Poesie di questo tema
Scopo e senso della vita
Alfredo Giuliani
Il badante di Eraclito
Rimestola una sentenza di maestro
oscuro lampo
fisso
nella mente
dei suoi frammenti scomparsi
immortali mortali, mortali immortali: viventi
la morte di quelli, di questi morenti la vita
simmetria in abisso fuoco di specchi velati
insoluto accorgimento
pareva di aver scorto
flottante evanescenza di un centro
non c’è
scortica significanza
sotto l’opinabile
assolto il dio incognito
la piaga
Prova a sciogliere il nodo di capo e coda
Immortali viventi la morte dei mortali
E come?
magnificenti? pietosi? incuranti?
curiosi? custodi di apparenze? tripudianti?
Saranno mica immortali gli archetipi?
Umani la sperano un torto speciale risarcito
con l’eternità L’eternità? Uhm chi dice bah
“chi muore vedrà”
alletta l’offerta dulcamara
(attestano misteri miraggi piramidi profeti cattedrali)
a meraviglia persuade
Di fatto eterna lotta strage sì di pace eterna
sentimento ‘èoni specie generazioni noi
la chiamano Evoluzione scienza di tutte le eccezioni
insuperata se non da sè evoluta fino a forzare
non ha forse in mano
natura all’innaturale (ma via
la mappa dell’artificio originale?) ebbra di conoscenza
si slancia verso un novissimo Ade
Mortali morenti la vita d’immortali?
s’inverano di miti
E come? si grattano da cani
di scemenza
bamboli stupori furori di potenza
inghignatori
servi copie di vittime partecipi
sgomenta idea li assale dell’energia cosmica
vampante estro criminale
alla pratica ragione
si adeguano confusamente sognano un tempo di natura
verdura altri animali
robusto-lieve acque
intorno uccidendo lucrando piegando la schiena
incontro all’eterno ritorno
migravano
Oggi fuggono alieni nella massa dei sestessi delirando
noia sondano lo spazio dei fantamercati siderali
tra loro i tanti tracotanti imbrogliano delinquono
spradroneggiando sulle cape vuote i sudditi sonnambuli
ossequiano devoti astute dentiere ridono fetide parole
onorano le proprie e le universe infamie
adorano
bandiere
preghiere ai muri
canzoni di lenimento
e scosse frugano pasciuti in pattumiere d’immagini
basta così
stufano il mondo
Venuti per sparire
da sempre iniziati all’errore
li accomuno
è davvero il pensiero “cosa arcana e stupenda”
di immortali e mortali non resteranno tracce
per nessuno
Di che ciancia o ride sapienza
lo sconforto tace
l’altrove in dissolvenza
Babbuccio mio - è ora di dormire
Ma vedi il mio cane è inquieto
abbaia al fiuto ombre di gatto
è il suo gioco
c’è uno spicchio di luna
mi vuole con sé in giardino
nell’ultimo giro pisciante della sera
poi la cuccia
Rintanato
nell’emisfero sinistro del cervellotico elisio
m’insonnio
e a buon conto mi canticchio
fancul fancul
saluti a tutti
oscuro lampo
fisso
nella mente
dei suoi frammenti scomparsi
immortali mortali, mortali immortali: viventi
la morte di quelli, di questi morenti la vita
simmetria in abisso fuoco di specchi velati
insoluto accorgimento
pareva di aver scorto
flottante evanescenza di un centro
non c’è
scortica significanza
sotto l’opinabile
assolto il dio incognito
la piaga
Prova a sciogliere il nodo di capo e coda
Immortali viventi la morte dei mortali
E come?
magnificenti? pietosi? incuranti?
curiosi? custodi di apparenze? tripudianti?
Saranno mica immortali gli archetipi?
Umani la sperano un torto speciale risarcito
con l’eternità L’eternità? Uhm chi dice bah
“chi muore vedrà”
alletta l’offerta dulcamara
(attestano misteri miraggi piramidi profeti cattedrali)
a meraviglia persuade
Di fatto eterna lotta strage sì di pace eterna
sentimento ‘èoni specie generazioni noi
la chiamano Evoluzione scienza di tutte le eccezioni
insuperata se non da sè evoluta fino a forzare
non ha forse in mano
natura all’innaturale (ma via
la mappa dell’artificio originale?) ebbra di conoscenza
si slancia verso un novissimo Ade
Mortali morenti la vita d’immortali?
s’inverano di miti
E come? si grattano da cani
di scemenza
bamboli stupori furori di potenza
inghignatori
servi copie di vittime partecipi
sgomenta idea li assale dell’energia cosmica
vampante estro criminale
alla pratica ragione
si adeguano confusamente sognano un tempo di natura
verdura altri animali
robusto-lieve acque
intorno uccidendo lucrando piegando la schiena
incontro all’eterno ritorno
migravano
Oggi fuggono alieni nella massa dei sestessi delirando
noia sondano lo spazio dei fantamercati siderali
tra loro i tanti tracotanti imbrogliano delinquono
spradroneggiando sulle cape vuote i sudditi sonnambuli
ossequiano devoti astute dentiere ridono fetide parole
onorano le proprie e le universe infamie
adorano
bandiere
preghiere ai muri
canzoni di lenimento
e scosse frugano pasciuti in pattumiere d’immagini
basta così
stufano il mondo
Venuti per sparire
da sempre iniziati all’errore
li accomuno
è davvero il pensiero “cosa arcana e stupenda”
di immortali e mortali non resteranno tracce
per nessuno
Di che ciancia o ride sapienza
lo sconforto tace
l’altrove in dissolvenza
Babbuccio mio - è ora di dormire
Ma vedi il mio cane è inquieto
abbaia al fiuto ombre di gatto
è il suo gioco
c’è uno spicchio di luna
mi vuole con sé in giardino
nell’ultimo giro pisciante della sera
poi la cuccia
Rintanato
nell’emisfero sinistro del cervellotico elisio
m’insonnio
e a buon conto mi canticchio
fancul fancul
saluti a tutti
Dante Alighieri
I1io0
dall’altra già m’avea lasciata Setta.
‘O frati; dissi, che per cento milia
perigli, siete giunti all’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
de’ nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
diretro al Sol del mondo senza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.’
Li miei compagni feci io sì acuti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che appena poscia li avrei ritenuti.
E volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già dell’altro polo
vedea la notte, e il nostro tanto basso,
che non surgeva fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto dalla luna,
poi che entrati eravam nell’alto passo,
quando n’apparve una montagna bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non n’aveva alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
chè dalla nuova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fè’ gitar con tutte l’acque,
alla quarta levar la poppa in suso,
e la prora ire in giù com’altrui piacque,
infin che il mar fu sopra noi richiuso.”
‘O frati; dissi, che per cento milia
perigli, siete giunti all’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
de’ nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
diretro al Sol del mondo senza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.’
Li miei compagni feci io sì acuti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che appena poscia li avrei ritenuti.
E volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già dell’altro polo
vedea la notte, e il nostro tanto basso,
che non surgeva fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto dalla luna,
poi che entrati eravam nell’alto passo,
quando n’apparve una montagna bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non n’aveva alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
chè dalla nuova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fè’ gitar con tutte l’acque,
alla quarta levar la poppa in suso,
e la prora ire in giù com’altrui piacque,
infin che il mar fu sopra noi richiuso.”
Giuseppe Conte
Quelli che io non sono
Un Capitano di mare, un suonatore
di jazz. Erano 1 miei amori
le traversate e i transatlantici
e gli ottoni, i clarini, la vita
allora aveva di una musica
intuita appena il tiepido
cuore. Quelli che io non sono
che non sono diventato
ancora li amo. Li sento
in me, mancati, non più sognabili,
un Capitano, un suonatore di jazz,
come se di un destino la parte
non compiuta equivalesse
a quella che si compie, e insieme fossero
vane e vere, inoppugnabili.
di jazz. Erano 1 miei amori
le traversate e i transatlantici
e gli ottoni, i clarini, la vita
allora aveva di una musica
intuita appena il tiepido
cuore. Quelli che io non sono
che non sono diventato
ancora li amo. Li sento
in me, mancati, non più sognabili,
un Capitano, un suonatore di jazz,
come se di un destino la parte
non compiuta equivalesse
a quella che si compie, e insieme fossero
vane e vere, inoppugnabili.
Giuseppe Conte
Troppo umano un destino
Vorresti la certezza, la verità
- e sai che la verità non è che Luce -
ma vai cieco dove vanno 1 desideri
e i piaceri, dove ti conduce
troppo umano un destino. Cerca ancora.
Scegli il tuo cammino. Cerca, esplora
tutte le vie del finito, come chi
ha fame dell’infinito forse deve
fare, sempre veloce, sempre immemore.
- e sai che la verità non è che Luce -
ma vai cieco dove vanno 1 desideri
e i piaceri, dove ti conduce
troppo umano un destino. Cerca ancora.
Scegli il tuo cammino. Cerca, esplora
tutte le vie del finito, come chi
ha fame dell’infinito forse deve
fare, sempre veloce, sempre immemore.
Giuseppe Conte
Un ordine
Ho infranto un ordine. Il più severo.
Sono stato generato per possedere
terre e donne, per sottomettere,
per costruire, per avere
figli. Questo era il nesso.
Per questo fui chiamato Giuseppe
e fui chiamato al mondo.
Ma io ho tradito. Ad altro
non ho dedicato me stesso
che a scrivere alberi, lune, onde,
alla sterile arte di versi e dei sogni,
all’angoscia, ai piaceri suoi complici.
Non sono stato mai così solo.
So che non ho ubbidito
a una legge che mi prefigurava:
non sono niente, non ho niente, io.
Ma l’ordine che ho infranto era Dio?
Sono stato generato per possedere
terre e donne, per sottomettere,
per costruire, per avere
figli. Questo era il nesso.
Per questo fui chiamato Giuseppe
e fui chiamato al mondo.
Ma io ho tradito. Ad altro
non ho dedicato me stesso
che a scrivere alberi, lune, onde,
alla sterile arte di versi e dei sogni,
all’angoscia, ai piaceri suoi complici.
Non sono stato mai così solo.
So che non ho ubbidito
a una legge che mi prefigurava:
non sono niente, non ho niente, io.
Ma l’ordine che ho infranto era Dio?
Paolo Ruffilli
All’infuori del corpo
“Sarebbe, quindi,
tutto un grande errore”.
“Non so se un caso o
un piano superiore. Ma,
certo, nel difetto e
nel dolore”.
L’ignoto arretra
un passo e avanza
all’infinito.
“O, almeno, l’impressione
di un oblìo...Che so,
di un annegare”.
“Che cada al fondo
smarriti gli orizzonti,
e corra via”.
Pare che al mondo
non ci sia una storia,
che manchino contorni
definiti, che tutto
avvenga, da un certo
punto almeno, per inerzia
o per pressione di un vuoto
che acquista moto e spazio
nel procedere dei giorni
fino a farsi pieno.
“Attento, si capisce, a
dove vai. Segui la pista
senza cedere agli abbagli.
E non vale se sbagli,
meno che mai nel noto.
Perché il mistero
vero è proprio in
Ciò che è a vista”.
...Se non si perde,
neppure si conquista.
È vuoto è nulla
il tuffo non finisce
ombra da ombra
tiene
il corpo non risale
voce dall’acqua
spinge
di sé ciascuno
stringe
la parte che ne affiora
e finge il resto immerso
ne cuce i lembi
ai bordi della falla
ne immagina la forma
che viene e non ritorna
dentro sangue e fango
in essere disciolto
e su da fondo
solo capovolto
nel più profondo
inter
urinas et feces
sotto una luce stanca
per ferri e garze
fuori a galla
nascimur
Dentro lo spazio
di teoria,
identità (la mia?)
risultanza
quasi d’anagrafe.
Vita: stato di
confusa situazione,
tentata relazione
‘tra un oggi
invano organizzato
e quel che ieri ha teso
ineludibile tracciato.
Strazio di gesti
e di intenzioni,
compromesso di parole
vissuto e mai accettato.
(Non si vede né
giovane, né vecchio,
non sa se bello o
brutto. Si
avverte come ingombro
oppure si scompare
Controlli, indugi,
attese a non finire
prima di spiccare
finalmente 1] salto.
...così, sul declinare
andante, sul filo
di quell’onda...
“Fino a scoprire
che poi, di là,
non c’è la sponda”.
È la cancellazione
progressiva delle presenze care o note,
il conto che comincia
a non tornare. Il
margine sempre più
. sottile, man mano
che si fanno falle
e vuoti tra le file. (...)
Da CAMERA OSCURA
tutto un grande errore”.
“Non so se un caso o
un piano superiore. Ma,
certo, nel difetto e
nel dolore”.
L’ignoto arretra
un passo e avanza
all’infinito.
“O, almeno, l’impressione
di un oblìo...Che so,
di un annegare”.
“Che cada al fondo
smarriti gli orizzonti,
e corra via”.
Pare che al mondo
non ci sia una storia,
che manchino contorni
definiti, che tutto
avvenga, da un certo
punto almeno, per inerzia
o per pressione di un vuoto
che acquista moto e spazio
nel procedere dei giorni
fino a farsi pieno.
“Attento, si capisce, a
dove vai. Segui la pista
senza cedere agli abbagli.
E non vale se sbagli,
meno che mai nel noto.
Perché il mistero
vero è proprio in
Ciò che è a vista”.
...Se non si perde,
neppure si conquista.
È vuoto è nulla
il tuffo non finisce
ombra da ombra
tiene
il corpo non risale
voce dall’acqua
spinge
di sé ciascuno
stringe
la parte che ne affiora
e finge il resto immerso
ne cuce i lembi
ai bordi della falla
ne immagina la forma
che viene e non ritorna
dentro sangue e fango
in essere disciolto
e su da fondo
solo capovolto
nel più profondo
inter
urinas et feces
sotto una luce stanca
per ferri e garze
fuori a galla
nascimur
Dentro lo spazio
di teoria,
identità (la mia?)
risultanza
quasi d’anagrafe.
Vita: stato di
confusa situazione,
tentata relazione
‘tra un oggi
invano organizzato
e quel che ieri ha teso
ineludibile tracciato.
Strazio di gesti
e di intenzioni,
compromesso di parole
vissuto e mai accettato.
(Non si vede né
giovane, né vecchio,
non sa se bello o
brutto. Si
avverte come ingombro
oppure si scompare
Controlli, indugi,
attese a non finire
prima di spiccare
finalmente 1] salto.
...così, sul declinare
andante, sul filo
di quell’onda...
“Fino a scoprire
che poi, di là,
non c’è la sponda”.
È la cancellazione
progressiva delle presenze care o note,
il conto che comincia
a non tornare. Il
margine sempre più
. sottile, man mano
che si fanno falle
e vuoti tra le file. (...)
Da CAMERA OSCURA
Roberto Roversi
Passo dagli alberi (23)
Passo dagli alberi ai sassi all’uomo
basta un suono o un piccolo stravolgimento per passare
dalle lucciole indifese agli uomini e navigare
o (dico) per passare dagli uomini a lui.
Ascolto con tanta attenzione che beccheggio.
Vulcano non c’entra. Però
bruciarsi le navi alle spalle non è male.
Si può scampare alla vita nella terra dei morti?
Il futuro non è già passato?
basta un suono o un piccolo stravolgimento per passare
dalle lucciole indifese agli uomini e navigare
o (dico) per passare dagli uomini a lui.
Ascolto con tanta attenzione che beccheggio.
Vulcano non c’entra. Però
bruciarsi le navi alle spalle non è male.
Si può scampare alla vita nella terra dei morti?
Il futuro non è già passato?
Sergio Corazzini
La morte di Tantalo g
Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.
Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.
Ma quel giorno già vanìa
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.
E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.
Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.
O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.
E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.
Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.
Ma quel giorno già vanìa
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.
E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.
Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.
O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.
E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.