Naufragio
Sul mio capo di naufrago
galleggiante sul mare nero della vita
afferrato a una tavola sfasciata
materna culla
” vedo ancora ondeggiare le stelle
come un tenero ramo di mandorlo.
Luce di fuori mondo
o vertigine
degli abissi incantevoli del nulla?
Oro appassito e lilla smontata
In una sera di Settembre. Era spiovuto
ed il cielo sembrava fresco come un giglio.
L’aria fluttuava morbida come un velluto.
Un uovo d’anatra scorreva nel Naviglio.
E le rondini turbinavan come spole
canore pel telaio grande dell’azzurro,
e i fioretti autunnali avevano parole
di profumi, soavi simili al sussurro
biondo dei diti d’un amato nei capelli
d’un’amante convalescente. E quando noi
scostammo un poco i lamentevoli cancelli
per passare, la casa con i suoi vassoi
d’agavi secche sul terrazzo, ci apparì
con la poesia d’un castello medievale
che sia incoronato dell’aureola di
una storia fantastica e sentimentale.
Una campana con un timbro d’Orsolina
lentamente facevasi il segno di croce
con la sua mano puerile. Una bambina
impigliava il suo cervo volante in un noce.
Il giardino era pieno di mitologia
e di decrepitudine. Tutte le pose
delle statue eran gravi di malinconia.
Le mani avevan l’aria di sfogliare rose.
E le rose ultime morivano morivano
per gli oleandri dei sarcofaghi romani
lungo le cui pareti gialle si sfinivano
delle danze di ninfe ignude e d’Egipani.
La cena fu cordiale, lunga ed inaffiata
di vino nuovo nuovo e di semplicità.
E i grappoli da una scodella figurata
fermentarono l’anima di ebrietà.
Il padrone era un vecchio che si ricordava
di carestie e di guerre che con molto ardore
fumando la sua pipa egli ci raccontava
aggiungendo le sue virtù di cacciatore.
La nuora, una magnifica giovane bruna,
ci apprese mestamente che l’unica figlia
l’era morta di tisi ritornata d’una
villeggiatura d’educande, e che somiglia-
va tutta lei; e ci disse che le sue letture,
le predilette, sono il Robinson Crosuè
ed i romanzi d’appendice e d’avventure.
Ed io ripensai, non so bene perché,
che al mio paese mia nonna aveva in camera
sopra un alto ed impolverato cassettone
dentro un vaso con l’anse del colore verde-rame
dei semprevivi e delle penne di paone,
ed un martin pescatore imbalsamato
davanti allo specchio ovale con un orlo d’oro,
tra due gatti di vacuo gesso colorato,
ed un portaritratti di seta a traforo.
Quindi, tardi, ci ritirammo per dormire
in un salone ov’erano armi per la caccia,
e ad un angolo col suo andare e venire
nell’ombra un pendolo ascondeva la sua faccia;
e un poco ragionai con il compagno amico
della gentile cortesia ospitaliera
di quei signori e della storia dell’antico
palazzo e della sposa dalla chioma nera.
Poi sodisfatto gli augurai la buona notte,
mostrandogli un’acuta lama arrugginita
per terra. Chiusi l’uscio che da le corrotte
assi soffiava un’armonia assai gradita.
E non avendo sonno, dopo spento il lume,
rannicchiato nel duro letto improvvisato
mentre s’udiva solo il pendolo ed il fiume
che brontolava come un cieco incontentato,
serrando gli occhi verso la finestra ermetica,
con il pensiero che la morta era precisa
alla madre, provai ad evocare l’etica
dal nome in forma di basilico – Biblisa –.
Punta secca
Sei magra e lunga
eppure hai tanta forza plastica
nel corpo gentile
che se abbandoni i gomiti sul pozzo
o contro il muro
del cortile
il bel corpo rovescio
serrati gli occhi
strette le labbra sciolti i ginocchi
con quell’uncino di riccio
nel mezzo della fronte e ad un capriccio
improvviso ti distacchi
t’impenni e via saetti come da fionda
su quegli alti tuoi tacchi
di stella che nel sole
quasi non ti si vede
più tanto sei bionda;
si può giurar per certo
che tu con quel tuo premer duro
un incavo hai aperto
nel docile marmo e nel muro.
Attacchi d’ali strappate
ti palpitan le reni;
così sottile e senza seni:
li hai tutti nei ginocchi.
Ma l’orchidea tu l’hai negli occhi.
Siepe
All’odore crudele
che viene dalle spine della siepe
il tuo sangue amareggia l’amore,
e ti diventan gli occhi
una luce cattiva pigiata.
Sulla tua statua che cammina
aprendo una nuova strada nel vento
invano battono le mie parole
come gocce di rugiada da me scossa.
Prego l’erba dell’argine ti venga incontro
con la lampada avvelenata del gigaro
per far soffrire la tua bocca rossa.
Ventagli Giapponesi: Paesaggio
La casina si specchia in un laghetto,
pieno d’iris, da l’onde di crepone,
tutta chiusa nel serico castone
d’un giardino fragrante di mughetto.
Il cielo dentro l’acque un aspetto
assume di maiolica lampone;
e l’alba esprime un’incoronazione
di rose mattinali dal suo letto.
Sul limitare siede una musmè
trapuntando d’insetti un paravento
e d’una qualche rara calcedonia:
vicino, tra le lacche ed i netzkè,
rosseggia sul polito pavimento,
in un vaso giallastro una peonia.
Villa chiusa
nella campagna romana
So d’una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d’un poeta
che viva in solitudine forzata.
La circonda una siepe, e par murata
di amaro bosso, e l’ombra alla pineta
da tanto più non rompe né più inquieta
la ciarliera fontana disseccata.
Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d’una lente.
Solo una ventarola arrugginita
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.
From ARMONIA IN GRIGIO ET IN SILENZIO