Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

1885–1974 · visse 89 anni IT IT

n. 1885-02-02, Florença · m. 1974-08-17

: riflessi

Rasentano piano gli specchi invisibili
avvolti di nebbia,
non lasciano traccia nell’ombra,
gli specchi non hanno riflessi,
non cade su loro dell’ombra una macchia,
neppure la macchia dell’oro.
Un raggio vien fuori dal centro
di luce giallastra.
Sul raggio rimangono lievi, impalpabili,
impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
Dei volti talora vi appaiono,
dei volti bianchissimi,
appena il pallore la luce ne scopre.
Talaltra vi passan dei manti fioriti,
vi passano lenti, cangianti, splendenti.
S’arrestano i volti,
s’arrestan, più chiari si fanno,
vi splende d’un tratto uno sguardo,
due occhi che corron cercando pungenti,
o in fondo confusi v’appaion languenti, morenti.
Vi passa pian piano la nebbia e ricopre,
confonde gli sguardi con luci di gemme.
In basso,
si segue la ridda
dei piccoli punti
di dadi danzanti.
Due dadi grandissimi, in fondo,
rimangono fermi,
ne splendono i punti nerissimi intenti.
Vi passano lievi davanti
le impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
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Poesie

30

Le beghine

Frammenti di penne di struzzo,
tentennanti
polverose, intignate,
su piccoli cestini
in forma di nido d’uccello;
questa è a un dipresso
la forma del loro cappello.
Roselline consumate, scolorite,
indecifrabili tinte,
stinte e ritinte;
fiorellini impossibili,
a ciuffettini a mazzettini,
velettine come ragnatele,
tutte bucherellate,
su sulla fronte rialzate
e molto tirate;
di dietro un nodino
col suo ciondolino.
O cappelli in forma
di piatto regolare,
proprio nel mezzo
un pennacchio strano,
la punta d’una vecchia
penna di fagiano
messa tutta per ritto.
Pennine di galline,
di tacchino, di galletto,
di cappone, tutto tutto sta bene
sopra i cappelli delle beghine.
Mantiglie di vecchio pizzo,
con guarnizioni di gè,
di tibet, a sproni di velluto,
a guaine, con galicine
di piccole trine.
Giacchetti pieni di fianchette,
e con gala alla vita,
sul petto, e sopra le spalle,
sottane con crespe,
avanzi di cerchi qua e là,
rimasugli di tornú,
tutte bellissime cose
che non si vedono piú
che alle beghine.
Alcuna, per suprema dedizione,
veste alla foggia dei preti,
col suo bravo collare;
qualcuna con compassata
serietà monacale.
Ma tutte, tutte
siete un pochino studiate.
Come mi piace di guardarvi!
Vi aggirate, vi aggirate
piene di compunzione,
d’importanza e di pratica,
piene di etichetta,
per la vostra reggia prediletta.
Fra gli ori, fra i damaschi,
i pizzi degli altari,
i doppieri i candelabri,
andate e venite
come in casa vostra.

Inchini secchi
di gambe irrigidite.
Mi sembra di sognare
alle decrepite reggie
di spodestati re centenari,
che tutto crepita crepita.
V’alzate, andate, venite,
v’inchinate, v’inchinate,
vi inginocchiate.

Le vostre facce
sono pugni di rughe,
i vostri colli sbucano,
si muovono fra i cenci,
come colli di tartarughe.
I vostri occhi quilquiano
dalle infossature,
con fare di puntiglio,
di sussiego, di piccosità,
di superiorità,
per la vostra interiore
grande sicurità.
Dite, nella purità
siete cosí avvizzite,
o nel vizio?
Come riconoscere
dai vostri avanzi?
Eppure siete ancora civette!
Vi ungete, vi tingete malamente
gli ultimi capelli,
portate finte trecce,
riccioli finti, tinti
d’un altro colore;
avete il vestito per le feste,
e le feste siete meste,
meste e cocciute;
la gente che riempie
la chiesa di colori
vi urta, vi dà noia,
non è piú la vostra casa
dove dovete regnare,
la vostra reggia,
perché in ognuna di voi
c’è un fondo di regalità grottesca.
Camminate a saltelli,
o nella massima compostezza,
taluna stampellando per la gotta,
talaltra con un far da piruette,
con mosse paralitiche del capo.

Cosa foste? Cosa siete?
Vecchie cameriere pensionate?
Dame decadute?
Taluna di voi non fu ballerina,
taluna cocotte?
Ballerina, cocotte!
Come siete ridotte!
V’intanaste nell’ostinazione
della purità, o nessuno vi volle?
O conosceste bene l’amore?
Ecco il mistero
che m’interessa in voi.
L’amore! Voi!
Quanti anni sono ormai?
Io penso a denudarvi,
cavarvi i vecchi giacchetti sbiaditi;
i sudici panciotti
che v’ammassate addosso
per la paura delle polmoniti,
spogliarvi, spogliarvi
di quel sudicio fasciume,
e avervi nude dinanzi:
gobbe, torte, mostruose,
farvi rinascere per un istante solo
un brivido del piú orribile desiderio,
vedervi ballettare dinanzi sconciamente,
stampellare ridendo aizzate,
le piú vergini vorrei,
magari quella
che non fu toccata mai,
e darvi i miei vent’anni!
Sentirvi sotto cigolare,
stridere, cricchiolare;
schiacciarvi, pestarvi,
darvi la piú orribile gioia,
il piú feroce martirio!
(Le vostre bocche
sdentate, sinuose,
mi fanno vedere
libidini mostruose).
Contaminarvi tutte,
tutte, darvi odio amore scherno,
perdervi, gettare in un sol pugno,
al vento, tutte le vostre preghiere,
eppoi lasciarvi ridendo!
Via! Via! Via!
Cosa vedo dinanzi? Chi?
Nuda dinanzi a me,
la madre di mia madre,
la vecchia...
No! lo giuro!
Non le ò mai toccate le beghine,
mi piace solamente di guardarle.

Le fanciulle bianche

La gente cammina pian piano
su l’erta che mena alla chiesa.
E un lungo viale fra gli alti cipressi.
” La gente cammina pian piano.

AÀ mezzo dell’erta a sinistra
v’è un grande cancello che chiude un giardino.
Là dentro passeggiano al sole
le fanciulle bianche.
1° Passeggiano lento pel grande giardino.

Non ànno un sorriso.
La gente passando si ferma a guardare.

Mar grigio

Io guardo estasiato tal mare:
immobile mare uguale.

Non onda,
non soffio che l’acqua ne increspi,
non aura vi spira.
Di sopra lo copre un ciel grigio
bassissimo, intenso, perenne.

Io guardo estasiato tal mare.

Non nave, non vela, non ala,
soltanto egli sembra
un’immensa lamiera d’argento brunastro.

Su desso
velato si mostra ogni astro.
Il sole si mette una benda di lutto,
la luna un vel grigio,
le innumeri stelle lo guardano
tenendo un pochino socchiuso
il lor occhio vivace.

Io guardo estasiato tal mare.

Ma quale fu l’acqua ad empirlo?
Dai monti ruinò?
Sgorgò dalla terra?
Dal cielo vi cadde?
O cadde piuttosto dagli occhi del mondo?

Mar grigio,
siccome una lastra d’argento brunastro,
immobile e solo,
uguale,
ti guardo estasiato.

– Ma c’è questo mare? Ma c’è?
– Sicuro che c’è!
Io solo lo vedo,
io solo mi posso indugiare a guardarlo,
tessuta ho la vela io stesso:
la prima a solcarlo.

Movimento

Io vo... tu vai... si va...
Ma non chiedere dove
ti direbbero una bugia:
dove non si sa.
E è tanto bello quando uno va.
Io vo... tu vai... si va...
perché soltanto andare
in un mondo di ciechi
è la felicità.

Novembre

Dei giovani e dei vecchi
si raggruppano
fra le rovine calde di Roma,
su cui i platani lasciano cadere
con rumore di carta
le loro foglie dorate.
I giovani fanno sapere ai vecchi
quello che a loro piace,
e i vecchi fanno finta di non sentire.

Oro Doro Odoro Dodoro

In fondo al viale profondo è la nicchia gigante
ch’è cinta dagli alti cipressi.
La statua fu tolta nei tempi lontani.
La luna risplende sul bianco lucente del marmo
che sembra poggiarsi
sul nero profondo degli alti cipressi.
Vi sono alla base
quattr’uomini avvolti di neri mantelli.
Si guardan fra loro in silenzio,
non muovono un dito.

Rimini

Vele bianche
vele rosa
vele azzurre
filano verso il porto dell’ amore
gonfie di ebbrezza.
E una nera nel fondo
sgorata di rosso
s’avanza insensibilmente.

In oro perle e ciliegie
Isotta ride:
“Sì! Sì! Sì! Sì!
stringimi Sigismondo
voglio sentirmi stretta
più stretta
che avvinghiata non m’hai
per tutto il cielo

per tutto il tempo
per tutto il mondo:
Sì! Sì! Sì! Sì’

Dall’ alcova di porpora
Francesca guarda il mare:
“Paolo
per tutto il sangue:
Sì.”

Rio Bo

Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però...
c’è sempre disopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso...
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.

Sole

Vorrei girar la Spagna
sotto un ombrello rosso.

Vorrei girar l’Italia
sotto un ombrello verde.
Con una barchettina,
sotto un ombrello azzurro,
vorrei passare il mare:
giungere al Partenone
sotto un ombrello rosa
cadente di viole.

Visita alla contessa Eva Pizzardini Ba

– Buonasera contessa.
– Buonasera, carissimo Aldo.
– Oggi giornata bella, contessa.
– Troppo bella, carissimo Aldo,
non fa né freddo... né caldo.
– E... la noia, contessa?
– La che?...
– La no-ia.
– Pa... pa... papa... papa.
– Sempre la stessa.
– Ciò mi dite di nuovo?
Bravo.
– Cosa dirvi di nuovo?
Mi credete così ingenuo?
Nemmeno mi ci provo.
– Bravo.
E passate per giovine bizzarro
per uomo... tanto strano.
Strano... bizzarro...
bizzarro... strano...
Bravo.
– Codesta bella veste, contessa
la vidi proprio iersera
precisa... a una borghese.
– E fu inventata a Parigi
che non è ancora un mese:
sempre così, si sa.
– A Parigi fumano l’oppio.
– A Parigi...
– Verrà presto la moda anche da noi.
– Certo verrà, poi.
Le belle cose da noi sono un mito,
noi siamo quelli di ieri... o di poi.
Che governo pitocco!
Ma... di nuovo?
– Di nuovo...
la gallina ha fatto l’uovo.
– Ecco.
Bella consolazione,
dover vivere tanto
per veder tutti i giorni
le medesime cose.
Giunge il sole e se ne va,
cresce e cala la luna.
Sempre uguale il sole,
la luna è sempre uguale,
non cambian di colore.
Identiche le stelle.
– Purtroppo.
– Azzurro il cielo
azzurro il mare:
val la pena
di aprire una finestra per guardare?
– Ma...
– Verde il prato
verde il bosco:
il color vostro lo conosco ahimè
– Non ci badate.
– Si aspettano le solite persone
alle solite ore,
che ci vengon davanti
con la solita faccia,
non è facile sbagliare,
e con identica voce
ci dicono le identiche parole.
E non giova il cambiare,
che se pure ti sembrano
l’uno all’altro diversi
nelle forme o gli aspetti,
ti diran tutti alla stessa maniera:
«Buongiorno contessa,
contessa, buonasera».
Tutti i giorni si nasce...
e tutti i giorni si muore.
Quando si nasce c’è la levatrice,
quando si muore... c’è il dottore.
– Preferisco la levatrice.
– Io no, il dottore.
Che ci si viene a fare?
Che ci si fa?
Si può sapere?
Si sa?
– Calmatevi, contessa.
– E dire che vorrei, solo per una volta,
vedermi nuova nel mio specchio.
– Come?
– Nuova, diversa da sempre,
e diversa da tutte.
– Aver due bocche?
– Magari, ma è un caso comune.
– Lo so. Un occhio dietro?
– Dove?
– Nella testa.
– Ah, sì..
– Un dente sulla punta del naso?
– Meglio senza naso, nel caso.
– Due teste?
– Comune comune.
– Sette teste? Tredici gambe?
– Comune comune.
Ieri sera per dormire
mi son fatta tre volte
la puntura di morfina.
– Tre volte!
– Sono poche? Sono molte?
– Ma vi pare? La morfina!
– «La morfina!» La mor-fi-na.
– Vorreste diventare d’un tratto
regina o imperatrice?
Antonietta? Messalina!
– Uhm... forse sarebbe meglio...
– Una poveretta.
– Forse.
– Povera molto, vivere d’elemosina,
essere giù, nel fango...
– Forse.
– Insultata...
– Certo.
– Battuta...
– Almeno.
– Magari nel mezzo della strada
sull’ultimo gradino dell’abiezione,
come una donna perduta.
– Sì.
– Venduta.
– Sì.
– Essere vilipesa... prostituta!
– Insultata... battuta... venduta...
almeno per provare,
ma... come fare, noi...
Chi ci può insultare?
– Voi? Io.
– Siete troppo gentile, poveretto.
– Eccomi qua.
– Siete troppo corretto.
– Mi proverò.
– E non riuscirete
che a noiarmi di più.
– Ma... proviamo.
– E ci tenete tanto?
– Oh! Dio... così... tanto per fare.
– Dirò io per la prima.
– Sentiamo.
– Ma no, ma via, ma no,
perché?... no... povero sciocco, no...
– Stupida d’una donna.
– ... poetucolo... pitocco.
– Vescica con la gonna.
– Imbecille! Cretino!
Omo... da nulla.
– Povera grulla!
– Grullone! Scimunito!
Rammollito! Buffone!
– Smencitissima vacca!
Porcona, puttana, vigliacca!...
– Basta basta basta,
mio carissimo Aldo,
non crediamo di dirci
qualche cosa di nuovo,
sensazione nuova io già non provo,
la cerco, ma non la trovo.
Amiamoci piuttosto,
l’amore è tanto vecchio...
mi sembrerà più nuovo.
– Sì? Purché voi ritorniate come allora.
– Quando?
– Quando mi ascoltavate
senza pensare al male
ed erano assai meno noiose
le vostre serate.
– Mi avete amata voi?
Ed io vi ho amato, ohibò!
– Non dico questo, no...
– Doveva essere molto noioso
il nostro povero amore
se lo abbiamo troncato
e neppure ce ne ricordiamo.
– Era... una parola sola, allora...
Ricordate ieri sera?
– Ieri sera?
– Quella mia parola...
– Quale? Dite, mi fate venir male.
– Quando fu?...
– Certamente vi sbagliate,
fu la sera avanti.
– Ve l’avevo già detta?
– Uh! Centomila sere,
capirete, se è sempre la stessa...
Basta, basta, non la ridite,
lasciatemi morire in pace...
sono malata.
– Che sarà di voi?
– Di me?
– Buonanotte contessa.
– Buonanotte, carissimo Aldo.

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