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Poesie di questo tema

Emozioni e sentimenti

Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

Habel Nasshab

Habel Nasshab, sei bello tu,
con quegli enormi calzoncioni blu!

È il fido, il solo.
Il fido custode, il solo compagno;
il solo che trova dischiusa ogni porta
davanti al suo passo
qua dentro.
Mi segue e non sento il suo passo,
siccome un pensiero cammina,
un dolce pensiero che guarda
con occhio di calma e di gioia.
Io dormo, egli veglia.
Ai piedi del letto egli veglia:
di rado egli dorme, brev’ora.
Mi guarda sereno, mi segue, mi serve.
Non cenno,
non sillaba ad Habel bisogna,
non parla,
cogli occhi soltanto mi parla,
cogli occhi gli parlo.
Io prego,
io son genuflesso a piè del mio altare:
mi guarda commosso.
Talora mi volgo:
gli scopro negli occhi bagliori lucenti.
Talora grandissime lacrime
si avanzan dagli occhi di Habel,
s’ingrossan,
si fanno convesse siccome una lente,
mi fanno d’un tratto vedere
intero
l’immenso mistero d’oriente.
Oh! Gli occhi di Habel.
I palpiti verdi smaglianti dell’acque,
l’azzurro del cielo,
del mare profondo,
e l’arido biondo di sabbie
che dan lo sconforto,
che dicon di sguardi perduti
davanti al mistero d’ignoto infinito.

Ei pure talora s’indugia a pregare,
pregare il suo Dio,
(non ho anch’io il mio?)
Talora... Talora...
non so... ma la pace si parte dal cuore,
non so che mi prende,
non so che mi sento...
bruciare negli occhi imperiose le lacrime...
un nodo alla gola mi serra...
la pena il cuore m’invade e mi preme,
smarrisco la luce che guida e che tiene...
e grida d’angoscia prorompon dal petto,
e grido, e grido:
«Vogl’ire!
Vogl’ire lontano!
La vo’ far finita l’orribile vita.
Aprire la sudicia porta e fuggire.
Vogl’ire nel mondo, nel mezzo alla vita,
vogl’essere uomo,
amante vogl’esser, guerriero,
vogl’ire lontano a gioire,
vogl’ire lontano a morire».
Mi guarda, mi guarda,
s’avanzan dagli occhi del fido
le lacrime grandi,
s’ingrossan,
si fanno convesse siccome una lente,
mi fanno d’un tratto vedere
intero
l’immenso mistero d’Oriente.
«No Habel, non pianger,
ritorna la calma, sta’ certo,
lo sai...
rimango rimango.»
E tornan le braccia
sul corpo cadenti,
ritorna lo sguardo al suo sonno:
le lacrime vedo
negli occhi di Habel rientrare... rientrare.
«Rimango rimango, sta’ certo,
lo sai...»
La pena di Habel
la pace rimena al mio spirito intera.

Habel Nasshab, sei bello tu,
con quegli enormi calzoncioni blu!
Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

I fiori

Non so perché quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto...
irrequietezza della primavera...
un’indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore...
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perché?
Non avevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m’era sembrato sconcio,
tutto m’era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’è,
e nessuno s’era curato di me,
chi sa...
O la sconcezza era in me...
o c’era l’ultimo avanzo della purità.
M’era, chi sa perché,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo...
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s’era voltata in là,
quasi volendo dire:
«ah!, ci sei anche te».

Quando tutti si furono alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po’ d’aria.
E subito mi parve d’essere liberato,
la freschezza dell’aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un’immane cupola d’argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall’ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri puri della natura.
Oh! com’è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
– Zz... Zz...
– Che c’è?
– Zz... Zz...
– Chi è?
M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
– Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non ne vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
– Ma tu chi sei? Che fai?
– Bella, sono una rosa,
non m’hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
– Te?...
– Io, sì, che male c’è?
– Una rosa!
– Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
– Oh!
– Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono... e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo...
Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l’amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell’oca dell’ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione
del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
– Oh! Oh!
– Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
– No! No! Non più! Basta.
– Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
– Anche voi!
– Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
– Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori...
– E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca...
– Nell’ora sì fugace che v’è data...
– E la modestissima violetta,
beghina d’ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi... all’ombra dell’erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino...
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
– misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
– Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell’ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!
Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

Lasciatemi divertire

Tri tri tri,
fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu ihu.

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!

Cosa sono queste indecenze
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche.
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!

Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie.

Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!

Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

Bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.

Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglio dire...
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.

Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!

Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?

Huisc... Huiusc...
Huisciu... sciu sciu,
Sciukoku... Koku koku,
Sciu
ko
ku.

Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giappone

Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.

Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.

Labala
falala
eppoi lala...
e lalala, lalalalala lalala.

Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.

Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!

Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

Visita alla contessa Eva Pizzardini Ba

– Buonasera contessa.
– Buonasera, carissimo Aldo.
– Oggi giornata bella, contessa.
– Troppo bella, carissimo Aldo,
non fa né freddo... né caldo.
– E... la noia, contessa?
– La che?...
– La no-ia.
– Pa... pa... papa... papa.
– Sempre la stessa.
– Ciò mi dite di nuovo?
Bravo.
– Cosa dirvi di nuovo?
Mi credete così ingenuo?
Nemmeno mi ci provo.
– Bravo.
E passate per giovine bizzarro
per uomo... tanto strano.
Strano... bizzarro...
bizzarro... strano...
Bravo.
– Codesta bella veste, contessa
la vidi proprio iersera
precisa... a una borghese.
– E fu inventata a Parigi
che non è ancora un mese:
sempre così, si sa.
– A Parigi fumano l’oppio.
– A Parigi...
– Verrà presto la moda anche da noi.
– Certo verrà, poi.
Le belle cose da noi sono un mito,
noi siamo quelli di ieri... o di poi.
Che governo pitocco!
Ma... di nuovo?
– Di nuovo...
la gallina ha fatto l’uovo.
– Ecco.
Bella consolazione,
dover vivere tanto
per veder tutti i giorni
le medesime cose.
Giunge il sole e se ne va,
cresce e cala la luna.
Sempre uguale il sole,
la luna è sempre uguale,
non cambian di colore.
Identiche le stelle.
– Purtroppo.
– Azzurro il cielo
azzurro il mare:
val la pena
di aprire una finestra per guardare?
– Ma...
– Verde il prato
verde il bosco:
il color vostro lo conosco ahimè
– Non ci badate.
– Si aspettano le solite persone
alle solite ore,
che ci vengon davanti
con la solita faccia,
non è facile sbagliare,
e con identica voce
ci dicono le identiche parole.
E non giova il cambiare,
che se pure ti sembrano
l’uno all’altro diversi
nelle forme o gli aspetti,
ti diran tutti alla stessa maniera:
«Buongiorno contessa,
contessa, buonasera».
Tutti i giorni si nasce...
e tutti i giorni si muore.
Quando si nasce c’è la levatrice,
quando si muore... c’è il dottore.
– Preferisco la levatrice.
– Io no, il dottore.
Che ci si viene a fare?
Che ci si fa?
Si può sapere?
Si sa?
– Calmatevi, contessa.
– E dire che vorrei, solo per una volta,
vedermi nuova nel mio specchio.
– Come?
– Nuova, diversa da sempre,
e diversa da tutte.
– Aver due bocche?
– Magari, ma è un caso comune.
– Lo so. Un occhio dietro?
– Dove?
– Nella testa.
– Ah, sì..
– Un dente sulla punta del naso?
– Meglio senza naso, nel caso.
– Due teste?
– Comune comune.
– Sette teste? Tredici gambe?
– Comune comune.
Ieri sera per dormire
mi son fatta tre volte
la puntura di morfina.
– Tre volte!
– Sono poche? Sono molte?
– Ma vi pare? La morfina!
– «La morfina!» La mor-fi-na.
– Vorreste diventare d’un tratto
regina o imperatrice?
Antonietta? Messalina!
– Uhm... forse sarebbe meglio...
– Una poveretta.
– Forse.
– Povera molto, vivere d’elemosina,
essere giù, nel fango...
– Forse.
– Insultata...
– Certo.
– Battuta...
– Almeno.
– Magari nel mezzo della strada
sull’ultimo gradino dell’abiezione,
come una donna perduta.
– Sì.
– Venduta.
– Sì.
– Essere vilipesa... prostituta!
– Insultata... battuta... venduta...
almeno per provare,
ma... come fare, noi...
Chi ci può insultare?
– Voi? Io.
– Siete troppo gentile, poveretto.
– Eccomi qua.
– Siete troppo corretto.
– Mi proverò.
– E non riuscirete
che a noiarmi di più.
– Ma... proviamo.
– E ci tenete tanto?
– Oh! Dio... così... tanto per fare.
– Dirò io per la prima.
– Sentiamo.
– Ma no, ma via, ma no,
perché?... no... povero sciocco, no...
– Stupida d’una donna.
– ... poetucolo... pitocco.
– Vescica con la gonna.
– Imbecille! Cretino!
Omo... da nulla.
– Povera grulla!
– Grullone! Scimunito!
Rammollito! Buffone!
– Smencitissima vacca!
Porcona, puttana, vigliacca!...
– Basta basta basta,
mio carissimo Aldo,
non crediamo di dirci
qualche cosa di nuovo,
sensazione nuova io già non provo,
la cerco, ma non la trovo.
Amiamoci piuttosto,
l’amore è tanto vecchio...
mi sembrerà più nuovo.
– Sì? Purché voi ritorniate come allora.
– Quando?
– Quando mi ascoltavate
senza pensare al male
ed erano assai meno noiose
le vostre serate.
– Mi avete amata voi?
Ed io vi ho amato, ohibò!
– Non dico questo, no...
– Doveva essere molto noioso
il nostro povero amore
se lo abbiamo troncato
e neppure ce ne ricordiamo.
– Era... una parola sola, allora...
Ricordate ieri sera?
– Ieri sera?
– Quella mia parola...
– Quale? Dite, mi fate venir male.
– Quando fu?...
– Certamente vi sbagliate,
fu la sera avanti.
– Ve l’avevo già detta?
– Uh! Centomila sere,
capirete, se è sempre la stessa...
Basta, basta, non la ridite,
lasciatemi morire in pace...
sono malata.
– Che sarà di voi?
– Di me?
– Buonanotte contessa.
– Buonanotte, carissimo Aldo.