Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Aldo Palazzeschi
Comare Coletta
«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»
Smagrita, ricurva, la piccola vecchia
girando le strade saltella e balletta.
Si ferma la gente a guardarla,
di rado taluno le getta denaro;
saltella più lesta la vecchia al tintinno,
ringrazia provandosi ancora
di reggere alla piroetta.
Talvolta ella cade fra il lazzo e le risa:
nessuno le porge la mano.
«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»
– La tua parrucchina, comare Coletta,
ti perde il capecchio!
– E il bel mazzolino, comare Coletta,
di fiori assai freschi!
– Ancora non hanno lasciato cadere
il vivo scarlatto.
– Ricordan quei fiori, comare Coletta,
gli antichi splendori?
– Danzavi nel mezzo ai ripalchi,
n’è vero, comare Coletta?
Danzavi vestita di luci, cosparsa di gemme,
e solo coperta di sguardi malefici, vero?
– Ricordi le luci, le gemme?
– Le vesti smaglianti?
– Ricordi gli sguardi?
– Ricordi il tuo sozzo peccato?
– Vecchiaccia d’inferno,
tu sei maledetta.
«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»
Ricurva, sciancata,
provandosi ancora di reggere alla piroetta,
s’aggira per fame la vecchia fangosa;
trascina la logora veste pendente a brandelli,
le cade a pennecchi di capo il capecchio
fra il lazzo e le risa,
la rabbia le serra la bocca
di rughe ormai fossa bavosa.
E ancora un mazzetto
di fiori scarlatti
le ride sul petto.
«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»
comare Coletta!
Saltella e balletta!»
Smagrita, ricurva, la piccola vecchia
girando le strade saltella e balletta.
Si ferma la gente a guardarla,
di rado taluno le getta denaro;
saltella più lesta la vecchia al tintinno,
ringrazia provandosi ancora
di reggere alla piroetta.
Talvolta ella cade fra il lazzo e le risa:
nessuno le porge la mano.
«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»
– La tua parrucchina, comare Coletta,
ti perde il capecchio!
– E il bel mazzolino, comare Coletta,
di fiori assai freschi!
– Ancora non hanno lasciato cadere
il vivo scarlatto.
– Ricordan quei fiori, comare Coletta,
gli antichi splendori?
– Danzavi nel mezzo ai ripalchi,
n’è vero, comare Coletta?
Danzavi vestita di luci, cosparsa di gemme,
e solo coperta di sguardi malefici, vero?
– Ricordi le luci, le gemme?
– Le vesti smaglianti?
– Ricordi gli sguardi?
– Ricordi il tuo sozzo peccato?
– Vecchiaccia d’inferno,
tu sei maledetta.
«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»
Ricurva, sciancata,
provandosi ancora di reggere alla piroetta,
s’aggira per fame la vecchia fangosa;
trascina la logora veste pendente a brandelli,
le cade a pennecchi di capo il capecchio
fra il lazzo e le risa,
la rabbia le serra la bocca
di rughe ormai fossa bavosa.
E ancora un mazzetto
di fiori scarlatti
le ride sul petto.
«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»
Aldo Palazzeschi
Habel Nasshab
Habel Nasshab, sei bello tu,
con quegli enormi calzoncioni blu!
È il fido, il solo.
Il fido custode, il solo compagno;
il solo che trova dischiusa ogni porta
davanti al suo passo
qua dentro.
Mi segue e non sento il suo passo,
siccome un pensiero cammina,
un dolce pensiero che guarda
con occhio di calma e di gioia.
Io dormo, egli veglia.
Ai piedi del letto egli veglia:
di rado egli dorme, brev’ora.
Mi guarda sereno, mi segue, mi serve.
Non cenno,
non sillaba ad Habel bisogna,
non parla,
cogli occhi soltanto mi parla,
cogli occhi gli parlo.
Io prego,
io son genuflesso a piè del mio altare:
mi guarda commosso.
Talora mi volgo:
gli scopro negli occhi bagliori lucenti.
Talora grandissime lacrime
si avanzan dagli occhi di Habel,
s’ingrossan,
si fanno convesse siccome una lente,
mi fanno d’un tratto vedere
intero
l’immenso mistero d’oriente.
Oh! Gli occhi di Habel.
I palpiti verdi smaglianti dell’acque,
l’azzurro del cielo,
del mare profondo,
e l’arido biondo di sabbie
che dan lo sconforto,
che dicon di sguardi perduti
davanti al mistero d’ignoto infinito.
Ei pure talora s’indugia a pregare,
pregare il suo Dio,
(non ho anch’io il mio?)
Talora... Talora...
non so... ma la pace si parte dal cuore,
non so che mi prende,
non so che mi sento...
bruciare negli occhi imperiose le lacrime...
un nodo alla gola mi serra...
la pena il cuore m’invade e mi preme,
smarrisco la luce che guida e che tiene...
e grida d’angoscia prorompon dal petto,
e grido, e grido:
«Vogl’ire!
Vogl’ire lontano!
La vo’ far finita l’orribile vita.
Aprire la sudicia porta e fuggire.
Vogl’ire nel mondo, nel mezzo alla vita,
vogl’essere uomo,
amante vogl’esser, guerriero,
vogl’ire lontano a gioire,
vogl’ire lontano a morire».
Mi guarda, mi guarda,
s’avanzan dagli occhi del fido
le lacrime grandi,
s’ingrossan,
si fanno convesse siccome una lente,
mi fanno d’un tratto vedere
intero
l’immenso mistero d’Oriente.
«No Habel, non pianger,
ritorna la calma, sta’ certo,
lo sai...
rimango rimango.»
E tornan le braccia
sul corpo cadenti,
ritorna lo sguardo al suo sonno:
le lacrime vedo
negli occhi di Habel rientrare... rientrare.
«Rimango rimango, sta’ certo,
lo sai...»
La pena di Habel
la pace rimena al mio spirito intera.
Habel Nasshab, sei bello tu,
con quegli enormi calzoncioni blu!
con quegli enormi calzoncioni blu!
È il fido, il solo.
Il fido custode, il solo compagno;
il solo che trova dischiusa ogni porta
davanti al suo passo
qua dentro.
Mi segue e non sento il suo passo,
siccome un pensiero cammina,
un dolce pensiero che guarda
con occhio di calma e di gioia.
Io dormo, egli veglia.
Ai piedi del letto egli veglia:
di rado egli dorme, brev’ora.
Mi guarda sereno, mi segue, mi serve.
Non cenno,
non sillaba ad Habel bisogna,
non parla,
cogli occhi soltanto mi parla,
cogli occhi gli parlo.
Io prego,
io son genuflesso a piè del mio altare:
mi guarda commosso.
Talora mi volgo:
gli scopro negli occhi bagliori lucenti.
Talora grandissime lacrime
si avanzan dagli occhi di Habel,
s’ingrossan,
si fanno convesse siccome una lente,
mi fanno d’un tratto vedere
intero
l’immenso mistero d’oriente.
Oh! Gli occhi di Habel.
I palpiti verdi smaglianti dell’acque,
l’azzurro del cielo,
del mare profondo,
e l’arido biondo di sabbie
che dan lo sconforto,
che dicon di sguardi perduti
davanti al mistero d’ignoto infinito.
Ei pure talora s’indugia a pregare,
pregare il suo Dio,
(non ho anch’io il mio?)
Talora... Talora...
non so... ma la pace si parte dal cuore,
non so che mi prende,
non so che mi sento...
bruciare negli occhi imperiose le lacrime...
un nodo alla gola mi serra...
la pena il cuore m’invade e mi preme,
smarrisco la luce che guida e che tiene...
e grida d’angoscia prorompon dal petto,
e grido, e grido:
«Vogl’ire!
Vogl’ire lontano!
La vo’ far finita l’orribile vita.
Aprire la sudicia porta e fuggire.
Vogl’ire nel mondo, nel mezzo alla vita,
vogl’essere uomo,
amante vogl’esser, guerriero,
vogl’ire lontano a gioire,
vogl’ire lontano a morire».
Mi guarda, mi guarda,
s’avanzan dagli occhi del fido
le lacrime grandi,
s’ingrossan,
si fanno convesse siccome una lente,
mi fanno d’un tratto vedere
intero
l’immenso mistero d’Oriente.
«No Habel, non pianger,
ritorna la calma, sta’ certo,
lo sai...
rimango rimango.»
E tornan le braccia
sul corpo cadenti,
ritorna lo sguardo al suo sonno:
le lacrime vedo
negli occhi di Habel rientrare... rientrare.
«Rimango rimango, sta’ certo,
lo sai...»
La pena di Habel
la pace rimena al mio spirito intera.
Habel Nasshab, sei bello tu,
con quegli enormi calzoncioni blu!
Aldo Palazzeschi
I fiori
Non so perché quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto...
irrequietezza della primavera...
un’indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore...
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perché?
Non avevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m’era sembrato sconcio,
tutto m’era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’è,
e nessuno s’era curato di me,
chi sa...
O la sconcezza era in me...
o c’era l’ultimo avanzo della purità.
M’era, chi sa perché,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo...
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s’era voltata in là,
quasi volendo dire:
«ah!, ci sei anche te».
Quando tutti si furono alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po’ d’aria.
E subito mi parve d’essere liberato,
la freschezza dell’aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un’immane cupola d’argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall’ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri puri della natura.
Oh! com’è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
– Zz... Zz...
– Che c’è?
– Zz... Zz...
– Chi è?
M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
– Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non ne vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
– Ma tu chi sei? Che fai?
– Bella, sono una rosa,
non m’hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
– Te?...
– Io, sì, che male c’è?
– Una rosa!
– Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
– Oh!
– Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono... e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo...
Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l’amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell’oca dell’ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione
del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
– Oh! Oh!
– Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
– No! No! Non più! Basta.
– Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
– Anche voi!
– Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
– Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori...
– E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca...
– Nell’ora sì fugace che v’è data...
– E la modestissima violetta,
beghina d’ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi... all’ombra dell’erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino...
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
– misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
– Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell’ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!
fossero i troppi profumi del banchetto...
irrequietezza della primavera...
un’indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore...
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perché?
Non avevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m’era sembrato sconcio,
tutto m’era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’è,
e nessuno s’era curato di me,
chi sa...
O la sconcezza era in me...
o c’era l’ultimo avanzo della purità.
M’era, chi sa perché,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo...
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s’era voltata in là,
quasi volendo dire:
«ah!, ci sei anche te».
Quando tutti si furono alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po’ d’aria.
E subito mi parve d’essere liberato,
la freschezza dell’aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un’immane cupola d’argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall’ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri puri della natura.
Oh! com’è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
– Zz... Zz...
– Che c’è?
– Zz... Zz...
– Chi è?
M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
– Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non ne vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
– Ma tu chi sei? Che fai?
– Bella, sono una rosa,
non m’hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
– Te?...
– Io, sì, che male c’è?
– Una rosa!
– Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
– Oh!
– Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono... e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo...
Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l’amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell’oca dell’ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione
del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
– Oh! Oh!
– Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
– No! No! Non più! Basta.
– Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
– Anche voi!
– Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
– Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori...
– E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca...
– Nell’ora sì fugace che v’è data...
– E la modestissima violetta,
beghina d’ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi... all’ombra dell’erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino...
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
– misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
– Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell’ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!
Aldo Palazzeschi
Il palatino
Sui morbidi cuscini del tempo
il corpo riposa
nel torrido meriggio d’estate.
Il pensiero
non ha la forza di evocare
nè ombre nè fantasmi,
e l’occhio appena sorprende
dei vapori trasparenti
che salgono dalla terra
e che il calore discioglie nella luce.
Bevute dal sole
le pietre sono bianche
come tombe anonime e deserte
riarse
e le fronde palpitano leggere
di un’aspirazione celeste.
Pel cocente abbandono
i sensi
percepiscono soltanto un profumo:
Il presente puzza
e il futuro è termine vago...
il passato non puzza più,
ha un vago profumo di foglie secche
il passato.
il corpo riposa
nel torrido meriggio d’estate.
Il pensiero
non ha la forza di evocare
nè ombre nè fantasmi,
e l’occhio appena sorprende
dei vapori trasparenti
che salgono dalla terra
e che il calore discioglie nella luce.
Bevute dal sole
le pietre sono bianche
come tombe anonime e deserte
riarse
e le fronde palpitano leggere
di un’aspirazione celeste.
Pel cocente abbandono
i sensi
percepiscono soltanto un profumo:
Il presente puzza
e il futuro è termine vago...
il passato non puzza più,
ha un vago profumo di foglie secche
il passato.
Aldo Palazzeschi
Il parco umido
Il parco è serrato serrato serrato,
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia;
da un muro coperto di muffe,
coperto di verdi licheni,
grondante di dense fanghiglie.
Né un varco?” soltanto nel parco traspare
né un foro vi luce.
Soltanto si posson le muffe cadenti, vedere,
soltanto le dense fanghiglie grondanti.
Altissimi cedri ne passano il muro,
i pini dal fusto robusto ne sporgon l’ombrello,
e salici, salici tanti,
che mischian sul muro cadenti
le lacrime ai verdi licheni,
a grige fanghiglie grondanti.
Di fuori ecco il parco serrato serrato serrato,
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia.
Fra l’ombre, fra l’ombre potenti,
nel folto degli alberi grandi,
soltanto tre donne s’aggirano lento,
bellissime donne; regine parenti.
S’aggirano lento, in silenzio,
nell’ombre del parco serrato,
pesante trascinano il manto di lutto, le donne,
coperte d’un velo
che appena il pallore del volto ne scopre.
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia;
da un muro coperto di muffe,
coperto di verdi licheni,
grondante di dense fanghiglie.
Né un varco?” soltanto nel parco traspare
né un foro vi luce.
Soltanto si posson le muffe cadenti, vedere,
soltanto le dense fanghiglie grondanti.
Altissimi cedri ne passano il muro,
i pini dal fusto robusto ne sporgon l’ombrello,
e salici, salici tanti,
che mischian sul muro cadenti
le lacrime ai verdi licheni,
a grige fanghiglie grondanti.
Di fuori ecco il parco serrato serrato serrato,
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia.
Fra l’ombre, fra l’ombre potenti,
nel folto degli alberi grandi,
soltanto tre donne s’aggirano lento,
bellissime donne; regine parenti.
S’aggirano lento, in silenzio,
nell’ombre del parco serrato,
pesante trascinano il manto di lutto, le donne,
coperte d’un velo
che appena il pallore del volto ne scopre.
Aldo Palazzeschi
Il passo delle nazarene
Nazarene bianche, Nazarene nere.
Del fiume alle rive
si guardan da tanto i conventi,
si guardan con occhio di vecchia amicizia
le piccole torri, una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Due volte s’incontran, le bianche e le nere,
sul ponte, sul ponte che unisce i conventi,
li unisce da tanto per vecchia amicizia,
le piccole torri si guardan ridenti
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Le piccole chiese al crepuscolo s’aprono,
ne sortono leste le suore ed infilano il ponte,
nel mezzo s’incontran, s’inchinano,
le bianche e le nere,
si recan l’un l’altre alla piccola chiesa al saluto;
vi fanno una breve preghiera
e leste rinfilano il ponte.
Di nuovo s’incontran, s’inchinan le file
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Del fiume alle rive
si guardan da tanto i conventi,
si guardan con occhio di vecchia amicizia
le piccole torri, una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Due volte s’incontran, le bianche e le nere,
sul ponte, sul ponte che unisce i conventi,
li unisce da tanto per vecchia amicizia,
le piccole torri si guardan ridenti
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Le piccole chiese al crepuscolo s’aprono,
ne sortono leste le suore ed infilano il ponte,
nel mezzo s’incontran, s’inchinano,
le bianche e le nere,
si recan l’un l’altre alla piccola chiesa al saluto;
vi fanno una breve preghiera
e leste rinfilano il ponte.
Di nuovo s’incontran, s’inchinan le file
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Aldo Palazzeschi
Insanabili contradizioni
Mi piace la gente saggia
per la quale, l’ammirazione
è sconfinata!
da parte mia:
non esente però
da un vago e inesplicabile senso
di freddezza, di perplessità,
e non di rado malinconia.
E al tempo stesso,
cosa veramente inaudita,
intollerabile e assurda,
da non sapere
come si possa fare a confessarla,
insanabili contradizioni?
di questa nostra natura bislacca,
mi piace la stoltezza,
sì,
trovo adorabile la gente stolta
e mi attira,
perché essa pure dà sapore e colore alla vita
provocando dentro a me
colore e allegria.
per la quale, l’ammirazione
è sconfinata!
da parte mia:
non esente però
da un vago e inesplicabile senso
di freddezza, di perplessità,
e non di rado malinconia.
E al tempo stesso,
cosa veramente inaudita,
intollerabile e assurda,
da non sapere
come si possa fare a confessarla,
insanabili contradizioni?
di questa nostra natura bislacca,
mi piace la stoltezza,
sì,
trovo adorabile la gente stolta
e mi attira,
perché essa pure dà sapore e colore alla vita
provocando dentro a me
colore e allegria.
Aldo Palazzeschi
La cena degli infelici
Seduti alla tavola lunga, strettina,
gl’infelici sono undici.
Imbandimento del massimo lusso.
Gran copia di fiori
nei vasi d’oro e d’argento,
cristalli squillanti e lucenti.
Tutti in fila, gli undici,
seggono nella massima rigidità,
senza mai volgersi
di qua o di là.
Han tutti le mani congiunte, compunte,
i gomiti stretti,
la bocca serrata,
inarcate le sopracciglia,
e guardano il piatto di scorcio.
Sol uno,
ch’è intento a ripetere sulla tovaglia,
con la sua forchetta,
instancabilmente la solita lettera:
un’o.
E uno
che rotola rotola il suo legasalvietta
su e giù
giù e su.
I piatti davanti si cambiano in fretta.
Minestre fumanti,
delizia di purè,
centomila saporosi patè.
Non toccano cibo, gli undici,
immobili guardan di scorcio
il passare veloce dei piatti davanti.
Legumi degli orti proibiti
meravigliosamente conditi,
tacchini, beccacce, pernici,
si mutan nei piatti degli infelici.
Tenerissime erbette,
i più ricercati e inverosimili dolci,
biscotti, gelati, sufflè,
rubicondissime frutta.
Si mescono vini di tutti i colori
nei più svariati bicchieri,
champagne, caffè, liquori.
Immobili, gli undici,
le mani congiunte, compunte,
i gomiti stretti
nella massima rigidità,
neppure una volta si volgono
di qua o di là;
la bocca serrata,
inarcate le sopracciglia,
senza mai un cenno di meraviglia
guardano il piatto di scorcio.
gl’infelici sono undici.
Imbandimento del massimo lusso.
Gran copia di fiori
nei vasi d’oro e d’argento,
cristalli squillanti e lucenti.
Tutti in fila, gli undici,
seggono nella massima rigidità,
senza mai volgersi
di qua o di là.
Han tutti le mani congiunte, compunte,
i gomiti stretti,
la bocca serrata,
inarcate le sopracciglia,
e guardano il piatto di scorcio.
Sol uno,
ch’è intento a ripetere sulla tovaglia,
con la sua forchetta,
instancabilmente la solita lettera:
un’o.
E uno
che rotola rotola il suo legasalvietta
su e giù
giù e su.
I piatti davanti si cambiano in fretta.
Minestre fumanti,
delizia di purè,
centomila saporosi patè.
Non toccano cibo, gli undici,
immobili guardan di scorcio
il passare veloce dei piatti davanti.
Legumi degli orti proibiti
meravigliosamente conditi,
tacchini, beccacce, pernici,
si mutan nei piatti degli infelici.
Tenerissime erbette,
i più ricercati e inverosimili dolci,
biscotti, gelati, sufflè,
rubicondissime frutta.
Si mescono vini di tutti i colori
nei più svariati bicchieri,
champagne, caffè, liquori.
Immobili, gli undici,
le mani congiunte, compunte,
i gomiti stretti
nella massima rigidità,
neppure una volta si volgono
di qua o di là;
la bocca serrata,
inarcate le sopracciglia,
senza mai un cenno di meraviglia
guardano il piatto di scorcio.
Aldo Palazzeschi
La fontana malata
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace ...
di nuovo
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s’ode
romore
di sorta,
che forse ...
che forse
sia morta!
Orrore!
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce.
Clof, clop, cloch.
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
La tisi
l’uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto ...
Che lagno!?
Ma Habel!
Vittoria!
Andante,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno
tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari ...
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace ...
di nuovo
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s’ode
romore
di sorta,
che forse ...
che forse
sia morta!
Orrore!
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce.
Clof, clop, cloch.
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
La tisi
l’uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto ...
Che lagno!?
Ma Habel!
Vittoria!
Andante,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno
tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari ...
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
Aldo Palazzeschi
La vecchia del sonno
Centanni ha la vecchia.
Nessuno la vide aggirarsi nel giorno.
Sovente la gente la trova a dormire
vicino alle fonti:
nessuno la desta.
Al dolce romore dell’acqua
la vecchia s’addorme,
e resta dormendo nel dolce romore
dei giorni dei giorni dei giorni...
Nessuno la vide aggirarsi nel giorno.
Sovente la gente la trova a dormire
vicino alle fonti:
nessuno la desta.
Al dolce romore dell’acqua
la vecchia s’addorme,
e resta dormendo nel dolce romore
dei giorni dei giorni dei giorni...
Aldo Palazzeschi
Lasciatemi divertire
Tri tri tri,
fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu ihu.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche.
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie.
Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!
Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.
Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglio dire...
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc... Huiusc...
Huisciu... sciu sciu,
Sciukoku... Koku koku,
Sciu
ko
ku.
Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giappone
Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.
Labala
falala
eppoi lala...
e lalala, lalalalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu ihu.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche.
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie.
Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!
Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.
Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglio dire...
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc... Huiusc...
Huisciu... sciu sciu,
Sciukoku... Koku koku,
Sciu
ko
ku.
Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giappone
Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.
Labala
falala
eppoi lala...
e lalala, lalalalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
Aldo Palazzeschi
Visita alla contessa Eva Pizzardini Ba
– Buonasera contessa.
– Buonasera, carissimo Aldo.
– Oggi giornata bella, contessa.
– Troppo bella, carissimo Aldo,
non fa né freddo... né caldo.
– E... la noia, contessa?
– La che?...
– La no-ia.
– Pa... pa... papa... papa.
– Sempre la stessa.
– Ciò mi dite di nuovo?
Bravo.
– Cosa dirvi di nuovo?
Mi credete così ingenuo?
Nemmeno mi ci provo.
– Bravo.
E passate per giovine bizzarro
per uomo... tanto strano.
Strano... bizzarro...
bizzarro... strano...
Bravo.
– Codesta bella veste, contessa
la vidi proprio iersera
precisa... a una borghese.
– E fu inventata a Parigi
che non è ancora un mese:
sempre così, si sa.
– A Parigi fumano l’oppio.
– A Parigi...
– Verrà presto la moda anche da noi.
– Certo verrà, poi.
Le belle cose da noi sono un mito,
noi siamo quelli di ieri... o di poi.
Che governo pitocco!
Ma... di nuovo?
– Di nuovo...
la gallina ha fatto l’uovo.
– Ecco.
Bella consolazione,
dover vivere tanto
per veder tutti i giorni
le medesime cose.
Giunge il sole e se ne va,
cresce e cala la luna.
Sempre uguale il sole,
la luna è sempre uguale,
non cambian di colore.
Identiche le stelle.
– Purtroppo.
– Azzurro il cielo
azzurro il mare:
val la pena
di aprire una finestra per guardare?
– Ma...
– Verde il prato
verde il bosco:
il color vostro lo conosco ahimè
– Non ci badate.
– Si aspettano le solite persone
alle solite ore,
che ci vengon davanti
con la solita faccia,
non è facile sbagliare,
e con identica voce
ci dicono le identiche parole.
E non giova il cambiare,
che se pure ti sembrano
l’uno all’altro diversi
nelle forme o gli aspetti,
ti diran tutti alla stessa maniera:
«Buongiorno contessa,
contessa, buonasera».
Tutti i giorni si nasce...
e tutti i giorni si muore.
Quando si nasce c’è la levatrice,
quando si muore... c’è il dottore.
– Preferisco la levatrice.
– Io no, il dottore.
Che ci si viene a fare?
Che ci si fa?
Si può sapere?
Si sa?
– Calmatevi, contessa.
– E dire che vorrei, solo per una volta,
vedermi nuova nel mio specchio.
– Come?
– Nuova, diversa da sempre,
e diversa da tutte.
– Aver due bocche?
– Magari, ma è un caso comune.
– Lo so. Un occhio dietro?
– Dove?
– Nella testa.
– Ah, sì..
– Un dente sulla punta del naso?
– Meglio senza naso, nel caso.
– Due teste?
– Comune comune.
– Sette teste? Tredici gambe?
– Comune comune.
Ieri sera per dormire
mi son fatta tre volte
la puntura di morfina.
– Tre volte!
– Sono poche? Sono molte?
– Ma vi pare? La morfina!
– «La morfina!» La mor-fi-na.
– Vorreste diventare d’un tratto
regina o imperatrice?
Antonietta? Messalina!
– Uhm... forse sarebbe meglio...
– Una poveretta.
– Forse.
– Povera molto, vivere d’elemosina,
essere giù, nel fango...
– Forse.
– Insultata...
– Certo.
– Battuta...
– Almeno.
– Magari nel mezzo della strada
sull’ultimo gradino dell’abiezione,
come una donna perduta.
– Sì.
– Venduta.
– Sì.
– Essere vilipesa... prostituta!
– Insultata... battuta... venduta...
almeno per provare,
ma... come fare, noi...
Chi ci può insultare?
– Voi? Io.
– Siete troppo gentile, poveretto.
– Eccomi qua.
– Siete troppo corretto.
– Mi proverò.
– E non riuscirete
che a noiarmi di più.
– Ma... proviamo.
– E ci tenete tanto?
– Oh! Dio... così... tanto per fare.
– Dirò io per la prima.
– Sentiamo.
– Ma no, ma via, ma no,
perché?... no... povero sciocco, no...
– Stupida d’una donna.
– ... poetucolo... pitocco.
– Vescica con la gonna.
– Imbecille! Cretino!
Omo... da nulla.
– Povera grulla!
– Grullone! Scimunito!
Rammollito! Buffone!
– Smencitissima vacca!
Porcona, puttana, vigliacca!...
– Basta basta basta,
mio carissimo Aldo,
non crediamo di dirci
qualche cosa di nuovo,
sensazione nuova io già non provo,
la cerco, ma non la trovo.
Amiamoci piuttosto,
l’amore è tanto vecchio...
mi sembrerà più nuovo.
– Sì? Purché voi ritorniate come allora.
– Quando?
– Quando mi ascoltavate
senza pensare al male
ed erano assai meno noiose
le vostre serate.
– Mi avete amata voi?
Ed io vi ho amato, ohibò!
– Non dico questo, no...
– Doveva essere molto noioso
il nostro povero amore
se lo abbiamo troncato
e neppure ce ne ricordiamo.
– Era... una parola sola, allora...
Ricordate ieri sera?
– Ieri sera?
– Quella mia parola...
– Quale? Dite, mi fate venir male.
– Quando fu?...
– Certamente vi sbagliate,
fu la sera avanti.
– Ve l’avevo già detta?
– Uh! Centomila sere,
capirete, se è sempre la stessa...
Basta, basta, non la ridite,
lasciatemi morire in pace...
sono malata.
– Che sarà di voi?
– Di me?
– Buonanotte contessa.
– Buonanotte, carissimo Aldo.
– Buonasera, carissimo Aldo.
– Oggi giornata bella, contessa.
– Troppo bella, carissimo Aldo,
non fa né freddo... né caldo.
– E... la noia, contessa?
– La che?...
– La no-ia.
– Pa... pa... papa... papa.
– Sempre la stessa.
– Ciò mi dite di nuovo?
Bravo.
– Cosa dirvi di nuovo?
Mi credete così ingenuo?
Nemmeno mi ci provo.
– Bravo.
E passate per giovine bizzarro
per uomo... tanto strano.
Strano... bizzarro...
bizzarro... strano...
Bravo.
– Codesta bella veste, contessa
la vidi proprio iersera
precisa... a una borghese.
– E fu inventata a Parigi
che non è ancora un mese:
sempre così, si sa.
– A Parigi fumano l’oppio.
– A Parigi...
– Verrà presto la moda anche da noi.
– Certo verrà, poi.
Le belle cose da noi sono un mito,
noi siamo quelli di ieri... o di poi.
Che governo pitocco!
Ma... di nuovo?
– Di nuovo...
la gallina ha fatto l’uovo.
– Ecco.
Bella consolazione,
dover vivere tanto
per veder tutti i giorni
le medesime cose.
Giunge il sole e se ne va,
cresce e cala la luna.
Sempre uguale il sole,
la luna è sempre uguale,
non cambian di colore.
Identiche le stelle.
– Purtroppo.
– Azzurro il cielo
azzurro il mare:
val la pena
di aprire una finestra per guardare?
– Ma...
– Verde il prato
verde il bosco:
il color vostro lo conosco ahimè
– Non ci badate.
– Si aspettano le solite persone
alle solite ore,
che ci vengon davanti
con la solita faccia,
non è facile sbagliare,
e con identica voce
ci dicono le identiche parole.
E non giova il cambiare,
che se pure ti sembrano
l’uno all’altro diversi
nelle forme o gli aspetti,
ti diran tutti alla stessa maniera:
«Buongiorno contessa,
contessa, buonasera».
Tutti i giorni si nasce...
e tutti i giorni si muore.
Quando si nasce c’è la levatrice,
quando si muore... c’è il dottore.
– Preferisco la levatrice.
– Io no, il dottore.
Che ci si viene a fare?
Che ci si fa?
Si può sapere?
Si sa?
– Calmatevi, contessa.
– E dire che vorrei, solo per una volta,
vedermi nuova nel mio specchio.
– Come?
– Nuova, diversa da sempre,
e diversa da tutte.
– Aver due bocche?
– Magari, ma è un caso comune.
– Lo so. Un occhio dietro?
– Dove?
– Nella testa.
– Ah, sì..
– Un dente sulla punta del naso?
– Meglio senza naso, nel caso.
– Due teste?
– Comune comune.
– Sette teste? Tredici gambe?
– Comune comune.
Ieri sera per dormire
mi son fatta tre volte
la puntura di morfina.
– Tre volte!
– Sono poche? Sono molte?
– Ma vi pare? La morfina!
– «La morfina!» La mor-fi-na.
– Vorreste diventare d’un tratto
regina o imperatrice?
Antonietta? Messalina!
– Uhm... forse sarebbe meglio...
– Una poveretta.
– Forse.
– Povera molto, vivere d’elemosina,
essere giù, nel fango...
– Forse.
– Insultata...
– Certo.
– Battuta...
– Almeno.
– Magari nel mezzo della strada
sull’ultimo gradino dell’abiezione,
come una donna perduta.
– Sì.
– Venduta.
– Sì.
– Essere vilipesa... prostituta!
– Insultata... battuta... venduta...
almeno per provare,
ma... come fare, noi...
Chi ci può insultare?
– Voi? Io.
– Siete troppo gentile, poveretto.
– Eccomi qua.
– Siete troppo corretto.
– Mi proverò.
– E non riuscirete
che a noiarmi di più.
– Ma... proviamo.
– E ci tenete tanto?
– Oh! Dio... così... tanto per fare.
– Dirò io per la prima.
– Sentiamo.
– Ma no, ma via, ma no,
perché?... no... povero sciocco, no...
– Stupida d’una donna.
– ... poetucolo... pitocco.
– Vescica con la gonna.
– Imbecille! Cretino!
Omo... da nulla.
– Povera grulla!
– Grullone! Scimunito!
Rammollito! Buffone!
– Smencitissima vacca!
Porcona, puttana, vigliacca!...
– Basta basta basta,
mio carissimo Aldo,
non crediamo di dirci
qualche cosa di nuovo,
sensazione nuova io già non provo,
la cerco, ma non la trovo.
Amiamoci piuttosto,
l’amore è tanto vecchio...
mi sembrerà più nuovo.
– Sì? Purché voi ritorniate come allora.
– Quando?
– Quando mi ascoltavate
senza pensare al male
ed erano assai meno noiose
le vostre serate.
– Mi avete amata voi?
Ed io vi ho amato, ohibò!
– Non dico questo, no...
– Doveva essere molto noioso
il nostro povero amore
se lo abbiamo troncato
e neppure ce ne ricordiamo.
– Era... una parola sola, allora...
Ricordate ieri sera?
– Ieri sera?
– Quella mia parola...
– Quale? Dite, mi fate venir male.
– Quando fu?...
– Certamente vi sbagliate,
fu la sera avanti.
– Ve l’avevo già detta?
– Uh! Centomila sere,
capirete, se è sempre la stessa...
Basta, basta, non la ridite,
lasciatemi morire in pace...
sono malata.
– Che sarà di voi?
– Di me?
– Buonanotte contessa.
– Buonanotte, carissimo Aldo.
Alessandro Giribaldi
Le formiche
Oh qual nelle pupille stuporose
fiammar ti vidi in quel mattin di maggio,
alla soglia del tetro romitaggio,
le braccia e il seno carica di rose!
Entrasti lieve e con un gesto molle
de’ tuoi fiori innondasti
il tarlato scaffale
ed il tavolo greve
e i fogli de’ miei canti. Io ti guardava
con tristezza. La tua pupilla errava
nel sogno, dietro impalpabili rose.
Ma le rose del tuo seno odorante
nell’ampia scollatura e i tenui gigli
del tuo collo sottile, dal gran fascio
liberati de’ fior’ bianchi e vermigli,
palpitavano al sole… Ahi, lacerante
grido in quel breve incanto di un minuto!
«Le formiche!» E ridevi. «Aiuto, aiuto!»
E ridevi sgomenta. Per le trine
della fragil vestaglia,
dagli omeri e dal seno
irrompevan le industri piccoline
com’ebbre delle tue carnali rose!
«Aiuto! Aiuto!» e frugammo i segreti
del tuo pudore con dita febbrili.
Oh le strida sottili
e le risa e i divieti
delle tue mani alle mie mani audaci
e i tuoi languori trepidi e i miei baci
furtivi e le formiche
sgomenti e fuggitive,
le formiche impudiche
su le tue carni vive
su le tue vive rose!
fiammar ti vidi in quel mattin di maggio,
alla soglia del tetro romitaggio,
le braccia e il seno carica di rose!
Entrasti lieve e con un gesto molle
de’ tuoi fiori innondasti
il tarlato scaffale
ed il tavolo greve
e i fogli de’ miei canti. Io ti guardava
con tristezza. La tua pupilla errava
nel sogno, dietro impalpabili rose.
Ma le rose del tuo seno odorante
nell’ampia scollatura e i tenui gigli
del tuo collo sottile, dal gran fascio
liberati de’ fior’ bianchi e vermigli,
palpitavano al sole… Ahi, lacerante
grido in quel breve incanto di un minuto!
«Le formiche!» E ridevi. «Aiuto, aiuto!»
E ridevi sgomenta. Per le trine
della fragil vestaglia,
dagli omeri e dal seno
irrompevan le industri piccoline
com’ebbre delle tue carnali rose!
«Aiuto! Aiuto!» e frugammo i segreti
del tuo pudore con dita febbrili.
Oh le strida sottili
e le risa e i divieti
delle tue mani alle mie mani audaci
e i tuoi languori trepidi e i miei baci
furtivi e le formiche
sgomenti e fuggitive,
le formiche impudiche
su le tue carni vive
su le tue vive rose!
Alessandro Parronchi
«a che pensi?»
— A che pensi? — La tua voce mi coglie
mentre guardo il paesaggio rispecchiato
sul buio della stanza. Per un poco
l’eco delle parole si sospende
al silenzio che le fa più gravi, poi:
— A che pensi? — E il tuo viso si fa triste
per sapere, indagare...
Penso ai giorni
d’aprile che non io ma un altro certo
ha vissuto come in sogno, ora richiusi
’° sigillati dietro un vetro trasparente
in un verde irraggiungibile deserto.
Penso a tutto ciò che sfugge dal presente.
Penso a quando sulla terra sarà come
noi non fossimo mai stati, a quel vibrare
” delle tremule nell’aria, a quegli odori...
mentre guardo il paesaggio rispecchiato
sul buio della stanza. Per un poco
l’eco delle parole si sospende
al silenzio che le fa più gravi, poi:
— A che pensi? — E il tuo viso si fa triste
per sapere, indagare...
Penso ai giorni
d’aprile che non io ma un altro certo
ha vissuto come in sogno, ora richiusi
’° sigillati dietro un vetro trasparente
in un verde irraggiungibile deserto.
Penso a tutto ciò che sfugge dal presente.
Penso a quando sulla terra sarà come
noi non fossimo mai stati, a quel vibrare
” delle tremule nell’aria, a quegli odori...
Alessandro Parronchi
Ancora inverno
Fiochi albori rasentano la strada,
rigido è il biancospino alle ringhiere
delle ville deserte, un’eco solo
della lor vita rompono i latrati
la pace della notte: ecco, una lampada
che nessuno ha sospeso arde, scintilla
a un ignoto balcone.
E dai palazzi strascica nel lume
di luna una lontana
brigata, un soffio di scirocco porta
rumore di fontane
da una valle scoscesa fra gli ulivi.
Frammenti di bei giorni illuminati
e di prati portati via dal vento
risorgono indecisi... Sarà giorno!
Altre luci più rosa già al crepuscolo
son prossime, a me care
anime nel fruscio
degli alberi sorridono in segreto
rigido è il biancospino alle ringhiere
delle ville deserte, un’eco solo
della lor vita rompono i latrati
la pace della notte: ecco, una lampada
che nessuno ha sospeso arde, scintilla
a un ignoto balcone.
E dai palazzi strascica nel lume
di luna una lontana
brigata, un soffio di scirocco porta
rumore di fontane
da una valle scoscesa fra gli ulivi.
Frammenti di bei giorni illuminati
e di prati portati via dal vento
risorgono indecisi... Sarà giorno!
Altre luci più rosa già al crepuscolo
son prossime, a me care
anime nel fruscio
degli alberi sorridono in segreto
Alfonso Gatto
Anniversario
lo ricordo quei giorni: dell’ignoto
mattino ove a svegliarci era il terrore
d’esser rimasti soli, udivo il cielo
come una voce morta. E già la luce
abbandonata dai morenti ai vetri
mi toccava la fronte, sui capelli
lasciava l’orma del suo sonno eterno
Un grido umano che s’udisse, nulla
— solo la neve—e tutti erano vivi
dietro quel muro a piangere, il silenzio
beveva a fiumi il pianto della terra.
Oh, l’Europa gelata nel suo cuore
mai più si scalderà; sola, coi morti
che l’amano in eterno, sarà bianca
senza confini, unita dalla neve.
mattino ove a svegliarci era il terrore
d’esser rimasti soli, udivo il cielo
come una voce morta. E già la luce
abbandonata dai morenti ai vetri
mi toccava la fronte, sui capelli
lasciava l’orma del suo sonno eterno
Un grido umano che s’udisse, nulla
— solo la neve—e tutti erano vivi
dietro quel muro a piangere, il silenzio
beveva a fiumi il pianto della terra.
Oh, l’Europa gelata nel suo cuore
mai più si scalderà; sola, coi morti
che l’amano in eterno, sarà bianca
senza confini, unita dalla neve.
Alfonso Gatto
Elegia notturna
Forse solo ricordo ch’eri lieto
nella casa laggiù dove la sera
reca l’odore della terra e il quieto
lume notturno, è la tua voce vera
questa in cui parli giovane sul volto
ridente dei fanciulli. Son passate
limpidi notti nel tuo sguardo al folto
stormire delle stelle, le facciate
velano case bianche, una fontana
vibra dell’acqua che s’ascolta sola
e la città si spiega alla lontana
soglia del mare. È l’anima che vola?
Tu non sapevi di votarci al canto
dell’uomo che non torna, che scompare
sempre nel vano della piazza, incanto
sembrò la morte da stupirci, a rare
voci stormenti il sonno fu l’addio.
nella casa laggiù dove la sera
reca l’odore della terra e il quieto
lume notturno, è la tua voce vera
questa in cui parli giovane sul volto
ridente dei fanciulli. Son passate
limpidi notti nel tuo sguardo al folto
stormire delle stelle, le facciate
velano case bianche, una fontana
vibra dell’acqua che s’ascolta sola
e la città si spiega alla lontana
soglia del mare. È l’anima che vola?
Tu non sapevi di votarci al canto
dell’uomo che non torna, che scompare
sempre nel vano della piazza, incanto
sembrò la morte da stupirci, a rare
voci stormenti il sonno fu l’addio.
Alfonso Gatto
Il pacchetto di Nazionali
Una storia gualcita in poche ore,
questa in effigie sul pacchetto vuoto
di Nazionali, ma bruciò l’umore
dell’uggiosa mattina. Al vetro immoto
di luce ogni pensiero era nel fumo
della buona tristezza che accompagna
la mano a rassegnarsi, nel suo dumo
vinoso arrugginiva la campagna
sfioccata dalle nebbie. Pere e mele
vedevo e sulla funebre etichetta
della bottiglia schiccheri di miele,
mosche d’inchiostro, un tremolìo vermiglio.
Vedevo i miei pensieri nell’agrore
della mattina non aver consiglio,
ma la grazia corrente dell’amore.
Così dipinsi quello che s’aspetta
di vedere per caso aprendo gli occhi.
questa in effigie sul pacchetto vuoto
di Nazionali, ma bruciò l’umore
dell’uggiosa mattina. Al vetro immoto
di luce ogni pensiero era nel fumo
della buona tristezza che accompagna
la mano a rassegnarsi, nel suo dumo
vinoso arrugginiva la campagna
sfioccata dalle nebbie. Pere e mele
vedevo e sulla funebre etichetta
della bottiglia schiccheri di miele,
mosche d’inchiostro, un tremolìo vermiglio.
Vedevo i miei pensieri nell’agrore
della mattina non aver consiglio,
ma la grazia corrente dell’amore.
Così dipinsi quello che s’aspetta
di vedere per caso aprendo gli occhi.
Alfonso Gatto
Mattina al Caffè Greco
Le mummie del caffè sono rimaste
a specchiarsi nei vetri, il giorno passa
dai cavalli d’un tempo, dalle caste
fanciulle allontanate nei capelli
alle nere vetrine, a questa cassa
ch’entra ed esce da sé sui campanelli
squillanti delle somme, c’è un riflesso
veloce di riflessi e tutto è fermo
sconsolato nell’essere se stesso.
Il ricordo e l’oblio, un sole infermo
e l’eclisse che torna sulle lane
cadenti dei sepolcri, sulle vane
canizie di De Chirico dal bieco
sguardo fuggente agli ospiti del Greco.
Vorresti, tenerezza intenerita,
con la testa svogliata sopra il marmo
questo labile suono della vita
e nel silenzio l’oro dei cipressi
dipinti sulla tela, il fiume, l’armo
dei canottieri in ghingheri, gli stessi
di sempre, la panchina della nonna.
Un riso irrefrenabile di donna
che gorgheggia il suo riso, ma sparita
col suo serpente lucido di pelo.
E De Chirico stira il suo panciotto,
s’alza in piedi, ripassa la sua mano
sapiente sui capelli, sembra ghiotto
della sua bocca vuota, è già lontano.
Dalle vetrate s’indovina il cielo.
a specchiarsi nei vetri, il giorno passa
dai cavalli d’un tempo, dalle caste
fanciulle allontanate nei capelli
alle nere vetrine, a questa cassa
ch’entra ed esce da sé sui campanelli
squillanti delle somme, c’è un riflesso
veloce di riflessi e tutto è fermo
sconsolato nell’essere se stesso.
Il ricordo e l’oblio, un sole infermo
e l’eclisse che torna sulle lane
cadenti dei sepolcri, sulle vane
canizie di De Chirico dal bieco
sguardo fuggente agli ospiti del Greco.
Vorresti, tenerezza intenerita,
con la testa svogliata sopra il marmo
questo labile suono della vita
e nel silenzio l’oro dei cipressi
dipinti sulla tela, il fiume, l’armo
dei canottieri in ghingheri, gli stessi
di sempre, la panchina della nonna.
Un riso irrefrenabile di donna
che gorgheggia il suo riso, ma sparita
col suo serpente lucido di pelo.
E De Chirico stira il suo panciotto,
s’alza in piedi, ripassa la sua mano
sapiente sui capelli, sembra ghiotto
della sua bocca vuota, è già lontano.
Dalle vetrate s’indovina il cielo.
Alfonso Gatto
Notte
Tremo d’esile vena per lontane
arie di suono, mi lusingò in volto.
Come alleviate toccano le vane
solitudini il cielo vuoto, ascolto.
* Lungo sereno dileguano piane
voci apparenti nel mondo sepolto:
m’adeguano nel sonno di montane
bare odorose, ed il cuore n’è folto.
arie di suono, mi lusingò in volto.
Come alleviate toccano le vane
solitudini il cielo vuoto, ascolto.
* Lungo sereno dileguano piane
voci apparenti nel mondo sepolto:
m’adeguano nel sonno di montane
bare odorose, ed il cuore n’è folto.
Alfonso Gatto
Parole
«Ti perderò come si perde un giorno
chiaro di festa: – io lo dicevo all’ombra
ch’eri nel vano della stanza – attesa,
la mia memoria ti cercò negli anni
floridi un nome, una sembianza: pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo.»
Tu guardavi il giorno
svanito nel crepuscolo, parlavo
della pace infinita che sui fiumi
stende la sera alla campagna.
chiaro di festa: – io lo dicevo all’ombra
ch’eri nel vano della stanza – attesa,
la mia memoria ti cercò negli anni
floridi un nome, una sembianza: pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo.»
Tu guardavi il giorno
svanito nel crepuscolo, parlavo
della pace infinita che sui fiumi
stende la sera alla campagna.
Alfonso Gatto
Plenilunio a
Calore d’esangue notte,
all’onda remota dell’aria
ai suoi vaghi pensieri
l’anima ascolta,
’ passano i lumi alle terrazze, il cielo...
il cielo sorge da lontano,
riverbera solitario amore
di mari morti e sereni.
Remoto nel sogno lunare
si spalanca un mattino di vette
e case limpide argentee
sgusciano al cielo
in mondi di tenero fiato.
Desetrta in vuoto candore
al cheto villaggio d’infanzia
terra del dolce sogno:
azzurri carri di neve
salivano ai monti pallidi
e la notte era un vano chiamare
2? nell’eco perduta dei morti.
all’onda remota dell’aria
ai suoi vaghi pensieri
l’anima ascolta,
’ passano i lumi alle terrazze, il cielo...
il cielo sorge da lontano,
riverbera solitario amore
di mari morti e sereni.
Remoto nel sogno lunare
si spalanca un mattino di vette
e case limpide argentee
sgusciano al cielo
in mondi di tenero fiato.
Desetrta in vuoto candore
al cheto villaggio d’infanzia
terra del dolce sogno:
azzurri carri di neve
salivano ai monti pallidi
e la notte era un vano chiamare
2? nell’eco perduta dei morti.
Alfonso Gatto
Poveri
I poveri hanno il freddo della terra.
Nella città spiovente, ai tetti, al fumo
tranquillo delle case, il giorno migra
nel colore d’oriente: così calma
” la sera agli occhi mesti si fa lume.
Io li ricordo contro un cielo d’aria,
i poveri stupiti, come l’agro
verde dei prati sfiora nella pioggia
una velata eternità di sole.
Nella città spiovente, ai tetti, al fumo
tranquillo delle case, il giorno migra
nel colore d’oriente: così calma
” la sera agli occhi mesti si fa lume.
Io li ricordo contro un cielo d’aria,
i poveri stupiti, come l’agro
verde dei prati sfiora nella pioggia
una velata eternità di sole.
Alfonso Gatto
Un’alba
Com’è spoglia la luna, è quasi l’alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d’autunno nei cancelli.
È l’ora fioca in cui s’incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l’attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscìo di carta.
La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d’autunno s’aprirà.
La fredda
banchina dei mercati odora d’erba.
La porta verde della chiesa è il mare.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d’autunno nei cancelli.
È l’ora fioca in cui s’incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l’attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscìo di carta.
La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d’autunno s’aprirà.
La fredda
banchina dei mercati odora d’erba.
La porta verde della chiesa è il mare.