I fiumi
Mi tengo a quest’albero mutilato
abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna
Stamani mi sono disteso
in un’urna d’acqua
e come una reliquia
ho riposato
L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso
Ho tirato su
le mie quattr’ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua
Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole
Questo è l’Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo
Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia
Ma quelle occulte
mani
che m’intridono
mi regalano
la rara
felicità
Ho ripassato
le epoche
della mia vita
Questi sono
i miei fiumi
Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil’anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre
Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d’inconsapevolezza
nelle estese pianure
Questa è la Senna
e in quel suo torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto
Questi sono i miei fiumi
contati nell’Isonzo
Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch’è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre
I giocatori
Giù nella grotta dei martiri
ch’era taverna
di veterani
i crocifissi brillano
su pozze di sangue;
e lì presso
si giuoca a carte stregate.
Su una carta piange Maria
il Figlio straziato,
su un’altra Venere i languidi
occhi schiude e si pettina
gli aurati capelli sul mare
che muta colore.
Sui sacramenti gli uni,
sugli elementi gli altri
puntano, Fuoco e Terra
gittano sul tavoliere;
poi mischiano i grandi tarocchi
e quando si fissano
nel giuoco difficile e scuro
li vedono trasparire
in boschi lontani
e mari appena nati.
Da mila anni son lì che giuocano
senza cibo nè sonno, sotto il fiume
dei secoli in alto scroscianti.
Sui loro capi la città
s’è fatta moderna e rintrona
fin là sotto ai convogli
che passano i ponti; e trema
l’incanto. Se uscissero
adesso per la scaletta nel traffico
della strada coi lumi
accesi di giorno
sotto questo cielo che sta per piovere,
guizzerebbero fatui
sopra i duomi e le nuvole
alle risse dell’uragano.
I ricordi
I
I ricordi, un inutile infinito, -
Ma soli e uniti contro il mare, intatto
In mezzo a rantoli infiniti...
Il mare,
Voce d’una grandezza libera,
Ma innocenza nemica nei ricordi,
Rapido a cancellare le orme dolci
D’un pensiero fedele...
Il mare, le sue blandizie accidiose
Quanto feroci e quanto, quanto attese,
E alla loro agonia,
Presente sempre, rinnovata sempre,
Nel vigile pensiero l’agonia...
I ricordi,
!5 Il riversarsi vano
Di sabbia che si muove
Senza pesare sulla sabbia,
Echi brevi protratti,
Senza voce echi degli addii
2° A minuti che parvero felici...
Il capitano
Fui pronto a tutte le partenze.
Quando hai segreti, notte hai pietà.
Se bimbo mi svegliavo
Di soprassalto, mi calmavo udendo
° Urlanti nell’assente via,
Cani randagi. Mi parevano
Più del lumino alla Madonna
Che ardeva sempre in quella stanza,
Mistica compagnia.
E non ad un rincorrere
Echi d’innanzi nascita,
Mi sorpresi con cuore, uomo?
Ma quando, notte, il tuo viso fu nudo
E buttato sul sasso
Non fui che fibra d’elementi,
Pazza, palese in ogni oggetto,
Era schiacciante l’umiltà.
Il Capitano era sereno.
(Venne in cielo la luna)
Era alto e mai non si chinava.
(Andava su una nube)
Nessuno lo vide cadere,
Nessuno l’udi rantolare,
Riapparve adagiato in un solco,
” Teneva le mani sul petto.
Gli chiusi gli occhi.
(La luna è un velo)
Parve di piume.
Il porto sepolto
Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto
Mariano il 29 giugno 1916.
Il tempo è muto
Il tempo è muto fra canneti immoti...
Lungi d’approdi errava una canoa...
Stremato, inerte il rematore... I cieli
Già decaduti a baratri di fumi...
Proteso invano all’orlo dei ricordi,
Cadere forse fu mercé...
Non seppe
Ch’è la stessa illusione mondo e mente,
Che nel mistero delle proprie onde .
1° Ogni terrena voce fa naufragio.
In memoria
Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
Inno alla Morte
Amore, mio giovine emblema,
Tornato a dorare la terra,
Diffuso entro il giorno rupestre,
È l’ultima volta che miro
(Appiè del botro, d’irruenti
Acque sontuoso, d’antri
Funesto) la scia di luce
Che pari alla tortora lamentosa
Sull’erba svagata si turba.
Amore, salute lucente,
Mi pesano gli anni venturi.
Abbandonata la mazza fedele,
Scivolerò nell’acqua buia
Senza rimpianto.
Morte, arido fiume...
Immemore sorella, morte,
L’uguale mi farai del sogno
Baciandomi.
Avrò il tuo passo,
Andrò senza lasciare impronta.
Mi darai il cuore immobile
D’un iddio, sarò innocente,
Non avrò più pensieri né bontà.
Colla mente murata,
Cogli occhi caduti in oblio,
Farò da guida alla felicità.
Italia
Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di sogni
Sono un frutto
d’innumerevoli contrasti d’innesti
ie
I
I
’
maturato in una serra
Ma il tuo popolo è portato
dalla stessa terra
che mi porta
Ttalia
E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla
° di mio padre
Locvizza il «° Ottobre 1916.
L’angelo del povero
Ora che invade le oscurate menti
Più aspra pietà del sangue e della terra,
Ora che ci misura ad ogni palpito
Il silenzio di tante ingiuste morti,
Ora si svegli l’angelo del povero,
Gentilezza superstite dell’anima...
Col gesto inestinguibile dei secoli
Discenda a capo del suo vecchio popolo,
In mezzo alle ombre...