Poesie di questo tema
Vento e aria
Alberto Cappi
Secondo canto del vento
dove venne il vento
il vento seminò sibilanti serpi
sui sentieri del sonno e del sogno
dove venne l’uomo e disse
sia detta aurora la prima
ora del tempo
benedetto sia il mattino
dove bambino colsi
alle cose il senso
il vento seminò sibilanti serpi
sui sentieri del sonno e del sogno
dove venne l’uomo e disse
sia detta aurora la prima
ora del tempo
benedetto sia il mattino
dove bambino colsi
alle cose il senso
Attilio Bertolucci
Vento
Come un lupo è il vento
che cala dai monti al piano,
corica nei campi il grano
ovunque passa è sgomento.
Fischia nei mattini chiari
illuminando case e orizzonti,
sconvolge l’acqua nelle fonti
caccia gli uomini ai ripari.
Poi, stanco s’addormenta e uno stupore
1° prende le cose, come dopo l’amore.
che cala dai monti al piano,
corica nei campi il grano
ovunque passa è sgomento.
Fischia nei mattini chiari
illuminando case e orizzonti,
sconvolge l’acqua nelle fonti
caccia gli uomini ai ripari.
Poi, stanco s’addormenta e uno stupore
1° prende le cose, come dopo l’amore.
Biagio Marin
El vento la porteva su dal siol
El vento la porteva su dal siol
la nuvola spumosa
color de l’oro e rosa
in viaso verso ‘l sol.
Ma pùo, per via,
‘i xe vignùo manincunia
e vogia de calâ lisiera
sul verde de la tera.
Comossa del so calo,
la pianzusseva sita,
co’ nel cuor una fita,
per quel so dolse falo
che ‘i toleva la luse e l’oro
e quel andâ de svolo,
nel sielo più profondo,
alta sul mondo.
la nuvola spumosa
color de l’oro e rosa
in viaso verso ‘l sol.
Ma pùo, per via,
‘i xe vignùo manincunia
e vogia de calâ lisiera
sul verde de la tera.
Comossa del so calo,
la pianzusseva sita,
co’ nel cuor una fita,
per quel so dolse falo
che ‘i toleva la luse e l’oro
e quel andâ de svolo,
nel sielo più profondo,
alta sul mondo.
Eugenio Montale
Corno inglese
Il vento che stasera suona attento
—ricorda un forte scotere di lame—
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
—ricorda un forte scotere di lame—
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
Eugenio Montale
Vento e bandiere
La folata che alzò l’amaro aroma
del mare alle spirali delle valli,
e t’investì, ti scompigliò la chioma,
groviglio breve contro il cielo pallido;
la raffica che t’incollò la veste
e ti modulò rapida a sua imagine,
com’è tornata, te lontana, a queste
pietre che sporge il monte alla voragine;
e come spenta la furia briaca
ritrova ora il giardino il sommesso alito
che ti cullò, riversa sull’amaca,
tra gli alberi, ne’ tuoi voli senz’ali.
Ahimè, non mai due volte configura
il tempo in egual modo i grani! E scampo
n’è: ché, se accada, insieme alla natura
la nostra fiaba brucerà in un lampo.
Sgorgo che non s’addoppia, — ed or fa vivo
un gruppo di abitati che distesi
allo sguardo sul fianco d’un declivo
si parano di gale e di palvesi.
Il mondo esiste... Uno stupore arresta
il cuore che ai vaganti incubi cede,
messaggeri del vespero: e non crede
che gli uomini affamati hanno una festa.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
del mare alle spirali delle valli,
e t’investì, ti scompigliò la chioma,
groviglio breve contro il cielo pallido;
la raffica che t’incollò la veste
e ti modulò rapida a sua imagine,
com’è tornata, te lontana, a queste
pietre che sporge il monte alla voragine;
e come spenta la furia briaca
ritrova ora il giardino il sommesso alito
che ti cullò, riversa sull’amaca,
tra gli alberi, ne’ tuoi voli senz’ali.
Ahimè, non mai due volte configura
il tempo in egual modo i grani! E scampo
n’è: ché, se accada, insieme alla natura
la nostra fiaba brucerà in un lampo.
Sgorgo che non s’addoppia, — ed or fa vivo
un gruppo di abitati che distesi
allo sguardo sul fianco d’un declivo
si parano di gale e di palvesi.
Il mondo esiste... Uno stupore arresta
il cuore che ai vaganti incubi cede,
messaggeri del vespero: e non crede
che gli uomini affamati hanno una festa.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Giorgio Barberi Squarotti
A Genova, in un giorno di vento
Ci fu vento? C’è chi dice di sì.
Forte? Forse, se pur piegava i rami
degli autobus, sempre che soffiasse
davvero, e non fosse soltanto il compimento
di qualche profezia così evidente
da non volere chiosatori e interpreti.
E c’era qualche inquieta minaccia
Di pioggia? Sì, se passavano nubi.
Ci fu anche chi vide per un attimo
un volto pallidissimo affacciarsi
per sempre in questo angolo di luce,
fu la contemplazione dell’inizio
che non prevede fine o è già fine,
e per questo è perfetta letizia.
Forte? Forse, se pur piegava i rami
degli autobus, sempre che soffiasse
davvero, e non fosse soltanto il compimento
di qualche profezia così evidente
da non volere chiosatori e interpreti.
E c’era qualche inquieta minaccia
Di pioggia? Sì, se passavano nubi.
Ci fu anche chi vide per un attimo
un volto pallidissimo affacciarsi
per sempre in questo angolo di luce,
fu la contemplazione dell’inizio
che non prevede fine o è già fine,
e per questo è perfetta letizia.
Luciano Folgore
Sensazione di turbine
Ansia.
Gonfia imminenza della morte.
Le case sagomate;
i campanili stagliati;
” le porte incise.
Bronzee lastre di silenzio.
Tra cielo di nubi lanose,
e terra di calma,
il cuore,
19° sospeso ai fili interminabili
dell’ignota paura.
Un battistrada leggiero:
fremito di fronde, bricioli di carta,
strepito indistinto nei giardini,
1° sui selciati...
Un rapido squadrone:
nuvole di polvere, palpito di veli,
flutto di tende
— qua e là —
misterioso vacillio della città.
Una turba balzante in arme:
cappelli, gonne in aria,
accecanti orde di polvere.
Un esercito interminabile di ribelli:
usci, finestre, porte — schiantati —
fragorio di vetri, panni volanti,
spettri balzanti,
braccia spalancate a un davanzale
contro sforzi di persiane.
Un urlo di maree popolose
espresse dal grigiastro, cavernoso
estuario degli orizzonti.
Sosta.
Pausa nella musica vertiginosa.
Tremola qualcosa
a
e si posa.
Poi di nuovo furibonde
le onde dei venti,
le correnti del turbine,
trascinano le case tra nebbie di polvere,
incalzano i giardini scapigliati.
Poi di nuovo
il suono, il rombo, il frastuono,
e l’orchestra formidabile,
con trombe di camini,
ù
con timpani di vetri,
con grancasse di portoni,
e violini, violini di fili telegrafici.
Schizza talvolta dalle nubi
% ]a fulminea bacchetta
del maestro uragano,
sul poema sinfonico dei venti.
Gonfia imminenza della morte.
Le case sagomate;
i campanili stagliati;
” le porte incise.
Bronzee lastre di silenzio.
Tra cielo di nubi lanose,
e terra di calma,
il cuore,
19° sospeso ai fili interminabili
dell’ignota paura.
Un battistrada leggiero:
fremito di fronde, bricioli di carta,
strepito indistinto nei giardini,
1° sui selciati...
Un rapido squadrone:
nuvole di polvere, palpito di veli,
flutto di tende
— qua e là —
misterioso vacillio della città.
Una turba balzante in arme:
cappelli, gonne in aria,
accecanti orde di polvere.
Un esercito interminabile di ribelli:
usci, finestre, porte — schiantati —
fragorio di vetri, panni volanti,
spettri balzanti,
braccia spalancate a un davanzale
contro sforzi di persiane.
Un urlo di maree popolose
espresse dal grigiastro, cavernoso
estuario degli orizzonti.
Sosta.
Pausa nella musica vertiginosa.
Tremola qualcosa
a
e si posa.
Poi di nuovo furibonde
le onde dei venti,
le correnti del turbine,
trascinano le case tra nebbie di polvere,
incalzano i giardini scapigliati.
Poi di nuovo
il suono, il rombo, il frastuono,
e l’orchestra formidabile,
con trombe di camini,
ù
con timpani di vetri,
con grancasse di portoni,
e violini, violini di fili telegrafici.
Schizza talvolta dalle nubi
% ]a fulminea bacchetta
del maestro uragano,
sul poema sinfonico dei venti.
Sandro Penna
Sul molo il vento soffia forte...
Sul molo il vento soffia forte. Gli occhi
hanno un calmo spettacolo di luce.
Va una vela piegata, e nel silenzio
la guida un uomo quasi orizzontale.
Silenzioso vola dalla testa
di un ragazzo un berretto, e tocca il mare
come un pallone il cielo. Fiamma resta
entro il freddo spettacolo di luce
la sua testa arruffata.
hanno un calmo spettacolo di luce.
Va una vela piegata, e nel silenzio
la guida un uomo quasi orizzontale.
Silenzioso vola dalla testa
di un ragazzo un berretto, e tocca il mare
come un pallone il cielo. Fiamma resta
entro il freddo spettacolo di luce
la sua testa arruffata.