Corrado Govoni

Corrado Govoni

– Ne la corte – Tre stracci ad asciugare

– Ne la corte – Tre stracci ad asciugare
sul muricciuolo accanto il rosmarino.
Una scala seduta. Un alveare
vedovo, su cui giuoca il mio micino.

Un orciuolo che à sete sul pozzale
di marmo scanalato da le funi.
Dei cocci gialli. Un vaso vuoto. Un fiale
che à vomitato. Dei fogliami bruni.

– Su le finestre – Un pettine sdentato
con due capelli come dei pistilli.
Un astuccio per cipria. Uno sventrato
guancialino di seta per gli spilli.

Una scatola di belletto. Un guanto
mencio. Un grande garofano appassito.
Una cicca. Una pagina in un canto
piegata, da chissà mai quale dito!

– Per l’aria – La docile campana
d’un convento di suore di clausura.
Una lunga monotonia di zana.
Un gallo. Una leggera incrinatura

di vento. Due rosse ventarole
cifrate. Delle nubi bianche. Un treno.
Un odore acutissimo di viole.
Un odore acutissimo di fieno.
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Poesie

26

Il giardino

È una sera divina
della primavera fondente
come una caramella di menta glaciale
che si succhia si succhia
finché non resta più niente
salvo una sensazione di verdi e freschi prati
che dura nella bocca lungamente.
L’ultimo fulmine, laggiù,
come un pagliaccio infarinato
su una scoppiante bicicletta
ha percorso
il taboga di vetro dell’arcobaleno
che ora precipita in frantumi sonorissimi
da un capo all’altro dell’orizzonte
sul cammino d’un treno in corsa
verso una città grigia
dalle case straccione
sotto i vecchi ombrelli
fradici dei suoi tetti.
La brezza mi modella
la viva maschera del volto
e mi rende sensibili e freschi come l’erba
sulla fronte i capelli.
S’arrampicano i convolvoli pel muro
come fonografi di profumo in ascolto.
E va da rosa a rosa in un’aiuola
un filo della vergine
come una sottilissima corda di seta
su cui una ballerina d’odore
sta in equilibrio
sopra una gamba tremula di vento
Una chiocciola allunga i canocchiali dei suoi occhi
dal suo abbaino
verso l’astro infuocato d’una zinnia
e li chiude.
Un pipistrello si stacca da un tegolo umido
s’alza e s’abbassa
rasenta va e viene
con l’ala funebre che ha il brivido
della falce nera
della morte invisibile che passa.
Presto tutto il giardino formicolerà di lucciole
piccoli lampi di magnesio per fare la fotografia
ai volti ipnotici e medianici dei fiori.
È notte: fa fresco: cadono le prime gocce di stelle:
si rientra.

Il palazzo dell’anima

Triste dimora! Aborti nelle fiale,
rachitici e verdastri. Sorridenti
bambole sparse ovunque. Sofferenti
in vasi d’ambra fior di digitale.

Campane di cristallo su agonie
di cera, rosee maschere di seta
annegate nell’acqua ovale inquieta
degli specchi, malinconie impagliate.

Laggiù la città bianca col suo rombo
d’api e il suo fiume di ardente piombo,
come un pallido sogno di morfina.

Oh i crepuscoli tristi d’anilina
sulle mura echeggianti di fanfare!
Da una finestra si scorge il mare.

Italia

Quando nomino—Italia—voglio dire
questa terra divina
su cui si corica e cammina
il mio povero corpo
e mi fa piangere e soffrire;
quest’azzurro che riempie le pupille
dei miei bambini,
quest’aria imbalsamata che respirano;
questi campi, questi giardini
pieni di fiori
così belli e perfetti
che sembran fatti con gli stampi.
Non questa gente che intorno si muove
(potrebbe essere russa o giapponese!);
ma quest’odore d’erba quando piove,
questi nubi di panna sul paese.
Quando nomino—Italia—voglio dire
questa pianura, questi monti,
che son solo italiani
perchè non sono così belli in nessun altro luogo;
questo mare ch’è tutto mio
perchè l’ho accarezzato con le mani,
perchè nessuno l’ama come l’amo io;
queste città serene e soleggiate
con le lor fresche passeggiate
d’alberi e la cintura
rossastra delle mura,
che son tutte mie
perchè io solo le conosco:
il palazzo dei Dogi, fosco,
col cigno a lutto della gondola
legato sulla soglia
che scivola di luna;
e la torre pendente di Pisa

ch’io porto sopra il cuore
con devozione e affetto
come una pia reliquia lisa;
Sorrento, come un languido sacchetto
di profumo d’aranci in fiore:
tutta la primavera in un effluvio
(sulla carta velina
in una lontananza celestina
fuma candide nuvole il Vesuvio).
L’Italia sono io,
il mio bambino bruno, il mio bambino biondo,
e la mia bella donna ignuda:
tutta l’Italia e il mondo.

La pioggia è il tuo vestito

La pioggia è il tuo vestito.
Il fango è le tue scarpe.
La tua pezzuola è il vento.
Ma il sole è il tuo sorriso e la tua bocca
e la notte dei fieni i tuoi capelli.
Ma il tuo sorriso e la tua calda pelle
è il fuoco della terra e delle stelle

La siesta del micio

È sereno. Ogni cosa
sembra velata di fatica.
Il pomeriggio è in panna su l’antica
Certosa.

Nel marciapiede suonano i miei passi.
Si pensa quasi che l’azzurro crepiti.
Dei pugnali di sole tiepidi
feriscono il cuore dei tassi.

Sopra un tetto s’illuminan dei coppi.
De le finestre sono infiorate.
Il vento pettina le sue chiome arruffate
ne lunghi pettini dei pioppi.

De le campane d’un convento vicino
spennellan l’aria d’una loro festa.
Sul davanzale un bianco micio fa la siesta
a gambe a l’aria, come un maialino.

La trombettina

Ecco che cosa resta
di tutta la magìa della fiera:
quella trombettina,
la latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

Le cose che fanno la domenica

L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestiboli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.

Le dolcezze -

Le domeniche azzurre della primavera.
Le lampade d’oro che s’accendono la sera.
I crepuscoli di sangue che muoion sulle mura.
Le rose sfogliate sul letto dei malati.
Suonare il pianoforte un giorno di festa.
Il canto del cuculo nella campagna.
I gatti sopra i davanzali.
Le candide colombe sui tetti.
Le malve nelle pentole.
2? ] mendicanti che mangian sulle soglie delle chiese.
I malati al sole.
Le bambine che si pettinano l’oro al sole sulle porte.
Le donne che cantano alla finestra.

Lucciole e raganelle del Berìgo

Sono le raganelle brune che sgretolan perle di pioggia, al Berìgo,
o la brezza marina che suona le rondini sui fili come note nel rigo?
I monti fumano quieti e oscuri; le case per spegnersi diventano
[rosa
e il mare si fa piccino, si chiude come una foglia di mimosa.
Io non so più, questa sera, se siano proprio le raganelle
che mangiano perle o le lucciole che fanno scoppiare le stelle;
o se sia il mare che brilla che odora e che fruscia contro i giardini
[sporgenti,
o nel buio le vesti delle giovani donne e i lor occhi fosforescenti.

Musica per camera

La luce stanca si volatilizza
ne la camera per i vetri ermetici;
nei laghi de gli armadi si erborizza
un bel giardino con dei muri erpetici.

Una statuetta bronzea dramatizza
i suoi gesti che sembravan bisbetici;
l’avola del pastello sintetizza
su le sue gote un’orma di cosmetici.

Il giorno accende la sua saettia.
La stanza sensitiva come un fisico
esala tutto il suo cuore vecchio.

Singhiozza un organo di Barberia.
Il crepuscolo muore come un tisico.
L’ombra stagna la piaga de lo specchio.

From 1] FUOCHI D’ARTIFIZIO

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