuno noto agli altri che mai l’avrei sospettato
Per tanti confini affluiti
A scambiarsi notizie del lavoro e dei figli
Cresciuto nel frattempo e spariti
Uno maestro d’ascia uno poeta
Uno fu professore uno operaio
Uno era stato un prete stipati in questa stanza
Uno era il mondo intero il mio bisnonno marinaio
Ben lieto d’incontrarli e tuttavia perplesso
Che nel guardarli senza suono conversare
Quale bisogno c‘era mi domandavo
Quel congresso da giudizio universale
Volevano portarmi alla partita a Torino —
Dài vieni facci contenti
Dei familiari comuni adempimenti
Complimentandosi fra sé e con me
Insistevano — i tuoi li hai portati lontano
E che potevo permettermi quel minimo sforzo
E torneremo in treno domenica sera a Milano
E un altro vivere avrà inizio
Volevo dirgli che non ho più speranza
Però non faceva una grinza la loro bio-logica
Che in quella s’interruppe mentre mi addormentavo
Cercando la scappatoia teologica
Da SALUTZ
Giovanni Giudici
Una sera come tante
Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaìti commenti.
Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.
Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega al suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?
Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene
qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?
Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani... pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi calcola fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà.
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaìti commenti.
Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.
Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega al suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?
Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene
qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?
Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani... pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi calcola fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà.
Giovanni Giudici
Vivranno per sempre?
Vivranno per sempre?
Sempre, sì – mi dicevo
e le vedevo
alla distanza del tempo rimpicciolire
lontanissime, in piedi, a braccia conserte
su quelle stesse soglie, o leggendo gli stessi giornali
crollando il capo, scuotendo gli stessi grembiali,
di nero o di grigio vestite e decisamente
fuori di moda come diventerà
ogni persona vivente
– ovunque e su quella stessa
strada fra il mare e una fila di platani
dove quieta ubbidiente e dimessa passò
la mia età infantile
– quelle persone viventi
che passarono poi come l’età
rispondendo di no alla domanda
che avevo dimenticata: no (dicendo)
non vivremo per sempre
– senza notizia alcuna, senza coscienza
di storia o di giustizia, senza il minimo dubbio
che un’altra vita sarebbe stata a venire
più vera, con più intelligenza:
e dunque senza viltà consegnate alla sorte
– alcune con stupore della morte,
con desiderio altre, con sofferenza.
Sempre, sì – mi dicevo
e le vedevo
alla distanza del tempo rimpicciolire
lontanissime, in piedi, a braccia conserte
su quelle stesse soglie, o leggendo gli stessi giornali
crollando il capo, scuotendo gli stessi grembiali,
di nero o di grigio vestite e decisamente
fuori di moda come diventerà
ogni persona vivente
– ovunque e su quella stessa
strada fra il mare e una fila di platani
dove quieta ubbidiente e dimessa passò
la mia età infantile
– quelle persone viventi
che passarono poi come l’età
rispondendo di no alla domanda
che avevo dimenticata: no (dicendo)
non vivremo per sempre
– senza notizia alcuna, senza coscienza
di storia o di giustizia, senza il minimo dubbio
che un’altra vita sarebbe stata a venire
più vera, con più intelligenza:
e dunque senza viltà consegnate alla sorte
– alcune con stupore della morte,
con desiderio altre, con sofferenza.
Giovanni Pascoli
E lontanando si gettava avanti
E lontanando si gettava avanti,
a mo’ di pio seminator, le brice
cadute al vostro desco, angeli santi.
Paulo guardava, timido, in tralice.
Le miche egli attingeva dallo scollo
del cappuccio, e spargea per la pendice.
Ecco avveniva un murmure, uno sgrollo
di foglie, come un soffio di libeccio.
Scattò il colombo mollemente il collo.
Si levava un sommesso cicaleccio,
fin che sonò la dolce voce mesta
delle fedeli tortole del Greccio.
Dal campo, dal verzier, dalla foresta
scesero a lui gli uccelli, ai piedi, ai fianchi,
in grembo, sulle braccia, sulla testa.
Vennero a lui le quaglie coi lor branchi
di piccolini, a lui vennero a schiera
sull’acque azzurre i grandi cigni bianchi.
E sminuiva, e già di lui non c’era,
sui monti, che cinque stelline d’oro.
E, come bruscinar di primavera,
rimase un trito becchettìo sonoro.
a mo’ di pio seminator, le brice
cadute al vostro desco, angeli santi.
Paulo guardava, timido, in tralice.
Le miche egli attingeva dallo scollo
del cappuccio, e spargea per la pendice.
Ecco avveniva un murmure, uno sgrollo
di foglie, come un soffio di libeccio.
Scattò il colombo mollemente il collo.
Si levava un sommesso cicaleccio,
fin che sonò la dolce voce mesta
delle fedeli tortole del Greccio.
Dal campo, dal verzier, dalla foresta
scesero a lui gli uccelli, ai piedi, ai fianchi,
in grembo, sulle braccia, sulla testa.
Vennero a lui le quaglie coi lor branchi
di piccolini, a lui vennero a schiera
sull’acque azzurre i grandi cigni bianchi.
E sminuiva, e già di lui non c’era,
sui monti, che cinque stelline d’oro.
E, come bruscinar di primavera,
rimase un trito becchettìo sonoro.