Poesie di questo tema
Mare, fiumi e oceani
Alberto Cappi
Dio dell’acqua
dio delle acque e della
pioggia lucente dio
delle splendide iridi e
della liquida elle
o dio che avanzi da lontano
pesce dei silenzi
dalla tana nella rete
che imbriglia il tuono
piuma del cielo
occhio acquitrino
rapace vino
lenza e gelo
dio del battello e dell’uomo
scampo e ristagno
dardo di nebbia
serpeggia
sicuro l’amo
dio dei nostri padri
padus nomen flumen
delle rane e del rame
pane
della tarda rena vegetale
verde alabarda e vento
bardo o osso
che suona nel tempo
pube animale
specchio di nube
o sole
o cruda argilla
seme
culla
stampo
nulla
del nostro dono
dio del perdono
pioggia lucente dio
delle splendide iridi e
della liquida elle
o dio che avanzi da lontano
pesce dei silenzi
dalla tana nella rete
che imbriglia il tuono
piuma del cielo
occhio acquitrino
rapace vino
lenza e gelo
dio del battello e dell’uomo
scampo e ristagno
dardo di nebbia
serpeggia
sicuro l’amo
dio dei nostri padri
padus nomen flumen
delle rane e del rame
pane
della tarda rena vegetale
verde alabarda e vento
bardo o osso
che suona nel tempo
pube animale
specchio di nube
o sole
o cruda argilla
seme
culla
stampo
nulla
del nostro dono
dio del perdono
Aldo Palazzeschi
Mar grigio
Io guardo estasiato tal mare:
immobile mare uguale.
Non onda,
non soffio che l’acqua ne increspi,
non aura vi spira.
Di sopra lo copre un ciel grigio
bassissimo, intenso, perenne.
Io guardo estasiato tal mare.
Non nave, non vela, non ala,
soltanto egli sembra
un’immensa lamiera d’argento brunastro.
Su desso
velato si mostra ogni astro.
Il sole si mette una benda di lutto,
la luna un vel grigio,
le innumeri stelle lo guardano
tenendo un pochino socchiuso
il lor occhio vivace.
Io guardo estasiato tal mare.
Ma quale fu l’acqua ad empirlo?
Dai monti ruinò?
Sgorgò dalla terra?
Dal cielo vi cadde?
O cadde piuttosto dagli occhi del mondo?
Mar grigio,
siccome una lastra d’argento brunastro,
immobile e solo,
uguale,
ti guardo estasiato.
– Ma c’è questo mare? Ma c’è?
– Sicuro che c’è!
Io solo lo vedo,
io solo mi posso indugiare a guardarlo,
tessuta ho la vela io stesso:
la prima a solcarlo.
immobile mare uguale.
Non onda,
non soffio che l’acqua ne increspi,
non aura vi spira.
Di sopra lo copre un ciel grigio
bassissimo, intenso, perenne.
Io guardo estasiato tal mare.
Non nave, non vela, non ala,
soltanto egli sembra
un’immensa lamiera d’argento brunastro.
Su desso
velato si mostra ogni astro.
Il sole si mette una benda di lutto,
la luna un vel grigio,
le innumeri stelle lo guardano
tenendo un pochino socchiuso
il lor occhio vivace.
Io guardo estasiato tal mare.
Ma quale fu l’acqua ad empirlo?
Dai monti ruinò?
Sgorgò dalla terra?
Dal cielo vi cadde?
O cadde piuttosto dagli occhi del mondo?
Mar grigio,
siccome una lastra d’argento brunastro,
immobile e solo,
uguale,
ti guardo estasiato.
– Ma c’è questo mare? Ma c’è?
– Sicuro che c’è!
Io solo lo vedo,
io solo mi posso indugiare a guardarlo,
tessuta ho la vela io stesso:
la prima a solcarlo.
Cesare Viviani
Oh non è il pescatore
Oh non è il pescatore che aspetta, è l’acqua,
quando vi entrano due o tre fili di intenti
diretti a catturare un movimento, un segreto,
e non è l’argento vivo che esce, è l’euforia,
quella di veder morire, vittoria
sugli esseri silenziosi, sull’occulto
del fondo.
quando vi entrano due o tre fili di intenti
diretti a catturare un movimento, un segreto,
e non è l’argento vivo che esce, è l’euforia,
quella di veder morire, vittoria
sugli esseri silenziosi, sull’occulto
del fondo.
Gabriele D'Annunzio
Canto dell’ospite
Dormono l’acque nel plenilunio
di giugno. I grandi scogli rilucono,
chiudendo nel tacito sasso
la sconosciuta vita del mare.
Nuvole vaste siccome talami
pendono a sommo del cielo: attendono
amanti divini. Non senti,
Ospite, il divino odor del mare?
Non odi? Le acque destate un fremito
recano lungo; su ’l vento palpita
un’ala di canto. Stanotte
le sirene cantano su ’l mare.
A quale nave smarrita cantano?
Al lor periglio qual prora traggono?
I nauti son pallidi quando
le sirene cantano su ’l mare.
Ascolta! Ascolta! Lenta diffondesi
la perigliosa musica: accorrono
gli sciami de’ sogni. Non bevi,
Ospite, il divino odor del mare?
di giugno. I grandi scogli rilucono,
chiudendo nel tacito sasso
la sconosciuta vita del mare.
Nuvole vaste siccome talami
pendono a sommo del cielo: attendono
amanti divini. Non senti,
Ospite, il divino odor del mare?
Non odi? Le acque destate un fremito
recano lungo; su ’l vento palpita
un’ala di canto. Stanotte
le sirene cantano su ’l mare.
A quale nave smarrita cantano?
Al lor periglio qual prora traggono?
I nauti son pallidi quando
le sirene cantano su ’l mare.
Ascolta! Ascolta! Lenta diffondesi
la perigliosa musica: accorrono
gli sciami de’ sogni. Non bevi,
Ospite, il divino odor del mare?
Gabriele D'Annunzio
Il tritone
Il Tritone squammoso mi fu mastro.
S’accoscia su la sabbia ove la schiuma
bulica; e al sole la sua squamma fuma.
Giùngogli ov’è tra il pesce e il dio l’incastro.
Ha il gran torace azzurro come il glastro
ma l’argento sul dorso gli s’alluma.
Sceglie tra l’alghe la più verde, e ruma;
e gli cola il rigurgito salmastro.
Con la vasta sua man palmata afferra
la sua conca, v’insuffla ogni sua possa,
gonfio il collo le gote gli occhi istrambi.
Va il rimbombo pel mare e per la terra.
L’Alpe di Luni cròllasi percossa.
Bàlzano nel mio petto i ditirambi.
S’accoscia su la sabbia ove la schiuma
bulica; e al sole la sua squamma fuma.
Giùngogli ov’è tra il pesce e il dio l’incastro.
Ha il gran torace azzurro come il glastro
ma l’argento sul dorso gli s’alluma.
Sceglie tra l’alghe la più verde, e ruma;
e gli cola il rigurgito salmastro.
Con la vasta sua man palmata afferra
la sua conca, v’insuffla ogni sua possa,
gonfio il collo le gote gli occhi istrambi.
Va il rimbombo pel mare e per la terra.
L’Alpe di Luni cròllasi percossa.
Bàlzano nel mio petto i ditirambi.
Gabriele D'Annunzio
Undulna
I piedi ho quattro ali d’alcèdine,
ne ho due per mallèolo, azzurre
e verdi, che per la salsèdine
curvi sanno errori dedurre.
Pellùcide son le mie gambe
come la medusa errabonda,
che il puro pancrazio e la crambe
difforme sorvolano e l’onda.
Io l’onda in misura conduco
perché su la riva si spanda
con l’alga con l’ulva e col fuco
che fànnole amara ghirlanda.
Io règolo il segno lucente
che lascian le spume degli orli:
l’antico il men novo e il recente
io so con bell’arte comporli.
I musici umani hanno modi
lor varii, dal dorico al frigio:
divine infinite melodi
io creo nell’esiguo vestigio.
Le tempre dell’onda trascrivo
su l’umida sabbia correndo;
nel tràmite mio fuggitivo
gli accordi e le pause avvicendo.
O sabbia mia melodiosa,
non un tuo granello di sìlice
darei per la pómice ascosa
della fonte all’ombra dell’ìlice.
Brilli innumerevole e immensa
alla mia lunata scrittura;
e l’acqua che bevi t’addensa,
lo sterile sale t’indura.
Il rilievo t’è tanto sottile,
dedotto con arte sì parca,
che men gracile in puerile
fronte sopracciglio s’inarca.
A quando a quando orma trisulca
il lineamento intercide;
pesta umana, se ti conculca,
s’impregna di luce e sorride.
Figure di nèumi elle sono
in questa concordia discorde.
O cètera curva ch’io suono,
né dito né plettro ti morde.
Io trascorro; e il grande concento
in me taciturna s’adempie,
dall’unghie de' miei piè d’argento
alle vene delle mie tempie.
Scerno con orecchia tranquilla
i toni dell’onda che viene,
indago con chiara pupilla
più oltre ogni segno più lene;
così che la musica traccia
m’è suono, e ne’ righi leggeri,
mentre oggi odo ansar la bonaccia,
leggo la tempesta di ieri.
Che è questo insolito albore
che per le piagge si spande?
Teti offre alla madre di Core
dogliosa le salse ghirlande?
L’albàsia de' giorni alcionii
anzi il verno giunge precoce
e dagli arcipelaghi ionii
attinge del Serchio la foce?
Il molle Settembre, il Tibìcine
dei pomarii, che ha violetti
gli occhi come il fiore del glìcine
tra i riccioli suoi giovinetti,
fa tanta chiarìa con due ossi
di gru modulando un partènio
mentre sotto l’ombra dei rossi
corbézzoli indulge al suo genio.
Respira securo il mar dolce
qual pargolo in grembo materno.
La pace alcionia lo molce
quasi aureo latte, anzi il verno.
Onda non si leva; non s’ode
risucchio, non s’ode sciacquìo.
Di luce beata si gode
la riva su mare d’oblìo.
La sabbia scintilla infinita,
quasi in ogni granello gioisca.
Lùccica la valva polita,
la morta medusa, la lisca.
In ogni sostanza si tace
la luce e il silenzio risplende.
La Pania di marmi ferace
alza in gloria le arci stupende.
Tra il Serchio e la Magra, su l’ozio
del mare deserto di vele,
sospeso è l’incanto. Equinozio
d’autunno, già sento il tuo miele.
Già sento l’odore del mosto
fumar dalla vigna arenosa.
All’alba la luna d’agosto
era come una falce corrosa.
Di Vergine valica in Libra
l’amico dell’opere, il Sole;
e già le quadrella ch’ei vibra
han meno pennute asticciuole.
Silenzio di morte divina
per le chiarità solitarie!
Trapassa l’Estate, supina
nel grande oro della cesarie.
Mi soffermo, intenta al trapasso.
Onda non si leva. L’albèdine
è immota. Odo fremere in basso,
a’ miei piedi, l’ali d’alcèdine.
Bianche si dilungan le rive,
tra l’acque e le sabbie dilegua
la zona che l’arte mia scrive
fugace. Sorrido alla tregua.
A’ miei piedi il segno d’un’onda
gravato di nero tritume
s’incurva, una màcera fronda
di rovere sta tra due piume,
un’arida pigna dischiusa
che pesò nel pino sonoro
sta tra l’orbe d’una medusa
dispersa e una bacca d’alloro.
Vengono farfalle di neve
tremolando a coppie ed a sciami:
nella luce assemprano lieve
spuma fatta alata che ami.
Azzurre son l’ombre sul mare
come sparti fiori d’acònito.
Il lor tremolìo fa tremare
l’Infinito al mio sguardo attonito.
ne ho due per mallèolo, azzurre
e verdi, che per la salsèdine
curvi sanno errori dedurre.
Pellùcide son le mie gambe
come la medusa errabonda,
che il puro pancrazio e la crambe
difforme sorvolano e l’onda.
Io l’onda in misura conduco
perché su la riva si spanda
con l’alga con l’ulva e col fuco
che fànnole amara ghirlanda.
Io règolo il segno lucente
che lascian le spume degli orli:
l’antico il men novo e il recente
io so con bell’arte comporli.
I musici umani hanno modi
lor varii, dal dorico al frigio:
divine infinite melodi
io creo nell’esiguo vestigio.
Le tempre dell’onda trascrivo
su l’umida sabbia correndo;
nel tràmite mio fuggitivo
gli accordi e le pause avvicendo.
O sabbia mia melodiosa,
non un tuo granello di sìlice
darei per la pómice ascosa
della fonte all’ombra dell’ìlice.
Brilli innumerevole e immensa
alla mia lunata scrittura;
e l’acqua che bevi t’addensa,
lo sterile sale t’indura.
Il rilievo t’è tanto sottile,
dedotto con arte sì parca,
che men gracile in puerile
fronte sopracciglio s’inarca.
A quando a quando orma trisulca
il lineamento intercide;
pesta umana, se ti conculca,
s’impregna di luce e sorride.
Figure di nèumi elle sono
in questa concordia discorde.
O cètera curva ch’io suono,
né dito né plettro ti morde.
Io trascorro; e il grande concento
in me taciturna s’adempie,
dall’unghie de' miei piè d’argento
alle vene delle mie tempie.
Scerno con orecchia tranquilla
i toni dell’onda che viene,
indago con chiara pupilla
più oltre ogni segno più lene;
così che la musica traccia
m’è suono, e ne’ righi leggeri,
mentre oggi odo ansar la bonaccia,
leggo la tempesta di ieri.
Che è questo insolito albore
che per le piagge si spande?
Teti offre alla madre di Core
dogliosa le salse ghirlande?
L’albàsia de' giorni alcionii
anzi il verno giunge precoce
e dagli arcipelaghi ionii
attinge del Serchio la foce?
Il molle Settembre, il Tibìcine
dei pomarii, che ha violetti
gli occhi come il fiore del glìcine
tra i riccioli suoi giovinetti,
fa tanta chiarìa con due ossi
di gru modulando un partènio
mentre sotto l’ombra dei rossi
corbézzoli indulge al suo genio.
Respira securo il mar dolce
qual pargolo in grembo materno.
La pace alcionia lo molce
quasi aureo latte, anzi il verno.
Onda non si leva; non s’ode
risucchio, non s’ode sciacquìo.
Di luce beata si gode
la riva su mare d’oblìo.
La sabbia scintilla infinita,
quasi in ogni granello gioisca.
Lùccica la valva polita,
la morta medusa, la lisca.
In ogni sostanza si tace
la luce e il silenzio risplende.
La Pania di marmi ferace
alza in gloria le arci stupende.
Tra il Serchio e la Magra, su l’ozio
del mare deserto di vele,
sospeso è l’incanto. Equinozio
d’autunno, già sento il tuo miele.
Già sento l’odore del mosto
fumar dalla vigna arenosa.
All’alba la luna d’agosto
era come una falce corrosa.
Di Vergine valica in Libra
l’amico dell’opere, il Sole;
e già le quadrella ch’ei vibra
han meno pennute asticciuole.
Silenzio di morte divina
per le chiarità solitarie!
Trapassa l’Estate, supina
nel grande oro della cesarie.
Mi soffermo, intenta al trapasso.
Onda non si leva. L’albèdine
è immota. Odo fremere in basso,
a’ miei piedi, l’ali d’alcèdine.
Bianche si dilungan le rive,
tra l’acque e le sabbie dilegua
la zona che l’arte mia scrive
fugace. Sorrido alla tregua.
A’ miei piedi il segno d’un’onda
gravato di nero tritume
s’incurva, una màcera fronda
di rovere sta tra due piume,
un’arida pigna dischiusa
che pesò nel pino sonoro
sta tra l’orbe d’una medusa
dispersa e una bacca d’alloro.
Vengono farfalle di neve
tremolando a coppie ed a sciami:
nella luce assemprano lieve
spuma fatta alata che ami.
Azzurre son l’ombre sul mare
come sparti fiori d’acònito.
Il lor tremolìo fa tremare
l’Infinito al mio sguardo attonito.
Giorgio Caproni
Sono donne che sanno
Sono donne che sanno
così bene di mare
che all’arietta che fanno
a te accanto al passare
senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele
e alle labbra d’arselle
deliziose querele.
così bene di mare
che all’arietta che fanno
a te accanto al passare
senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele
e alle labbra d’arselle
deliziose querele.
Giorgio Caproni
Triste riva
Sul verderame rugoso
del mare, la procellaria
esclama con brevi grida
la burrasca lontana.
Io a riva, anzi sul labbro
renoso ove schiuma
salina bava, solo
contemplo e comprendo intanto
il gusto della tua saliva.
del mare, la procellaria
esclama con brevi grida
la burrasca lontana.
Io a riva, anzi sul labbro
renoso ove schiuma
salina bava, solo
contemplo e comprendo intanto
il gusto della tua saliva.
Giovanni Pascoli
Bocca d’arno
Bocca di donna mai mi fu di tanta
soavità nell’amorosa via
(se non la tua, se non la tua, presente)
. come la bocca pallida e silente
del fiumicel che nasce in Falterona.
Qual donna s’abbandona
(se non tu, se non tu) sì dolcemente
come questa placata correntìa?
Ella non canta,
e pur fluisce quasi melodia
all’amatrezza.
Qual sia la sua bellezza
io non so dire,
come colui che ode
suoni dormendo e virtudi ignote
entran nel suo dormire.
Le saltano all’incontro i verdi flutti,
schiumanti di baldanza,
con la grazia dei giovini animali.
In catena di putti
non mise tanta gioia Donatello,
fervendo il marmo sotto lo scalpello,
quando ornava le bianche cattedrali.
Sotto ghirlande di fiori e di frutti
svolgeasi intorno ai pergami la danza
infantile, ma non sì fiera danza
come quest’una.
soavità nell’amorosa via
(se non la tua, se non la tua, presente)
. come la bocca pallida e silente
del fiumicel che nasce in Falterona.
Qual donna s’abbandona
(se non tu, se non tu) sì dolcemente
come questa placata correntìa?
Ella non canta,
e pur fluisce quasi melodia
all’amatrezza.
Qual sia la sua bellezza
io non so dire,
come colui che ode
suoni dormendo e virtudi ignote
entran nel suo dormire.
Le saltano all’incontro i verdi flutti,
schiumanti di baldanza,
con la grazia dei giovini animali.
In catena di putti
non mise tanta gioia Donatello,
fervendo il marmo sotto lo scalpello,
quando ornava le bianche cattedrali.
Sotto ghirlande di fiori e di frutti
svolgeasi intorno ai pergami la danza
infantile, ma non sì fiera danza
come quest’una.
Giovanni Pascoli
Mare
alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?
Ludovico Ariosto
Dall’ Orlando furioso (Canto VI, ottave 35-40)
E come la via nostra e il duro e fello
destin ci trasse, uscimmo una matina
sopra la bella spiaggia, ove un castello
siede sul mar, de la possente Alcina.
Trovammo lei ch’uscita era di quello,
e stava sola in ripa alla marina;
e senza rete e senza amo traea
tutti li pesci al lito, che volea.
Veloci vi correvano i delfini,
vi venia a bocca aperta il grosso tonno;
i capidogli coi vécchi marini
vengon, turbati dal lor pigro sonno;
muli, salpe, salmoni e coracini
nuotano a schiere in più fretta che ponno;
pistrici, fisiteri, orche e balene
escon del mar con monstruose schiene.
Veggiamo una balena, la maggiore
che mai per tutto il mar veduta fosse:
undeci passi e più dimostra fuore
de l’onde salse le spallacce grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
perch’era ferma e che mai non si scosse:
ch’ella sia una isoletta ci credemo,
così distante ha l’un da l’altro estremo.
Alcina i pesci uscir facea de l’acque
con semplici parole e puri incanti.
Con la fata Morgana Alcina nacque,
io non so dir s’a un parto o dopo o inanti.
Guardommi Alcina; e subito le piacque
l’aspetto mio, come mostrò ai sembianti:
e pensò con astuzia e con ingegno
tormi ai compagni; e riuscì il disegno.
Ci venne incontra con allegra faccia,
con modi graziosi e riverenti,
e disse: «Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco i vostri alloggiamenti,
io vi farò veder, ne la mia caccia,
di tutti i pesci sorti differenti:
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran più che non ha stelle il cielo.
E volendo vedere una sirena
che col suo dolce canto acheta il mare,
passian di qui fin su quell’altra arena,
dove a quest’ora suol sempre tornare».
E ci mostrò quella maggior balena,
che, come io dissi, una isoletta pare.
Io che sempre fui troppo (e me n’incresce)
volonteroso, andai sopra quel pesce.
destin ci trasse, uscimmo una matina
sopra la bella spiaggia, ove un castello
siede sul mar, de la possente Alcina.
Trovammo lei ch’uscita era di quello,
e stava sola in ripa alla marina;
e senza rete e senza amo traea
tutti li pesci al lito, che volea.
Veloci vi correvano i delfini,
vi venia a bocca aperta il grosso tonno;
i capidogli coi vécchi marini
vengon, turbati dal lor pigro sonno;
muli, salpe, salmoni e coracini
nuotano a schiere in più fretta che ponno;
pistrici, fisiteri, orche e balene
escon del mar con monstruose schiene.
Veggiamo una balena, la maggiore
che mai per tutto il mar veduta fosse:
undeci passi e più dimostra fuore
de l’onde salse le spallacce grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
perch’era ferma e che mai non si scosse:
ch’ella sia una isoletta ci credemo,
così distante ha l’un da l’altro estremo.
Alcina i pesci uscir facea de l’acque
con semplici parole e puri incanti.
Con la fata Morgana Alcina nacque,
io non so dir s’a un parto o dopo o inanti.
Guardommi Alcina; e subito le piacque
l’aspetto mio, come mostrò ai sembianti:
e pensò con astuzia e con ingegno
tormi ai compagni; e riuscì il disegno.
Ci venne incontra con allegra faccia,
con modi graziosi e riverenti,
e disse: «Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco i vostri alloggiamenti,
io vi farò veder, ne la mia caccia,
di tutti i pesci sorti differenti:
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran più che non ha stelle il cielo.
E volendo vedere una sirena
che col suo dolce canto acheta il mare,
passian di qui fin su quell’altra arena,
dove a quest’ora suol sempre tornare».
E ci mostrò quella maggior balena,
che, come io dissi, una isoletta pare.
Io che sempre fui troppo (e me n’incresce)
volonteroso, andai sopra quel pesce.
Mario Luzi
O mare, mare arioso
O mare, mare
arioso, fresco,
frescamente infranto,
mare di prima primavera
dalle mura
della città costiera
quando era
in attesa di sé
teso ai futuri eventi.
Filtrava esso fusando
nelle minime
segregate cale,
entrava in ogni anfratto
della rapida scogliera,
si abbatteva
ringhiando ai moli
dai quali lui inondato
da acqua e sale
luce ed aria
aveva primamente
preso il mare
per quel pellegrinaggio.
Quando? Non ricordava il tempo,
il vento era grecale —
e ora il duro periplo
di terraferme, di isole
lo riportava in sé,
senonché “sé” non c’era
né forse era mai stato
O s’era vanificato...
Oh libertà, oh dissoluzione
della vita nella piena vita...Amen.
arioso, fresco,
frescamente infranto,
mare di prima primavera
dalle mura
della città costiera
quando era
in attesa di sé
teso ai futuri eventi.
Filtrava esso fusando
nelle minime
segregate cale,
entrava in ogni anfratto
della rapida scogliera,
si abbatteva
ringhiando ai moli
dai quali lui inondato
da acqua e sale
luce ed aria
aveva primamente
preso il mare
per quel pellegrinaggio.
Quando? Non ricordava il tempo,
il vento era grecale —
e ora il duro periplo
di terraferme, di isole
lo riportava in sé,
senonché “sé” non c’era
né forse era mai stato
O s’era vanificato...
Oh libertà, oh dissoluzione
della vita nella piena vita...Amen.
Michele Sovente
Acqua mediterranea
Chiedo quiete all’acqua
lacustre e marina, mi seducono
i laghi, mi stordiscono
i mari: rami d’ombra sotto
il tufo, spire infinite di luce
oltre la costa. Non ha sosta
il correre mio sulla sabbia
in cerca di un fossile, di un
volto, proprio sotto le scarpe, ecco,
impronte si sfaldano nomi. Tutto
ciò che non ho, l’albero e il frutto,
contiene l’acqua in sé
che sempre circonda
la torre, la casa. Acqua, mia
acqua antica e contemporanea, sii
tu il punto fermo, la via
che porta al miscuglio di lingue,
acqua mediterranea.
lacustre e marina, mi seducono
i laghi, mi stordiscono
i mari: rami d’ombra sotto
il tufo, spire infinite di luce
oltre la costa. Non ha sosta
il correre mio sulla sabbia
in cerca di un fossile, di un
volto, proprio sotto le scarpe, ecco,
impronte si sfaldano nomi. Tutto
ciò che non ho, l’albero e il frutto,
contiene l’acqua in sé
che sempre circonda
la torre, la casa. Acqua, mia
acqua antica e contemporanea, sii
tu il punto fermo, la via
che porta al miscuglio di lingue,
acqua mediterranea.
Roberto Roversi
Vedere è meglio che ascoltare (121)
Vedere è meglio che ascoltare (anche Eraclito
lo dice in altro modo o forma). Vedere
il mare (non osservare il mare) è un atto completo
più che sentire il rumore del mare la voce del mare. Del
mare. L’eco del mare. Allora conviene
concordare con Fraclito, in questo caso, non
s
con Omero che dice il mare insonne.
Le navi di Ulisse corrono verso la tempesta che l’occhio
non vede l’orecchio ascolta in lampi
ogni nave arriva al naufragio al porto vicino il
porto è sempre agognato.
E la voglia di vivere che salverà il mondo
cantano
lo dice in altro modo o forma). Vedere
il mare (non osservare il mare) è un atto completo
più che sentire il rumore del mare la voce del mare. Del
mare. L’eco del mare. Allora conviene
concordare con Fraclito, in questo caso, non
s
con Omero che dice il mare insonne.
Le navi di Ulisse corrono verso la tempesta che l’occhio
non vede l’orecchio ascolta in lampi
ogni nave arriva al naufragio al porto vicino il
porto è sempre agognato.
E la voglia di vivere che salverà il mondo
cantano
Salvatore Quasimodo
L’Ànapo
Alle sponde odo l’acqua colomba,
Ànapo mio; nella memoria geme
al suo cordoglio
uno stormire altissimo.
Sale soavemente a riva,
dopo il gioco coi numi,
un corpo adolescente:
mutevole ha il volto,
su una tibia al moto della luce
rigonfia un grumo vegetale.
Chino ai profondi lieviti
ripatisce ogni fase,
ha in sé la morte in nuziale germe.
– Che hai tu fatto delle maree del sangue,
Signore? – Ciclo di ritorni
vano sulla sua carne,
la notte e il flutto delle stelle.
Ride umano sterile sostanza.
In fresco oblio disceso
nel buio d’erbe giace:
l’amata è un’ombra e origlia
nella sua costola.
Mansueti animali,
le pupille d’aria,
bevono in sogno.
Ànapo mio; nella memoria geme
al suo cordoglio
uno stormire altissimo.
Sale soavemente a riva,
dopo il gioco coi numi,
un corpo adolescente:
mutevole ha il volto,
su una tibia al moto della luce
rigonfia un grumo vegetale.
Chino ai profondi lieviti
ripatisce ogni fase,
ha in sé la morte in nuziale germe.
– Che hai tu fatto delle maree del sangue,
Signore? – Ciclo di ritorni
vano sulla sua carne,
la notte e il flutto delle stelle.
Ride umano sterile sostanza.
In fresco oblio disceso
nel buio d’erbe giace:
l’amata è un’ombra e origlia
nella sua costola.
Mansueti animali,
le pupille d’aria,
bevono in sogno.
Sandro Penna
Muovonsi opachi coi lucenti secchi
Muovonsi opachi coi lucenti secchi
gli uomini calmi in mezzo agli orti. Il rosso
dei pomodori sta segreto e acceso
nel verde come un cuore. Ma lontano
il mare con le sue luci d’argento,
che sono le campane del mattino,
chiama alla pesca gli uomini che il vino
del ritorno sognavano fra il lento
ondeggiar delle barche, ridestate
quali uccelli sul ramo. L’altalena
ferma nel buio della villa aspetta
il giorno. E il giorno accorderà le varie
e rumorose colazioni. Io resto
fra tanta luce e battere di panni.
Tre rape mezza mela ed una triste
macchina di cucina vecchia d’anni
sonnecchiano su un tavolo non viste.
gli uomini calmi in mezzo agli orti. Il rosso
dei pomodori sta segreto e acceso
nel verde come un cuore. Ma lontano
il mare con le sue luci d’argento,
che sono le campane del mattino,
chiama alla pesca gli uomini che il vino
del ritorno sognavano fra il lento
ondeggiar delle barche, ridestate
quali uccelli sul ramo. L’altalena
ferma nel buio della villa aspetta
il giorno. E il giorno accorderà le varie
e rumorose colazioni. Io resto
fra tanta luce e battere di panni.
Tre rape mezza mela ed una triste
macchina di cucina vecchia d’anni
sonnecchiano su un tavolo non viste.