Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Elio Pecora
Impromptu
Farneticano. Che altro possono? La vita
s’incarica di sfuggirgli. Vorrebbero
ghermirla, possederla, come un vestito,
una sedia. Invece, vi stanno dentro,
tutti interi. E almeno in parte sanno che,
a uscirne, sarebbero persi, definitivamente.
Pensano. Il privilegio di pensare. Piuttosto
annaspano, in un pozzo, col naso rivolto
al filo di luce che viene dall’alto. Lassù,
sono certi, o almeno sperano,
qualcuno li attende. Intanto annaspano.
S’aggirano, in uno spazio ristretto, e pure
sta tutto lì dentro il mondo
che pretendono di possedere: una stanzuccia,
un buco, ma rintrona di grida,
richiami, lamenti, anche risa.
Vorrebbero, gli storditi, gli ingenui,
un solo bene, ma eccessivo,
inaccostabile. Lo chiamano felicità ed è
una sorta di stasi: non voglio, non aspetto,
non spero. Fermo, in una luce
che nemmeno acceca,
perché circonfonde. È felice la bestia,
la foglia — sostengono o hanno sostenuto
fino a ieri l’altro, quando guardavano
bestia e foglia con l’occhio dell’unico
pensante e padrone. Lasciateli dire,
Si consumano parlando. Si acquietano
mentre accusano, mentre disperano.
Inutile fermarli. Dopo ricominciano.
Li vedete, sprofondati nei loro assilli.
Ma il resto, domandate, tutto il resto?
Ci vuole poco a capire. Questo spazio,
in cui si dilaniano e annaspano,
se lo portano addosso, o dentro, giorno e notte,
dovunque (...).
Potersene stare zitti. Sgombre
la testa e la gola. Raggiungere il silenzio
e di là finalmente incamminarsi.
Ma è luogo da cui non si torna.
È lo sprofondo e la cima: là non importa
vedere né capire. È dopo, il silenzio.
Così, tutto questo parlare
cerca nell’orecchio compagnia,
chiama l’altro, pretende di fermarlo.
Torme, sciami di parole. Dove
quelle che dicono, che risolvono?
Chi parla? Chi ascolta?
Dentro il rumore il signor Ognuno parla.
s’incarica di sfuggirgli. Vorrebbero
ghermirla, possederla, come un vestito,
una sedia. Invece, vi stanno dentro,
tutti interi. E almeno in parte sanno che,
a uscirne, sarebbero persi, definitivamente.
Pensano. Il privilegio di pensare. Piuttosto
annaspano, in un pozzo, col naso rivolto
al filo di luce che viene dall’alto. Lassù,
sono certi, o almeno sperano,
qualcuno li attende. Intanto annaspano.
S’aggirano, in uno spazio ristretto, e pure
sta tutto lì dentro il mondo
che pretendono di possedere: una stanzuccia,
un buco, ma rintrona di grida,
richiami, lamenti, anche risa.
Vorrebbero, gli storditi, gli ingenui,
un solo bene, ma eccessivo,
inaccostabile. Lo chiamano felicità ed è
una sorta di stasi: non voglio, non aspetto,
non spero. Fermo, in una luce
che nemmeno acceca,
perché circonfonde. È felice la bestia,
la foglia — sostengono o hanno sostenuto
fino a ieri l’altro, quando guardavano
bestia e foglia con l’occhio dell’unico
pensante e padrone. Lasciateli dire,
Si consumano parlando. Si acquietano
mentre accusano, mentre disperano.
Inutile fermarli. Dopo ricominciano.
Li vedete, sprofondati nei loro assilli.
Ma il resto, domandate, tutto il resto?
Ci vuole poco a capire. Questo spazio,
in cui si dilaniano e annaspano,
se lo portano addosso, o dentro, giorno e notte,
dovunque (...).
Potersene stare zitti. Sgombre
la testa e la gola. Raggiungere il silenzio
e di là finalmente incamminarsi.
Ma è luogo da cui non si torna.
È lo sprofondo e la cima: là non importa
vedere né capire. È dopo, il silenzio.
Così, tutto questo parlare
cerca nell’orecchio compagnia,
chiama l’altro, pretende di fermarlo.
Torme, sciami di parole. Dove
quelle che dicono, che risolvono?
Chi parla? Chi ascolta?
Dentro il rumore il signor Ognuno parla.
Emilio Cecchi
Il beato
Io non posso soffrire. Io sono tale,
per lieto arbitrio degli Dei, che niuna
pena mi tocca; e vivo tra una cuna
e una bara, ignorando il vostro male.
Forse sono io stesso un Immortale.
Guardami ben: vedi tu in me pur una
traccia del tuo dolore? E quanto aduna
tristezze in voi me a rattristar non vale.
Tanta bontà è nel mio cuore, che un gioco
m’è la guerra: ogni volto si fa bello
s’io l’affisso, ogni voce è una canzone.
E se dar mi potessi un’ora, un poco
del tuo dolore, io ti darei per quello
l’alta letizia di cui son prigione.
per lieto arbitrio degli Dei, che niuna
pena mi tocca; e vivo tra una cuna
e una bara, ignorando il vostro male.
Forse sono io stesso un Immortale.
Guardami ben: vedi tu in me pur una
traccia del tuo dolore? E quanto aduna
tristezze in voi me a rattristar non vale.
Tanta bontà è nel mio cuore, che un gioco
m’è la guerra: ogni volto si fa bello
s’io l’affisso, ogni voce è una canzone.
E se dar mi potessi un’ora, un poco
del tuo dolore, io ti darei per quello
l’alta letizia di cui son prigione.
Emilio Praga
Seraphina
È morta. O affascinati adolescenti
che in agguato io vedea sulla sua porta
filar la tela delle voglie ardenti,
piangete meco: Serafina è morta.
Morta: l’amante dell’ultima notte
n’ebbe gli amplessi coll’odor del tifo,
e, uscendo all’alba, avea coll’ossa rotte
gli occhi di voluttà pieni e di schifo.
Voi non credete che possan morire
le belle donne, o poveri fanciulli?
Ma gli è dono degli angeli svanire,
e l’infrangersi appunto è dei trastulli.
Non credete che il suo corpo divino
sia chiuso adesso fra quattro assicciuole?
I preti gli parlarono in latino
girando intorno colle negre stole.
Come due remi a un naufrago legati
le stan distese e immobili le braccia;
errano i vermi ciechi e spensierati
sul bianco seno e sulla bianca faccia.
E le cascan le palpebre in frantumi
come imposte di casa inabitata;
quella chioma di raggi e di profumi
l’hanno gli eredi a un creditor lasciata.
Cerchiam nei balli, e la vedremo ancora
la lunga chioma dalla negra tinta:
forse vi intreccia mammole a quest’ora
qualche beltà nel gineceo discinta.
che in agguato io vedea sulla sua porta
filar la tela delle voglie ardenti,
piangete meco: Serafina è morta.
Morta: l’amante dell’ultima notte
n’ebbe gli amplessi coll’odor del tifo,
e, uscendo all’alba, avea coll’ossa rotte
gli occhi di voluttà pieni e di schifo.
Voi non credete che possan morire
le belle donne, o poveri fanciulli?
Ma gli è dono degli angeli svanire,
e l’infrangersi appunto è dei trastulli.
Non credete che il suo corpo divino
sia chiuso adesso fra quattro assicciuole?
I preti gli parlarono in latino
girando intorno colle negre stole.
Come due remi a un naufrago legati
le stan distese e immobili le braccia;
errano i vermi ciechi e spensierati
sul bianco seno e sulla bianca faccia.
E le cascan le palpebre in frantumi
come imposte di casa inabitata;
quella chioma di raggi e di profumi
l’hanno gli eredi a un creditor lasciata.
Cerchiam nei balli, e la vedremo ancora
la lunga chioma dalla negra tinta:
forse vi intreccia mammole a quest’ora
qualche beltà nel gineceo discinta.
Eugenio Montale
A questo punto
A questo punto smetti
dice l’ombra.
T’ho accompagnato in guerra e in pace e anche
nell’intermedio,
A questo punto smetti, stràppati dal mio fiato
e cammina nel cielo come un razzo.
C’è ancora qualche lume all’orizzonte
e chi lo vede non è un pazzo, è solo
un uomo e tu intendevi di non esserlo
per amore di un’ombra. T’ho ingannato
ma ora ti dico a questo punto smetti.
Il tuo peggio e il tuo meglio non t’appartengono
° e per quello che avrai puoi fare a meno
di un’ombra. A questo punto
guarda con i tuoi occhi e anche senz’occhi.
dice l’ombra.
T’ho accompagnato in guerra e in pace e anche
nell’intermedio,
A questo punto smetti, stràppati dal mio fiato
e cammina nel cielo come un razzo.
C’è ancora qualche lume all’orizzonte
e chi lo vede non è un pazzo, è solo
un uomo e tu intendevi di non esserlo
per amore di un’ombra. T’ho ingannato
ma ora ti dico a questo punto smetti.
Il tuo peggio e il tuo meglio non t’appartengono
° e per quello che avrai puoi fare a meno
di un’ombra. A questo punto
guarda con i tuoi occhi e anche senz’occhi.
Eugenio Montale
Ak.
Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e suo tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sè come un talismano.
Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma...
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e suo tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sè come un talismano.
Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma...
Eugenio Montale
Avevamo studiato per l’aldilà
Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
Eugenio Montale
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sè in altrui, il bollore
della vita fugace—uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sè in altrui, il bollore
della vita fugace—uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.
Eugenio Montale
Big bang o altro
Mi pare strano che l’universo
sia nato da un’esplosione,
mi pare strano che si tratti invece
del formicolìo di una stagnazione.
Ancora più incredibile che sia uscito
dalla bacchetta magica
di un dio che abbia caratteri
spaventosamente antropomorfici.
Ma come si può pensare che tale macchinazione
sia posta a carico di chi sarà vivente,
ladro e assassino fin che si vuole ma
sempre innocente?
sia nato da un’esplosione,
mi pare strano che si tratti invece
del formicolìo di una stagnazione.
Ancora più incredibile che sia uscito
dalla bacchetta magica
di un dio che abbia caratteri
spaventosamente antropomorfici.
Ma come si può pensare che tale macchinazione
sia posta a carico di chi sarà vivente,
ladro e assassino fin che si vuole ma
sempre innocente?
Eugenio Montale
Botta e risposta II
1
«Il solipsismo non è il tuo forte, come si dice.
Se fosse vero saresti qui, insabbiato
in questa Capri nordica dove il rombo
dei motoscafi impedisce il sonno
fino dalla primalba. Sono passati i tempi
di Monte Verità, dei suoi nudisti,
dei kulturali jerofanti alquanto
ambivalenti o peggio. Eppure, inorridisci,
non so che sia, ma qui qualcosa regge.»
2
Diafana come un velo la foglia secca
che il formicone spinge sull’ammattonato
ospita viaggiatori che salgono e scendono in fretta.
Sto curvo su slabbrature e crepe del terreno
entomologo-ecologo di me stesso.
Il monte che tu rimpiangi l’ho salito
a piedi con la valigia fino a mezza strada.
Non prometteva nulla di buono, trovai alloggio
letto crauti e salsicce in riva al lago.
Vivevo allora in cerca di fandonie
da vendere. In quel caso un musicologo
ottuagenario sordo, famoso, ignoto a me
e agli indigeni, quasi irreperibile.
Lo stanai, tornai pieno di notizie,
sperai di essere accolto come un asso
della speleologia.
E ora tutto è cambiato, un formicaio
vale l’altro ma questo mi attira di più.
Un tempo, tu lo sai, dissi alla donna miope
che portava il mio nome e ancora lo porta dov’è:
noi siamo due prove,
due bozze scorrette che il Proto
non degnò d’uno sguardo. Fu anche un lapsus
madornale, suppongo, l’americana di Brünnen
di cui poi leggemmo il suicidio.
Vivente tra milioni d’incompiuti per lei
non c’era altra scelta. Diceva
che ognuno tenta a suo modo
di passare oltre: oltre che?
Ricordavo Porfirio: le anime dei saggi
possono sopravvivere. Quei pochi
pensano vedono amano senz’occhi
né corpo o forma alcuna. Fanno a meno
del tempo e dello spazio, immarcescibili
avari (questo il greco
non lo disse e non è il caso di leggerlo).
Tirchi così? Per noi non esisteva
scrigno di sicurezza per difendervi
l’ultimo candelotto rimasto acceso.
Se mai fosse il lucignolo prossimo all’estinzione
dopo non era che il buio.
Non per tutti, Porfirio, ma per i dàtteri
di mare che noi siamo, incapsulati
in uno scoglio. Ora neppure attendo
che mi liberi un colpo di martello.
. . . . . . . . . . . .
Se potessi vedermi tu diresti
che nulla è di roccioso in questo butterato
sabbiume di policromi
estivanti ed io in mezzo, più arlecchino
degli altri. Ma la sera poi sorviene
e riconcilia e chiude. Si sta meglio.
A tarda notte mi sfilo dal mignolo l’anello,
nel dito abbronzato resta un cerchiolino pallido.
Non credere che io porti la penitenza a un estremo
gusto di evanescenze e dilettazioni morose.
Nel buio e nella risacca più non m’immergo, resisto
ben vivo vicino alla proda, mi basto come mai prima
m’era accaduto. È questione
d’orgoglio e temperamento. Sto attento a tutto. Se occorre
spire di zampironi tentano di salvarmi
dalle zanzare che pinzano, tanto più sveglie di me.
«Il solipsismo non è il tuo forte, come si dice.
Se fosse vero saresti qui, insabbiato
in questa Capri nordica dove il rombo
dei motoscafi impedisce il sonno
fino dalla primalba. Sono passati i tempi
di Monte Verità, dei suoi nudisti,
dei kulturali jerofanti alquanto
ambivalenti o peggio. Eppure, inorridisci,
non so che sia, ma qui qualcosa regge.»
2
Diafana come un velo la foglia secca
che il formicone spinge sull’ammattonato
ospita viaggiatori che salgono e scendono in fretta.
Sto curvo su slabbrature e crepe del terreno
entomologo-ecologo di me stesso.
Il monte che tu rimpiangi l’ho salito
a piedi con la valigia fino a mezza strada.
Non prometteva nulla di buono, trovai alloggio
letto crauti e salsicce in riva al lago.
Vivevo allora in cerca di fandonie
da vendere. In quel caso un musicologo
ottuagenario sordo, famoso, ignoto a me
e agli indigeni, quasi irreperibile.
Lo stanai, tornai pieno di notizie,
sperai di essere accolto come un asso
della speleologia.
E ora tutto è cambiato, un formicaio
vale l’altro ma questo mi attira di più.
Un tempo, tu lo sai, dissi alla donna miope
che portava il mio nome e ancora lo porta dov’è:
noi siamo due prove,
due bozze scorrette che il Proto
non degnò d’uno sguardo. Fu anche un lapsus
madornale, suppongo, l’americana di Brünnen
di cui poi leggemmo il suicidio.
Vivente tra milioni d’incompiuti per lei
non c’era altra scelta. Diceva
che ognuno tenta a suo modo
di passare oltre: oltre che?
Ricordavo Porfirio: le anime dei saggi
possono sopravvivere. Quei pochi
pensano vedono amano senz’occhi
né corpo o forma alcuna. Fanno a meno
del tempo e dello spazio, immarcescibili
avari (questo il greco
non lo disse e non è il caso di leggerlo).
Tirchi così? Per noi non esisteva
scrigno di sicurezza per difendervi
l’ultimo candelotto rimasto acceso.
Se mai fosse il lucignolo prossimo all’estinzione
dopo non era che il buio.
Non per tutti, Porfirio, ma per i dàtteri
di mare che noi siamo, incapsulati
in uno scoglio. Ora neppure attendo
che mi liberi un colpo di martello.
. . . . . . . . . . . .
Se potessi vedermi tu diresti
che nulla è di roccioso in questo butterato
sabbiume di policromi
estivanti ed io in mezzo, più arlecchino
degli altri. Ma la sera poi sorviene
e riconcilia e chiude. Si sta meglio.
A tarda notte mi sfilo dal mignolo l’anello,
nel dito abbronzato resta un cerchiolino pallido.
Non credere che io porti la penitenza a un estremo
gusto di evanescenze e dilettazioni morose.
Nel buio e nella risacca più non m’immergo, resisto
ben vivo vicino alla proda, mi basto come mai prima
m’era accaduto. È questione
d’orgoglio e temperamento. Sto attento a tutto. Se occorre
spire di zampironi tentano di salvarmi
dalle zanzare che pinzano, tanto più sveglie di me.
Eugenio Montale
Canto di Simeone
Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi
e il sole d’inverno rade i colli nevicati:
l’ostinata stagione si diffonde...
La mia vita leggera attende il vento di morte
come piuma nel dorso della mano.
La polvere del sole e il ricordo negli angoli
attendono il vento che corre freddo alla terra deserta.
Accordaci la pace.
Molti anni camminai tra queste mura,
serbai fede e digiuno, provvedetti
ai poveri, ebbi e resi onori ed agi.
Nessuno fu respinto alla mia porta.
Chi penserà al mio tetto, dove vivranno i figli dei miei figli
quando arriverà il giorno del dolore?
Prenderanno il sentiero delle capre, la tana delle volpi
fuggendo i volti ignoti e le spade straniere.
Prima che tempo sia di corde verghe e lamenti
dacci la pace tua.
Prima che sia la sosta nei monti desolati,
prima che giunga l’ora di un materno dolore,
in quest’età di nascita e di morte
possa il Figliuolo, il Verbo non pronunciante ancora e impronunciato
dar la consolazione d’Israele
a un uomo che ha ottant’anni e che non ha domani.
Secondo la promessa
soffrirà chi Ti loda a ogni generazione,
tra gloria e scherno, luce sopra luce,
e la scala dei santi ascenderà.
Non martirio per me – estasi di pensiero e di preghiera
né la visione estrema.
Concedimi la pace.
(Ed una spada passerà il tuo cuore,
anche il tuo cuore.)
Sono stanco della mia vita e di quella di chi verrà.
Muoio della mia morte e di quella di chi poi morrà.
Fa’ che il tuo servo partendo
veda la tua salvezza.
e il sole d’inverno rade i colli nevicati:
l’ostinata stagione si diffonde...
La mia vita leggera attende il vento di morte
come piuma nel dorso della mano.
La polvere del sole e il ricordo negli angoli
attendono il vento che corre freddo alla terra deserta.
Accordaci la pace.
Molti anni camminai tra queste mura,
serbai fede e digiuno, provvedetti
ai poveri, ebbi e resi onori ed agi.
Nessuno fu respinto alla mia porta.
Chi penserà al mio tetto, dove vivranno i figli dei miei figli
quando arriverà il giorno del dolore?
Prenderanno il sentiero delle capre, la tana delle volpi
fuggendo i volti ignoti e le spade straniere.
Prima che tempo sia di corde verghe e lamenti
dacci la pace tua.
Prima che sia la sosta nei monti desolati,
prima che giunga l’ora di un materno dolore,
in quest’età di nascita e di morte
possa il Figliuolo, il Verbo non pronunciante ancora e impronunciato
dar la consolazione d’Israele
a un uomo che ha ottant’anni e che non ha domani.
Secondo la promessa
soffrirà chi Ti loda a ogni generazione,
tra gloria e scherno, luce sopra luce,
e la scala dei santi ascenderà.
Non martirio per me – estasi di pensiero e di preghiera
né la visione estrema.
Concedimi la pace.
(Ed una spada passerà il tuo cuore,
anche il tuo cuore.)
Sono stanco della mia vita e di quella di chi verrà.
Muoio della mia morte e di quella di chi poi morrà.
Fa’ che il tuo servo partendo
veda la tua salvezza.
Eugenio Montale
Casa sul mare
Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
Eugenio Montale
Cigola la carrucola del pozzo
Cigola la carrucola del pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.
Eugenio Montale
Delta
La vita che si rompe nei travasi
secreti a te ho legata:
quella che si dibatte in sé e par quasi
non ti sappia, presenza soffocata.
Quando il tempo s’ingorga alle sue dighe
la tua vicenda accordi alla sua immensa,
ed affiori, memoria, più palese
dall’oscura regione ove scendevi,
come ora, al dopopioggia, si riaddensa
il verde ai rami, ai muri il cinabrese.
Tutto ignoro di te fuor del messaggio
muto che mi sostenta sulla via:
se forma esisti o ubbia nella fumea
d’un sogno t’alimenta
la riviera che infebbra, torba, e scroscia
incontro alla marea.
Nulla di te nel vacillar dell’ore
bige o squarciate da un vampo di solfo
fuori che il fischio del rimorchiatore
che dalle brume approda al golfo.
secreti a te ho legata:
quella che si dibatte in sé e par quasi
non ti sappia, presenza soffocata.
Quando il tempo s’ingorga alle sue dighe
la tua vicenda accordi alla sua immensa,
ed affiori, memoria, più palese
dall’oscura regione ove scendevi,
come ora, al dopopioggia, si riaddensa
il verde ai rami, ai muri il cinabrese.
Tutto ignoro di te fuor del messaggio
muto che mi sostenta sulla via:
se forma esisti o ubbia nella fumea
d’un sogno t’alimenta
la riviera che infebbra, torba, e scroscia
incontro alla marea.
Nulla di te nel vacillar dell’ore
bige o squarciate da un vampo di solfo
fuori che il fischio del rimorchiatore
che dalle brume approda al golfo.
Eugenio Montale
Domande senza risposta
Mi chiedono se ho scritto
un canzoniere d’amore
e se il mio onlie begetter
è uno solo o è molteplice.
Ahimè,
la mia testa è confusa, molte figure
vi si addizionano,
ne formano una sola che discerno
a malapena nel mio crepuscolo.
Se avessi posseduto
un liuto come d’obbligo
per un trobar meno chiuso
non sarebbe difficile
dare un nome a colei che ha posseduto
la mia testa poetica o altro ancora.
Se il nome
fosse una conseguenza delle cose,
di queste non potrei dirne una sola
perché le cose sono fatti e i fatti
in prospettiva sono appena cenere.
Non ho avuto purtroppo che la parola,
qualche cosa che approssima ma non tocca;
e così
non c’è depositaria del mio cuore
che non sia nella bara. Se il suo nome
fosse un nome o più nomi non conta nulla
per chi è rimasto fuori ma per poco,
della divina inesistenza. A presto,
adorate mie larve!
un canzoniere d’amore
e se il mio onlie begetter
è uno solo o è molteplice.
Ahimè,
la mia testa è confusa, molte figure
vi si addizionano,
ne formano una sola che discerno
a malapena nel mio crepuscolo.
Se avessi posseduto
un liuto come d’obbligo
per un trobar meno chiuso
non sarebbe difficile
dare un nome a colei che ha posseduto
la mia testa poetica o altro ancora.
Se il nome
fosse una conseguenza delle cose,
di queste non potrei dirne una sola
perché le cose sono fatti e i fatti
in prospettiva sono appena cenere.
Non ho avuto purtroppo che la parola,
qualche cosa che approssima ma non tocca;
e così
non c’è depositaria del mio cuore
che non sia nella bara. Se il suo nome
fosse un nome o più nomi non conta nulla
per chi è rimasto fuori ma per poco,
della divina inesistenza. A presto,
adorate mie larve!
Eugenio Montale
Due destini
Celia fu resa scheletro dalle termiti,
Clizia fu consumata dal suo Dio
ch’era lei stessa. Senza saperlo seppero
ciò che quasi nessuno dice vita.
Clizia fu consumata dal suo Dio
ch’era lei stessa. Senza saperlo seppero
ciò che quasi nessuno dice vita.
Eugenio Montale
Falsetto
Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal fiotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra
l’arciera Diana.
Salgono i venti autunni,
t’avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca
percossa!; io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.
La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo,
come un’equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.
Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizî
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profilo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.
Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal fiotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra
l’arciera Diana.
Salgono i venti autunni,
t’avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca
percossa!; io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.
La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo,
come un’equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.
Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizî
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profilo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.
Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.
Eugenio Montale
I limoni
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
Eugenio Montale
I miraggi
Non sempre o quasi mai la nostra identità personale coincide
col tempo misurabile dagli strumenti che abbiamo.
La sala è grande, ha fregi e stucchi barocchi
e la vetrata di fondo rivela un biondo parco di Stiria,
con qualche nebbiolina che il sole dissolve.
L’interno è puro Vermeer più piccolo e più vero
del vero ma di uno smalto incorruttibile.
A sinistra una bimba vestita da paggio
tutta trine e ricami fino al ginocchio
sta giocando col suo adorato scimmiotto.
A destra la sorella di lei maggiore, Arabella,
consulta una cartomante color di fumo
che le svela il suo prossimo futuro.
Sta per giungere l’uomo di nobile prosapia,
l’invincibile eroe ch’ella attendeva.
È questione di poco, di minuti, di attimi,
presto si sentirà lo zoccolìo dei suoi cavalli
e poi qualcuno busserà alla porta...
ma
qui il mio occhio si stanca e si distoglie
dal buco della serratura. Ho visto già troppo
e il nastro temporale si ravvolge in se stesso.
Chi ha operato il miracolo è una spugna di birra,
o tale parve, e il suo sodale è l’ultimo
Cavaliere di grazia della Cristianità.
….
ma ora
se mi rileggo penso che solo l’inidentità
regge il mondo, lo crea e lo distrugge
per poi rifarlo sempre più spettrale
e inconoscibile. Resta lo spiraglio
del quasi fotografico pittore ad ammonirci
che se qualcosa fu non c’è distanza
tra il millennio e l’istante, tra chi apparve
e non apparve, tra chi visse e chi
non giunse al fuoco del suo cannocchiale. È poco
e forse è tutto.
col tempo misurabile dagli strumenti che abbiamo.
La sala è grande, ha fregi e stucchi barocchi
e la vetrata di fondo rivela un biondo parco di Stiria,
con qualche nebbiolina che il sole dissolve.
L’interno è puro Vermeer più piccolo e più vero
del vero ma di uno smalto incorruttibile.
A sinistra una bimba vestita da paggio
tutta trine e ricami fino al ginocchio
sta giocando col suo adorato scimmiotto.
A destra la sorella di lei maggiore, Arabella,
consulta una cartomante color di fumo
che le svela il suo prossimo futuro.
Sta per giungere l’uomo di nobile prosapia,
l’invincibile eroe ch’ella attendeva.
È questione di poco, di minuti, di attimi,
presto si sentirà lo zoccolìo dei suoi cavalli
e poi qualcuno busserà alla porta...
ma
qui il mio occhio si stanca e si distoglie
dal buco della serratura. Ho visto già troppo
e il nastro temporale si ravvolge in se stesso.
Chi ha operato il miracolo è una spugna di birra,
o tale parve, e il suo sodale è l’ultimo
Cavaliere di grazia della Cristianità.
….
ma ora
se mi rileggo penso che solo l’inidentità
regge il mondo, lo crea e lo distrugge
per poi rifarlo sempre più spettrale
e inconoscibile. Resta lo spiraglio
del quasi fotografico pittore ad ammonirci
che se qualcosa fu non c’è distanza
tra il millennio e l’istante, tra chi apparve
e non apparve, tra chi visse e chi
non giunse al fuoco del suo cannocchiale. È poco
e forse è tutto.
Eugenio Montale
I nascondigli ii
Il canneto dove andavo a nascondermi
era lambito dal mare quando le onde erano lunghe
e solo la spuma entrava a spruzzi e a sprazzi
in quella prova di prima e dopo il diluvio.
* Larve girini insetti scatole scoperchiate
e persino la visita frequente (una stagione intera)
di una gallina con una sola zampa.
Le canne inastavano nella stagione giusta
i loro rossi pennacchi; oltre il muro dell’orto
si udiva qualche volta il canto flautato
del passero solitario come disse il poeta
ma era la variante color cenere
di un merlo che non ha mai (così pensavo)
il becco giallo ma in compenso esprime
1° un tema che più tardi riascoltai
dalle labbra gentili di una Manon in fuga.
Non era il flauto di una gallina zoppa
o di altro uccello ferito da un cacciatore ?
Neppure allora mi posi la domanda
anche se una rastrelliera di casa mia
esibiva un fucile cosiddetto a bacchetta,
un’arma ormai disusata che apparteneva
in altri tempi a uno zio demente.
Solo la voce di Manon, la voce
emergente da un coro di ruffiani,
a
dopo molti anni poté riportarmi
al canneto sul mare, alla gallina zoppa
e mi fece comprendere che il mondo era mutato
naturalmente in peggio anche se fosse assurdo
rimpiangere o anche solo ricordare
è
la zampa che mancava a chi nemmeno
se ne accorse e morì nel suo giuncheto
mentre il merlo acquaiolo ripeteva quel canto
che ora si ascolta forse nelle discoteche.
II
Una luna un po’ ingobbita
incendia le rocce di Corniglia.
Il solito uccellino color lavagna
ripete il suo omaggio a Massenet.
° Sono le otto, non è l’ora
di andare a letto, bambini?
era lambito dal mare quando le onde erano lunghe
e solo la spuma entrava a spruzzi e a sprazzi
in quella prova di prima e dopo il diluvio.
* Larve girini insetti scatole scoperchiate
e persino la visita frequente (una stagione intera)
di una gallina con una sola zampa.
Le canne inastavano nella stagione giusta
i loro rossi pennacchi; oltre il muro dell’orto
si udiva qualche volta il canto flautato
del passero solitario come disse il poeta
ma era la variante color cenere
di un merlo che non ha mai (così pensavo)
il becco giallo ma in compenso esprime
1° un tema che più tardi riascoltai
dalle labbra gentili di una Manon in fuga.
Non era il flauto di una gallina zoppa
o di altro uccello ferito da un cacciatore ?
Neppure allora mi posi la domanda
anche se una rastrelliera di casa mia
esibiva un fucile cosiddetto a bacchetta,
un’arma ormai disusata che apparteneva
in altri tempi a uno zio demente.
Solo la voce di Manon, la voce
emergente da un coro di ruffiani,
a
dopo molti anni poté riportarmi
al canneto sul mare, alla gallina zoppa
e mi fece comprendere che il mondo era mutato
naturalmente in peggio anche se fosse assurdo
rimpiangere o anche solo ricordare
è
la zampa che mancava a chi nemmeno
se ne accorse e morì nel suo giuncheto
mentre il merlo acquaiolo ripeteva quel canto
che ora si ascolta forse nelle discoteche.
II
Una luna un po’ ingobbita
incendia le rocce di Corniglia.
Il solito uccellino color lavagna
ripete il suo omaggio a Massenet.
° Sono le otto, non è l’ora
di andare a letto, bambini?
Eugenio Montale
Il gallo cedrone
Dove t’abbatti dopo il breve sparo
(la tua voce ribolle, rossonero
salmì di cielo e terra a lento fuoco)
anch’io riparo, brucio anch’io nel fosso.
Chiede aiuto il singulto. Era più dolce
vivere che affondare in questo magma,
più facile disfarsi al vento che
qui nel limo, incrostati sulla fiamma.
Sento nel petto la tua piaga, sotto
un grumo d’ala; il mio pesante volo
tenta un muro e di noi solo rimane
qualche piuma sull’ilice brinata.
Zuffe di nidi, amori, nidi d’uova
marmorate, divine! Ora la gemma
delle piante perenni, come il bruco,
luccica al buio, Giove è sotterrato.
(la tua voce ribolle, rossonero
salmì di cielo e terra a lento fuoco)
anch’io riparo, brucio anch’io nel fosso.
Chiede aiuto il singulto. Era più dolce
vivere che affondare in questo magma,
più facile disfarsi al vento che
qui nel limo, incrostati sulla fiamma.
Sento nel petto la tua piaga, sotto
un grumo d’ala; il mio pesante volo
tenta un muro e di noi solo rimane
qualche piuma sull’ilice brinata.
Zuffe di nidi, amori, nidi d’uova
marmorate, divine! Ora la gemma
delle piante perenni, come il bruco,
luccica al buio, Giove è sotterrato.
Eugenio Montale
L’anguilla
L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuarî, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre più addentro, sempre più nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d’Appennino alla Romagna;
l’anguilla, torcia, frusta,
freccia d’Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuarî, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre più addentro, sempre più nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d’Appennino alla Romagna;
l’anguilla, torcia, frusta,
freccia d’Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?
Eugenio Montale
L’Arno a Rovezzano
I grandi fiumi sono l’immagine del tempo,
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca tra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono «tu
che fai l’addormentata» col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo visto dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
sconforto.
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca tra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono «tu
che fai l’addormentata» col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo visto dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
sconforto.
Eugenio Montale
L’arte povera
La pittura
da cavalletto costa sacrifizi
a chi la fa ed è sempre un sovrappiù
per chi la compra e non sa dove appenderla.
Per qualche anno ho dipinto solo ròccoli
con uccelli insaccati,
su carta blu da zucchero o canneté da imballo.
Vino e caffè, tracce di dentifricio
se in fondo c’era un mare infiocchettabile,
queste le tinte.
Composi anche con cenere e con fondi
di cappuccino a Sainte-Adresse là dove
Jongkind trovò le sue gelide luci
e il pacco fu protetto da cellofane e canfora
(con scarso esito).
È la parte di me che riesce a sopravvivere
del nulla ch’era in me, del tutto ch’eri
tu, inconsapevole.
da cavalletto costa sacrifizi
a chi la fa ed è sempre un sovrappiù
per chi la compra e non sa dove appenderla.
Per qualche anno ho dipinto solo ròccoli
con uccelli insaccati,
su carta blu da zucchero o canneté da imballo.
Vino e caffè, tracce di dentifricio
se in fondo c’era un mare infiocchettabile,
queste le tinte.
Composi anche con cenere e con fondi
di cappuccino a Sainte-Adresse là dove
Jongkind trovò le sue gelide luci
e il pacco fu protetto da cellofane e canfora
(con scarso esito).
È la parte di me che riesce a sopravvivere
del nulla ch’era in me, del tutto ch’eri
tu, inconsapevole.
Eugenio Montale
La pendola a carillon
La vecchia pendola a carillon
veniva dalla Francia forse dal tempo
del secondo Impero.
Non dava trilli o rintocchi ma esalava
° più che suonare tanto n’era fioca la voce
l’entrata di Escamillo o le campane
di Corneville: le novità di quando
qualcuno l’acquistò: forse il proavo
finito al manicomio e sotterrato
senza rimpianti, necrologi o altre
notizie che turbassero i suoi non nati nepoti.
I quali vennero poi e vissero senza memoria
di chi portò quell’oggetto tra inospiti mura sferzate
da furibonde libecciate — e chi
° di essi ne udì il richiamo? Era una sveglia
beninteso che mai destò nessuno
che non fosse già sveglio. Io solo un’alba
regolarmente insonne traudii l’ectoplasma
vocale, il soffio della toriada,
°° ma appena per un attimo. Poi la voce
della boîte non si estinse ma si fece parola
poco udibile e disse non c’è molla né carica
che un giorno non si scarichi. Io ch’ero
il Tempo lo abbandono. Ed a te che sei l’unico
mio ascoltatore dico cerca di vivere
j
nel fuordeltempo, quello che nessuno
può misurare. Poi la voce tacque
e l’orologio per molti anni ancora
rimase appeso al muro. Probabilmente
° v’è ancora la sua traccia sull’intonaco.
veniva dalla Francia forse dal tempo
del secondo Impero.
Non dava trilli o rintocchi ma esalava
° più che suonare tanto n’era fioca la voce
l’entrata di Escamillo o le campane
di Corneville: le novità di quando
qualcuno l’acquistò: forse il proavo
finito al manicomio e sotterrato
senza rimpianti, necrologi o altre
notizie che turbassero i suoi non nati nepoti.
I quali vennero poi e vissero senza memoria
di chi portò quell’oggetto tra inospiti mura sferzate
da furibonde libecciate — e chi
° di essi ne udì il richiamo? Era una sveglia
beninteso che mai destò nessuno
che non fosse già sveglio. Io solo un’alba
regolarmente insonne traudii l’ectoplasma
vocale, il soffio della toriada,
°° ma appena per un attimo. Poi la voce
della boîte non si estinse ma si fece parola
poco udibile e disse non c’è molla né carica
che un giorno non si scarichi. Io ch’ero
il Tempo lo abbandono. Ed a te che sei l’unico
mio ascoltatore dico cerca di vivere
j
nel fuordeltempo, quello che nessuno
può misurare. Poi la voce tacque
e l’orologio per molti anni ancora
rimase appeso al muro. Probabilmente
° v’è ancora la sua traccia sull’intonaco.