Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Camillo Sbarbaro
Voze, che sciacqui al sole la miseria
Voze, che sciacqui al sole la miseria
delle tue poche case, ammonticchiate
come pecore contro l’acquazzone;
e come stipo di riposti lini
sai di spigo, di sale come rete;
– nell’ombra dei tuoi vichi zampa il gallo
presuntuoso; gioca sulla soglia
il piccolo, con dietro il buio e il freddo
della cucina dove su ramaglie
una vecchia si china ad attizzare;
sulle terrazze splende il granoturco
o rosseggia la sorba; nei coltivi
strappati all’avarizia della roccia
muretti s’ingobbano, si sbriciola
la zolla, cresce storto e nano il fico –
in te, Voze, m’imbatto nel bambino
che fui, nel triste bimbo che cercava
in terra mele mézze per becchime
buttate, tratto dall’oscuro sangue
a mordere ai rifiuti;
nel cattivo celato dietro l’uscio
che godeva d’udirsi per la casa
chiamare da colei che lo crebbe
– e si torceva presso lui non visto,
la povera, le mani e supplicava
che s’andasse con pertiche alla gora.
Quando bevuto egli abbia ad ogni pozza
guasta,
più nessuno lo cerchi per la casa
vuota,
come in madre in te possa rifugiarsi.
Se l’occhio che restò duro per l’uomo
s’inteneriva ai volti della terra,
nella casa di allora che inchiodato
reca sull’uscio il ferro di cavallo
portafortuna,
sèrbagli sopra i tetti la finestra
che beve al lapislazzulo laggiù
del mare, si disseta
alla polla perenne dell’ulivo,
Voze, soave nome che si scioglie
in bocca...
delle tue poche case, ammonticchiate
come pecore contro l’acquazzone;
e come stipo di riposti lini
sai di spigo, di sale come rete;
– nell’ombra dei tuoi vichi zampa il gallo
presuntuoso; gioca sulla soglia
il piccolo, con dietro il buio e il freddo
della cucina dove su ramaglie
una vecchia si china ad attizzare;
sulle terrazze splende il granoturco
o rosseggia la sorba; nei coltivi
strappati all’avarizia della roccia
muretti s’ingobbano, si sbriciola
la zolla, cresce storto e nano il fico –
in te, Voze, m’imbatto nel bambino
che fui, nel triste bimbo che cercava
in terra mele mézze per becchime
buttate, tratto dall’oscuro sangue
a mordere ai rifiuti;
nel cattivo celato dietro l’uscio
che godeva d’udirsi per la casa
chiamare da colei che lo crebbe
– e si torceva presso lui non visto,
la povera, le mani e supplicava
che s’andasse con pertiche alla gora.
Quando bevuto egli abbia ad ogni pozza
guasta,
più nessuno lo cerchi per la casa
vuota,
come in madre in te possa rifugiarsi.
Se l’occhio che restò duro per l’uomo
s’inteneriva ai volti della terra,
nella casa di allora che inchiodato
reca sull’uscio il ferro di cavallo
portafortuna,
sèrbagli sopra i tetti la finestra
che beve al lapislazzulo laggiù
del mare, si disseta
alla polla perenne dell’ulivo,
Voze, soave nome che si scioglie
in bocca...
Carlo Betocchi
A cuci e scuci
Alla pari di me, tetto avvampato dal caldo,
e dei miei limiti brevi, e breve percorso,
tu tra la doccia ed il culmine, irsuto mio tetto,
lento t’arrampichi, persisti, resti: e lasci
” che parli il cielo, di là da te, per te.
Poi, quando l’ora scottante trapassa, sopra
le buie parole ed il tanfo della solita
vita che tu proteggi, respiri quel poco
che ti dà pace. Questo tu esprimi col tuo
1° silenzio. Vorrei che così fossero i miei versi.
e dei miei limiti brevi, e breve percorso,
tu tra la doccia ed il culmine, irsuto mio tetto,
lento t’arrampichi, persisti, resti: e lasci
” che parli il cielo, di là da te, per te.
Poi, quando l’ora scottante trapassa, sopra
le buie parole ed il tanfo della solita
vita che tu proteggi, respiri quel poco
che ti dà pace. Questo tu esprimi col tuo
1° silenzio. Vorrei che così fossero i miei versi.
Carlo Betocchi
Alla sorella
Gli aghi dei pini tremolanti, e un sole
di fanciullezza con inerme cuore
vani per la campagna,
fu piccolo, poi nulla. Una farfalla
oggi vola sui mirti. Infanzia torna,
a girotondo la piccola gonna
danzante; ahi, come neve
bevuta ai monti è dall’azzurro lieve.
Quel tuo volto più macero, quel tuo
soffrire, e l’esser madre, e nell’oscuro
giacinto odor dell’ombra
lo sfuggir del tuo sguardo, che asseconda
la mia tristezza: credi tu che mai
più noi saremo felici? lo vedo mari
ininterrotti a sponda
di questa breve vita; io vedo l’onda
già verde, l’alba, e l’isola che perde
la sua tristezza, e l’alte cime accende
a un sol che non tramonta;
vedo tra i rami, e sembra si nascondano,
i trattenuti pianti che tu ami,
stormi d’uccelli di sui campi grami
della terrestre sera,
splendidi e in dubbio la miriade nera.
di fanciullezza con inerme cuore
vani per la campagna,
fu piccolo, poi nulla. Una farfalla
oggi vola sui mirti. Infanzia torna,
a girotondo la piccola gonna
danzante; ahi, come neve
bevuta ai monti è dall’azzurro lieve.
Quel tuo volto più macero, quel tuo
soffrire, e l’esser madre, e nell’oscuro
giacinto odor dell’ombra
lo sfuggir del tuo sguardo, che asseconda
la mia tristezza: credi tu che mai
più noi saremo felici? lo vedo mari
ininterrotti a sponda
di questa breve vita; io vedo l’onda
già verde, l’alba, e l’isola che perde
la sua tristezza, e l’alte cime accende
a un sol che non tramonta;
vedo tra i rami, e sembra si nascondano,
i trattenuti pianti che tu ami,
stormi d’uccelli di sui campi grami
della terrestre sera,
splendidi e in dubbio la miriade nera.
Carlo Betocchi
Dell’ombra
Un giorno di primavera
vidi l’ombra d’un’albatrella
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.
Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.
Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento:
di fiammelle, qua e là, ardeva.
Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco cammino.
Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.
Così, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.
vidi l’ombra d’un’albatrella
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.
Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.
Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento:
di fiammelle, qua e là, ardeva.
Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco cammino.
Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.
Così, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.
Carlo Betocchi
Il vecchio: stravaganze, sventura, destino, ii
Ed è così che nella mia sventura
scoppia un umore crudo, un cupo fuoco
di dolore in rivolta, un acre riso,
che s’impanca al mio desco desolato
scoppia un umore crudo, un cupo fuoco
di dolore in rivolta, un acre riso,
che s’impanca al mio desco desolato
Carlo Betocchi
Io un’alba guardai il cielo
Io un’alba guardai il cielo e vidi
uno spazioso aere sulla terra perduta;
negletta cosa stava tra i suoi lidi,
tra gli spenti smeraldi oscura e muta.
* Innumerevoli angioli neri vidi
volanti insieme ad una plaga sconosciuta
recando seco trasparenti e vivi
diamanti d’ombra eternamente muta.
Andava questo furioso stuolo
estenuandosi verso il fil d’occidente
e lo segufa un intenerito volo
di cerulee colombe alte e lente.
E apparvero, con le puntute ali
di bianco fuoco vivo drizzate e ardenti
gli angioli delle vallate orientali,
le estreme piume rosee e languenti.
In un immenso lago alto e candido
nascean singolari fronde meravigliose,
le rovesce vallate un lume madido
? di rugiade correa, fonde e muschiose.
E dentro i nostri cuori era come
dentro valli ripiene di nebbie e di sonno
un lento ascendere dello splendore
che poscia illuminò i monti del mondo.
uno spazioso aere sulla terra perduta;
negletta cosa stava tra i suoi lidi,
tra gli spenti smeraldi oscura e muta.
* Innumerevoli angioli neri vidi
volanti insieme ad una plaga sconosciuta
recando seco trasparenti e vivi
diamanti d’ombra eternamente muta.
Andava questo furioso stuolo
estenuandosi verso il fil d’occidente
e lo segufa un intenerito volo
di cerulee colombe alte e lente.
E apparvero, con le puntute ali
di bianco fuoco vivo drizzate e ardenti
gli angioli delle vallate orientali,
le estreme piume rosee e languenti.
In un immenso lago alto e candido
nascean singolari fronde meravigliose,
le rovesce vallate un lume madido
? di rugiade correa, fonde e muschiose.
E dentro i nostri cuori era come
dentro valli ripiene di nebbie e di sonno
un lento ascendere dello splendore
che poscia illuminò i monti del mondo.
Carlo Betocchi
Un dolce pomeriggio d’inverno
Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.
Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre più in alto volavano mai stanche.
Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era più una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.
Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre più in alto volavano mai stanche.
Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era più una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.
Carlo Innocenzo Frugoni
A bella donna, per essergli stato tolto il cappello
O Madonna bella e gaja
voi mi date un po’ la baja;
me la date, ed io la piglio,
bella Dea dal nero ciglio.
Io non ebbi gran timore;
parte ho anch’io di buon valore;
e sebben non son Guerriero,
ancor io so far da fiero,
risospingere so l’onte,
e a chi assalmi so far fronte.
Ma il ribaldo nel rapire
fu sì rapido a fuggire,
quel grifagno alato augello,
ch’io restai senza Cappello.
Deh! l’allòro altrui lasciate,
e un Cappello mi mandate.
Un Cappello tutta vale
la Febea fronda immortale.
Oh che ladri audaci ed empi!
O che guasti iniqui tempi!
O che casi enormi e brutti!
Voi ridete, e ridon tutti
in udir com’è restato
un Poeta scappellato.
Voi felice, che la sera
vaga e sola passeggera
non scorrete le notturne
cieche strade taciturne,
e rubarvi nessun può
quel che taccio, e quel che so.
Ma vo’ dirlo, perché in petto
non vi sorga alcun sospetto:
niun rubarvi può quel core,
dove mai non entra Amore.
voi mi date un po’ la baja;
me la date, ed io la piglio,
bella Dea dal nero ciglio.
Io non ebbi gran timore;
parte ho anch’io di buon valore;
e sebben non son Guerriero,
ancor io so far da fiero,
risospingere so l’onte,
e a chi assalmi so far fronte.
Ma il ribaldo nel rapire
fu sì rapido a fuggire,
quel grifagno alato augello,
ch’io restai senza Cappello.
Deh! l’allòro altrui lasciate,
e un Cappello mi mandate.
Un Cappello tutta vale
la Febea fronda immortale.
Oh che ladri audaci ed empi!
O che guasti iniqui tempi!
O che casi enormi e brutti!
Voi ridete, e ridon tutti
in udir com’è restato
un Poeta scappellato.
Voi felice, che la sera
vaga e sola passeggera
non scorrete le notturne
cieche strade taciturne,
e rubarvi nessun può
quel che taccio, e quel che so.
Ma vo’ dirlo, perché in petto
non vi sorga alcun sospetto:
niun rubarvi può quel core,
dove mai non entra Amore.
Carlo Porta
Da La Ninetta del Verzee
Bravo el mè Baldissar! bravo el mè nan!
l’eva poeù vora de vegnì a trovamm…
T’el seet mattascion porch che maneman
l’è on mes che no te vegnet a ciollamm?
Ah Cristo! Cristo! com’hin frecc sti man!
Bell bell… speccia on freguj… te voeu geramm,
bolgirossa! che giazz! aja i mee tett!
che bell cojon, sont minga on scoldalett.
Pover tett nèe?… te sentet com’hin froll?
Ma, gh’hoo avuu ona passion, varda, in sti dì
che l’è stada, per brio! el mè tracoll.
L’è quaj cossa ancamò se sont insci.
Ven scià… settet giò on poo… già l’è anmò moll,
e poeù coss’eet de fà? l’è venerdì,
gh’è minga d’opra: descorremm on poo,
chè subet che l’è all’orden te la doo.
Varda el mè Baldissar se se pò dà
on mond pussee carogna, on mond pù infamm!
Te se regordet d’avemm vist per cà
quell gioven magher, longh come on salamm,
ch’el me vegneva a toeù de andà a ballà?
Che di voeult te l’ee vist a peccenamm?
Ben: sent adess, sto roffianon strozzaa
che tir fioeul d’ona negra el m’ha giugaa.
Prima de tutt t’ee de savè che fina
de vint agn fa, quand sont restada indree
della povera mamm, la mia medina,
che adess, jesuss! l’è al Gentilin anca lee,
per no invodamm a santa Catarina,
o lassamm andà in cà d’on quaj mestee,
la m’ha tiraa in cà sova e tegnuu inguala
d’ona soa tosa vera e naturala.
Sta mia medina l’eva ona tetton,
matta, allegra quell mai che se pò dà:
ghe piaseva a paccià del bell e bon
e andà dent per i boeucc a boccalà:
ma sora tutt poeù la soa gran passion
l’eva quella de fassela fregà:
oh intuitù de quest gh’è nient de noeuv,
desdott in fira e fresca come on oeuv.
In quell temp la gh’aveva per gimacch
on gioven d’offellee, fort, traccagnott,
ch’el stava lì in la porta e in l’uss attacch.
Costuu, me cunten ch’el gh’avess de sott
on peston de pirotta masiacch,
ma basta, fussel mò per sto bescott,
o per quij del mestee ch’el ghe portava,
l’offellee l’eva lu ch’el le ciavava.
S’ha mò de dà l’inconter che costuu
el gh’ha giusta d’avegh anch lu on bagaj,
che l’è nient alter che quell porch fottuu
che m’è costaa in sti dì tanto travaj.
Insci, cont el stà insemma tutt e duu,
col giugà insemma e fà quij cattanaj
che fan tucc i fioeu, semm rivaa a quell
de trovass cott tutt duu senza savell.
Intrattanta, per via della via
dell’intrigh insci faa della medina,
ne faven dormì nun bardassaria
foeura di pee de lor in la cusina;
là ne saraven sù all’ave maria
de sira fina a quella de mattina,
e là nun de per nun tutta la nocc
sevem patron de fà onia sort de locc.
Fin però che semm staa duu cisquittitt,
ciovè a dì de des, vundes, dodes agn,
se semm faa quaj carezz e quaj basitt,
e poeù voltavem là come lasagn;
ma quand emm comenzaa a sentì i gallitt
vers la part che comenzen i cavagn,
se semm accort d’avegh di olter besogn
on poo pussee gajard de quij del sogn.
Ma sì! per dilla giusta, in quant a mì,
sto besogn savarev minga spiegall…
soo che sentiva el sangu come a buì,
che gh’aveva ona voeuja de tentall
e in l’istess temp vergogna a comparì.
Soo anch che andava in broeuda in del basall,
e soo che quand el me toccava i tett
trepillava del gust come on gallett.
Soo de giunta che, quand alla mattina
me toccava de andà a tend in Verzee
alla banca del pess della medina,
ogni bott che passass on perrucchee
o quajghedun con bianca la marsina,
me sentiva a rugà fina in di pee:
me andava insemma i onz della stadera
e el coeur l’andava a vella e el coo a stondera.
Mì el mè Pepp el vedeva de per tutt,
e semper ghe l’aveva de denanz:
mi el vedeva in di tèmol, in di trutt,
in di micch, in la suppa, in di pittanz,
no gh’eva giovenott, né bell né brutt,
che se podess ris’cià de famm di avanz:
respondeva pesciad, desgarb e slepp,
e tutt sti coss in grazia del mè Pepp.
Né l’è minga de dì che fin d’allora
el m’avess missa alla comunion.
On cazz! Me poden dà on cortell in gora
se mi pensava mai che in di colzon
ghe fudess dent de quella sort de bora!
A vedè come el mond l’è mai cojon!
Tucc me credeven ona gran canonega,
e seva fatta pesc che nè ona monega.
Anzi gh’hoo anmò in la ment la gran paura
che hoo avuu, quand de lì a on pezz me l’ha daa in man,
l’hoo creduu on boll, ona besiadura,
on bugnon (soeuja mì), on quaj maa de can,
e soo che m’è soltaa ai oeucc addrittura
come on s’cioppon de piang, ma lu, el giavan,
da bravo perucchee el s’è miss a rid
e a saramel pù strenc in mezz ai did.
Cristo! che sgarbiada de cervell
l’è staa per mì quell cioll in ardion.
Poss dì ch’el m’ha daa in man minga on usell,
ma el manegh de tucc quanc i cognizion;
allora subet hoo capii tutt quell
che se daven d’intend paricc smorbion
quand lì alla banca me diseven milla
cinad sulla panscietta e sulla inguilla.
Lì emm comenzaa tutt duu de sto moment
a lavorass intorna de fadiga,
lu a fà onia possa per sonamel dent
e mì olter tant per stoppagh sù la figa.
Fors anca el sarà staa on presentiment,
ma l’ha avuu pari a sbatt, l’hoo faa stà in riga,
ghe l’hoo basaa, menaa, gh’hoo daa de tetta,
ma de pondamel?… voj! ciappa sta fetta.
Sent mò che macciavella de birbon
l’è rivaa a tirà a man per mettem sott.
L’ha comenzaa a fà el trist, el lumagon,
a fass vedè a mangià pocch o nagott.
Lu el me schivava, el fava repetton,
el sospirava come on mantes rott,
e con pù mi ghe andava per el vers
con pussee el fava el pregn, el gnucch, l’invers.
Infin quand l’ha creduu de vess a tir
vedi ch’el mett a voltra on cortellasc
e ch’el sbassa i cannij incontra al fir:
mi, bona a dagh a trà, fermegh el brasc,
e prepotenta e franca come on sbir,
Cossa farisset mai, dighi, pajasc?…
Cossa vuj fà, el respond… mazzamm… morì…
fornì sta vitta… contentatt anch tì…
Sanguanon! che dianzer de paroll!
m’è calaa i forz de sbalz, m’è vegnuu frecc.
Me sont pondada a lu coj brasc al coll,
e lu borlonem là a travers al lecc,
e lì in terra el cortell, in aria el cioll,
lecchem, basem, stroffignem, brascem strecc,
Ninin… tas… lassem fà… pensa nagotta…
sto fioeul d’ona vacca el me l’ha rotta.
Ona voeulta poeù rotta che l’è stada
no gh’è staa pù resguard né pù respett.
Via ona ciavada on’altra gran ciavada,
no se fava olter facc che quell giughett,
e se con tant piccià nol m’ha impregnada
l’è proppi robba de fà fà on quadrett,
tanto pù che sti usij già hin certi ordegn
che fornissen el gioeugh con lassà pregn.
[…]
Infin per compì l’opra adess mò sent
cossa ghe solta in coo a sto porch infamm!
Giust on mes fa el ven chì, el me sara dent,
e el me dis ch’el gh’ha voeuja de ciavamm;
voo sul lecc: me le mett lì insci on poo arent,
e poeù, paffeta, el fa per inculamm;
mì allora streng el ghicc, dagh on button,
e dighi… Ovej!… coss’hin sti pretension!
Nanca el cuu poss salvamm sangua de dì!
Malarbetto ludron, brutto pendizzi!
el cuu l’è mè, vuj fann quell che vuj mì
né hoo besogn de cavatt de sti caprizzi.
S’avess vorsuu dall via, a st’ora chì
sarev fors maridada a vun d’offizzi.
Figuret mò se sont inscì cojonna
de mettem sott a ti a fà la seggionna!
Infin vedend che dura come on sass
no dava a scolt pù al piang nè al sospirà,
nè al solet sloffi de vorè mazzass,
el s’è ressolt de fammela pagà;
nè savend toeù oltra straa de vendicass
l’è andaa a cercà on poetta e el m’ha faa fà
ona dianzer d’ona bosinada
de famm fà la minee perfinna in strada.
Ecco el mè Baldissar, ecco on trattin
la reson bolgironna di passion
che me deslenguen come on candirin.
Ma el pussee pesc anmò di mee magon
l’è a vedè che sta birba d’on bosin
tra i lapp ch’el dis per mettem in canzon
el ghe ne infira voeuna, el mè car nan,
che tend nient manca che a famm perd el pan.
L’è rivaa fina a dì che gh’hoo in di oss
on morbo vecc de brusà via l’usell!
Ma se pò dà on trattà pussee balloss,
on’azion pussee infamma e de cortell?
Pacciamm tutt, godemm tutt, e de maross
taccamm anca in l’onor, toeumm anca quell?
Questa per cristo no la poss capì:
mì impestada?… Buffon!… dighel mò tì.
Dighel mò ti, per brio! se gh’è ona donna
pussee sana de mì in tutt quant Milan!
Te le taccarà ben lì alla Coronna
la Mora del sciall giald, ma mì, doman!
Ma ovej!… varda che aria bolgironna
l’ha ciappaa sto tò cioll!… scià… scià el mè nan…
dammel car… toeù… l’è tova… ah dio!… ciccin…!
Vegni… ve… gni… ghe sont… Cecca?… el cadin.
l’eva poeù vora de vegnì a trovamm…
T’el seet mattascion porch che maneman
l’è on mes che no te vegnet a ciollamm?
Ah Cristo! Cristo! com’hin frecc sti man!
Bell bell… speccia on freguj… te voeu geramm,
bolgirossa! che giazz! aja i mee tett!
che bell cojon, sont minga on scoldalett.
Pover tett nèe?… te sentet com’hin froll?
Ma, gh’hoo avuu ona passion, varda, in sti dì
che l’è stada, per brio! el mè tracoll.
L’è quaj cossa ancamò se sont insci.
Ven scià… settet giò on poo… già l’è anmò moll,
e poeù coss’eet de fà? l’è venerdì,
gh’è minga d’opra: descorremm on poo,
chè subet che l’è all’orden te la doo.
Varda el mè Baldissar se se pò dà
on mond pussee carogna, on mond pù infamm!
Te se regordet d’avemm vist per cà
quell gioven magher, longh come on salamm,
ch’el me vegneva a toeù de andà a ballà?
Che di voeult te l’ee vist a peccenamm?
Ben: sent adess, sto roffianon strozzaa
che tir fioeul d’ona negra el m’ha giugaa.
Prima de tutt t’ee de savè che fina
de vint agn fa, quand sont restada indree
della povera mamm, la mia medina,
che adess, jesuss! l’è al Gentilin anca lee,
per no invodamm a santa Catarina,
o lassamm andà in cà d’on quaj mestee,
la m’ha tiraa in cà sova e tegnuu inguala
d’ona soa tosa vera e naturala.
Sta mia medina l’eva ona tetton,
matta, allegra quell mai che se pò dà:
ghe piaseva a paccià del bell e bon
e andà dent per i boeucc a boccalà:
ma sora tutt poeù la soa gran passion
l’eva quella de fassela fregà:
oh intuitù de quest gh’è nient de noeuv,
desdott in fira e fresca come on oeuv.
In quell temp la gh’aveva per gimacch
on gioven d’offellee, fort, traccagnott,
ch’el stava lì in la porta e in l’uss attacch.
Costuu, me cunten ch’el gh’avess de sott
on peston de pirotta masiacch,
ma basta, fussel mò per sto bescott,
o per quij del mestee ch’el ghe portava,
l’offellee l’eva lu ch’el le ciavava.
S’ha mò de dà l’inconter che costuu
el gh’ha giusta d’avegh anch lu on bagaj,
che l’è nient alter che quell porch fottuu
che m’è costaa in sti dì tanto travaj.
Insci, cont el stà insemma tutt e duu,
col giugà insemma e fà quij cattanaj
che fan tucc i fioeu, semm rivaa a quell
de trovass cott tutt duu senza savell.
Intrattanta, per via della via
dell’intrigh insci faa della medina,
ne faven dormì nun bardassaria
foeura di pee de lor in la cusina;
là ne saraven sù all’ave maria
de sira fina a quella de mattina,
e là nun de per nun tutta la nocc
sevem patron de fà onia sort de locc.
Fin però che semm staa duu cisquittitt,
ciovè a dì de des, vundes, dodes agn,
se semm faa quaj carezz e quaj basitt,
e poeù voltavem là come lasagn;
ma quand emm comenzaa a sentì i gallitt
vers la part che comenzen i cavagn,
se semm accort d’avegh di olter besogn
on poo pussee gajard de quij del sogn.
Ma sì! per dilla giusta, in quant a mì,
sto besogn savarev minga spiegall…
soo che sentiva el sangu come a buì,
che gh’aveva ona voeuja de tentall
e in l’istess temp vergogna a comparì.
Soo anch che andava in broeuda in del basall,
e soo che quand el me toccava i tett
trepillava del gust come on gallett.
Soo de giunta che, quand alla mattina
me toccava de andà a tend in Verzee
alla banca del pess della medina,
ogni bott che passass on perrucchee
o quajghedun con bianca la marsina,
me sentiva a rugà fina in di pee:
me andava insemma i onz della stadera
e el coeur l’andava a vella e el coo a stondera.
Mì el mè Pepp el vedeva de per tutt,
e semper ghe l’aveva de denanz:
mi el vedeva in di tèmol, in di trutt,
in di micch, in la suppa, in di pittanz,
no gh’eva giovenott, né bell né brutt,
che se podess ris’cià de famm di avanz:
respondeva pesciad, desgarb e slepp,
e tutt sti coss in grazia del mè Pepp.
Né l’è minga de dì che fin d’allora
el m’avess missa alla comunion.
On cazz! Me poden dà on cortell in gora
se mi pensava mai che in di colzon
ghe fudess dent de quella sort de bora!
A vedè come el mond l’è mai cojon!
Tucc me credeven ona gran canonega,
e seva fatta pesc che nè ona monega.
Anzi gh’hoo anmò in la ment la gran paura
che hoo avuu, quand de lì a on pezz me l’ha daa in man,
l’hoo creduu on boll, ona besiadura,
on bugnon (soeuja mì), on quaj maa de can,
e soo che m’è soltaa ai oeucc addrittura
come on s’cioppon de piang, ma lu, el giavan,
da bravo perucchee el s’è miss a rid
e a saramel pù strenc in mezz ai did.
Cristo! che sgarbiada de cervell
l’è staa per mì quell cioll in ardion.
Poss dì ch’el m’ha daa in man minga on usell,
ma el manegh de tucc quanc i cognizion;
allora subet hoo capii tutt quell
che se daven d’intend paricc smorbion
quand lì alla banca me diseven milla
cinad sulla panscietta e sulla inguilla.
Lì emm comenzaa tutt duu de sto moment
a lavorass intorna de fadiga,
lu a fà onia possa per sonamel dent
e mì olter tant per stoppagh sù la figa.
Fors anca el sarà staa on presentiment,
ma l’ha avuu pari a sbatt, l’hoo faa stà in riga,
ghe l’hoo basaa, menaa, gh’hoo daa de tetta,
ma de pondamel?… voj! ciappa sta fetta.
Sent mò che macciavella de birbon
l’è rivaa a tirà a man per mettem sott.
L’ha comenzaa a fà el trist, el lumagon,
a fass vedè a mangià pocch o nagott.
Lu el me schivava, el fava repetton,
el sospirava come on mantes rott,
e con pù mi ghe andava per el vers
con pussee el fava el pregn, el gnucch, l’invers.
Infin quand l’ha creduu de vess a tir
vedi ch’el mett a voltra on cortellasc
e ch’el sbassa i cannij incontra al fir:
mi, bona a dagh a trà, fermegh el brasc,
e prepotenta e franca come on sbir,
Cossa farisset mai, dighi, pajasc?…
Cossa vuj fà, el respond… mazzamm… morì…
fornì sta vitta… contentatt anch tì…
Sanguanon! che dianzer de paroll!
m’è calaa i forz de sbalz, m’è vegnuu frecc.
Me sont pondada a lu coj brasc al coll,
e lu borlonem là a travers al lecc,
e lì in terra el cortell, in aria el cioll,
lecchem, basem, stroffignem, brascem strecc,
Ninin… tas… lassem fà… pensa nagotta…
sto fioeul d’ona vacca el me l’ha rotta.
Ona voeulta poeù rotta che l’è stada
no gh’è staa pù resguard né pù respett.
Via ona ciavada on’altra gran ciavada,
no se fava olter facc che quell giughett,
e se con tant piccià nol m’ha impregnada
l’è proppi robba de fà fà on quadrett,
tanto pù che sti usij già hin certi ordegn
che fornissen el gioeugh con lassà pregn.
[…]
Infin per compì l’opra adess mò sent
cossa ghe solta in coo a sto porch infamm!
Giust on mes fa el ven chì, el me sara dent,
e el me dis ch’el gh’ha voeuja de ciavamm;
voo sul lecc: me le mett lì insci on poo arent,
e poeù, paffeta, el fa per inculamm;
mì allora streng el ghicc, dagh on button,
e dighi… Ovej!… coss’hin sti pretension!
Nanca el cuu poss salvamm sangua de dì!
Malarbetto ludron, brutto pendizzi!
el cuu l’è mè, vuj fann quell che vuj mì
né hoo besogn de cavatt de sti caprizzi.
S’avess vorsuu dall via, a st’ora chì
sarev fors maridada a vun d’offizzi.
Figuret mò se sont inscì cojonna
de mettem sott a ti a fà la seggionna!
Infin vedend che dura come on sass
no dava a scolt pù al piang nè al sospirà,
nè al solet sloffi de vorè mazzass,
el s’è ressolt de fammela pagà;
nè savend toeù oltra straa de vendicass
l’è andaa a cercà on poetta e el m’ha faa fà
ona dianzer d’ona bosinada
de famm fà la minee perfinna in strada.
Ecco el mè Baldissar, ecco on trattin
la reson bolgironna di passion
che me deslenguen come on candirin.
Ma el pussee pesc anmò di mee magon
l’è a vedè che sta birba d’on bosin
tra i lapp ch’el dis per mettem in canzon
el ghe ne infira voeuna, el mè car nan,
che tend nient manca che a famm perd el pan.
L’è rivaa fina a dì che gh’hoo in di oss
on morbo vecc de brusà via l’usell!
Ma se pò dà on trattà pussee balloss,
on’azion pussee infamma e de cortell?
Pacciamm tutt, godemm tutt, e de maross
taccamm anca in l’onor, toeumm anca quell?
Questa per cristo no la poss capì:
mì impestada?… Buffon!… dighel mò tì.
Dighel mò ti, per brio! se gh’è ona donna
pussee sana de mì in tutt quant Milan!
Te le taccarà ben lì alla Coronna
la Mora del sciall giald, ma mì, doman!
Ma ovej!… varda che aria bolgironna
l’ha ciappaa sto tò cioll!… scià… scià el mè nan…
dammel car… toeù… l’è tova… ah dio!… ciccin…!
Vegni… ve… gni… ghe sont… Cecca?… el cadin.
Carlo Porta
Dormiven dò tosann
Dormiven dò tosann tutt dò attaccaa
alla stanza de lecc della mammina,
vergin istess tutt dò, ma in quella etaa
che comenza a spiurigh la passarina;
tant che a dispett della verginitaa
faven tra lor di cunt ona mattina
sul gust che pò dà on cazz bell e tiraa
e sulla forma che pò fagh pù mina.
Vuna la dava el vant al curt e al gross,
l’oltra al longh e suttil, e in del descor
diseven e prò e contra di bej coss;
quand, stuffa, la mammina la se mett
a sbraggià a quanta vos: Cossa san lor?
Dur, e ch’el dura, e citto vessighett.
alla stanza de lecc della mammina,
vergin istess tutt dò, ma in quella etaa
che comenza a spiurigh la passarina;
tant che a dispett della verginitaa
faven tra lor di cunt ona mattina
sul gust che pò dà on cazz bell e tiraa
e sulla forma che pò fagh pù mina.
Vuna la dava el vant al curt e al gross,
l’oltra al longh e suttil, e in del descor
diseven e prò e contra di bej coss;
quand, stuffa, la mammina la se mett
a sbraggià a quanta vos: Cossa san lor?
Dur, e ch’el dura, e citto vessighett.
Carlo Porta
La nomina del cappellan
Alla Marchesa Paola Cangiasa,
vuna di primm damazz de Lombardia,
gh’era mort don Gliceri, el pret de casa,
in grazia d’ona peripneumonia
che la gh’ha faa quistà in del sforaggiass
a mennagh sul mezz dì la Lilla a spass.
L’eva la Lilla ona cagna maltesa
tutta goss, tutta pel e tutta lard,
e in cà Cangiasa, dopo la Marchesa,
l’eva la bestia de maggior riguard,
de moeud che guaja al ciel falla sguagnì,
guaja sbeffalla, guaja a dagh del tì.
El l’ha savuda el pover don Galdin,
che in de la truscia de l’elevazion
avendegh inscì in fall schisciaa el covin
gh’è toccaa lì a l’altar del pret cojon,
e el sò bon tibi, appenna in sacrestia,
de mett giò la pianeda e trottà via.
In mezz a questa appenna don Gliceri
l’ha comenzaa a giugà a l’amora el fiaa,
è cors da tutt i part on diavoleri
de reverendi di busecch schisciaa
per vede de ottegnì la bona sort
de slargaj foeura in loeugh e stat del mort.
Chè infin di fin, se in cà de donna Pavola
no gh’era per i pret on gran rispett,
almanca gh’era on fioretton de tavola
de fà sarà sù on oeucc su sto difett
minga domá a on gallupp de on cappellan,
ma a paricc di teologh de Milan.
Gh’era de gionta la soa brava messa
a trenta borr, senza manutenzion,
allogg in cà, lavandaria, soppressa,
ciccolatt, acqua sporca a colazion,
bona campagna, palpiroeu a Natal,
sicché, se corren, cazz, l’è natural!
Ma la Marchesa che no la voreva
seccass la scuffia con la furugada
l’ha faa savè a tucc quij che concorreva
che dovessen vegnì la tal giornada,
che dopo avej veduu e parlaa con tutt
l’avria poi fatt ciò che le foss piacciutt.
Ecco che riva intant la gran mattina,
ecco el palazz tutt quant in moviment,
pret in cort, pret suj scal, pret in cusina,
pienn i anticamer de l’appartament,
gh’è i pret di feud, el gh’è i Còrs, gh’è i nost,
par on vol de scorbatt che vaga a post.
El gran rembomb di vòlt, el cattabuj
de la mormorazion che ghe fan sott,
el strusament di pee, di ferr de muj
che gh’han sott ai sciavatt quij sacerdott,
fan tutt insemma on ghett, on sbragalismo,
ch’el par che coppen el Romanticismo.
Baja la Lilla, baja la Marchesa
tutt e dò dessedaa del gran baccan;
i pret che hin solit a sbraggià anca in gesa
ghe la dan dent senza rispett uman,
quand on camerleccaj dolz come on ors
el corr a strozzagh lì tucc i discors.
Semm in piazza, per Dio, o indove semm?
Sangue de dì, che discrezion l’è questa!
Alto là, citto: quij duu in fond... andemm...
vuna di primm damazz de Lombardia,
gh’era mort don Gliceri, el pret de casa,
in grazia d’ona peripneumonia
che la gh’ha faa quistà in del sforaggiass
a mennagh sul mezz dì la Lilla a spass.
L’eva la Lilla ona cagna maltesa
tutta goss, tutta pel e tutta lard,
e in cà Cangiasa, dopo la Marchesa,
l’eva la bestia de maggior riguard,
de moeud che guaja al ciel falla sguagnì,
guaja sbeffalla, guaja a dagh del tì.
El l’ha savuda el pover don Galdin,
che in de la truscia de l’elevazion
avendegh inscì in fall schisciaa el covin
gh’è toccaa lì a l’altar del pret cojon,
e el sò bon tibi, appenna in sacrestia,
de mett giò la pianeda e trottà via.
In mezz a questa appenna don Gliceri
l’ha comenzaa a giugà a l’amora el fiaa,
è cors da tutt i part on diavoleri
de reverendi di busecch schisciaa
per vede de ottegnì la bona sort
de slargaj foeura in loeugh e stat del mort.
Chè infin di fin, se in cà de donna Pavola
no gh’era per i pret on gran rispett,
almanca gh’era on fioretton de tavola
de fà sarà sù on oeucc su sto difett
minga domá a on gallupp de on cappellan,
ma a paricc di teologh de Milan.
Gh’era de gionta la soa brava messa
a trenta borr, senza manutenzion,
allogg in cà, lavandaria, soppressa,
ciccolatt, acqua sporca a colazion,
bona campagna, palpiroeu a Natal,
sicché, se corren, cazz, l’è natural!
Ma la Marchesa che no la voreva
seccass la scuffia con la furugada
l’ha faa savè a tucc quij che concorreva
che dovessen vegnì la tal giornada,
che dopo avej veduu e parlaa con tutt
l’avria poi fatt ciò che le foss piacciutt.
Ecco che riva intant la gran mattina,
ecco el palazz tutt quant in moviment,
pret in cort, pret suj scal, pret in cusina,
pienn i anticamer de l’appartament,
gh’è i pret di feud, el gh’è i Còrs, gh’è i nost,
par on vol de scorbatt che vaga a post.
El gran rembomb di vòlt, el cattabuj
de la mormorazion che ghe fan sott,
el strusament di pee, di ferr de muj
che gh’han sott ai sciavatt quij sacerdott,
fan tutt insemma on ghett, on sbragalismo,
ch’el par che coppen el Romanticismo.
Baja la Lilla, baja la Marchesa
tutt e dò dessedaa del gran baccan;
i pret che hin solit a sbraggià anca in gesa
ghe la dan dent senza rispett uman,
quand on camerleccaj dolz come on ors
el corr a strozzagh lì tucc i discors.
Semm in piazza, per Dio, o indove semm?
Sangue de dì, che discrezion l’è questa!
Alto là, citto: quij duu in fond... andemm...
Carlo Porta
Sura Caterinin
Sura Caterinin, tra i bej cossett
che la gh’ha intorna e che ghe fan onor,
gh’è quell para de ciapp e quij dò tett
ch’hin degn de guarnì on lett de imperator.
Oh che tett! Oh che ciapp plusquam perfett!
collogaa a voeuna a voeuna de per lor,
sald al post senza zent, senza farsett,
comor, che paren faa da on tornidor.
Per mì sont chì a giugagh el mè salari
che la moeuv pussee usij lee col vardà
che i olter donn cont el voltalla in ari.
Basta dì che mì istess di voeult arrivi
a cercali di mezz’or s’hoo de pissà,
e ghe l’hoo drizz e dur adess che scrivi.
che la gh’ha intorna e che ghe fan onor,
gh’è quell para de ciapp e quij dò tett
ch’hin degn de guarnì on lett de imperator.
Oh che tett! Oh che ciapp plusquam perfett!
collogaa a voeuna a voeuna de per lor,
sald al post senza zent, senza farsett,
comor, che paren faa da on tornidor.
Per mì sont chì a giugagh el mè salari
che la moeuv pussee usij lee col vardà
che i olter donn cont el voltalla in ari.
Basta dì che mì istess di voeult arrivi
a cercali di mezz’or s’hoo de pissà,
e ghe l’hoo drizz e dur adess che scrivi.
Cecco Angiolieri
Dante Alighier, s’ è so’ bon begolardo
Dante Alighier, s° i’ so’ bon begolardo,
tu mi tien’ bene la lancia a le reni;
seo desno con altrui, e tu vi ceni;
seo mordo ’l grasso, e tu vi suggi ’I lardo;
s’eo cimo al panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so’ discorso, e tu poco raffreni;
S’eo gentileggio, e tu misser t’avvèni;
s’eo so’ fatto romano, e tu lombardo.
Sì che, laudato Deo, remproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
sventura o poco senno cel fa fare.
E se di questo vòi dicere pie,
- Dante Alighier, i’ t’averò a stancare,
ch’eo so’ lo pungiglion e tu se’ ’l bue,
Meo dei Tolomei
tu mi tien’ bene la lancia a le reni;
seo desno con altrui, e tu vi ceni;
seo mordo ’l grasso, e tu vi suggi ’I lardo;
s’eo cimo al panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so’ discorso, e tu poco raffreni;
S’eo gentileggio, e tu misser t’avvèni;
s’eo so’ fatto romano, e tu lombardo.
Sì che, laudato Deo, remproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
sventura o poco senno cel fa fare.
E se di questo vòi dicere pie,
- Dante Alighier, i’ t’averò a stancare,
ch’eo so’ lo pungiglion e tu se’ ’l bue,
Meo dei Tolomei
Cecco Angiolieri
Il pessimo e ’l crudele odio, ch’ i’ porto
Il pessimo e ’l crudele odio, ch’ i’ porto
a diritta ragione al padre meo,
il farà vivar più, che Botadeo,
e di ciò, buon dî, me ne sono accorto.
Odi, Natura, se tu ha’ gran torto:
l’altrier li chiesi un fiasco di raspeo,
che n’ha ben cento cogna ’l can giudeo,
in verità, vicin m’ebbe che morto.
— S’ i’ gli avessi chèsto di vernaccia! —
diss’io, solamente a lui approvare:
sì mi volle sputar entro la faccia.
E poi m’è detto ch’ ì’ nol debbo odiare!
Ma chi sapesse ben ogni sua taccia
direbbe: — Vivo il dovresti mangiare!
a diritta ragione al padre meo,
il farà vivar più, che Botadeo,
e di ciò, buon dî, me ne sono accorto.
Odi, Natura, se tu ha’ gran torto:
l’altrier li chiesi un fiasco di raspeo,
che n’ha ben cento cogna ’l can giudeo,
in verità, vicin m’ebbe che morto.
— S’ i’ gli avessi chèsto di vernaccia! —
diss’io, solamente a lui approvare:
sì mi volle sputar entro la faccia.
E poi m’è detto ch’ ì’ nol debbo odiare!
Ma chi sapesse ben ogni sua taccia
direbbe: — Vivo il dovresti mangiare!
Cecco Angiolieri
Quanto un granel di panico è minore
Quanto un grane] di panico è minore
del maggior monte che abbia veduto;
e quanto è ’l bon fiorin de l’or migliore
di qualunca denaro più minuto;
e quanto m’è più pessimo el dolore
ad averlo, e l’ho, ch’a averlo perduto:
cotant’è maggio la pena d’amore,
ched io non averei mai creduto.
Ed or la credo, però ch’io la provo
en tal guisa che, per l’anima mia,
di questo amor vorria ancor esser novo.
Ed ho en disamar quella bailfa
c’ha ’l pulcinello ch’è dentro da l’ovo,
d’uscir ’nnanzi ched el su’ tempo sia.
del maggior monte che abbia veduto;
e quanto è ’l bon fiorin de l’or migliore
di qualunca denaro più minuto;
e quanto m’è più pessimo el dolore
ad averlo, e l’ho, ch’a averlo perduto:
cotant’è maggio la pena d’amore,
ched io non averei mai creduto.
Ed or la credo, però ch’io la provo
en tal guisa che, per l’anima mia,
di questo amor vorria ancor esser novo.
Ed ho en disamar quella bailfa
c’ha ’l pulcinello ch’è dentro da l’ovo,
d’uscir ’nnanzi ched el su’ tempo sia.
Cecco Angiolieri
S’ è fosse foco, ardere’ il mondo
S’ i’ fosse foco, ardere’ il mondo;
’ È’ fosse vento, lo tempestarei;
es e o
’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
un
Li
fosse Dio, mandereil’en profondo;
pe
ss
bi
s’ i’ fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristiani embrigarei;
s’ i’ fosse ’mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
S’ ì fosse morte, andarei da mio padre;
s’ i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi’ madre.
S’ i? fosse Cecco, com’ i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
i
le vecchie e laide lasserei altrui.
’ È’ fosse vento, lo tempestarei;
es e o
’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
un
Li
fosse Dio, mandereil’en profondo;
pe
ss
bi
s’ i’ fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristiani embrigarei;
s’ i’ fosse ’mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
S’ ì fosse morte, andarei da mio padre;
s’ i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi’ madre.
S’ i? fosse Cecco, com’ i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
i
le vecchie e laide lasserei altrui.
Cesare Pavese
Atlantic Oil
Il meccanico sbronzo è felice buttato in un fosso.
Dalla piola, di notte, con cinque minuti di prato,
uno è a casa; ma prima c’è il fresco dell’erba
da godere, e il meccanico dorme che viene già l’alba.
A due passi, nel prato, è rizzato il cartello
rosso e nero: chi troppo s’accosti, non riesce più a leggerlo,
tanto è largo. A quest’ora è ancor umido
di rugiada. La strada, di giorno, lo copre di polvere,
come copre i cespugli. Il meccanico, sotto, si stira nel sonno.
È l’estremo silenzio. Tra poco, al tepore del sole,
passeranno le macchine senza riposo, svegliando la polvere.
Improvvise alla cima del colle, rallentano un poco,
poi si buttano giù dalla curva. Qualcuna si ferma
nella polvere, avanti al garage, che la imbeve di litri.
I meccanici, un poco intontiti, saranno al mattino
sui bidoni, seduti, aspettando un lavoro.
Fa piacere passare il mattino seduto nell’ombra.
Qui la puzza degli olii si mesce all’odore di verde,
di tabacco e di vino, e il lavoro li viene a trovare
sulla porta di casa. Ogni tanto, c’è fino da ridere:
contadine che passano e dànno la colpa, di bestie e di spose
spaventate, al garage che mantiene il passaggio;
contadini che guardano bieco. Ciascuno, ogni tanto,
fa una svelta discesa a Torino e ritorna più sgombro.
Poi, tra il ridere e il vendere litri, qualcuno si ferma:
questi campi, a guardarli, son pieni di polvere
della strada e, a sedersi sull’erba, si viene scacciati.
Tra le coste, c’è sempre una vigna che piace sulle altre:
finirà che il meccanico sposa la vigna che piace
con la cara ragazza, e uscirà dentro il sole,
ma a zappare, e verrà tutto nero sul collo
e berrà del suo vino, torchiato le sere d’autunno in cantina.
Anche a notte ci passano macchine, ma silenziose,
tantoché l’ubriaco, nel fosso, non l’hanno svegliato.
Nella notte non levano polvere e il fascio dei fari
svela in pieno il cartello sul prato, alla curva.
Sotto l’alba trascorrono caute e non s’ode rumore,
se non brezza che passa, e toccata la cima
si dileguano nella pianura, affondando nell’ombra.
Dalla piola, di notte, con cinque minuti di prato,
uno è a casa; ma prima c’è il fresco dell’erba
da godere, e il meccanico dorme che viene già l’alba.
A due passi, nel prato, è rizzato il cartello
rosso e nero: chi troppo s’accosti, non riesce più a leggerlo,
tanto è largo. A quest’ora è ancor umido
di rugiada. La strada, di giorno, lo copre di polvere,
come copre i cespugli. Il meccanico, sotto, si stira nel sonno.
È l’estremo silenzio. Tra poco, al tepore del sole,
passeranno le macchine senza riposo, svegliando la polvere.
Improvvise alla cima del colle, rallentano un poco,
poi si buttano giù dalla curva. Qualcuna si ferma
nella polvere, avanti al garage, che la imbeve di litri.
I meccanici, un poco intontiti, saranno al mattino
sui bidoni, seduti, aspettando un lavoro.
Fa piacere passare il mattino seduto nell’ombra.
Qui la puzza degli olii si mesce all’odore di verde,
di tabacco e di vino, e il lavoro li viene a trovare
sulla porta di casa. Ogni tanto, c’è fino da ridere:
contadine che passano e dànno la colpa, di bestie e di spose
spaventate, al garage che mantiene il passaggio;
contadini che guardano bieco. Ciascuno, ogni tanto,
fa una svelta discesa a Torino e ritorna più sgombro.
Poi, tra il ridere e il vendere litri, qualcuno si ferma:
questi campi, a guardarli, son pieni di polvere
della strada e, a sedersi sull’erba, si viene scacciati.
Tra le coste, c’è sempre una vigna che piace sulle altre:
finirà che il meccanico sposa la vigna che piace
con la cara ragazza, e uscirà dentro il sole,
ma a zappare, e verrà tutto nero sul collo
e berrà del suo vino, torchiato le sere d’autunno in cantina.
Anche a notte ci passano macchine, ma silenziose,
tantoché l’ubriaco, nel fosso, non l’hanno svegliato.
Nella notte non levano polvere e il fascio dei fari
svela in pieno il cartello sul prato, alla curva.
Sotto l’alba trascorrono caute e non s’ode rumore,
se non brezza che passa, e toccata la cima
si dileguano nella pianura, affondando nell’ombra.
Cesare Pavese
Crepuscolo di sabbiatori
I barconi risalgono adagio, sospinti e pesanti:
quasi immobili, fanno schiumare la viva corrente.
È già quasi la notte. Isolati, si fermano:
si dibatte e sussulta la vanga sott’acqua.
Di ora in ora, altre barche son state fin qui.
Tanti corpi di donna han varcato nel sole
su quest’acqua. Son scese nell’acqua o saltate alla riva
a dibattersi in coppia, qualcuna, sull’erba.
Nel crepuscolo, il fiume è deserto. I due o tre sabbiatori
sono scesi con l’acqua alla cintola e scavano il fondo.
Il gran gelo dell’inguine fiacca e intontisce le schiene.
Quelle donne non sono che un bianco ricordo.
I barconi nel buio discendono grevi di sabbia,
senza dare una scossa, radenti: ogni uomo è seduto
a una punta e un granello di fuoco gli brucia alla bocca.
Ogni paio di braccia strascina il suo remo,
un tepore discende alle gambe fiaccate
e lontano s’accendono i lumi. Ogni donna è scomparsa,
che al mattino le barche portavano stesa
e che un giovane, dritto alla punta, spingeva sudando.
Quelle donne eran belle: qualcuna scendeva
seminuda e spariva ridendo con qualche compagno.
Quando un qualche inesperto veniva a cozzare,
sabbiatori levavano il capo e l’ingiuria moriva
sulla donna distesa come fosse già nuda.
Ora tornano tutti i sussulti, intravisti nell’erba,
a occupare il silenzio e ogni cosa s’accentra
sulla punta di fuoco, che vive. Ora l’occhio
si smarrisce nel fumo invisibile ch’esce di bocca
e le membra ritrovano l’urto del sangue.
In distanza, sul fiume, scintillano i lumi
di Torino. Due o tre sabbiatori hanno acceso
sulla prua il fanale, ma il fiume è deserto.
La fatica del giorno vorrebbe assopirli
e le gambe son quasi spezzate. Qualcuno non pensa
che a attraccare il barcone e cadere sul letto
e mangiare nel sonno, magari sognando.
Ma qualcuno rivede quei corpi nel sole
e avrà ancora la forza di andare in città, sotto i lumi,
a cercare ridendo tra la folla che passa.
quasi immobili, fanno schiumare la viva corrente.
È già quasi la notte. Isolati, si fermano:
si dibatte e sussulta la vanga sott’acqua.
Di ora in ora, altre barche son state fin qui.
Tanti corpi di donna han varcato nel sole
su quest’acqua. Son scese nell’acqua o saltate alla riva
a dibattersi in coppia, qualcuna, sull’erba.
Nel crepuscolo, il fiume è deserto. I due o tre sabbiatori
sono scesi con l’acqua alla cintola e scavano il fondo.
Il gran gelo dell’inguine fiacca e intontisce le schiene.
Quelle donne non sono che un bianco ricordo.
I barconi nel buio discendono grevi di sabbia,
senza dare una scossa, radenti: ogni uomo è seduto
a una punta e un granello di fuoco gli brucia alla bocca.
Ogni paio di braccia strascina il suo remo,
un tepore discende alle gambe fiaccate
e lontano s’accendono i lumi. Ogni donna è scomparsa,
che al mattino le barche portavano stesa
e che un giovane, dritto alla punta, spingeva sudando.
Quelle donne eran belle: qualcuna scendeva
seminuda e spariva ridendo con qualche compagno.
Quando un qualche inesperto veniva a cozzare,
sabbiatori levavano il capo e l’ingiuria moriva
sulla donna distesa come fosse già nuda.
Ora tornano tutti i sussulti, intravisti nell’erba,
a occupare il silenzio e ogni cosa s’accentra
sulla punta di fuoco, che vive. Ora l’occhio
si smarrisce nel fumo invisibile ch’esce di bocca
e le membra ritrovano l’urto del sangue.
In distanza, sul fiume, scintillano i lumi
di Torino. Due o tre sabbiatori hanno acceso
sulla prua il fanale, ma il fiume è deserto.
La fatica del giorno vorrebbe assopirli
e le gambe son quasi spezzate. Qualcuno non pensa
che a attraccare il barcone e cadere sul letto
e mangiare nel sonno, magari sognando.
Ma qualcuno rivede quei corpi nel sole
e avrà ancora la forza di andare in città, sotto i lumi,
a cercare ridendo tra la folla che passa.
Cesare Pavese
Donne appassionate
Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.
Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Ci son occhi nel mare, che traspaiono a volte.
Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.
Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Ci son occhi nel mare, che traspaiono a volte.
Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.
Cesare Pavese
Estate di San Martino
Le colline e le rive del Po sono un giallo bruciato
e noi siamo saliti quassù a maturarci nel sole.
Mi racconta costei—come fosse un amico—
Da domani abbandono Torino e non torno mai più.
Sono stanca di vivere tutta la vita in prigione.
Si respira un sentore di terra e, di là dalle piante,
a Torino, a quest’ora, lavorano tutti in prigione.
Torno a casa dei miei dove almeno potrò stare sola
senza piangere e senza pensare alla gente che vive.
Là mi caccio un grembiale e mi sfogo in cattive risposte
ai parenti e per tutto l’inverno non esco mai più.
Nei paesi novembre è un bel mese dell’anno:
c’è le foglie colore di terra e le nebbie al mattino
poi c’è il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me
e respiro l’odore di freddo che ha il sole al mattino.
Me ne vado perché è troppo bella Torino a quest’ora:
a me piace girarci e vedere la gente
e mi tocca star chiusa finch’è tutto buio
e la sera soffrire da sola. Mi vuole vicino
come fossi un amico: quest’oggi ha saltato l’ufficio
per trovare un amico. Ma posso star sola così?
Giorno e notte—l’ufficio—le scale—la stanza da letto —
se alla sera esco a fare due passi non so dove andare
e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.
Tanto bella sarebbe Torino— poterla godere—
solamente poter respirare. Le piazze e le strade
han lo stesso profumo di tiepido sole
che c’è qui tra le piante. Ritorni al paese.
Ma Torino è il più bello di tutti i paesi.
Se trovassi un amico quest’oggi, starei sempre qui.
e noi siamo saliti quassù a maturarci nel sole.
Mi racconta costei—come fosse un amico—
Da domani abbandono Torino e non torno mai più.
Sono stanca di vivere tutta la vita in prigione.
Si respira un sentore di terra e, di là dalle piante,
a Torino, a quest’ora, lavorano tutti in prigione.
Torno a casa dei miei dove almeno potrò stare sola
senza piangere e senza pensare alla gente che vive.
Là mi caccio un grembiale e mi sfogo in cattive risposte
ai parenti e per tutto l’inverno non esco mai più.
Nei paesi novembre è un bel mese dell’anno:
c’è le foglie colore di terra e le nebbie al mattino
poi c’è il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me
e respiro l’odore di freddo che ha il sole al mattino.
Me ne vado perché è troppo bella Torino a quest’ora:
a me piace girarci e vedere la gente
e mi tocca star chiusa finch’è tutto buio
e la sera soffrire da sola. Mi vuole vicino
come fossi un amico: quest’oggi ha saltato l’ufficio
per trovare un amico. Ma posso star sola così?
Giorno e notte—l’ufficio—le scale—la stanza da letto —
se alla sera esco a fare due passi non so dove andare
e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.
Tanto bella sarebbe Torino— poterla godere—
solamente poter respirare. Le piazze e le strade
han lo stesso profumo di tiepido sole
che c’è qui tra le piante. Ritorni al paese.
Ma Torino è il più bello di tutti i paesi.
Se trovassi un amico quest’oggi, starei sempre qui.
Cesare Pavese
I mari del Sud
Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
– un grand uomo tra idioti o un povero folle –
per insegnare ai suoi tanto silenzio.
Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. «Tu che abiti a Torino...»
mi ha detto «... ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono.»
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent’anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare a contadini un poco stanchi.
Vent’anni è stato in giro per il mondo.
Se n’andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
ma gli uomini, più gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.
Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.
Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: «Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così».
Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.
Ma uscì ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contrattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallì il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
«Ma la bestia» diceva «più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza.»
Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: «Quest’anno
scrivo sul manifesto: – Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo – e che la dicano
quei di Canelli». Poi riprende l’erta.
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell’altro
e pensa ai suoi motori.
Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta
da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti del sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.
Ma quando gli dico
ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
– un grand uomo tra idioti o un povero folle –
per insegnare ai suoi tanto silenzio.
Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. «Tu che abiti a Torino...»
mi ha detto «... ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono.»
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent’anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare a contadini un poco stanchi.
Vent’anni è stato in giro per il mondo.
Se n’andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
ma gli uomini, più gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.
Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.
Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: «Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così».
Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.
Ma uscì ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contrattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallì il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
«Ma la bestia» diceva «più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza.»
Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: «Quest’anno
scrivo sul manifesto: – Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo – e che la dicano
quei di Canelli». Poi riprende l’erta.
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell’altro
e pensa ai suoi motori.
Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta
da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti del sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.
Ma quando gli dico
ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.
Cesare Pavese
Lo steddazzu
L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
Cesare Pavese
Passerò per piazza di spagna
Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
” non muterà quell’aria ferma.
I fiori, spruzzati
di colori alle fontane,
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane -
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu — ferma e chiara.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
” non muterà quell’aria ferma.
I fiori, spruzzati
di colori alle fontane,
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane -
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu — ferma e chiara.
Cesare Pavese
Semplicità
L’uomo solo – che è stato in prigione – ritorna in prigione
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno
l’uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane.
Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.
L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino:
il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.
L’uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati. Nella sala deserta
sottovoce si prova a cantare. Rivede
lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.
E compare la lepre e non hanno più freddo.
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno
l’uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane.
Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.
L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino:
il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.
L’uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati. Nella sala deserta
sottovoce si prova a cantare. Rivede
lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.
E compare la lepre e non hanno più freddo.