Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Umberto Saba
«Frutta erbaggi»
Erbe, frutta, colori della bella
stagione. Poche ceste ove alla sete
si rivelano dolci polpe crude.
Entra un fanciullo colle gambe nude,
imperioso, fugge via.
S’oscura
l’umile botteguccia, invecchia come
una madre.
Di fuori egli nel sole
si allontana, con l’ombra sua, leggero.
stagione. Poche ceste ove alla sete
si rivelano dolci polpe crude.
Entra un fanciullo colle gambe nude,
imperioso, fugge via.
S’oscura
l’umile botteguccia, invecchia come
una madre.
Di fuori egli nel sole
si allontana, con l’ombra sua, leggero.
Umberto Saba
Fanciulli allo stadio
Galletto
è alla voce il fanciullo; estrosi amori
con quella, e crucci, acutamente incide.
Ai confini del campo una bandiera
sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo
si sposa – a sera – dei miei giorni imberbi.
Odiosi di tanto eran superbi
passavano là sotto i calciatori.
Tutto vedevano, e non quegli acerbi.
è alla voce il fanciullo; estrosi amori
con quella, e crucci, acutamente incide.
Ai confini del campo una bandiera
sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo
si sposa – a sera – dei miei giorni imberbi.
Odiosi di tanto eran superbi
passavano là sotto i calciatori.
Tutto vedevano, e non quegli acerbi.
Umberto Saba
Favoletta
Il cane,
bianco sul bianco greto,
segue inquieto
un’ombra,
la nera
ombra d’una farfalla,
che su lui gialla
volteggia.
Ignara
ella del rischio, a scorno
gli voli intorno
parrebbe.
Ignara
gli viene, o astuta, addosso.
Egli di dosso
la scuote,
e volgesi
vorace all’ombra vana,
che si allontana
dal greto,
e sopra
un fiore, a suo costume,
rinchiude il lume
dell’ali.
Sappiate,
dilettissimi amici,
che nei felici
miei giorni,
ai giorni
che il mio, oggi arido, cuore
era all’amore
rinato,
anch’io,
con preda più stupenda,
ebbi vicenda
uguale.
Ed era
bella! L’ultima cosa
che in me di rosa
si tinse.
Ed io,
io le lasciai sua vita;
io ne ho ghermita
un’ombra.
Sapevo
– sconsolata dolcezza –
ch’era saggezza
umana.
bianco sul bianco greto,
segue inquieto
un’ombra,
la nera
ombra d’una farfalla,
che su lui gialla
volteggia.
Ignara
ella del rischio, a scorno
gli voli intorno
parrebbe.
Ignara
gli viene, o astuta, addosso.
Egli di dosso
la scuote,
e volgesi
vorace all’ombra vana,
che si allontana
dal greto,
e sopra
un fiore, a suo costume,
rinchiude il lume
dell’ali.
Sappiate,
dilettissimi amici,
che nei felici
miei giorni,
ai giorni
che il mio, oggi arido, cuore
era all’amore
rinato,
anch’io,
con preda più stupenda,
ebbi vicenda
uguale.
Ed era
bella! L’ultima cosa
che in me di rosa
si tinse.
Ed io,
io le lasciai sua vita;
io ne ho ghermita
un’ombra.
Sapevo
– sconsolata dolcezza –
ch’era saggezza
umana.
Umberto Saba
Il canto di un mattino
Da te, cuor mio, l’ultimo canto aspetto,
e mi diletto a pensarlo fra me.
Del mare sulla riva solatia,
non so se in sogno o vegliando, ho veduto,
quasi ancora giovanetto, un marinaio.
La gomena toglieva alla colonna
dell’approdo, e oscillava in mar la conscia
nave, pronta a salpare.
E l’udivo cantare,
per se stesso, ma sì che la città
n’era intenta, ed i colli e la marina,
e sopra tutte le cose il mio cuore:
«Meglio – cantava – dire addio all’amore,
se nell’amor non è felicità».
Lieto appariva il suo bel volto; intorno
era la pace, era il silenzio; alcuno
né vicino scorgevo né lontano;
brillava il sole nel cielo, sul piano
vasto del mare, nel nascente giorno.
Egli è solo, pensavo; or dove mai
vuole approdar la sua piccola barca?
«Così, piccina mia, così non va»
diceva il canto, il canto che per via
ti segue; alla taverna, come donna
di tutti, l’hai vicino.
Ma in quel chiaro mattino
altro ammoniva quella voce; e questo
lo sai tu, cuore mio, che strane cose
ti chiedevi ascoltando: or se lontana
andrà la nave, or se la pena vana
non fosse, ed una colpa il mio esser mesto.
Sempre cantando, si affrettava il mozzo
alla partenza; ed io pensavo: È un rozzo
uomo di mare? O è forse un semidio?
Si tacque a un tratto, balzò nella nave;
chiara soave rimembranza in me.
e mi diletto a pensarlo fra me.
Del mare sulla riva solatia,
non so se in sogno o vegliando, ho veduto,
quasi ancora giovanetto, un marinaio.
La gomena toglieva alla colonna
dell’approdo, e oscillava in mar la conscia
nave, pronta a salpare.
E l’udivo cantare,
per se stesso, ma sì che la città
n’era intenta, ed i colli e la marina,
e sopra tutte le cose il mio cuore:
«Meglio – cantava – dire addio all’amore,
se nell’amor non è felicità».
Lieto appariva il suo bel volto; intorno
era la pace, era il silenzio; alcuno
né vicino scorgevo né lontano;
brillava il sole nel cielo, sul piano
vasto del mare, nel nascente giorno.
Egli è solo, pensavo; or dove mai
vuole approdar la sua piccola barca?
«Così, piccina mia, così non va»
diceva il canto, il canto che per via
ti segue; alla taverna, come donna
di tutti, l’hai vicino.
Ma in quel chiaro mattino
altro ammoniva quella voce; e questo
lo sai tu, cuore mio, che strane cose
ti chiedevi ascoltando: or se lontana
andrà la nave, or se la pena vana
non fosse, ed una colpa il mio esser mesto.
Sempre cantando, si affrettava il mozzo
alla partenza; ed io pensavo: È un rozzo
uomo di mare? O è forse un semidio?
Si tacque a un tratto, balzò nella nave;
chiara soave rimembranza in me.
Umberto Saba
Il poeta
ll poeta ha le sue giornate
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto variate!
L’ore del giorno e le quattro stagioni,
un po’ meno di sole o più di vento,
sono lo svago e l’accompagnamento
sempre diverso per le sue passioni
sempre le stesse; ed il tempo che fa
quando si leva, è il grande avvenimento
del giorno, la sua gioia appena desto.
Sovra ogni aspetto lo rallegra questo
d’avverse luci, le belle giornate
movimentate
come la folla in una lunga istoria,
dove azzurro e tempesta poco dura,
e si alternano messi di sventura
e di vittoria.
Con un rosso di sera fa ritorno,
e con le nubi cangia di colore
la sua felicità,
se non cangia il suo cuore.
Il poeta ha le sue giornate
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto beate!
From PRELUDIO E FUGHE
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto variate!
L’ore del giorno e le quattro stagioni,
un po’ meno di sole o più di vento,
sono lo svago e l’accompagnamento
sempre diverso per le sue passioni
sempre le stesse; ed il tempo che fa
quando si leva, è il grande avvenimento
del giorno, la sua gioia appena desto.
Sovra ogni aspetto lo rallegra questo
d’avverse luci, le belle giornate
movimentate
come la folla in una lunga istoria,
dove azzurro e tempesta poco dura,
e si alternano messi di sventura
e di vittoria.
Con un rosso di sera fa ritorno,
e con le nubi cangia di colore
la sua felicità,
se non cangia il suo cuore.
Il poeta ha le sue giornate
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto beate!
From PRELUDIO E FUGHE
Umberto Saba
Il torrente
Tu così avventuroso nel mio mito,
così povero sei fra le tue sponde.
Non hai, ch’io veda, margine fiorito.
Dove ristagni scopri cose immonde.
Pur, se ti guardo, il cor d’ansia mi stringi,
o torrentello.
Tutto il tuo corso è quello
del mio pensiero, che tu risospingi
alle origini, a tutto il forte e il bello
che in te ammiravo; e se ripenso i grossi
fiumi, l’incontro con l’avverso mare,
quest’acqua onde tu appena i piedi arrossi
nudi a una lavandaia,
la più pericolosa e la più gaia,
con isole e cascate, ancor m’appare;
e il poggio da cui scendi è una montagna.
Sulla tua sponda lastricata l’erba
cresceva, e cresce nel ricordo sempre;
sempre è d’intorno a te sabato sera;
sempre ad un bimbo la sua madre austera
rammenta che quest’acqua è fuggitiva,
che non ritrova più la sua sorgente,
né la sua riva; sempre l’ancor bella
donna si attrista, e cerca la sua mano
il fanciulletto, che ascoltò uno strano
confronto tra la vita nostra e quella
della corrente.
così povero sei fra le tue sponde.
Non hai, ch’io veda, margine fiorito.
Dove ristagni scopri cose immonde.
Pur, se ti guardo, il cor d’ansia mi stringi,
o torrentello.
Tutto il tuo corso è quello
del mio pensiero, che tu risospingi
alle origini, a tutto il forte e il bello
che in te ammiravo; e se ripenso i grossi
fiumi, l’incontro con l’avverso mare,
quest’acqua onde tu appena i piedi arrossi
nudi a una lavandaia,
la più pericolosa e la più gaia,
con isole e cascate, ancor m’appare;
e il poggio da cui scendi è una montagna.
Sulla tua sponda lastricata l’erba
cresceva, e cresce nel ricordo sempre;
sempre è d’intorno a te sabato sera;
sempre ad un bimbo la sua madre austera
rammenta che quest’acqua è fuggitiva,
che non ritrova più la sua sorgente,
né la sua riva; sempre l’ancor bella
donna si attrista, e cerca la sua mano
il fanciulletto, che ascoltò uno strano
confronto tra la vita nostra e quella
della corrente.
Umberto Saba
In fondo all’Adriatico selvaggio
In fondo all’Adriatico selvaggio
si apriva un porto alla tua infanzia. Navi
verso lontano partivano. Bianco,
in cima al verde sovrastante colle,
dagli spalti d’antico forte, un fumo
usciva dopo un lampo e un rombo. Immenso
l’accoglieva l’azzurro, lo sperdeva
nella volta celeste. Rispondeva
guerriera nave al saluto, ancorata
al largo della tua casa che aveva
in capo al molo una rosa, la rosa
dei venti.
Era un piccolo porto, era una porta
aperta ai sogni.
si apriva un porto alla tua infanzia. Navi
verso lontano partivano. Bianco,
in cima al verde sovrastante colle,
dagli spalti d’antico forte, un fumo
usciva dopo un lampo e un rombo. Immenso
l’accoglieva l’azzurro, lo sperdeva
nella volta celeste. Rispondeva
guerriera nave al saluto, ancorata
al largo della tua casa che aveva
in capo al molo una rosa, la rosa
dei venti.
Era un piccolo porto, era una porta
aperta ai sogni.
Umberto Saba
La fanciulla
Chi vede te vede una primavera,
uno strano arboscello, che non reca
fiori, ma frutta.
Un giorno ti tagliavano i capelli.
Stavi, fra il tuo carnefice e la mamma,
stavi ritta e proterva;
quasi un aspro garzon sotto la verga,
a cui le guance ira e vergogna infiamma,
luccicavano appena i tuoi grandi occhi;
e credo ti tremassero i ginocchi
dalla pena che avevi.
Poi con quale fierezza raccoglievi
quel tesoro perduto,
quel magnifico tuo bene caduto,
i tuoi lunghi capelli.
Io ti porsi uno specchio. Entro la bruna
chioma vi tondeggiava il tuo bel volto
come un polposo frutto.
uno strano arboscello, che non reca
fiori, ma frutta.
Un giorno ti tagliavano i capelli.
Stavi, fra il tuo carnefice e la mamma,
stavi ritta e proterva;
quasi un aspro garzon sotto la verga,
a cui le guance ira e vergogna infiamma,
luccicavano appena i tuoi grandi occhi;
e credo ti tremassero i ginocchi
dalla pena che avevi.
Poi con quale fierezza raccoglievi
quel tesoro perduto,
quel magnifico tuo bene caduto,
i tuoi lunghi capelli.
Io ti porsi uno specchio. Entro la bruna
chioma vi tondeggiava il tuo bel volto
come un polposo frutto.
Umberto Saba
La modellina
Si adagia ignuda sul fianco di appena
tredicenne. lo le dico, mentre a lato
le pongo un mandarino giallo:
“Amara,
(è il nome suo che la madre le diede);
c’era in tempi lontani un’altra Amara,
tutt’a te assomigliante, e dalla quale
trasse altro artista il suo capolavoro.
Con tanto amore la fece, di lei
tanto con gli occhi e col pollice prese,
che, com’ebbe finito, e dalla statua
si volse alla modella, vide ch’era
morta”.
Sul roseo gomito si leva,
mi guarda coi cerulei occhi.
“Vorresti
—io le chiedo—che a te la stessa cosa
accadesse?”
La posa
si rompe, il giallo mandarino a terra
fugge, una voce improvvisa di roco
galletto:
“lo no, io no” spaventata risponde.
tredicenne. lo le dico, mentre a lato
le pongo un mandarino giallo:
“Amara,
(è il nome suo che la madre le diede);
c’era in tempi lontani un’altra Amara,
tutt’a te assomigliante, e dalla quale
trasse altro artista il suo capolavoro.
Con tanto amore la fece, di lei
tanto con gli occhi e col pollice prese,
che, com’ebbe finito, e dalla statua
si volse alla modella, vide ch’era
morta”.
Sul roseo gomito si leva,
mi guarda coi cerulei occhi.
“Vorresti
—io le chiedo—che a te la stessa cosa
accadesse?”
La posa
si rompe, il giallo mandarino a terra
fugge, una voce improvvisa di roco
galletto:
“lo no, io no” spaventata risponde.
Umberto Saba
Meditazione
Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. Io siedo alla finestra, e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
La luna non è nata, nascerà
sul tardi. Sono aperte oggi le molte
finestre delle grandi case folte
d’umile gente. E in me una verità
nasce, dolce a ridirsi, che darà
gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa.
Poco invero tu stimi, uomo, le cose.
Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa
sembrano poco a te, sembrano cose
da nulla, poi che tu nascevi e già
era il fuoco, la coltre era e la cuna
per dormire, per addormirti il canto.
Ma che strazio sofferto fu, e per quanto
tempo dagli avi tuoi, prima che una
sorgesse, tra le belve, una capanna;
che il suono divenisse ninna-nanna
per il bimbo, parola pel compagno.
Che millenni di strazi, uomo, per una
delle piccole cose che tu prendi,
usi e non guardi; e il cuore non ti trema,
non ti trema la mano;
ti sembrerebbe vano
ripensare ch’è poco
quanto all’immondezzaio oggi tu scagli;
ma che gemma non c’è che per te valga
quanto valso sarebbe un dì quel poco.
La luna è nata che le stelle in cielo
declinano. Là un giallo
lume si è spento, fumido. Suonò
il tocco. Un gallo
cantò; altri risposero qua e là.
stelle. Io siedo alla finestra, e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
La luna non è nata, nascerà
sul tardi. Sono aperte oggi le molte
finestre delle grandi case folte
d’umile gente. E in me una verità
nasce, dolce a ridirsi, che darà
gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa.
Poco invero tu stimi, uomo, le cose.
Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa
sembrano poco a te, sembrano cose
da nulla, poi che tu nascevi e già
era il fuoco, la coltre era e la cuna
per dormire, per addormirti il canto.
Ma che strazio sofferto fu, e per quanto
tempo dagli avi tuoi, prima che una
sorgesse, tra le belve, una capanna;
che il suono divenisse ninna-nanna
per il bimbo, parola pel compagno.
Che millenni di strazi, uomo, per una
delle piccole cose che tu prendi,
usi e non guardi; e il cuore non ti trema,
non ti trema la mano;
ti sembrerebbe vano
ripensare ch’è poco
quanto all’immondezzaio oggi tu scagli;
ma che gemma non c’è che per te valga
quanto valso sarebbe un dì quel poco.
La luna è nata che le stelle in cielo
declinano. Là un giallo
lume si è spento, fumido. Suonò
il tocco. Un gallo
cantò; altri risposero qua e là.
Umberto Saba
Nuda in piedi, le mani dietro il dorso
Nuda in piedi, le mani dietro il dorso,
come se in lacci strette
tu gliele avessi. Erette
le mammelle, che ben possono al morso
come ai baci allettar. Salda fanciulla
cui fascia l’amorosa
zona selvetta ombrosa,
vago pudore di natura. Nulla,
altro ha nulla. Due ancora tondeggianti
poma con grazia unite
pare chiamino il mite
castigo della fanciullezza. Oh, quanti
vorrebbero per sé ai miei occhi il lampo
del piacere promesso,
che paradiso è spesso,
e più spesso è l’inferno senza scampo!
come se in lacci strette
tu gliele avessi. Erette
le mammelle, che ben possono al morso
come ai baci allettar. Salda fanciulla
cui fascia l’amorosa
zona selvetta ombrosa,
vago pudore di natura. Nulla,
altro ha nulla. Due ancora tondeggianti
poma con grazia unite
pare chiamino il mite
castigo della fanciullezza. Oh, quanti
vorrebbero per sé ai miei occhi il lampo
del piacere promesso,
che paradiso è spesso,
e più spesso è l’inferno senza scampo!
Umberto Saba
Prima fuga
La vita, la mia vita, ha la tristezza
del nero magazzino di carbone,
che vedo ancora in questa strada. Io vedo,
per oltre alle sue porte aperte, il cielo
azzurro e il mare con le antenne. Nero
come là dentro è nel mio cuore; il cuore
dell’uomo è un antro di castigo. È bello
il cielo a mezzo la mattina, è bello
il mar che lo riflette, e bello è anch’esso
il mio cuore: uno specchio a tutti i cuori
viventi. Se nel mio guardo, se fuori
di lui, non vedo che disperazione,
tenebra, desiderio di morire,
cui lo spavento dell’ignoto a fronte
si pone, tutta la dolcezza a togliere
che quello in sé recherebbe. Le foglie
morte non fanno a me paura, e agli uomini
io penso come a foglie. Oggi i tuoi occhi,
del nero magazzino di carbone,
vedono il cielo ed il mare, al contrasto,
più luminosi: pensa che saranno
chiusi domani. Ed altri s’apriranno,
simili ai miei, simili ai tuoi. La vita,
la tua vita a te cara, è un lungo errore,
(breve, dorato, appena un’illusione!)
e tu lo sconti duramente. Come
in me in questi altri lo sconto: persone,
mansi animali affaticati; intorno
vadano in ozio o per faccende, io sono
in essi, ed essi sono in me e nel giorno
che ci rivela. Pascerti puoi tu
di fole ancora? Io soffro; il mio dolore,
lui solo, esiste. E non un poco il blu
del cielo, e il mare oggi sì unito, e in mare
le antiche vele e le ormeggiate navi,
e il nero magazzino di carbone,
che il quadro, come per caso, incornicia
stupendamente, e quelle più soavi
cose che in te, del dolore al contrasto,
senti – accese delizie – e che non dici?
Troppo temo di perderle; felici
chiamo per questo i non nati. I non nati
non sono, i morti non sono, vi è solo
la vita viva eternamente; il male
che passa e il bene che resta. Il mio bene
passò, come il mio male, ma più in fretta
passò; di lui nulla mi resta. Taci,
empie cose non dire. Anche tu taci,
voce che dalla mia sei nata, voce
d’altri tempi serena; se puoi, taci;
lasciami assomigliare la mia vita
– tetra cosa opprimente – a quella nera
volta, sotto alla quale un uomo siede,
fin che gli termini il giorno, e non vede
l’azzurro mare – oh, quanta in te provavi
nel dir dolcezza! – e il cielo che gli è sopra.
del nero magazzino di carbone,
che vedo ancora in questa strada. Io vedo,
per oltre alle sue porte aperte, il cielo
azzurro e il mare con le antenne. Nero
come là dentro è nel mio cuore; il cuore
dell’uomo è un antro di castigo. È bello
il cielo a mezzo la mattina, è bello
il mar che lo riflette, e bello è anch’esso
il mio cuore: uno specchio a tutti i cuori
viventi. Se nel mio guardo, se fuori
di lui, non vedo che disperazione,
tenebra, desiderio di morire,
cui lo spavento dell’ignoto a fronte
si pone, tutta la dolcezza a togliere
che quello in sé recherebbe. Le foglie
morte non fanno a me paura, e agli uomini
io penso come a foglie. Oggi i tuoi occhi,
del nero magazzino di carbone,
vedono il cielo ed il mare, al contrasto,
più luminosi: pensa che saranno
chiusi domani. Ed altri s’apriranno,
simili ai miei, simili ai tuoi. La vita,
la tua vita a te cara, è un lungo errore,
(breve, dorato, appena un’illusione!)
e tu lo sconti duramente. Come
in me in questi altri lo sconto: persone,
mansi animali affaticati; intorno
vadano in ozio o per faccende, io sono
in essi, ed essi sono in me e nel giorno
che ci rivela. Pascerti puoi tu
di fole ancora? Io soffro; il mio dolore,
lui solo, esiste. E non un poco il blu
del cielo, e il mare oggi sì unito, e in mare
le antiche vele e le ormeggiate navi,
e il nero magazzino di carbone,
che il quadro, come per caso, incornicia
stupendamente, e quelle più soavi
cose che in te, del dolore al contrasto,
senti – accese delizie – e che non dici?
Troppo temo di perderle; felici
chiamo per questo i non nati. I non nati
non sono, i morti non sono, vi è solo
la vita viva eternamente; il male
che passa e il bene che resta. Il mio bene
passò, come il mio male, ma più in fretta
passò; di lui nulla mi resta. Taci,
empie cose non dire. Anche tu taci,
voce che dalla mia sei nata, voce
d’altri tempi serena; se puoi, taci;
lasciami assomigliare la mia vita
– tetra cosa opprimente – a quella nera
volta, sotto alla quale un uomo siede,
fin che gli termini il giorno, e non vede
l’azzurro mare – oh, quanta in te provavi
nel dir dolcezza! – e il cielo che gli è sopra.
Umberto Saba
Ritratto
Lascia lo specchio. Non guardarti in quello
come una giovanetta. Che alle donne
è lume il corpo; a te l’animo vale.
La dolcezza che opponi ingenuo al male
fa la bontà del tuo sguardo. Ma il ciuffo
di capelli, che un po’ butti in disparte,
d’esser te stesso la fierezza esprima,
come in cima a una casa già compiuta
la bandieretta
che libera lassù s’agita a un vento.
come una giovanetta. Che alle donne
è lume il corpo; a te l’animo vale.
La dolcezza che opponi ingenuo al male
fa la bontà del tuo sguardo. Ma il ciuffo
di capelli, che un po’ butti in disparte,
d’esser te stesso la fierezza esprima,
come in cima a una casa già compiuta
la bandieretta
che libera lassù s’agita a un vento.
Umberto Saba
Sera di febbraio
Spunta la luna.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mète.
Ed è il pensiero
della morte che, in fine, aiuta a vivere.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mète.
Ed è il pensiero
della morte che, in fine, aiuta a vivere.
Umberto Saba
Ulisse
Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
Valentino Zeichen
Arancia Mondo
A una tavola calda
gli storici disputavano
Se avessero più ingegno
i romani oppure i cinesi.
Scegli un’arancia per
miniatura del mondo,
sbucciala senza interruzione
da un polo all’altro,
ne otterrai una spirale
da avvolgere una colonna.
Costrette, vi entrano appena
poche gesta esemplari
trasposte sul marmo
dalla crosta terrestre.
Tanto è quanto resta
della gloria trascorsa.
gli storici disputavano
Se avessero più ingegno
i romani oppure i cinesi.
Scegli un’arancia per
miniatura del mondo,
sbucciala senza interruzione
da un polo all’altro,
ne otterrai una spirale
da avvolgere una colonna.
Costrette, vi entrano appena
poche gesta esemplari
trasposte sul marmo
dalla crosta terrestre.
Tanto è quanto resta
della gloria trascorsa.
Valentino Zeichen
Nessuno o quasi
Quel tallone d’ Achille rendeva
l’Occidente vulnerabile.
Affine all’ortopedico
Ulisse eliminò il difetto
senza correggerlo:
con un’unica parola
rese l’Occidente invisibile.
Come? Quando? Chiesero
coloro che hanno l’identità nell’Essere:
i Fenici, i Persiani, i Mongoli;
gli Arabi, gli Ottomani, i Nazisti.
E si ebbero una risposta
da un’altra domanda;
quella che il ciclope
rivolse a Ulisse.
L’astuzia di Nessuno
separò per sempre
l’Occidente dall’Essere
per l’invincibile Nulla
della tecnica.
l’Occidente vulnerabile.
Affine all’ortopedico
Ulisse eliminò il difetto
senza correggerlo:
con un’unica parola
rese l’Occidente invisibile.
Come? Quando? Chiesero
coloro che hanno l’identità nell’Essere:
i Fenici, i Persiani, i Mongoli;
gli Arabi, gli Ottomani, i Nazisti.
E si ebbero una risposta
da un’altra domanda;
quella che il ciclope
rivolse a Ulisse.
L’astuzia di Nessuno
separò per sempre
l’Occidente dall’Essere
per l’invincibile Nulla
della tecnica.
Valentino Zeichen
Tempo e moto
Un quadro piuttosto riuscito
nella sua ambigua doppiezza
ci mostra cose in movimento
e contemporaneamente inerti:
due viaggiatori che s’ignorano,
seduti l’uno di fronte all’altro,
guardano fuori dal finestrino
dalle rispettive posizioni;
quello che volge le spalle
al senso di marcia del treno
vede allontanarsi il passato,
l’altro, che gli si contrappone
‘vede farsi incontro il futuro.
Come gemelli, entrambi,
sono immersi nella cellula
d’un medesimo istante
che non perdo di vista
neanche per un attimo,
affinché non mi sfugga
una grande scoperta,
ma ignoro quale essa sia.
Da METAFISICA TASCABILE
nella sua ambigua doppiezza
ci mostra cose in movimento
e contemporaneamente inerti:
due viaggiatori che s’ignorano,
seduti l’uno di fronte all’altro,
guardano fuori dal finestrino
dalle rispettive posizioni;
quello che volge le spalle
al senso di marcia del treno
vede allontanarsi il passato,
l’altro, che gli si contrappone
‘vede farsi incontro il futuro.
Come gemelli, entrambi,
sono immersi nella cellula
d’un medesimo istante
che non perdo di vista
neanche per un attimo,
affinché non mi sfugga
una grande scoperta,
ma ignoro quale essa sia.
Da METAFISICA TASCABILE
Valerio Magrelli
Io abito il mio cervello
Io abito il mio cervello
come un tranquillo possidente le sue terre.
Per tutto il giorno il mio lavoro
è nel farle fruttare,
il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
mi affaccio a guardarle
con il pudore dell’uomo
per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
come un tranquillo possidente le sue terre.
come un tranquillo possidente le sue terre.
Per tutto il giorno il mio lavoro
è nel farle fruttare,
il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
mi affaccio a guardarle
con il pudore dell’uomo
per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
come un tranquillo possidente le sue terre.
Vincenzo Brusantini
Novella X
Hor Dioneo che haveva ascoltata
la gran novella de la lor Regina
sentendola finita, e a tutti grata
di seguitarne lieto si destina
e disse elette donne non celata
l’arte vi sia con mente divina
né anco abbiate chi vel mostri a scherno
come il Diavol si metta ne l’Inferno.
E senza guari lasci questo effetto
che forsi ancora ragionato havete
io il vo’ dir, e certo vi prometto,
che l’alma vostra guadagnar potrete,
e conoscer ancora se ricetto
si dona Amor in camar’ dolci, e liete
e in superbi palagi, che anco in vili
cappanne sveglia i rozi, e fa gentili.
Ne la Città di Capsa in Barberia
un ricco huomo già fù molto honorato,
che tra mogli figliuoli figlia havia
bella, e gentile di mirabil stato
di Alibech il nome si dicia
era pagana, ma gliera assai grato
il modo christiano, e con disio
bramava intenta di servire a Dio.
E un giorno adimandò in che maniera
come si possa a Dio meglio servire
fugli risposto che la più sinciera
servitù di cui Dio ne suol gioire
di fuggir le cose mondane era
come quelli facean per non perire
di Thebbaida ne gli horridi deserti
banditi al mondo, e al paradiso offerti.
La gioven ch’era semplice a ogni guisa
e in fiorita età di quindeci anni
non da Dio ordinato in ciò si advisa,
ma da lieve appetito che la inganni
senz’altro dirne lei sola divisa
partissi la mattina, e in humil panni
là verso di Thebbaida il camin prese
con il cor giovenile, e spemi accese.
E con grave fatica a la fin viene
a una cappanna vista da lontano
dove un sant’huomo con divina spene
sopra l’uscio trovò benigno, e humano,
qual di vederla maraviglia tiene
e dimandolla come in quello piano
sia giunta, e quello che cercando gìa
così soletta senza compagnia.
Rispose lei, che da Dio inspirata
cercando andava al suo servigio porse
pregol che gl’insegnasse essergli grata
et altre cose humìl seco transcorse
il santo che la vide delicata
e bella, grave tema al cor gli morse
ch’el Demonio non desse a lui ricetto
ne lo ingannasse con quel bello aspetto.
E laudando la sua intentione
tosto alquanto gli diede da mangiare
radici d’herbe, e datteri, e assai bone
acque da bere ch’ivi altro non pare
poi gli disse figliuola si ripone
lontan non guari un Santo de sì rare
opere grate a Dio più ch’io non sono
et amaestrarti al bel camino e buono.
A lui ne andrai, e mostrolli la via
onde ella tosto giunse a quello Santo
et il medesmo ancora gli dicia
dove inanzi pervenne a un altro canto,
e un giovene Romito vide pria
di persona devoto, e di gran vanto
a cui Rustico in nome gli era detto,
et quel che l’altro disse, egli hebbe detto.
Per far di sua fermezza una gran prova
seco sola tenilla ne la cella,
e venuta la notte un letto trova
di più frondi de palma a la donzella
ivi dielli riposo, e si ritrova
altro letto per lui non longi a quella
e questo fatto con gran possa, e vaglia
gli for tentationi a dar battaglia.
E di lunga trovandosi ingannato
voltò le spalle al furioso assalto
lasciati i pensier santi ne fu entrato
col disire a la donna a più gran salto
e a pensar sua bellezza, e al delicato
corpo incominciò col pensier alto
e a immaginar incominciosse il modo
che dovesse tener per scior quel nodo.
Ma talmente però non s’accorgesse
che come huom dissoluto gli sia a lato
hor tentò prima lei con cause espresse
e cognobbe c’huom mai havea provato
conoscendola semplice comesse
il suo pensiero al porto disiato,
e sotto spetie di servire a Dio
reccarla a suoi piaceri, e al suo disìo.
Primieramente con dolci parole
mostrolli quanto il diavol sia nemico
a Dio, e quel che più grato esser suole
rimetterlo in inferno a gir mendico
dove piange dannato, e più si duole
ristretto al loco suo già dato antico
come si faccia adimandò tal cose
la donna a la qual Rustico rispose.
Tu lo saprai perciò faranne tosto
come vedi a me far, e a spogliarsi
incominciò a lei poco discosto
tanto che ignudo tutto può mirarsi
ella non meno il bel corpo disposto
scoperse ignudo tutto a dimostrarsi
e l’uno contra l’altro ingenocchione
si posero per far oratione.
E così stando Rustico più acceso
per vederla sì bella, e delicata
il motto de la carne fu disteso
il qual vide Alibeche ingenocchiata
e mirando la forma di quel peso
subitamente fu maravigliata
e disse, che cosa è ch’ivi hai sì mossa
che spingi innanzi così dura, e grossa.
Io non l’ho già per quanto in me discerno,
o figlia mia Rustico rispose
questo è il diavol inimico eterno
del qual parlai de le divine cose
vedi quanto mi affanna e mi fa scherno
e quanto l’opre sue mi son nogliose,
e damme tal molestia e tal martire,
che appena il posso così fier patire.
Disse la donna, hor Dio ne sia lodato
che meglio sto di quel che tu non stai
che non ho questo diavolazzo a lato
che forsi a me darebbe ancor gran guai,
disse Rustico è ver, ma ti vien dato
un’altra cosa che non hebbi mai
et in scambio di questo maledetto
nemico mio là vieni al tuo ricetto.
E che disse Alibech, hor dimel tosto
hor hai l’inferno Rustico gli disse
e dicoti ch’io credo che disposto
a mia salute Dio, e doglie fisse
ti mandi a darmi requie di nascosto
per questo diavol che ’l cor mi traffisse
ma se pietà di me ti tien ristretta
soffri almen tanto che in l’inferno il metta.
E grande mi darai consolatione
e a Dio farai grandissimo piacere
se per far quello in questa regione
venuta sei per Dio sola piacere
hora disse Alibech hai ben ragione
dapoi che ho qui l’inferno, è ben dovere
metterli il diavol dentro al piacer nostro
dopoi che tanto bene Dio ne ha mostro.
Figliuola mia, si tu benedetta
disse Rustico allora andiamo presto
perché mi lassi star lì dentro il metta,
e tutto lieto che hebbe detto questo
sopra il letto la donna acconciò in fretta,
e come star dovesse ingegnò il resto
a incarcerar quel maledetto, e rio,
che alcia la testa con sì fier disio.
La giovene, che mai più gli fu messo
diavol nel suo Inferno, per la prima
volta sentitte alcun dolor espresso
e disse padre hora mi fo stima
quanto sia crudo il Diavol qui comesso
nemico fier de Dio de l’alto clima
che ancora ne lo Inferno sia ne duole
altrui poi che vi è dentro tanto puole.
Egli non adverrà sempre figliuola
disse Rustico alhor, ma da sei fiate
in suso gli squassò tanto la spola
che le soperbie sue foron domate
e in pace volontieri si consola
sborrata la sua tanta feritate
ma tornandogli poi con maggior festa
gli trahea la superbia de la testa.
Tanto ch’el gioco gli tornò in piacere
et a dir cominciò, hor è ben vero
ciò che in Capsa diceasi, de maniere
christiane, in servir Dio con cor sinciero
quanto sia dolce, e buono da godere,
né mi ricordo mai nel pensiero
cosa haver fatta con diletto interno
quanto è poner il Diavol ne l’Inferno.
Perciò giudico bestia ogni persona
ch’ad altro che servir a Dio attende,
e spesse fiate andava in sorte buona
a Rustico, e dicea, tanto mi accende
il mio servir a Dio che ‘l cor mi sprona
di star otiosa, e il tempo mal si spende
andiamo padre mio dòlce, e fedele
e in Inferno mettiamo quel crudele.
E ciò facendo dicea alcuna volta
io non so quel che facciasi d’Inferno
il Diavol che se in sì dolce accolta
vi stesse volontiera come io cerno
l’Inferno coglier lui con voglia molta
egli non usciria mai in eterno
dunque in Inferno il Diavol habbia ricetto
come l’Inferno il coglie con diletto.
Così invitando quel monaco spesso
al servigio de Dio fuor del farsetto
la bambagia gli havea tratta, e oppresso
talmente che sentia freddo, e difetto
che sudato sarebbe un altro espresso
e perciò a la giovene havete detto
che in l’Inferno il Diavol si mettia
quando ne lieva il capo per pazzia.
Ma per gratia de Dio l’habbian sgannato
che hor priega Dio di rimanersi in pace,
così alquanto silentio egli dato
al disir de la giovene sì audace
ella che non havea il disir satiato
Rustico richiedea sempre capace
a porre il Diavol pur nel dolce loco
dove spasso prendea piacere, e gioco.
Se gastigato è il Diavol tuo dicea
Rustico, e più non ti dà alcuna noia
damme l’Inferno mio gran pena rea
né mi lascia possar tanto mi annoia
perciò tu farai opra che mi bea
a cavarmi la rabbia che m’ingoia
così come al Diavol tuo ho tolt’io
la rabbia, tolta sia a l’Inferno mio.
Egli, che di radici d’herbe, e d’acque
vivea risponder non potea a le poste
diceagli, che al Diavolo non spiacque
talhor quietarsi, né voler sì accoste
l’Inferno a lui, ma far non gli dispiacque
ma raro rispondea botte, e risposte,
et rare sì, e fuora di ragione
ch’altr’era ch’una fava in bocca a un leone.
Del che a la donna non pareva tanto
servir a Dio come havea pensiero
e mormorava assai, e facea pianto
vedendo tristo, il diavol già si fiero
e mentre che era in lor lite, tra tanto
avenne un caso ad Alibech vero
che un foco ne la casa sua si apprese
in Capsa, e il padre, e gli figlioli accese.
Per la qual cosa Alibech herede
restarse d’ogni suo bene gli vale,
laonde un gioven tosto dricciò il piede
per haver quella chiamato Nerbale
perché esser lei intese a la mercede
ricorsa per far l’alma sua immortale
e ritrovolla inanti che la corte
di beni disponesse in quella morte.
Con gran piacer di Rustico hebbe quella
ma mesta molto per il suo partire
a casa rimenolla per donzella
et presela per moglie al suo disire
havuto il patrimonio poi d’ella
fersi le nozze d’ogni intorno udire
ma essendo adimandata in cui disio
servesse grata in quel diserto a Dio.
Né essendo seco giaciuta Nerbale
rispose che serviva a metter spesso
il diavol nello Inferno accerbo, e frale
et che a cavarla di tal bene espresso
era grave peccato, e grave male
essendo stato quel che a Dio concesso
dimandata ancor fu come mettea
il diavol nel Inferno perché ardea.
Con più atti la giovene, e parole
alhor mostrò per cui fecer gran risa
e ridon credo ancor come si sole
di un atto così grosso a quella guisa
detto gli fu se di altro non ti dole
Nerbal servirti ben seco divisa
che anche qua così si serve a Dio
col cor contento, e dolce il gran disio.
Poi dicendol l’un l’altro in la cittade
lo ridussero in un motto vulgare
che servigio a Dio far maggior accade
che far il diavol nello Inferno intrare
e questo motto per longhe contrade
è gito e poi passato qua da mare
per donne apparate con interno
piacer a metter il diavol nello Inferno.
la gran novella de la lor Regina
sentendola finita, e a tutti grata
di seguitarne lieto si destina
e disse elette donne non celata
l’arte vi sia con mente divina
né anco abbiate chi vel mostri a scherno
come il Diavol si metta ne l’Inferno.
E senza guari lasci questo effetto
che forsi ancora ragionato havete
io il vo’ dir, e certo vi prometto,
che l’alma vostra guadagnar potrete,
e conoscer ancora se ricetto
si dona Amor in camar’ dolci, e liete
e in superbi palagi, che anco in vili
cappanne sveglia i rozi, e fa gentili.
Ne la Città di Capsa in Barberia
un ricco huomo già fù molto honorato,
che tra mogli figliuoli figlia havia
bella, e gentile di mirabil stato
di Alibech il nome si dicia
era pagana, ma gliera assai grato
il modo christiano, e con disio
bramava intenta di servire a Dio.
E un giorno adimandò in che maniera
come si possa a Dio meglio servire
fugli risposto che la più sinciera
servitù di cui Dio ne suol gioire
di fuggir le cose mondane era
come quelli facean per non perire
di Thebbaida ne gli horridi deserti
banditi al mondo, e al paradiso offerti.
La gioven ch’era semplice a ogni guisa
e in fiorita età di quindeci anni
non da Dio ordinato in ciò si advisa,
ma da lieve appetito che la inganni
senz’altro dirne lei sola divisa
partissi la mattina, e in humil panni
là verso di Thebbaida il camin prese
con il cor giovenile, e spemi accese.
E con grave fatica a la fin viene
a una cappanna vista da lontano
dove un sant’huomo con divina spene
sopra l’uscio trovò benigno, e humano,
qual di vederla maraviglia tiene
e dimandolla come in quello piano
sia giunta, e quello che cercando gìa
così soletta senza compagnia.
Rispose lei, che da Dio inspirata
cercando andava al suo servigio porse
pregol che gl’insegnasse essergli grata
et altre cose humìl seco transcorse
il santo che la vide delicata
e bella, grave tema al cor gli morse
ch’el Demonio non desse a lui ricetto
ne lo ingannasse con quel bello aspetto.
E laudando la sua intentione
tosto alquanto gli diede da mangiare
radici d’herbe, e datteri, e assai bone
acque da bere ch’ivi altro non pare
poi gli disse figliuola si ripone
lontan non guari un Santo de sì rare
opere grate a Dio più ch’io non sono
et amaestrarti al bel camino e buono.
A lui ne andrai, e mostrolli la via
onde ella tosto giunse a quello Santo
et il medesmo ancora gli dicia
dove inanzi pervenne a un altro canto,
e un giovene Romito vide pria
di persona devoto, e di gran vanto
a cui Rustico in nome gli era detto,
et quel che l’altro disse, egli hebbe detto.
Per far di sua fermezza una gran prova
seco sola tenilla ne la cella,
e venuta la notte un letto trova
di più frondi de palma a la donzella
ivi dielli riposo, e si ritrova
altro letto per lui non longi a quella
e questo fatto con gran possa, e vaglia
gli for tentationi a dar battaglia.
E di lunga trovandosi ingannato
voltò le spalle al furioso assalto
lasciati i pensier santi ne fu entrato
col disire a la donna a più gran salto
e a pensar sua bellezza, e al delicato
corpo incominciò col pensier alto
e a immaginar incominciosse il modo
che dovesse tener per scior quel nodo.
Ma talmente però non s’accorgesse
che come huom dissoluto gli sia a lato
hor tentò prima lei con cause espresse
e cognobbe c’huom mai havea provato
conoscendola semplice comesse
il suo pensiero al porto disiato,
e sotto spetie di servire a Dio
reccarla a suoi piaceri, e al suo disìo.
Primieramente con dolci parole
mostrolli quanto il diavol sia nemico
a Dio, e quel che più grato esser suole
rimetterlo in inferno a gir mendico
dove piange dannato, e più si duole
ristretto al loco suo già dato antico
come si faccia adimandò tal cose
la donna a la qual Rustico rispose.
Tu lo saprai perciò faranne tosto
come vedi a me far, e a spogliarsi
incominciò a lei poco discosto
tanto che ignudo tutto può mirarsi
ella non meno il bel corpo disposto
scoperse ignudo tutto a dimostrarsi
e l’uno contra l’altro ingenocchione
si posero per far oratione.
E così stando Rustico più acceso
per vederla sì bella, e delicata
il motto de la carne fu disteso
il qual vide Alibeche ingenocchiata
e mirando la forma di quel peso
subitamente fu maravigliata
e disse, che cosa è ch’ivi hai sì mossa
che spingi innanzi così dura, e grossa.
Io non l’ho già per quanto in me discerno,
o figlia mia Rustico rispose
questo è il diavol inimico eterno
del qual parlai de le divine cose
vedi quanto mi affanna e mi fa scherno
e quanto l’opre sue mi son nogliose,
e damme tal molestia e tal martire,
che appena il posso così fier patire.
Disse la donna, hor Dio ne sia lodato
che meglio sto di quel che tu non stai
che non ho questo diavolazzo a lato
che forsi a me darebbe ancor gran guai,
disse Rustico è ver, ma ti vien dato
un’altra cosa che non hebbi mai
et in scambio di questo maledetto
nemico mio là vieni al tuo ricetto.
E che disse Alibech, hor dimel tosto
hor hai l’inferno Rustico gli disse
e dicoti ch’io credo che disposto
a mia salute Dio, e doglie fisse
ti mandi a darmi requie di nascosto
per questo diavol che ’l cor mi traffisse
ma se pietà di me ti tien ristretta
soffri almen tanto che in l’inferno il metta.
E grande mi darai consolatione
e a Dio farai grandissimo piacere
se per far quello in questa regione
venuta sei per Dio sola piacere
hora disse Alibech hai ben ragione
dapoi che ho qui l’inferno, è ben dovere
metterli il diavol dentro al piacer nostro
dopoi che tanto bene Dio ne ha mostro.
Figliuola mia, si tu benedetta
disse Rustico allora andiamo presto
perché mi lassi star lì dentro il metta,
e tutto lieto che hebbe detto questo
sopra il letto la donna acconciò in fretta,
e come star dovesse ingegnò il resto
a incarcerar quel maledetto, e rio,
che alcia la testa con sì fier disio.
La giovene, che mai più gli fu messo
diavol nel suo Inferno, per la prima
volta sentitte alcun dolor espresso
e disse padre hora mi fo stima
quanto sia crudo il Diavol qui comesso
nemico fier de Dio de l’alto clima
che ancora ne lo Inferno sia ne duole
altrui poi che vi è dentro tanto puole.
Egli non adverrà sempre figliuola
disse Rustico alhor, ma da sei fiate
in suso gli squassò tanto la spola
che le soperbie sue foron domate
e in pace volontieri si consola
sborrata la sua tanta feritate
ma tornandogli poi con maggior festa
gli trahea la superbia de la testa.
Tanto ch’el gioco gli tornò in piacere
et a dir cominciò, hor è ben vero
ciò che in Capsa diceasi, de maniere
christiane, in servir Dio con cor sinciero
quanto sia dolce, e buono da godere,
né mi ricordo mai nel pensiero
cosa haver fatta con diletto interno
quanto è poner il Diavol ne l’Inferno.
Perciò giudico bestia ogni persona
ch’ad altro che servir a Dio attende,
e spesse fiate andava in sorte buona
a Rustico, e dicea, tanto mi accende
il mio servir a Dio che ‘l cor mi sprona
di star otiosa, e il tempo mal si spende
andiamo padre mio dòlce, e fedele
e in Inferno mettiamo quel crudele.
E ciò facendo dicea alcuna volta
io non so quel che facciasi d’Inferno
il Diavol che se in sì dolce accolta
vi stesse volontiera come io cerno
l’Inferno coglier lui con voglia molta
egli non usciria mai in eterno
dunque in Inferno il Diavol habbia ricetto
come l’Inferno il coglie con diletto.
Così invitando quel monaco spesso
al servigio de Dio fuor del farsetto
la bambagia gli havea tratta, e oppresso
talmente che sentia freddo, e difetto
che sudato sarebbe un altro espresso
e perciò a la giovene havete detto
che in l’Inferno il Diavol si mettia
quando ne lieva il capo per pazzia.
Ma per gratia de Dio l’habbian sgannato
che hor priega Dio di rimanersi in pace,
così alquanto silentio egli dato
al disir de la giovene sì audace
ella che non havea il disir satiato
Rustico richiedea sempre capace
a porre il Diavol pur nel dolce loco
dove spasso prendea piacere, e gioco.
Se gastigato è il Diavol tuo dicea
Rustico, e più non ti dà alcuna noia
damme l’Inferno mio gran pena rea
né mi lascia possar tanto mi annoia
perciò tu farai opra che mi bea
a cavarmi la rabbia che m’ingoia
così come al Diavol tuo ho tolt’io
la rabbia, tolta sia a l’Inferno mio.
Egli, che di radici d’herbe, e d’acque
vivea risponder non potea a le poste
diceagli, che al Diavolo non spiacque
talhor quietarsi, né voler sì accoste
l’Inferno a lui, ma far non gli dispiacque
ma raro rispondea botte, e risposte,
et rare sì, e fuora di ragione
ch’altr’era ch’una fava in bocca a un leone.
Del che a la donna non pareva tanto
servir a Dio come havea pensiero
e mormorava assai, e facea pianto
vedendo tristo, il diavol già si fiero
e mentre che era in lor lite, tra tanto
avenne un caso ad Alibech vero
che un foco ne la casa sua si apprese
in Capsa, e il padre, e gli figlioli accese.
Per la qual cosa Alibech herede
restarse d’ogni suo bene gli vale,
laonde un gioven tosto dricciò il piede
per haver quella chiamato Nerbale
perché esser lei intese a la mercede
ricorsa per far l’alma sua immortale
e ritrovolla inanti che la corte
di beni disponesse in quella morte.
Con gran piacer di Rustico hebbe quella
ma mesta molto per il suo partire
a casa rimenolla per donzella
et presela per moglie al suo disire
havuto il patrimonio poi d’ella
fersi le nozze d’ogni intorno udire
ma essendo adimandata in cui disio
servesse grata in quel diserto a Dio.
Né essendo seco giaciuta Nerbale
rispose che serviva a metter spesso
il diavol nello Inferno accerbo, e frale
et che a cavarla di tal bene espresso
era grave peccato, e grave male
essendo stato quel che a Dio concesso
dimandata ancor fu come mettea
il diavol nel Inferno perché ardea.
Con più atti la giovene, e parole
alhor mostrò per cui fecer gran risa
e ridon credo ancor come si sole
di un atto così grosso a quella guisa
detto gli fu se di altro non ti dole
Nerbal servirti ben seco divisa
che anche qua così si serve a Dio
col cor contento, e dolce il gran disio.
Poi dicendol l’un l’altro in la cittade
lo ridussero in un motto vulgare
che servigio a Dio far maggior accade
che far il diavol nello Inferno intrare
e questo motto per longhe contrade
è gito e poi passato qua da mare
per donne apparate con interno
piacer a metter il diavol nello Inferno.
Vincenzo Cardarelli
Adolescente
Su te, vergine adolescente,
sta come un’ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell’attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l’imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l’oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell’occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
del sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l’amore
nel cuor dell’uomo!
Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.
sta come un’ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell’attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l’imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l’oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell’occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
del sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l’amore
nel cuor dell’uomo!
Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.
Vincenzo Cardarelli
Alla Morte
Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.
Vincenzo Cardarelli
Angelo barile lamento per la figlia del pescatore
Nel fresco giorno ha calcato
si poca terra il tuo piede scalzo!
Hai fatto questi due passi
fra l’orlo del mare e la piana
soglia iridata di salso
della tua casa a terreno.
Eri sul lembo del suolo
che il grande azzurro frantuma.
Da questa ruga di spuma
vacillavi già in braccio al sereno
come su l’uscio del mondo.
Oh, su la nostra marina
il tuo soggiorno fu mite
e sottovoce, fanciulla
ammainata come una vela
nel bianco de’ tuoi pensieri.
Ora canti su l’altra tua riva.
Noi tristi che non ti vedremo
più cucire le biondi reti,
riempir di guizzo i panieri
i tuoi occhi di calmo celeste.
Ora tuo padre ha dipinto
le sue barche di un filo di lutto,
gli tremi viva nel flutto
battuto dal lagrimante remo.
si poca terra il tuo piede scalzo!
Hai fatto questi due passi
fra l’orlo del mare e la piana
soglia iridata di salso
della tua casa a terreno.
Eri sul lembo del suolo
che il grande azzurro frantuma.
Da questa ruga di spuma
vacillavi già in braccio al sereno
come su l’uscio del mondo.
Oh, su la nostra marina
il tuo soggiorno fu mite
e sottovoce, fanciulla
ammainata come una vela
nel bianco de’ tuoi pensieri.
Ora canti su l’altra tua riva.
Noi tristi che non ti vedremo
più cucire le biondi reti,
riempir di guizzo i panieri
i tuoi occhi di calmo celeste.
Ora tuo padre ha dipinto
le sue barche di un filo di lutto,
gli tremi viva nel flutto
battuto dal lagrimante remo.
Vincenzo Monti
Feroniade, canto III
Di sacra libagion. Forte di questo
Meravigliossi Teletusa; e, fiso
Di Feronia il sembiante esaminando
(Poiché al sesso minor diero gli dei
Curïose pupille e accorgimento
Quasi divin), sospetto alto la prese,
Che si tenesse in quelle forme occulta
Cosa piú che terrena. Onde, in disparte
Tratto il marito, il suo timor gli espose,
E creduta ne fu; ché facilmente
Cuor semplice ed onesto è persuaso.
Allor Lica narrò quel che poc’anzi
Assalito l’avea strano tumulto,
Quando a sorgere in piè le porse aita
E con la mano le soffolse il fianco.
Poi, seguendo, di Bauci e Filemone
Rammentâr l’avventura, e quel che udito
Da’ vecchi padri avean, siccome ascoso
Fra lor nelle capanne e nelle selve
Stette a lungo Saturno, e nol conobbe
Altri che Giano. In cotal dubbio errando
Si ritrassero entrambi, e lasciâr sola
La taciturna diva. Ella dal seggio
Si tolse allora; e due e tre volte scórse
Pensierosa la stanza, e poi di nuovo
Sospirando s’assise, e in questi accenti
Al suo fiero dolor le porte aperse:
Donde prima degg’io, Giove crudele,
Il mio lamento incominciar? Già tempo
Fu che, superba del tuo amor, chiamarmi
Potei felice ed onorata e diva.
Or eccomi deserta; e non mi resta
Che questo sol di non poter morire
Privilegio infelice. E fino a quando
Alla fierezza della tua consorte
Esporrai questa fronte? Il premio è questo
De’ concessi imenei? Questi gli onori
E le tante in Ausonia are promesse,
Onde speme mi desti che la prima
Mi sarei stata delle dee latine?
Tu m’ingannasti: l’ultima son io
Degl’immortali, ahi lassa!; e non mi fêro
Illustre e chiara che le mie sventure.
Rendimi, ingrato, rendimi alla morte,
Alla qual mi togliesti. Entro quell’onde
Concedimi perir, che la tua Giuno
Sul mio regno sospinse, o ch’io ritrovi
Agli arsi boschi in mezzo e alle ruine
De’ miei templi abbattuti il mio sepolcro.
Cosí la Diva lamentossi, e tacque.
Era la notte, e d’ogni parte i venti
E l’onde e gli animanti avean riposo,
Fuorché l’insetto che ne’ rozzi alberghi
A canto al focolar molce con lungo
Sonnifero stridor l’ombra notturna;
E Filomena nella siepe ascosa
Va iterando le sue dolci querele.
Meravigliossi Teletusa; e, fiso
Di Feronia il sembiante esaminando
(Poiché al sesso minor diero gli dei
Curïose pupille e accorgimento
Quasi divin), sospetto alto la prese,
Che si tenesse in quelle forme occulta
Cosa piú che terrena. Onde, in disparte
Tratto il marito, il suo timor gli espose,
E creduta ne fu; ché facilmente
Cuor semplice ed onesto è persuaso.
Allor Lica narrò quel che poc’anzi
Assalito l’avea strano tumulto,
Quando a sorgere in piè le porse aita
E con la mano le soffolse il fianco.
Poi, seguendo, di Bauci e Filemone
Rammentâr l’avventura, e quel che udito
Da’ vecchi padri avean, siccome ascoso
Fra lor nelle capanne e nelle selve
Stette a lungo Saturno, e nol conobbe
Altri che Giano. In cotal dubbio errando
Si ritrassero entrambi, e lasciâr sola
La taciturna diva. Ella dal seggio
Si tolse allora; e due e tre volte scórse
Pensierosa la stanza, e poi di nuovo
Sospirando s’assise, e in questi accenti
Al suo fiero dolor le porte aperse:
Donde prima degg’io, Giove crudele,
Il mio lamento incominciar? Già tempo
Fu che, superba del tuo amor, chiamarmi
Potei felice ed onorata e diva.
Or eccomi deserta; e non mi resta
Che questo sol di non poter morire
Privilegio infelice. E fino a quando
Alla fierezza della tua consorte
Esporrai questa fronte? Il premio è questo
De’ concessi imenei? Questi gli onori
E le tante in Ausonia are promesse,
Onde speme mi desti che la prima
Mi sarei stata delle dee latine?
Tu m’ingannasti: l’ultima son io
Degl’immortali, ahi lassa!; e non mi fêro
Illustre e chiara che le mie sventure.
Rendimi, ingrato, rendimi alla morte,
Alla qual mi togliesti. Entro quell’onde
Concedimi perir, che la tua Giuno
Sul mio regno sospinse, o ch’io ritrovi
Agli arsi boschi in mezzo e alle ruine
De’ miei templi abbattuti il mio sepolcro.
Cosí la Diva lamentossi, e tacque.
Era la notte, e d’ogni parte i venti
E l’onde e gli animanti avean riposo,
Fuorché l’insetto che ne’ rozzi alberghi
A canto al focolar molce con lungo
Sonnifero stridor l’ombra notturna;
E Filomena nella siepe ascosa
Va iterando le sue dolci querele.