– Ne la corte – Tre stracci ad asciugare
– Ne la corte – Tre stracci ad asciugare
sul muricciuolo accanto il rosmarino.
Una scala seduta. Un alveare
vedovo, su cui giuoca il mio micino.
Un orciuolo che à sete sul pozzale
di marmo scanalato da le funi.
Dei cocci gialli. Un vaso vuoto. Un fiale
che à vomitato. Dei fogliami bruni.
– Su le finestre – Un pettine sdentato
con due capelli come dei pistilli.
Un astuccio per cipria. Uno sventrato
guancialino di seta per gli spilli.
Una scatola di belletto. Un guanto
mencio. Un grande garofano appassito.
Una cicca. Una pagina in un canto
piegata, da chissà mai quale dito!
– Per l’aria – La docile campana
d’un convento di suore di clausura.
Una lunga monotonia di zana.
Un gallo. Una leggera incrinatura
di vento. Due rosse ventarole
cifrate. Delle nubi bianche. Un treno.
Un odore acutissimo di viole.
Un odore acutissimo di fieno.
Bellezze
Il campo di frumento è così bello
solo perché ci sono dentro
i fiori di papavero e di veccia;
ed il tuo volto pallido
perché è tirato un poco indietro
dal peso della lunga treccia.
Confronto
La bella donna che mi apparve in sogno,
nota nel sogno e ignota nella veglia,
mi fa ancor la tua perdita più cruda.
Tanto più bionda quanto tu sei bruna;
quanto più chiusa tu, tanto lei nuda;
e quanto lei fu a cedere ladina,
tu fosti nel resistermi felina.
Contro corrente come bionde trote
Contro corrente come bionde trote
fendevano la calca cittadina
due fanciulle insolenti di bellezza.
Curiosando strusciarono i musini
di maliziosa cipria qua a un acquario
di lusso di dormenti onde ravvolte
di stoffe per murene ed aragoste,
più in là a un brillante altar di calzature,
spume di cardi rossi per pianelle
di Cenerentola, lustrini e argenti
per taccuini da ballo. Scantonarono
a un tratto ed una si chinò nascosta
dall’inquieta compagna ad allacciarsi
la giarrettiera a mezza coscia ignuda.
Le succhiò la corrente cittadina.
Vedo sempre la strada illuminata
da quel fulgore di carne di donna
nel marmo della pioggia settembrina.
Convento in miniatura
E una candida clausura
tutta allegra di tenera verzura,
con le stanzucce come un gineceo
di trine.
° E un piccolo convento silenzioso
in un viottolo erboso,
ricoperto d’un conopeo
di rose marzoline.
V’abitano tre suore
10° tutte tre de la stessa età,
nitide nitide come il fiore
de la loro castità.
Anno il loro giardino
pieno di dolci gigli;
ne la gabbiuzza tinta di turchino
ànno i loro bisbigli.
Nel corto dormitorio
tengono a capo del letto
la pila e il crocefisso d’avorio,
° il mingherlino cero benedetto.
I loro sguardi mesti
sembrano sguardi passati;
i loro ingenui gesti
sembrano imbalsamati.
? È un piccolo convento solitario
placido come un reliquiario
sopra i cui vetri s’animi un corteo
di sordine.
E una candida clausura
in miniatura,
simile a un monastero del museo
di beghine.
15. gabbiuzza: degli uccelli.
genarie»,
19. pila: vasca del lavan-
dino.
28. sordine: archi, raro nella forma femminile.
31-32. mu-
Crepuscolo
Le campane le loro bianche tazze
versano per la sera ad intervalli;
il vento è un incrinarsi di cristalli
sopra uno stagno intricato di mazze.
I prati e le campagne paonazze
s’animan di scalpicci di cavalli;
gli alberi sembrano strani coralli
eretti in mezzo ad onde paonazze.
Dai rosai invisibili un effluvio
denso sale per l’aria, intermittente,
e si perde ne gli orti suburbani.
Il crepuscolo è un fulgido Vesuvio
che trabocca del sangue incandescente
di milioni di morti tulipani.
Crepuscolo ferrarese
Il mao si stira sopra il davanzale
sbadigliando nel vetro lagrimale.
Nella muscosa pentola d’argilla
il geranio rinfresca i fiori lilla.
La tenda della camera sciorina
le sue rose di fine mussolina.
I ritratti che sanno tante storie
son disposti a ventaglio di memorie.
Nella bonaccia della psiche ornata
il lume sembra una nave affondata.
Sul tetto d’una prossima chiesuola
sopra una pertica una ventarola
agita l’ali come un uccelletto
che in un laccio pei piedi sia stretto.
Altissimi, per l’aria, dai bastioni,
capriolano? fantastici aquiloni.
Le rondini bisbigliano nel nido.
Un grillo dentro l’orto fa il suo strido.
Il cielo chiude nella rete d’oro
la terra come un insetto canoro.
Dentro lo specchio, tra giallastre spume
ritorna a galla il polipo del lume.
La tristezza s’appoggia a una spalliera
mentre le chiese cullano la sera.
From GLI ABORTI
Dialogo dell’angelo e del giovine morto
L’angelo
Andiamo, vieni! Vola! Resta immobile!
E presto, è tardi, è l’ora.
Non ancora, e sempre più.
Solo tutto con te; solo con me!
Il giovine morto
Reggimi dunque tu
nei primi ubbriachi passi
dei miei poveri piedi intirizziti,
perchè son come cieco.
Dimmi tu dove sono siepi e sassi
ponti e guadi erte e abissi:
tu non sai quanto peso con me reco
di sensi ancor non bene inceneriti ...
L’angelo
Seguimi in fretta, non aver paura!
Non ci sono gli ostacoli che credi.
Non odi la mia voce? Non mi vedi?
Il giovine morto
Come d’un subito posso
comprenderti, angelo, se ancora
il caldo semprerosso
mi fiorisce il giardino delle vene
recise ed ai sensi mi legano
così dolci catene?
Sono troppo confuso ed assorto
nel mio sonno di giovine morto;
e ancor non è cessato
quel ronzio insistente di fuso
che mi riempie il cervello
di visioni vocali:
mamma, sole, fratello;
dopo la frana d’irruente sangue
che mi apri nella nuca
quel colpo assassino di fulmine ...
Nella mia cecità veggente
sei dunque tu, angelo nuovo,
questo soffio di luce
che sui miei primi passi di tenebre trovo?
L’angelo
Nel regno del sole di ghiaccio dei morti
nero, a una sola faccia,
patria, mamma e fratello,
non hanno più alcun senso
con la nube strappata
e con l’albero fermo.
Se la vita non fu che un imparare
faticoso e accanito sulla terra:
imparar fiore, albero, sole e mamma
sarà solo quassù un dimenticare
facile e rapidissimo.
Soltanto allora mi comprenderai
nella mia forma d’angelo perfetto.
Il giovine morto
La corona di vetro della mamma,
non più la funicella del martirio
mi lega sopra il petto gli ossicini
delle mani troncate.
Tu comandi che in fretta io cammini;
ed io nel buio brancolar non so.
Come posso, se ho ancora la testa,
tu sai, angelo, come mi è scoppiata,
tutta piena del rombo della mina
che di colpo mi fece rovinare addosso
tutto il peso di sangue
della fossa carnaia ardeatina?
L’angelo
Mamma, sangue, paese natio,
laboriose parole
inzuppate di sole
che tu imparasti lentamente in terra,
qui non hanno più senso,
come sarebbe giù tra i vivi chi dicesse
cimitero del vento
castello di fantasmi dei profumi...
Meno di niente di quel niente
muffe vaganti, proliferazioni-
di fuochi fatui,
ch’è laggiù sull’umano abitato
il vostro silenzio stellato.
Il giovine morto
Ma abbandonar per sempre
così anche il dolce ricordo
di vita con le dolci pene ...
persino ai dolci sogni essere sordo
per sempre, a quelle dolci
voci terrene ...
dolce vita, dolce terra...
L’angelo
Credevi dunque quello il paradiso,
dove anche il puro sfavillante fuoco
lascia il suo brutto sterco?
Dove quanto più olezza e brilla e sogna
il fantasioso fiore e tanto
più fetente ha la piccola carogna?
Rimpiangi ancora quella vita d’uomini
condannati a vagare chiusi
tra la terra e la pioggia,
con la lor stanca maschera
con tagli di sole, luna e stelle?
Quella tua vita fatta
solo d’inerti e di delusi ieri
quasi forma e patire
paziente di mnemonico corallo
di cui l’albero morto e sommerso
è tutto l’avvenire?
Il giovine morto
Aiutami tu, angelo, non vedi
come sono inesperto di morire?
Com’ero ancora poco preparato
a imparar questa morte eterna,
mandata a mente come una parola
senz’eco e senza volto,
guardata solo come un’ombra libera,
sfuggita come una vergogna umana,
taciuta come una tremenda colpa
già scontata sul punto della nascita?
L’angelo
Non temere, cammina! Vola!
E resta eternamente immoto.
Presto mi imparerai,
quando sarà per te il veder senz’occhi
un più vasto vedere
e un sentire infinito il non sentire.
Conoscerai ben presto
che dolce fatica è imparare
l’analfabeta lingua del silenzio.
Il giovine morto
Sento una luce intorno a me, un calore
umidamente umano
che s’ostina così sulla mia fuga:
mi scorre sulla gota come un bacio,
mi riempie di sole una mano...
Con la sua triste lampada di pianto
è la mia dolce mamma
che le gelide tenebre fruga...
Verrò dunque con te, angelo mio;
ma se tu vuoi che non mi penta,
lasciami ancora una volta gridare
così forte che tutta la terra mi senta
quel dolcissimo nome di mamma
che in terra è tutto: patria, amore, Dio.
L’angelo
Tu non sai che non posso più piangere... Vieni!
Il giovine morto
Angelo cieco, sordo e ignoto,
perchè più non rispondi?
Or finalmente sento e vedo,
io freddo e oscuro,
che tu per sempre sei già entrato in me:
indifferente angelo di vuoto,
angelo tutto muro.
Roma, maggio 1945
Giardini chiusi
II
Orti, dove i convolvoli contorti
più non stendono i fragili festoni;
vasi forti che più ne gli orti morti
non salgono i paoni da padroni;
penne disperse dentro gli orti motti,
semina d’occhi smorti di paoni
ritorti a dei vilucchi e a degli storti
festoni ed ai ricami dei balconi;
inedia immemore degli orti morti
con qualche marmo mutilo o muscoso
e un muro vigilato da un’opunzia;
per cui diffonde sopra i fiori morti
un senso d’abbandono soporoso,
la parola nostalgica: «Rinunzia».
I tetti
Dolci pendii dei tetti!
Rosei taluni come dei guanciali
su cui le diafane nubi
abbiano impresse le tenere gote;
altri sanguigni come torchi
di tramonti e d’aurore,
come ceppi per le serali
decapitazioni del sole;
altri nerastri come letti
della funebre notte;
altri madreperlacei come
se la chiocciola della luna
v’abbia lasciata la sua scìa luminosa.
Vecchie vele tignose
conciate dal sole e dall’intemperie,
in secca in un canale senza uscita,
valanghe immobili di neve nell’inverno,
lividi sgocciolatoi
del pianto tedioso
della pioggia autunnale,
logori asciugatoi
dei crepuscoli violetti.
Con le loro ventarole di latta,
con i loro galletti inverniciati
che montano la guardia giorno e notte
con le indorate baionette
inastate dei parafulmini,
coi loro bianchi e grigi campanili
che sbucan qua e là sottili,
paracarri di mistici confini:
incombono i bigi tetti.
Una verde speranza d’edera
s’ostina su una gronda;
un glicine dispone lungo un muro
la sua solitaria uva gioconda.
Alla sera, sui tegoli rossi,
a due a due come suore,
fanno la loro scalza passeggiata
le colombe, soffuse di pallore;
mentre sopra i leggii degli abbaini
i gatti scorticano l’acrobatica
musica delle stelle
con i loro epilettici violini.