Poesie di questo tema
Nazione e patriotismo
Ugo Foscolo
L’alterna onnipotenza delle umane sorti
Ventimiglia, 19 e 20 febbraio.
V. —.... Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi mascigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. — Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna.
V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte le cervici d’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo, ove tutto biancheggia e si confonde — da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza
della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia
vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e
la nuda mia voce? — Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la glo-
ria degli avi, la quali quanto più splendono tanto più sco-
prono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo
quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro
sepolcri. E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze
e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi dome-
stici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo
i nostri padroni schiudere le tombe, e disseppellire e disper-
dere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientare le
ignude memorie; poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione
di superbia, ma non eccitamento dall’antico letargo.
V. —.... Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi mascigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. — Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna.
V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte le cervici d’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo, ove tutto biancheggia e si confonde — da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza
della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia
vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e
la nuda mia voce? — Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la glo-
ria degli avi, la quali quanto più splendono tanto più sco-
prono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo
quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro
sepolcri. E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze
e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi dome-
stici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo
i nostri padroni schiudere le tombe, e disseppellire e disper-
dere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientare le
ignude memorie; poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione
di superbia, ma non eccitamento dall’antico letargo.
Umberto Saba
Trieste
Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
Vincenzo Monti
Per la liberazione d’Italia
Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Tua bellezza, che di pianti
Fonte amara ognor ti fu,
Di stranieri e crudi amanti
T’avea posta in servitú.
Ma bugiarda e mal sicura
La speranza fia de’ re:
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bonaparte al tuo periglio
Dal mar libico volò;
Vide il pianto del tuo ciglio,
E il suo fulmine impugnò.
Tremâr l’Alpi, e stupefatte
Suoni umani replicâr!
E l’eterne nevi intatte
D’armi e armati fiammeggiâr.
Del baleno al par veloce
Scese il forte, e non s’udí:
Ché men ratto il vol la voce
Della Fama lo seguí.
D’ostil sangue i vasti campi
Di Marengo intiepidîr,
E de’ bronzi ai tuoni ai lampi
L’onde attonite fuggîr.
Di Marengo la pianura
Al nemico tomba diè.
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Volgi l’onda al mar spedita,
O de’ fiumi algoso re;
Dinne all’Adria che finita
La gran lite ancor non è;
Di’ che l’asta il franco Marte
Ancor fissa al suol non ha,
Di’ che dove è Bonaparte
Sta vittoria e libertà.
Libertà, principio e fonte
Del coraggio e dell’onor,
Che, il piè in terra, in ciel la fronte,
Sei del mondo il primo amor.
Questo lauro al crin circonda:
Virtú patria lo nutrí,
E Desaix la sacra fronda
Del suo sangue colorí.
Su quel lauro in chiome sparte
Pianse Francia e palpitò:
Non lo pianse Bonaparte,
Ma invidiollo e sospirò.
Ombra illustre, ti conforti
Quell’invidia e quel sospir:
Visse assai chi ’l duol de’ forti
Meritò nel suo morir.
Ve’ sull’Alpi doloroso
Della patria il santo amor,
Alle membra dar riposo
Che fur velo al tuo gran cor.
L’ali il tempo riverenti
Al tuo piede abbasserà:
Fremeran procelle e venti,
E la tomba tua starà.
Per la cozia orrenda valle,
Usa i nembi a calpestar.
Torva l’ombra d’Anniballe
Verrà teco a ragionar.
Chiederà di quell’ardito,
Che secondo l’Alpe aprí.
Tu gli mostra il varco a dito,
E rispondi al fier cosí:
Di prontezza e di coraggio
Te quel grande superò:
Afro, cedi, al suo paraggio;
Tu scendesti, ed ei volò.
Tu dell’itale contrade
Aborrito destruttor:
Ei le torna in libertade,
E ne porta seco il cor.
Di civili eterne risse
Tu a Cartago rea cagion:
Ei placolle e le sconfisse
Col sorriso e col perdon.
Che piú chiedi? Tu ruina,
Ei salvezza al patrio suol.
Afro, cedi e il ciglio inchina:
Muore ogni astro in faccia al sol.
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Tua bellezza, che di pianti
Fonte amara ognor ti fu,
Di stranieri e crudi amanti
T’avea posta in servitú.
Ma bugiarda e mal sicura
La speranza fia de’ re:
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bonaparte al tuo periglio
Dal mar libico volò;
Vide il pianto del tuo ciglio,
E il suo fulmine impugnò.
Tremâr l’Alpi, e stupefatte
Suoni umani replicâr!
E l’eterne nevi intatte
D’armi e armati fiammeggiâr.
Del baleno al par veloce
Scese il forte, e non s’udí:
Ché men ratto il vol la voce
Della Fama lo seguí.
D’ostil sangue i vasti campi
Di Marengo intiepidîr,
E de’ bronzi ai tuoni ai lampi
L’onde attonite fuggîr.
Di Marengo la pianura
Al nemico tomba diè.
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Volgi l’onda al mar spedita,
O de’ fiumi algoso re;
Dinne all’Adria che finita
La gran lite ancor non è;
Di’ che l’asta il franco Marte
Ancor fissa al suol non ha,
Di’ che dove è Bonaparte
Sta vittoria e libertà.
Libertà, principio e fonte
Del coraggio e dell’onor,
Che, il piè in terra, in ciel la fronte,
Sei del mondo il primo amor.
Questo lauro al crin circonda:
Virtú patria lo nutrí,
E Desaix la sacra fronda
Del suo sangue colorí.
Su quel lauro in chiome sparte
Pianse Francia e palpitò:
Non lo pianse Bonaparte,
Ma invidiollo e sospirò.
Ombra illustre, ti conforti
Quell’invidia e quel sospir:
Visse assai chi ’l duol de’ forti
Meritò nel suo morir.
Ve’ sull’Alpi doloroso
Della patria il santo amor,
Alle membra dar riposo
Che fur velo al tuo gran cor.
L’ali il tempo riverenti
Al tuo piede abbasserà:
Fremeran procelle e venti,
E la tomba tua starà.
Per la cozia orrenda valle,
Usa i nembi a calpestar.
Torva l’ombra d’Anniballe
Verrà teco a ragionar.
Chiederà di quell’ardito,
Che secondo l’Alpe aprí.
Tu gli mostra il varco a dito,
E rispondi al fier cosí:
Di prontezza e di coraggio
Te quel grande superò:
Afro, cedi, al suo paraggio;
Tu scendesti, ed ei volò.
Tu dell’itale contrade
Aborrito destruttor:
Ei le torna in libertade,
E ne porta seco il cor.
Di civili eterne risse
Tu a Cartago rea cagion:
Ei placolle e le sconfisse
Col sorriso e col perdon.
Che piú chiedi? Tu ruina,
Ei salvezza al patrio suol.
Afro, cedi e il ciglio inchina:
Muore ogni astro in faccia al sol.
Vittorio Alfieri
A dante
O gran padre Alighier, se dal ciel miri
me tuo discepol non indegno starmi,
dal cor traendo profondi sospiri,
prostrato innanzi a’ tuoi funerei marmi;
piacciati, deh! Propizio ai be’ desiri
d’un raggio di tua luce illuminarmi.
Uom che a primiera eterna gloria aspiri,
contro invidia e viltà de’ stringer l’armi?
Figlio, i’ le strinsi, e assai men duol; ch’io diedi
nome in tal guisa a gente tanto bassa,
da non pur calpestarsi co’ miei piedi.
Se in me fidi, il tuo sguardo a che si abbassa?
Va, tuona, vinci: e, se fra pie’ ti vedi
costor, senza mirar sovr’essi passa.
me tuo discepol non indegno starmi,
dal cor traendo profondi sospiri,
prostrato innanzi a’ tuoi funerei marmi;
piacciati, deh! Propizio ai be’ desiri
d’un raggio di tua luce illuminarmi.
Uom che a primiera eterna gloria aspiri,
contro invidia e viltà de’ stringer l’armi?
Figlio, i’ le strinsi, e assai men duol; ch’io diedi
nome in tal guisa a gente tanto bassa,
da non pur calpestarsi co’ miei piedi.
Se in me fidi, il tuo sguardo a che si abbassa?
Va, tuona, vinci: e, se fra pie’ ti vedi
costor, senza mirar sovr’essi passa.
Vittorio Alfieri
Sonetto
verrà, tornerà il giorno, in cui
redivivi omai gl’Itali staranno
in campo audaci, e non col ferro altrui
in vil difesa, ma dei Galli a danno.
Al forte fianco sproni ardenti dui,
lor virtù prisca ed i miei carmi avranno:
onde in membrar ch’essi già fur, chio fui,
d’irresistibil fiamma avvamperanno.
E armati allor di quel furor celeste
spirato in me dall’opre dei lor avi,
faran mie rime a Gallia esser funeste.
Gli odo già dirmi: O Vate nostro, in pravi
secoli nato, eppur create hai queste
sublimi età che profetando andavi.”
redivivi omai gl’Itali staranno
in campo audaci, e non col ferro altrui
in vil difesa, ma dei Galli a danno.
Al forte fianco sproni ardenti dui,
lor virtù prisca ed i miei carmi avranno:
onde in membrar ch’essi già fur, chio fui,
d’irresistibil fiamma avvamperanno.
E armati allor di quel furor celeste
spirato in me dall’opre dei lor avi,
faran mie rime a Gallia esser funeste.
Gli odo già dirmi: O Vate nostro, in pravi
secoli nato, eppur create hai queste
sublimi età che profetando andavi.”
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