Elio Pagliarani

Elio Pagliarani

Ancora da Savonarola. Le cose spirituali

Le cose spirituali

Le cose spirituali non hanno bisogno del corpo
in quanto all’essere, come l’ Angelo e l’anima dell’uomo
non hanno bisogno del corpo in quanto all’essere;
ma gli animali hanno bisogno del corpo in quanto all’essere
perché è in loro morto il corpo morta l’anima;
l’anima dell’uomo ha bisogno del corpo in quanto
all’operare, benché non in quanto all’essere.
Iddio adunque a chi ha bisogno di corpo gli dà el corpo.
Adunque hanno bisogno di corpo gli operai.
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Poesie

18

Se domani ti arrivano dei fiori

Se domani ti arrivano dei fiori
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m’era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d’amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s’urtano
con la gente di faccia.
Che figura
t’ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all’immagine riflessa
di te?
Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.

Se facessimo un conto delle cose

Se facessimo un conto delle cose
che non tornano, come quella lampada
fulminata nell’atrio alla stazione
e il commiato allo scuro, avremmo allora
già perso, e il secolo altra luce esplode
che può farsi per noi definitiva.

Ma se ha forza incisiva sulla nostra
corteccia questa pioggia nel parco
da scavare una memoria – compresente
il piano d’assedio cittadino in tutto il quadrilatero –
e curiosi dei pappagalli un imbarazzo
ci rende, per un attimo, dicendoti dei fili di tabacco
che hai sul labbro, e perfino una scoperta
abbiamo riserbata: anche a te piace
camminare? (e te non stanca? che porti
tacchi alti, polsi, giunture fragili
che il mio braccio trova a fianco,
il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti
milanese signorina)
se ci pare che quadri tutto questo
con l’anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso

un taxi se piove / separé da Motta
Ginepro e Patria / poltrone alla prima

ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa
svariate idee d’amore e d’ingiustizia.

Sotto la torre, al parco, di domenica

Sotto la torre, al parco, di domenica
con pacata follia per ore e ore
immobile a guardarti. Avevo gli occhi
gonfi, e il sesso, e il cuore.
Infastidita
i tuoi polsi snervati dalla mia
estasi, «lasciami» hai detto, di fuggirti
mi hai consigliato. Sono egoista e
lo spirito umano ha più bisogno
di piombo, che di ali.

Viaggio N. 2

Ci si poteva dire due parole
usate, ora ti do la spiegazione
(a quest’ora lavori forse in una
casa allegra): con gesti ripetuti
badavo ad aggiustarmi la camicia
perché tu costringessi la camicia
azzurra dentro la sottana lisa.

Un minuto!, ché variano le cose,
addio quell’uomo e siamo a Viserbella,
mi guardo intorno e nulla ti abbandono
quando, discesa che fosti, stupita
ti lascio, un futile oggetto porgendo
dimenticato su sedili rossi.

Tu accavalli i ginocchi come me,
io muovevo lo specchio delle allodole
– una Morris sorrisi e la mia faccia –
studioso e malsicuro della logica
animale,
rifugiata al finestrino
guardavi in basso (le città di mare),
chiusa, distolta, e non vedevi nulla,
io sì: il petto, e la camicia corta
e il bottone spezzato – ch’eri sporca
in viso, e rigata, me ne accorsi dopo
quando scappò la lacrima tenuta
con ogni sforzo e senza fazzoletto.

Io:
Miscuglio, signori, miscuglio.
Volevo portarla in albergo,
offrirle un’arancia «to’ prendi
che toglie la sete», vedere
se è uguale, sapere sapere
la storia d’amore, l’ometto.

Il mio nobile cuore:
Miscuglio, bambina, miscuglio.
Da brava rassetta la gonna
e appoggia la testa al mio petto
su piangi, hai molto dolore?
comprendo comprendo comprendo e
non sono importuno, sto zitto.

Diciamo seriamente:
Troppo, carina, ti mancava troppo,
ti pulivi la faccia con le mani
ti acconciavi i capelli, quando il vento
li scarmigliava, con una forcina
se vedevo in principio il tuo bagaglio
forse sceglievo un altro posto, e basta.

A Bellaria mi parve buona scelta,
non so più cosa dire, tu sei scesa
a Ferrara, io scendo al capolinea.

Che s’incontri qualcuno che ne ha voglia
capita, e c’eri tutta dentro, arresa
tocca banale e provvisoria. Sbaglio?
tu!, slabbrata, brunetta, cuore grosso.

Oh, ragazza, ma dura ancora il viaggio.

A Battaglia Terme danno Imputato
alzatevi.

VII Molti si pascono di certe figure

Molti si pascono di certe figure e cerimonie, e sono nelli monumenti

cioè nelle sporcizie delli peccati,

e sonvi stati quattro dì.

Il primo dì è il peccato della cogitatione.

Il secondo della lingua. Il terzo delle opere.
Il quarto della consuetudine.

Tu sei marcio.

XVII Allora né desto né in sogno

Allora né desto né in sogno, stando alle tue parole,
non vi è nessuno che creda, sì, di provare
un’impressione di gioia; ma effettivamente
non prova alcuna gioia.

XVIII L’eternità non ha termine

L’eternità non ha termine o fine alcuno.

E però le poesie non hanno senso allegorico.

XXI E se così stanno le cose

E se così stanno le cose, è chiara
una conseguenza: 1 grandi piaceri
e i dolori hanno luogo in condizioni
di malvagità e di involuzione.

Da EPIGRAMMI FERRARESI

Libri

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