Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

1888–1970 · visse 82 anni IT IT

n. 1888-02-08, Alexandria · m. 1970-06-01, Milão

Agonia

Morire come le allodole assetate
sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perchè di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato
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Poesie

75

È dietro

È dietro le casipole il porticciuolo
Con i burchielli pronti a scivolare
Dentro strette lunghissime di specchi,
E una vela, farfalla colossale,
Ha raso l’erba e, dietro le casipole,
Va gente, con le vetrici s’intreccia,
Nelle nasse si schiudono occhi, va...

Eco

Scalza varcando da sabbie lunari,
Aurora, amore festoso, d’un’eco
Popoli l’esule universo e lasci
Nella carne dei giorni,
’ Perenne scia, una piaga velata.

Finché dei tuoi capelli emulo vano

Finché dei tuoi capelli emulo vano,
Vada splendendo oro brunito al Sole,
Finché negletto la tua fronte bianca
In mezzo al piano ammiri il giglio bello,
Finché per coglierlo gli sguardi inseguano
Più il labbro tuo che il primulo garofano,
Finché più dell’avorio, in allegria
Sdegnosa luca il tuo gentile collo,
La bocca, e chioma e collo e fronte godi,
Prima che quanto fu in età dorata,
Oro, garofano, cristallo e giglio
Non in troncata viola solo o argento,
Ma si volga, con essi tu confusa,
In terra, fumo, polvere, ombra, niente.

Folgore è il volto

Sol per baciare quell’amata bocca
la mia vita darei tutta in un punto;
bruciare gli anni in un momento d’ombra
ardente e morte poi. Folgore è il volto
al labbro che lo tocca.

Folli i miei passi

Le usate strade

I
— Folli i miei passi come d’un automa —
Che una volta d’incanto si muovevano
Con la mia corsa,
Ora più svolgersi non sanno in grazie
Piene di tempo
Svelando, a ogni mio umore rimutate,
I segni vani che le fanno vive
Se ci misurano.

‘° E quando squillano al tramonto i vetri,
— Ma le case più non ne hanno allegria —
Per abitudine se alfine sosto
Disilluso cercando almeno quiete,
Nelle penombre caute
’° Delle stanze raccolte
Quantunque ne sia tenera la voce
Non uno dei presenti sparsi oggetti,
Invecchiato con me,
O a residui d’immagini legato
°° Di una qualche vicenda che mi occorse,
Può inatteso tornare a circondarmi
Sciogliendomi dal cuore le parole.

Appresero così le braccia offerte
— I carnali occhi
Disfatti da dissimulate lacrime,
L’orecchio assurdo, —
Quell’umile speranza
Che travolgeva il teso Michelangelo
A murare ogni spazio in un baleno
°° Non concedendo all’anima
Nemmeno la risorsa di spezzarsi.

Per desolato fremito ale dava
À un’urbe come una semenza, arcana,
Perpetuava in sé il certo cielo, cupola
°° Febbrilmente superstite.

Fratelli

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

Mariano, il 15 luglio 1916

Giorgio vigolo il viso

Malinconia d’esistere con questo
volto remoto che ci esprime l’anima
e la sua storia e i giorni alti e perduti,
senza più averne la memoria e il senso.

Scruti meglio la pietra; in selve amare
più domestica lingua hanno le foglie
e i paesi si leggono; s’intende
l’innocenza dei monti. Ma l’umano
viso, il tuo stesso, che ti senti in carne
fitto all’essenza, che vuol dire?
Indaghi
inutilmente questa tua persona
che sempre hai teco e nei notturni vuoti
s’ingrandisce di sogni, apre il suo libro
su figure dolcissime o tremende.

E allora che prendendo del tuo buio
una rapita conoscenza, credi
finalmente di leggerti; decifri
l’oscura lingua, sillabi le forti
lettere e i nomi sciogli.
Illuso! In altro
specchio t’appari. O ti dispieghi in vaste
epoche d’’astri e spaziati cosmi
o stringi i tempi in questi sensi d’uomo,

solo saprai di non saper chi sei.

Girovago

In nessuna
parte
di terra
mi posso
accasare

A ogni
nuovo
clima
che incontro
mi trovo
languente
che
una volta
già gli ero stato
assuefatto

E me ne stacco sempre
straniero
Nascendo
tornato da epoche troppo
vissute

Godere un solo
minuto di vita
iniziale

Cerco un paese
innocente

Grido

Giunta la sera
Riposavo sopra l’erba monotona,
E presi gusto
A quella brama senza fine,
Grido torbido e alato
Che la luce quando muore trattiene.

Ho paura, la sera

Ho paura la sera
solo all’imbrunire
quando s’aggrava
sulla mia anima il peso

della tristezza, ho paura
di traversare la strada,
che non s’allenti in quell’attimo
la mia ultima presa
alla vita; e una volontà
di sonno, più forte
di tutto, mi stenda
sul letto d’asfalto.

Libri

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