Cesare Viviani

Cesare Viviani

Apri gli occhi e guarda

Apri gli occhi e guarda le bellezze, la foresta
di alberi netti, vigorosi e il sottobosco macchiato
di luce, l’erba forse miracolosa, ti abbiamo
condotto in un luogo rinomato, non puoi restare
inerte, rattrappito, sdraiato! Sei giovane,
giovane come chi un tempo si è lanciato in quei pendii, guarda,
in quei borghi per fame a rapinare, pirata,
spianava l’arma, strappava i beni, per dileguarsi
con raddoppiata lena.
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Poesie

15

Niente va altrove

Niente va altrove
di questa vita finita, e non c’è la fine -
mentre noi per sempre illusi
di rinviarla
O trattenere qualcosa
o superarla -
come dei frutti la polpa matura
si avvia a disfarsi e a staccarsi
e anche le foglie
seccano e cadono:
ma se lasciate a sé
niente muore.

Oh non è il pescatore

Oh non è il pescatore che aspetta, è l’acqua,
quando vi entrano due o tre fili di intenti
diretti a catturare un movimento, un segreto,
e non è l’argento vivo che esce, è l’euforia,
quella di veder morire, vittoria
sugli esseri silenziosi, sull’occulto
del fondo.

Poi gli uomini

Poi gli uomini si costringono a perdere
i suoni delle parole, persino della voce,
e per sovrastare fanno i luoghi sempre più stretti,
la bocca sempre più piena
fino a tacere.

VI Anno divora anno

amore consuma amore.
In tutti i centri immaginabili
cercato il Creatore, la creatura
lo cercava dove lo voleva,
nel più alto pensiero, nel contemplato, in sé.
E più si perfezionava,
più si intralciava.

Tornare nella creazione,
nella terra, nel limo,
uniti al Creatore, una materia,
unico impasto: è questa l’eternità,
premio o condanna futura,
la fine della creatura.

Faceva la creatura tutto da sé,
invocava, accorreva,
incoronava, puniva,
attribuiva ogni potere al Creatore,
si annullava con le parole, coi pensieri,
restava certamente quella di ieri.

Assente il pensiero, rimasto
nelle distinzioni del mondo,
si presentano uguali le creature,
come sono. I cuori liberi
al primo contatto riconoscono
l’Amore, di cui non si può dire,
Indicibile.

Non chiediamoci come sono
i corpi dei cuori liberi,
quando vivono nell’essere e nessuna parola
li può rappresentare.
I corpi sono tutti uguali, il più sano
pari al più martoriato: differenti
soltanto le pretese, mentre la stessa .
è l’entrata nell’essere.

Se c’è un’interrogazione,
non la si riesce a formulare.
Le tante domande, invece,
coprono la luce, oscurano,
allontanano dall’ardore,
rallentano il cuore.

non lascia spazio la fede fuori di sé.
E la creatura
è quello in cui crede:
non lo interessa come diventerà,
se opaca o pura, triste o gaia,
non pensa a quel che è, non pensa a sé.
x
Chi continua a smarrirsi nel fare,
o parimenti si perde in seno alla natura,
rimane nella fede. Ma oltre,
lasciato l’amore, abbandonato ogni valore,
escluso ogni fautore o mediatore,
è luce, luce, luce,
luce della Verità, luce
del mattino.

Il cuore sia il Creatore -
non si perda in bontà o in amore.
Il battito, la forma, la materia
non siano altro che sé, non siano
funzione o descrizione;
siano solo quello che da sempre sono:
la propria creazione.
Ora non c’è preghiera pronunciabile,
non c’è cura:
nell’essere che non si rivela
ritorni, dove è sempre stata, la creatura.
Il niente dell’esistenza e della storia
disveli l’immensa gloria.

Prima di arrivare al proprio essere,
ha fatto parte di silenziose esplosioni stellari,
era niente ma ha distrutto,
con un contatto minimo, una grande massa infuocata,
è sempre stato invisibile, inavvertibile,
ora si può dire: infinito.

Non c’è spazio: procede
intatta la creazione
nella continuità, nella pienezza,
tutto è indistinto niente.
Niente,
movimento assente.
Da PASSANTI

VIII Senza la vita avanza la conoscenza

sulle vibrazioni azzurre, illimitate
dei flussi vuoti dei cieli. Finita
la lezione degli uomini, anche la più alta,
dei saggi, scomparsi in un antro vuoto i predicati,
gli esempi riassorbiti dalla superficie delle cose,
le affermazioni, quelle sì, bruciate
dai primi raggi neutri dell’universo.
I luoghi sono rimasti senza nomi.
Le acque prive di figura,
il fluido senza immagine, presenza pura.
Sì, l’inganno della rappresentazione venuto meno -
non era da percepire a vita -
l’anziana diafana, oscillante,
tenue, prosciugata, entrata
nello spazio del visibile, slavata,
che sfiora lieve il fondale, pungente,
è l’aria.

La metafora, atlante dei gesti,
vuole innalzare nello spazio disegni e scie,
formelle di pietà, lasciti antropomorfi.
Ma i canti dello spirito, infondatezza
di ogni tracciato, solo elevazione e suono,
di piccoli e tardivi, e infranti, chiamati
ritorni e confini, prossimi e inerti.

Composti di materia, velocissimi filanti
che solcano il vuoto niente dei cieli,
gli impulsi d’amore - ora sì, è svelato - sono
corpuscoli, grani di silicio, identici.

Questione del Regno, incredibile, non creduto,
aperto al rame e alla serie dei metalli morbidi,
insostenibile la perfetta ripetizione delle orbite,
inalterata l’immobilità vitrea delle stelle,
la forma del Regno crebbe
con la tessitura dell’universo,
lenta, remota, automatica, in piena assenza.
E manca l’aggressività, il passaggio furioso,
la linea gelida dell’agguato
e il vortice del movimento.
Ora cosa resta da dire, se non è pensabile
il limite degli spazi improvvidi,
e 1] sole è disteso?
l’eccesso, lo splendore che nessuno ha visto,
l’esplosione inavvertita, occulta, coperta
da infinite altre silenziose,
che non deve esistere.

Indescrivibile forma dell’Uno,
narrata e indicibile,
cantata e svanita all’ascolto,
finita, annullata
nel fondo dell’increato, dove non c’è

stile o nominazione, accoglienza o fiaba,
lume di vigilanza, incredibili attimi,
ma il puro Inavvicinato.

Assenza di effigi, di anime,
di altezze immaginabili,
tanto irresistibile ardore lontano da ogni origine,
sfugge l’Illimitato nell’invisibile;
ogni volta che aumentano gli strumenti umani
il raggio d’indagine,
ripetono solo con numeri più alti
la stessa immagine,
perché l’Essere sconfinato è inavvicinabile.

È Dio il furioso dispiegamento di mancanze,
spargimento illimitato, incontenibile:
le piccole creature, operose, non ce la fanno
a pensare al puro dissimile e non finito.
Impensabile Creatore, fin dove arrivano
gli sguardi e i lampi non c’è
la creazione.
Da UNA COMUNITÀ DEGLI ANIMI

*
Inventarono l’esistenza, non sopportavano
la verità di una presenza inferiore,
inconsistente,
ai margini di un quadro assoluto del mondo.

*
Le immagini della mente - instancabili ancelle
permettono le più raffinate e ingannevoli
visioni, fino a supporre
i segni della trascendenza - hanno moltiplicato
le protezioni e i piaceri, formato gli eletti,
i superiori capaci delle più durevoli forme.
Di fronte, la semplice successione degli eventi:
una raffica gelida ha spazzato lungo il fiume
le costruzioni esistenti e, insieme,
gli uomini e i loro volti.

*
Ascolta, Madre degli uomini, quanti dicono
di aver vissuto: ti chiamano
bella e divina, reclamano
una comprensione dell’altezza - come le preghiere
miravano ai cieli, e invece le odiate voragini
ristabilivano tutto, la memoria, 1 fati,
e i canti a volte sembravano esserne inghiottiti,
a volte provenirne.

*
Chi ci ha preceduti nell’ascolto:
c’è un solo corpo, una sola voce,
quella del Creatore. Le storie narrano
che gli amanuensi temono
i primi canti dell’alba.

*
Buio avvallamento dell’essere.
Cosa fanno i passanti in questo luogo,
inavvertibili, inavvertiti- mancanza
sulla superficie può dirsi, lacuna,
ma di quale sostanza o materia,
di quale mente, di quale tempo
della creazione.
L’eroe crede in un mondo anteriore,
oppure si affanna intorno al proprio,
a trasformarlo, ma lo spazio
delle sue imprese è sempre stato e in esso
lui è sempre stato.

&
Già stato, uguale, ogni volta il moto
raddoppia, ripete un precedente: lo stesso
corpo, o un altro corpo col medesimo
pavimento e percorso.
E sempre un ritorno, e mai
quel passo o balzo o colpo d’ala segnano
una conquista, un’avanzata: già stata
una mattina imprecisata.

Da SILENZIO DELL’UNIVERSO

VI

Libri

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