Agonia
Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perchè di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato
Aiutami tu
Aiutami tu
a tirarmi fuori
dalla palude;
come potrò da me solo
prendermi sotto le braccia?
lo non sono che un peso
d’ossa e di carne che scende
ogni momento più in basso.
Se tu non mi dài una mano,
come salirò a te?
La morte mi ti contende,
mi vuole con sè nel suo letto.
Albero conoscente
ll cuore ingombro di relitti amari
pesa nel petto come grave mora
e àncora alla terra i favolosi
pensieri che s’immergono nel vento
con assetate cime avide d’aria.
Le passioni mi radicano al suolo,
contrappeso di lutto, esse, all’aereo
sorger d’alate respiranti foglie.
Ma così s’equilibra in me l’arcano
albero conoscente; e, se la luce
beve dall’aria, un più profondo filtro
trae dalla terra e lo nutrisce morte.
Allegria di naufragi
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
” un superstite
lupo di mare
Versa il 14 febbraio 1917.
Amaro accordo
Oppure in un meriggio d’un ottobre
Dagli armoniosi colli
In mezzo a dense discendenti nuvole
I cavalli dei Dioscuri,
Alle cui zampe estatico
S’era fermato un bimbo,
Sopra i flutti spiccavano
(Per un amaro accordo dei ricordi
Verso ombre di banani
E di giganti erranti
Tartarughe entro blocchi
D’enormi acque impassibili:
Sotto altro ordine d’astri
Tra insoliti gabbiani)
Volo sino alla piana dove il bimbo
Frugando nella sabbia,
Dalla luce dei fulmini infiammata
La trasparenza delle care dita
Bagnate dalla pioggia contro vento,
Ghermiva tutti e quattro gli elementi.
Ma la morte è incolore e senza sensi
E, ignara d’ogni legge, come sempre,
Già lo sfiorava
Coi denti impudichi.
Auguri per il proprio compleanno
Dolce declina il sole.
Dal giorno si distacca
Un cielo troppo chiaro.
Dirama solitudine
Come da gran distanza
Un muoversi di voci.
Offesa se lusinga,
Quest’ora ha l’arte strana.
Non è primo apparire
Dell’autunno già libero?
Con non altro mistero
Corre infatti a dorarsi
Il bel tempo che toglie
Il dono di follia.
Eppure, eppure griderei:
Veloce gioventù dei sensi
Che all’oscuro mi tieni di me stesso
E consenti le immagini all’eterno,
Non mi lasciare, resta, sofferenza!
C’era una volta
Bosco Cappuccio
ha un declivio
di velluto verde
come una dolce
poltrona
Appisolarmi là
solo
in un caffè remoto
con una luce fievole
come questa
di questa luna
Canto
Rivedo la tua bocca lenta
(Il mare le va incontro delle notti)
E la cavalla delle reni
In agonia caderti
Nelle mie braccia che cantavano,
E riportarti un sonno
Al colorito e a nuove morti.
E la crudele solitudine
Che in sé ciascuno scopre, se ama,
Ora tomba infinita,
Da te mi divide per sempre.
Cara, lontana come in uno specchio...
Canto secondo
Scava le intime vite
Della nostra infelice maschera
(Clausura d’infinito)
Con blandizia fanatica
° La buia veglia dei padri.
Morte, muta parola,
Sabbia deposta come un letto
Dal sangue,
Ti odo cantare come una cicala
1° Nella rosa abbrunata dei riflessi.
Canto terzo
Incide le rughe segrete
Della nostra infelice maschera
La beffa infinita dei padri.
Tu, nella luce fonda,
O confuso silenzio,
Insisti come le cicale irose.