Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Eugenio Montale
L’Arno a Rovezzano
I grandi fiumi sono l’immagine del tempo,
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca tra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono «tu
che fai l’addormentata» col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo visto dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
sconforto.
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca tra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono «tu
che fai l’addormentata» col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo visto dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
sconforto.
Eugenio Montale
La bufera
La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,
(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell’oro
che s’è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)
il lampo che candisce
alberi e muri e li sorprende in quella
eternità d’istante – marmo manna
e distruzione – ch’entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l’amore a me, strana sorella, –
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa...
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti – per entrar nel buio.
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,
(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell’oro
che s’è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)
il lampo che candisce
alberi e muri e li sorprende in quella
eternità d’istante – marmo manna
e distruzione – ch’entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l’amore a me, strana sorella, –
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa...
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti – per entrar nel buio.
Eugenio Montale
La casa dei doganieri
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
Eugenio Montale
La casa dei doganieri
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
Eugenio Montale
La gondola che scivola...
La gondola che scivola in un forte
bagliore di catrame e di papaveri,
la subdola canzone che s’alzava
da masse di cordame, l’alte porte
rinchiuse su di te e risa di maschere
che fuggivano a frotte –
una sera tra mille e la mia notte
è più profonda! S’agita laggiù
uno smorto groviglio che m’avviva
a stratti e mi fa eguale a quell’assorto
pescatore d’anguille dalla riva.
bagliore di catrame e di papaveri,
la subdola canzone che s’alzava
da masse di cordame, l’alte porte
rinchiuse su di te e risa di maschere
che fuggivano a frotte –
una sera tra mille e la mia notte
è più profonda! S’agita laggiù
uno smorto groviglio che m’avviva
a stratti e mi fa eguale a quell’assorto
pescatore d’anguille dalla riva.
Eugenio Montale
Nel sonno
Il canto delle strigi, quando un’iride
con intermessi palpiti si stinge,
i gemiti e i sospiri
di gioventù, l’errore che recinge
le tempie e il vago orror dei cedri smossi
dall’urto della notte – tutto questo
può ritornarmi, traboccar dai fossi,
rompere dai condotti, farmi desto
alla tua voce. Punge il suono d’una
giga crudele, l’avversario chiude
la celata sul viso. Entra la luna
d’amaranto nei chiusi occhi, è una nube
che gonfia: e quando il sonno la trasporta
più in fondo, è ancora sangue oltre la morte.
con intermessi palpiti si stinge,
i gemiti e i sospiri
di gioventù, l’errore che recinge
le tempie e il vago orror dei cedri smossi
dall’urto della notte – tutto questo
può ritornarmi, traboccar dai fossi,
rompere dai condotti, farmi desto
alla tua voce. Punge il suono d’una
giga crudele, l’avversario chiude
la celata sul viso. Entra la luna
d’amaranto nei chiusi occhi, è una nube
che gonfia: e quando il sonno la trasporta
più in fondo, è ancora sangue oltre la morte.
Eugenio Montale
Notizie dall’Amiata
Il fuoco d’artifizio del maltempo
sarà murmure d’arnie a tarda sera.
La stanza ha travature
tarlate ed un sentore di meloni
penetra dall’assito. Le fumate
morbide che risalgono una valle
d’elfi e di funghi fino al cono diafano
della cima m’intorbidano i vetri,
e ti scrivo di qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio –
e le gabbie coperte, il focolare
dove i marroni esplodono, le vene
di salnitro e di muffa sono il quadro
dove tra poco romperai. La vita
che t’affàbula è ancora troppo breve
se ti contiene! Schiude la tua icona
il fondo luminoso. Fuori piove.
E tu seguissi le fragili architetture
annerite dal tempo e dal carbone,
i cortili quadrati che hanno nel mezzo
il pozzo profondissimo; tu seguissi
il volo infagottato degli uccelli
notturni e in fondo al borro l’allucciolìo
della Galassia, la fascia d’ogni tormento.
Ma il passo che risuona a lungo nell’oscuro
è di chi va solitario e altro non vede
che questo cadere di archi, di ombre e di pieghe.
Le stelle hanno trapunti troppo sottili,
l’occhio del campanile è fermo sulle due ore,
i rampicanti anch’essi sono un’ascesa
di tenebre ed il loro profumo duole amaro.
Ritorna domani più freddo, vento del nord,
spezza le antiche mani dell’arenaria,
sconvolgi i libri d’ore nei solai,
e tutto sia lente tranquilla, dominio, prigione
del senso che non dispera! Ritorna più forte
vento di settentrione che rendi care
le catene e suggelli le spore del possibile!
Son troppo strette le strade, gli asini neri
che zoccolano in fila dànno scintille,
dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.
Oh il gocciolìo che scende a rilento
dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,
il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!
Questa rissa cristiana che non ha
se non parole d’ombra e di lamento
che ti porta di me? Meno di quanto
t’ha rapito la gora che s’interra
dolce nella sua chiusa di cemento.
Una ruota di mola, un vecchio tronco,
confini ultimi al mondo. Si disfà
un cumulo di strame: e tardi usciti
a unire la mia veglia al tuo profondo
sonno che li riceve, i porcospini
s’abbeverano a un filo di pietà.
sarà murmure d’arnie a tarda sera.
La stanza ha travature
tarlate ed un sentore di meloni
penetra dall’assito. Le fumate
morbide che risalgono una valle
d’elfi e di funghi fino al cono diafano
della cima m’intorbidano i vetri,
e ti scrivo di qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio –
e le gabbie coperte, il focolare
dove i marroni esplodono, le vene
di salnitro e di muffa sono il quadro
dove tra poco romperai. La vita
che t’affàbula è ancora troppo breve
se ti contiene! Schiude la tua icona
il fondo luminoso. Fuori piove.
E tu seguissi le fragili architetture
annerite dal tempo e dal carbone,
i cortili quadrati che hanno nel mezzo
il pozzo profondissimo; tu seguissi
il volo infagottato degli uccelli
notturni e in fondo al borro l’allucciolìo
della Galassia, la fascia d’ogni tormento.
Ma il passo che risuona a lungo nell’oscuro
è di chi va solitario e altro non vede
che questo cadere di archi, di ombre e di pieghe.
Le stelle hanno trapunti troppo sottili,
l’occhio del campanile è fermo sulle due ore,
i rampicanti anch’essi sono un’ascesa
di tenebre ed il loro profumo duole amaro.
Ritorna domani più freddo, vento del nord,
spezza le antiche mani dell’arenaria,
sconvolgi i libri d’ore nei solai,
e tutto sia lente tranquilla, dominio, prigione
del senso che non dispera! Ritorna più forte
vento di settentrione che rendi care
le catene e suggelli le spore del possibile!
Son troppo strette le strade, gli asini neri
che zoccolano in fila dànno scintille,
dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.
Oh il gocciolìo che scende a rilento
dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,
il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!
Questa rissa cristiana che non ha
se non parole d’ombra e di lamento
che ti porta di me? Meno di quanto
t’ha rapito la gora che s’interra
dolce nella sua chiusa di cemento.
Una ruota di mola, un vecchio tronco,
confini ultimi al mondo. Si disfà
un cumulo di strame: e tardi usciti
a unire la mia veglia al tuo profondo
sonno che li riceve, i porcospini
s’abbeverano a un filo di pietà.
Eugenio Montale
Piccolo testamento
Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest’iride posso
lasciarti a testimonianza
d’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, del Hudson, della Senna
scuotendo l’ali di bitume semi-
mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.
Non è un’eredità, un portafortuna
che può reggere all’urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l’estinzione.
Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest’iride posso
lasciarti a testimonianza
d’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, del Hudson, della Senna
scuotendo l’ali di bitume semi-
mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.
Non è un’eredità, un portafortuna
che può reggere all’urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l’estinzione.
Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.
Eugenio Montale
Pietà di sé, infinita pena e angoscia
Pietà di sé, infinita pena e angoscia
di chi adora il quaggiù e spera e dispera
di un altro... (Chi osa dire un altro mondo?).
. . .
«Strana pietà...» (Azucena, atto secondo).
di chi adora il quaggiù e spera e dispera
di un altro... (Chi osa dire un altro mondo?).
. . .
«Strana pietà...» (Azucena, atto secondo).
Eugenio Montale
Portami il girasole ch’io lo trapianti
Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
Eugenio Montale
Quasi una fantasia
Raggiorna, lo presento
da un albore di frusto
argento alle pareti:
lista un barlume le finestre chiuse.
Torna l’avvenimento
del sole e le diffuse
voci, i consueti strepiti non porta.
Perchè? Penso ad un giorno d’incantesimo
e dellè giostre d’ore troppo uguali
mi ripago. Traboccherà la forza
che mi turgeva, incosciente mago,
da grande tempo. Ora m’affaccerò,
subisserò alte case, spogli viali.
Avrò di contro un paese d’intatte nevi
ma lievi come viste in un arazzo.
Scivolerà dal cielo bioccoso un tardo raggio.
Gremite d’invisibile luce selve e colline
mi diranno l’elogio degl’ilari ritorni.
Lieto leggerò i neri
segni dei rami sul bianco
come un essenziale alfabeto.
Tutto il passato in un punto
dinanzi mi sarà comparso.
Non turberà suono alcuno
quest’allegrezza solitaria.
Filerà nell’aria
o scenderà s’un paletto
qualche galletto di marzo.
da un albore di frusto
argento alle pareti:
lista un barlume le finestre chiuse.
Torna l’avvenimento
del sole e le diffuse
voci, i consueti strepiti non porta.
Perchè? Penso ad un giorno d’incantesimo
e dellè giostre d’ore troppo uguali
mi ripago. Traboccherà la forza
che mi turgeva, incosciente mago,
da grande tempo. Ora m’affaccerò,
subisserò alte case, spogli viali.
Avrò di contro un paese d’intatte nevi
ma lievi come viste in un arazzo.
Scivolerà dal cielo bioccoso un tardo raggio.
Gremite d’invisibile luce selve e colline
mi diranno l’elogio degl’ilari ritorni.
Lieto leggerò i neri
segni dei rami sul bianco
come un essenziale alfabeto.
Tutto il passato in un punto
dinanzi mi sarà comparso.
Non turberà suono alcuno
quest’allegrezza solitaria.
Filerà nell’aria
o scenderà s’un paletto
qualche galletto di marzo.
Eugenio Montale
Sotto la pioggia
Un murmure; e la tua casa s’appanna
come nella bruma del ricordo –
e lacrima la palma ora che sordo
preme il disfacimento che ritiene
nell’afa delle serre anche le nude
speranze ed il pensiero che rimorde.
«Por amor de la fiebre»... mi conduce
un vortice con te. Raggia vermiglia
una tenda, una finestra si rinchiude.
Sulla rampa materna ora cammina,
guscio d’uovo che va tra la fanghiglia,
poca vita tra sbatter d’ombra e luce.
Strideva Adiós muchachos, compañeros
de mi vida, il tuo disco dalla corte:
e m’è cara la maschera se ancora
di là dal mulinello della sorte
mi rimane il sobbalzo che riporta
al tuo sentiero.
Seguo i lucidi strosci e in fondo, a nembi,
il fumo strascicato d’una nave.
Si punteggia uno squarcio...
Per te intendo
ciò che osa la cicogna quando alzato
il volo dalla cuspide nebbiosa
rémiga verso la Città del Capo.
come nella bruma del ricordo –
e lacrima la palma ora che sordo
preme il disfacimento che ritiene
nell’afa delle serre anche le nude
speranze ed il pensiero che rimorde.
«Por amor de la fiebre»... mi conduce
un vortice con te. Raggia vermiglia
una tenda, una finestra si rinchiude.
Sulla rampa materna ora cammina,
guscio d’uovo che va tra la fanghiglia,
poca vita tra sbatter d’ombra e luce.
Strideva Adiós muchachos, compañeros
de mi vida, il tuo disco dalla corte:
e m’è cara la maschera se ancora
di là dal mulinello della sorte
mi rimane il sobbalzo che riporta
al tuo sentiero.
Seguo i lucidi strosci e in fondo, a nembi,
il fumo strascicato d’una nave.
Si punteggia uno squarcio...
Per te intendo
ciò che osa la cicogna quando alzato
il volo dalla cuspide nebbiosa
rémiga verso la Città del Capo.
Eugenio Montale
Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Eugenio Montale
Sul lago d’orta
Le Muse stanno appollaiate
sulla balaustrata
appena un filo di brezza sull’acqua
c’è qualche albero illustre
la magnolia il cipresso l’ippocastano
la vecchia villa è scortecciata
da un vetro rotto vedo sofà ammuffiti
e un tavolo da ping-pong. Qui non viene nessuno
da molti anni. Un guardiano era previsto
19° ma si sa come vanno le previsioni.
E strana l’angoscia che si prova
in questa deserta proda sabbiosa erbosa
dove i salici piangono davvero
e ristagna indeciso tra vita e morte
un intermezzo senza pubblico. E
un’angoscia limbale sempre incerta
tra la catastrofe e l’apoteosi
di una rigogliosa decrepitudine.
Se il bandolo del puzzle più tormentoso
2° fosse più che un’ubbia
sarebbe strano trovarlo dove neppure un’anguilla
tenta di sopravvivere. Molti anni fa c’era qui
una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode
ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi
da essere custoditi.
sulla balaustrata
appena un filo di brezza sull’acqua
c’è qualche albero illustre
la magnolia il cipresso l’ippocastano
la vecchia villa è scortecciata
da un vetro rotto vedo sofà ammuffiti
e un tavolo da ping-pong. Qui non viene nessuno
da molti anni. Un guardiano era previsto
19° ma si sa come vanno le previsioni.
E strana l’angoscia che si prova
in questa deserta proda sabbiosa erbosa
dove i salici piangono davvero
e ristagna indeciso tra vita e morte
un intermezzo senza pubblico. E
un’angoscia limbale sempre incerta
tra la catastrofe e l’apoteosi
di una rigogliosa decrepitudine.
Se il bandolo del puzzle più tormentoso
2° fosse più che un’ubbia
sarebbe strano trovarlo dove neppure un’anguilla
tenta di sopravvivere. Molti anni fa c’era qui
una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode
ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi
da essere custoditi.
Eugenio Montale
Sul lago d’orta
Le Muse stanno appollaiate
sulla balaustrata
appena un filo di brezza sull’acqua
c’è qualche albero illustre
la magnolia il cipresso l’ippocastano
la vecchia villa è scortecciata
da un vetro rotto vedo sofà ammuffiti
e un tavolo da ping-pong. Qui non viene nessuno
da molti anni. Un guardiano era previsto
19° ma si sa come vanno le previsioni.
E strana l’angoscia che si prova
in questa deserta proda sabbiosa erbosa
dove i salici piangono davvero
e ristagna indeciso tra vita e morte
un intermezzo senza pubblico. E
un’angoscia limbale sempre incerta
tra la catastrofe e l’apoteosi
di una rigogliosa decrepitudine.
Se il bandolo del puzzle più tormentoso
2° fosse più che un’ubbia
sarebbe strano trovarlo dove neppure un’anguilla
tenta di sopravvivere. Molti anni fa c’era qui
una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode
ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi
da essere custoditi.
sulla balaustrata
appena un filo di brezza sull’acqua
c’è qualche albero illustre
la magnolia il cipresso l’ippocastano
la vecchia villa è scortecciata
da un vetro rotto vedo sofà ammuffiti
e un tavolo da ping-pong. Qui non viene nessuno
da molti anni. Un guardiano era previsto
19° ma si sa come vanno le previsioni.
E strana l’angoscia che si prova
in questa deserta proda sabbiosa erbosa
dove i salici piangono davvero
e ristagna indeciso tra vita e morte
un intermezzo senza pubblico. E
un’angoscia limbale sempre incerta
tra la catastrofe e l’apoteosi
di una rigogliosa decrepitudine.
Se il bandolo del puzzle più tormentoso
2° fosse più che un’ubbia
sarebbe strano trovarlo dove neppure un’anguilla
tenta di sopravvivere. Molti anni fa c’era qui
una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode
ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi
da essere custoditi.
Eugenio Montale
Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.
Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.
Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome – e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.
Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.
Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome – e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.
Eugenio Montale
Vento sulla mezzaluna
Edimburgo
Il grande ponte non portava a te.
T’avrei raggiunta anche navigando
nelle chiaviche, a un tuo comando. Ma
già le forze, col sole sui cristalli
delle verande, andavano stremandosi.
L’uomo che predicava sul Crescente
mi chiese “Sai dov’è Dio?”. Lo sapevo
e glielo dissi. Scosse il capo. Sparve
nel turbine che prese uomini e case
e li sollevò in alto, sulla pece.
Il grande ponte non portava a te.
T’avrei raggiunta anche navigando
nelle chiaviche, a un tuo comando. Ma
già le forze, col sole sui cristalli
delle verande, andavano stremandosi.
L’uomo che predicava sul Crescente
mi chiese “Sai dov’è Dio?”. Lo sapevo
e glielo dissi. Scosse il capo. Sparve
nel turbine che prese uomini e case
e li sollevò in alto, sulla pece.
Eugenio Montale
Xenia II (5, 13)
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Ho appeso nella mia stanza il dagherròtipo
di tuo padre bambino: ha più di un secolo.
In mancanza del mio, così confuso,
cerco di ricostruire, ma invano, il tuo pedigree.
Non siamo stati cavalli, i dati dei nostri ascendenti
non sono negli almanacchi. Coloro che hanno presunto
di saperne non erano essi stessi esistenti,
né noi per loro. E allora? Eppure resta
che qualcosa è accaduto, forse un niente
che è tutto.
From DIARIO DEL ‘71 E DEL ’72
AC.
Tentammo un giorno di trovare un modus
moriendi che non fosse il suicidio
né la sopravvivenza. Altri ne prese
per noi l’iniziativa; e ora è tardi
per rituffarci dallo scoglio.
Che un’anima malviva
fosse la vita stessa nel suo diapason
non lo credesti mai: le ore incalzavano,
a te bastò l’orgoglio, a me la nicchia
dell’imbeccatore.
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Ho appeso nella mia stanza il dagherròtipo
di tuo padre bambino: ha più di un secolo.
In mancanza del mio, così confuso,
cerco di ricostruire, ma invano, il tuo pedigree.
Non siamo stati cavalli, i dati dei nostri ascendenti
non sono negli almanacchi. Coloro che hanno presunto
di saperne non erano essi stessi esistenti,
né noi per loro. E allora? Eppure resta
che qualcosa è accaduto, forse un niente
che è tutto.
From DIARIO DEL ‘71 E DEL ’72
AC.
Tentammo un giorno di trovare un modus
moriendi che non fosse il suicidio
né la sopravvivenza. Altri ne prese
per noi l’iniziativa; e ora è tardi
per rituffarci dallo scoglio.
Che un’anima malviva
fosse la vita stessa nel suo diapason
non lo credesti mai: le ore incalzavano,
a te bastò l’orgoglio, a me la nicchia
dell’imbeccatore.
Contessa Lara
Aspettando
Mi susurrò: «Domani?» Ed io: «Domani
m’avrai ne le tue braccia a l’istessa ora;
fra i tuoi capelli passerò le mani,
tu, sognando, dirai che m’ami ancora».
Ecco, son qui. Lo attendo. A i più lontani
passi, a ogni lieve suon che vien da fuora
tendo l’orecchio, e in desidèri arcani
frugo con gli occhi la gentil dimora.
È un vago nido. Le finestre aperte
di primavera invitano a l’incanto:
scherza il sole tra i fiori e su ’l velluto.
Io, l’armi antiche e i quadri, onde coperte
son le mura, contemplo; e penso intanto
qual tesoro di baci ho già perduto.
m’avrai ne le tue braccia a l’istessa ora;
fra i tuoi capelli passerò le mani,
tu, sognando, dirai che m’ami ancora».
Ecco, son qui. Lo attendo. A i più lontani
passi, a ogni lieve suon che vien da fuora
tendo l’orecchio, e in desidèri arcani
frugo con gli occhi la gentil dimora.
È un vago nido. Le finestre aperte
di primavera invitano a l’incanto:
scherza il sole tra i fiori e su ’l velluto.
Io, l’armi antiche e i quadri, onde coperte
son le mura, contemplo; e penso intanto
qual tesoro di baci ho già perduto.
Fausto Maria Martini
Da Elegia del primo abito ‘décolleté’
L’educanda ha sete
di fantasie con ombra di peccato.
Non hai paura? Avanzati! È sbocciato
un fior del male e la tua mano lambe
il morbido velluto delle gambe,
e sale tremebonda, e giunge dove
fiorirono sul petto le due nuove
rose… Nuove! Oh! son già tre primavere,
né sanno l’appassire delle sere
quei boccioli socchiusi: ora, li guardi…
Ti guardano essi! Son rose o cardi?
di fantasie con ombra di peccato.
Non hai paura? Avanzati! È sbocciato
un fior del male e la tua mano lambe
il morbido velluto delle gambe,
e sale tremebonda, e giunge dove
fiorirono sul petto le due nuove
rose… Nuove! Oh! son già tre primavere,
né sanno l’appassire delle sere
quei boccioli socchiusi: ora, li guardi…
Ti guardano essi! Son rose o cardi?
Fausto Maria Martini
Dorme
Annie dorme: un chiaror discreto
avvolge come in un segreto
la bruna testa, china già
sullo scrittoio d’acajt.
Nell’ombra, un suo braccio scoperto
°
ancora tocca un libro aperto:
intorno a quella nudità
rosea, trema l’oscurità...
Annie, per quale lontananza
1° la dolce anima tua s’avanza,
mentre riposi, china giù
sullo scrittoio d’acajti ?
avvolge come in un segreto
la bruna testa, china già
sullo scrittoio d’acajt.
Nell’ombra, un suo braccio scoperto
°
ancora tocca un libro aperto:
intorno a quella nudità
rosea, trema l’oscurità...
Annie, per quale lontananza
1° la dolce anima tua s’avanza,
mentre riposi, china giù
sullo scrittoio d’acajti ?
Fausto Maria Martini
Elegia del «caffè-concerto »
Fausto, povero Fausto, solo solo!
stai rannicchiato come un usignuolo,
ma si vede che il tuo nido è di spine!
Che guardi? guardi agli ori, alle stelline
di quella ch’ora canta in palcoscenico ?
o guardi, forse, al tremolar dei seni,
dei seni tondi come doppia pesca ?
O speri ancora che sul fondo cresca
la luna gialla (che malinconia!)
la luna che da due ore s’avvia
pel cielo e ancora dietro il monte sta,
rassegnata nell’immobilità...
Sta il Vesuvio, dipinto, sopra il mare,
stanno le vele senza navigare,
Posillipo odoroso non odora,
e tutto è falso, e indarno, ecco, si sfiora
il ritornello d’una canzonetta,
poiché nessuna bella amante aspetta
quel canto, né dal sonno si ridesta:
«A Marechiaro ce sta ‘na fenesta!...»
Che pensi? il palcoscenico dipinto
è triste e gaio. Triste d’oro stinto,
gaio di fiori: e fiori e oro, come
son dentro la tua chiesa, dal bel nome,
Santa Prudenzia; e quella ch’ha la gonna
gemmata e canta è come la Madonna,
piena di stelle, piena di gioielli
col diadema sopra i suoi capelli...
Tu pensi, Fausto, che la cantatrice,
a chi sia dato udir quello che dice
quando non finge, e starle sempre accanto
per ritrovare in lei la via del pianto,
pensi che anch’ella, nel cuore, se cade
il velo, mostra le sue sette spade!
E come la Madonna! E tu verresti
vestire delle più succinte vesti
lei, ch’ora è quasi ignuda: un fior di carne
socchiuso e senza desiderio, farne
la rassegnata amante provinciale,
perché t’amasse, senza farti male!
E s’ella un giorno si risovvenisse
del breve palcoscenico, ove visse,
la condurresti (oh un poco di maretta!)
a navigare sopra una barchetta,
pel mare vero, a piè d’un monte vero,
sorgendo, ora, la luna per davvero...
E certo, a dissipar la nostalgia
di questa dolce tua malinconia,
che forse allora si trasmuterebbe
in un rimpianto, ella t’accennerebbe
triste e lieta, piegando un po’ la testa:
«A Marechiaro ce sta ‘na fenesta! »
stai rannicchiato come un usignuolo,
ma si vede che il tuo nido è di spine!
Che guardi? guardi agli ori, alle stelline
di quella ch’ora canta in palcoscenico ?
o guardi, forse, al tremolar dei seni,
dei seni tondi come doppia pesca ?
O speri ancora che sul fondo cresca
la luna gialla (che malinconia!)
la luna che da due ore s’avvia
pel cielo e ancora dietro il monte sta,
rassegnata nell’immobilità...
Sta il Vesuvio, dipinto, sopra il mare,
stanno le vele senza navigare,
Posillipo odoroso non odora,
e tutto è falso, e indarno, ecco, si sfiora
il ritornello d’una canzonetta,
poiché nessuna bella amante aspetta
quel canto, né dal sonno si ridesta:
«A Marechiaro ce sta ‘na fenesta!...»
Che pensi? il palcoscenico dipinto
è triste e gaio. Triste d’oro stinto,
gaio di fiori: e fiori e oro, come
son dentro la tua chiesa, dal bel nome,
Santa Prudenzia; e quella ch’ha la gonna
gemmata e canta è come la Madonna,
piena di stelle, piena di gioielli
col diadema sopra i suoi capelli...
Tu pensi, Fausto, che la cantatrice,
a chi sia dato udir quello che dice
quando non finge, e starle sempre accanto
per ritrovare in lei la via del pianto,
pensi che anch’ella, nel cuore, se cade
il velo, mostra le sue sette spade!
E come la Madonna! E tu verresti
vestire delle più succinte vesti
lei, ch’ora è quasi ignuda: un fior di carne
socchiuso e senza desiderio, farne
la rassegnata amante provinciale,
perché t’amasse, senza farti male!
E s’ella un giorno si risovvenisse
del breve palcoscenico, ove visse,
la condurresti (oh un poco di maretta!)
a navigare sopra una barchetta,
pel mare vero, a piè d’un monte vero,
sorgendo, ora, la luna per davvero...
E certo, a dissipar la nostalgia
di questa dolce tua malinconia,
che forse allora si trasmuterebbe
in un rimpianto, ella t’accennerebbe
triste e lieta, piegando un po’ la testa:
«A Marechiaro ce sta ‘na fenesta! »
Felice Piemontese
...L’ultima volta ci siamo incontrati
...l’ultima volta ci siamo incontrati in rue de l’Observatorie.
Uscimmo insieme scendendo verso la Senna. In rue du Chat-
qui-Péche una donna si sporse dalla finestra di una casa
malfamata e sputò nella nostra direzione- “Des étrangers, des
espions...” disse con disprezzo...
...ed è scappato per la porta
...ed è scappato per la porta che dà sulla strada comunale,
dirigendosi verso il bosco di Aunay. In quel momento io
ho messo la testa in casa e ho visto i cadaveri di sua madre e
del fratellino. Allora ho perso la ragione e mi sono messo a
gridare: “Dio mio, che disgrazia, Dio mio che disgrazia”...
...ogni notte incubi
...ogni notte incubi spaventosi, lacerazioni, febbre...
Uscimmo insieme scendendo verso la Senna. In rue du Chat-
qui-Péche una donna si sporse dalla finestra di una casa
malfamata e sputò nella nostra direzione- “Des étrangers, des
espions...” disse con disprezzo...
...ed è scappato per la porta
...ed è scappato per la porta che dà sulla strada comunale,
dirigendosi verso il bosco di Aunay. In quel momento io
ho messo la testa in casa e ho visto i cadaveri di sua madre e
del fratellino. Allora ho perso la ragione e mi sono messo a
gridare: “Dio mio, che disgrazia, Dio mio che disgrazia”...
...ogni notte incubi
...ogni notte incubi spaventosi, lacerazioni, febbre...
Felice Piemontese
A un amico che parte
È a molte ore d’aereo, l’ Australia, ma
anche se la partenza di un amico
che va lontano mi angoscia, devo approvarla
la sua decisione di stabilirsi laggiù — non
come un eremita, certo — a Melbourne
o a Perth, a Sidney o in Tasmania, approdi
piacevoli, o rifugi deliziosi, credo. Io, poi,
che alla suburra preferirei perfino i papua
o i pigmei. Si è mai visto, del resto, luogo,
per quanto misero e desolato, che non sia
preferibile agli orribili rumori, al terrore
dei crolli, ai mille pericoli di questa
città tremenda, dove nemmeno in pieno
agosto sfuggi non, ahimè, al vociare
dei poeti, ma ai mille
televisori accesi, al rombo
incessante dei motori, al gridare
scomposto di lerce megere e dei loro
azzimati rampolli? Dunque, amico,
fuggi lontano, finché la canizie
è solo un accenno. Chi rimane
dovrà vedersela con
lestofanti e ruffiani, ciarlatani
e sciacqualatrine, rimestatori
di cloache e venditori
di fumo, astrologi
e fattucchiere, aspiranti
puttane — a venti anni già incapaci
di distinguere la bocca
dalla fica — e adulatori
(sempre pronti a lodare
le chiacchiere di un inetto, ad ammirare
con voce strozzata
le esibizioni
di un saltimbanco, ad applaudire
sfrenatamente se il padrone
ha ruttato bene o ha pisciato
senza problemi).
Pensa a me, qualche volta,
amico, alle lunghe
passeggiate sul molo
di Cetara, alle luci lontane
dei giardini di Augusto, alle nostre
visioni senza peso, qui, dove tutto
è sommerso
da non vulcanico fango.
anche se la partenza di un amico
che va lontano mi angoscia, devo approvarla
la sua decisione di stabilirsi laggiù — non
come un eremita, certo — a Melbourne
o a Perth, a Sidney o in Tasmania, approdi
piacevoli, o rifugi deliziosi, credo. Io, poi,
che alla suburra preferirei perfino i papua
o i pigmei. Si è mai visto, del resto, luogo,
per quanto misero e desolato, che non sia
preferibile agli orribili rumori, al terrore
dei crolli, ai mille pericoli di questa
città tremenda, dove nemmeno in pieno
agosto sfuggi non, ahimè, al vociare
dei poeti, ma ai mille
televisori accesi, al rombo
incessante dei motori, al gridare
scomposto di lerce megere e dei loro
azzimati rampolli? Dunque, amico,
fuggi lontano, finché la canizie
è solo un accenno. Chi rimane
dovrà vedersela con
lestofanti e ruffiani, ciarlatani
e sciacqualatrine, rimestatori
di cloache e venditori
di fumo, astrologi
e fattucchiere, aspiranti
puttane — a venti anni già incapaci
di distinguere la bocca
dalla fica — e adulatori
(sempre pronti a lodare
le chiacchiere di un inetto, ad ammirare
con voce strozzata
le esibizioni
di un saltimbanco, ad applaudire
sfrenatamente se il padrone
ha ruttato bene o ha pisciato
senza problemi).
Pensa a me, qualche volta,
amico, alle lunghe
passeggiate sul molo
di Cetara, alle luci lontane
dei giardini di Augusto, alle nostre
visioni senza peso, qui, dove tutto
è sommerso
da non vulcanico fango.