Poesie di questo tema
Animali e natura
Antonio Porta
Agonia di una lucertola
agonia di una lucertola
ventreaperto digrigna, schizza odio
la coda continua a battere
la mia mente come la sua pancia
1.,-1982
From IL GIARDINIERE CONTRO IL BECCHINO
ventreaperto digrigna, schizza odio
la coda continua a battere
la mia mente come la sua pancia
1.,-1982
From IL GIARDINIERE CONTRO IL BECCHINO
Antonio Porta
Chi non ha mai toccato un falco
chi non ha mai toccato un falco
chi non ha mai accarezzato il dorso di un falcone dorato
chi non ha mai succhiato la coda di un astòre
senza aver abbandonato una mano sulla finestra
senza aver appoggiato le guance ai mattoni assolati
senza aver riempito lo scroto col ventre del falco
non conosce i celesti
non ha avuto doni dal dio
è un comune mortale come tutti
con un bicchiere di vino davanti
le braghe bagnate
e i capelli tinti
chi non ha mai accarezzato il dorso di un falcone dorato
chi non ha mai succhiato la coda di un astòre
senza aver abbandonato una mano sulla finestra
senza aver appoggiato le guance ai mattoni assolati
senza aver riempito lo scroto col ventre del falco
non conosce i celesti
non ha avuto doni dal dio
è un comune mortale come tutti
con un bicchiere di vino davanti
le braghe bagnate
e i capelli tinti
Antonio Porta
La rose
Dove sia che cosa faccia che pensi
da lontano odorate nei cespugli
mormora inudibile inclinata ai suoi cani
in dono le portano barboncini albicocca
l’inseguiva da pensieri comuni precipite
l’ancheggiare norma delle terrazze ombrose
in cima le mura gelate entra nella volpe
perimetro murale intestino paradiso
attraversa la stanza esce in campo aperto
dove va cosa dice che cosa chiede
in pienezza l’ornamento precede la stagione
la rosa accoglie i propri frutti nella pace
l’interno al riparo la bocca con foglie
sbucciato il corpo nei giardini dominicali
fiorita la pelle tra le pareti mobili
i pavoni del cuore scendono dalla neve
so come fare io so come dirlo
la gemma delle paure la fame cieca
l’albero delle defecazioni riempie di pruni
so perché io so come
l’intestino furente fa sguainare la spada
fame cieca gemma delle fatiche odio della sua gente
le notti più lunghe con i giorni brevissimi
che le tiepide amiche passeggiano sui colli
il poeta intimorito legge romanzi incompiuti
oltre la siepe d’uomini il fiume in odore
partendo per la campagna le ha consegnato un guanto
coi fazzoletti di seta cuce una piccola vela
i canali di rane sorreggono il suo canto
dita annodate in passeri guanti in forma d’ali
oltre gli inganni tranelli superabili
con l’aiuto del fuoco percorre le finestre
cingono le mura passeri guardiani
ai capelli arricciati cagnolini rabbiosi
le difese ingannevoli odorano la rosa
al giustacuore slacciato campanelli d’argento
in cavità procedente inumidisce le ciglia
l’interno della bocca nutrirà il passeggero
statica della rosa pieno della mente
la rosa maculata impensierisce i vicini
le tettine delle amiche tremano le sue dita
perché si è allontanata perché si è nascosta
lei si alza dal letto a contemplare il sonno
le amiche furenti a strapparle le vesti
si confida alla madre che approva le astinenze
nel sogno vede un cane congiungersi con lei
aderire alla rosa nutrirsi delle sue spine
so come entrare so che non si entra
so come fuggire so che non fuggirò
come chiamarti che non aprirò bocca
come avvicinarti che non ti toccherò
le amiche fedeli ricamano la piuma delle gabbiette
la spia del passeggero scopre uno dei luoghi
nel ventre del cavallo sono rinchiuse le chiavi
con ali variegate protetto dal freddo
con rane domestiche attraverso i fossati
con cani da volpe i sentieri ritrovati
gabbie presenti pareti non visibili
il seme galleggia senza luogo
incitano le mosche i cavalli alla rivolta
spine riempite di fazzoletti ombrosi
contro le mura gelate bordate di rane
negli specchi di ghiaccio mille occhi di lei
dall’utero il riflusso del seme incustodito
dove il viaggio si compie il viaggiatore è reale
nell’acqua della rosa il mare del cibo
le belve del guardiano si schierano alla siepe
il vento artificiale simula l’inverno
i missili nel giardino fingono minaccia
nelle stanze continuano le udienze
l’ombra del carcere si stende fino alle gambe
la muta dei suoi cani cade dalle terrazze
da lontano odorate nei cespugli
mormora inudibile inclinata ai suoi cani
in dono le portano barboncini albicocca
l’inseguiva da pensieri comuni precipite
l’ancheggiare norma delle terrazze ombrose
in cima le mura gelate entra nella volpe
perimetro murale intestino paradiso
attraversa la stanza esce in campo aperto
dove va cosa dice che cosa chiede
in pienezza l’ornamento precede la stagione
la rosa accoglie i propri frutti nella pace
l’interno al riparo la bocca con foglie
sbucciato il corpo nei giardini dominicali
fiorita la pelle tra le pareti mobili
i pavoni del cuore scendono dalla neve
so come fare io so come dirlo
la gemma delle paure la fame cieca
l’albero delle defecazioni riempie di pruni
so perché io so come
l’intestino furente fa sguainare la spada
fame cieca gemma delle fatiche odio della sua gente
le notti più lunghe con i giorni brevissimi
che le tiepide amiche passeggiano sui colli
il poeta intimorito legge romanzi incompiuti
oltre la siepe d’uomini il fiume in odore
partendo per la campagna le ha consegnato un guanto
coi fazzoletti di seta cuce una piccola vela
i canali di rane sorreggono il suo canto
dita annodate in passeri guanti in forma d’ali
oltre gli inganni tranelli superabili
con l’aiuto del fuoco percorre le finestre
cingono le mura passeri guardiani
ai capelli arricciati cagnolini rabbiosi
le difese ingannevoli odorano la rosa
al giustacuore slacciato campanelli d’argento
in cavità procedente inumidisce le ciglia
l’interno della bocca nutrirà il passeggero
statica della rosa pieno della mente
la rosa maculata impensierisce i vicini
le tettine delle amiche tremano le sue dita
perché si è allontanata perché si è nascosta
lei si alza dal letto a contemplare il sonno
le amiche furenti a strapparle le vesti
si confida alla madre che approva le astinenze
nel sogno vede un cane congiungersi con lei
aderire alla rosa nutrirsi delle sue spine
so come entrare so che non si entra
so come fuggire so che non fuggirò
come chiamarti che non aprirò bocca
come avvicinarti che non ti toccherò
le amiche fedeli ricamano la piuma delle gabbiette
la spia del passeggero scopre uno dei luoghi
nel ventre del cavallo sono rinchiuse le chiavi
con ali variegate protetto dal freddo
con rane domestiche attraverso i fossati
con cani da volpe i sentieri ritrovati
gabbie presenti pareti non visibili
il seme galleggia senza luogo
incitano le mosche i cavalli alla rivolta
spine riempite di fazzoletti ombrosi
contro le mura gelate bordate di rane
negli specchi di ghiaccio mille occhi di lei
dall’utero il riflusso del seme incustodito
dove il viaggio si compie il viaggiatore è reale
nell’acqua della rosa il mare del cibo
le belve del guardiano si schierano alla siepe
il vento artificiale simula l’inverno
i missili nel giardino fingono minaccia
nelle stanze continuano le udienze
l’ombra del carcere si stende fino alle gambe
la muta dei suoi cani cade dalle terrazze
Antonio Porta
Vegetali, animali
Quel cervo la vigile fronte penetrata nei dintorni
nel vasto prato rotondamente galoppando
s’avviò; a volo le lunghe erbe
da ogni parte afferrava finché l’erba
cicuta lo pietrificò. L’albero l’ossatura allargava
cercando spazio tra gli alberi; con il ciuffo in breve
di un palmo l’altezza superò della foresta:
due guardie forestali quello segnarono col marchio.
Che alla scure segnala il punto dell’attacco.
L’insetto giallo sull’albero strisciava
ad alte foglie ampie come laghi:
a ciondolare. Intervenne a schizzargli la schiena
il becco del Bucorvo rosso e curvo come un ponte
d’avorio. Quel fiore foglie e petali distese
fino a inverosimili ampiezze: sostare vi potevano
colibrì e lo spesso gregge degli insetti.
Sciocco ed arruffone, recidendolo, l’esploratore
ne, con violente ditate, fece scempio.
Quel topo gli occhi aghiformi affilò
una veloce nuvola fissando che gonfiava salendo,
esplodeva sibilando nell’aria violenti pennacchi:
allo scoperto rimasto, topo del deserto, dall’attento
falco fu squarciato. L’uccello il folto
dei cespugli obliò, un lunghissimo verme
succhiò dalle zolle: due amici monelli
appostati gli occhi riuscirono a forargli
sulla gola inchiodandogli la preda dal becco
metà dentro e metà fuori.
nel vasto prato rotondamente galoppando
s’avviò; a volo le lunghe erbe
da ogni parte afferrava finché l’erba
cicuta lo pietrificò. L’albero l’ossatura allargava
cercando spazio tra gli alberi; con il ciuffo in breve
di un palmo l’altezza superò della foresta:
due guardie forestali quello segnarono col marchio.
Che alla scure segnala il punto dell’attacco.
L’insetto giallo sull’albero strisciava
ad alte foglie ampie come laghi:
a ciondolare. Intervenne a schizzargli la schiena
il becco del Bucorvo rosso e curvo come un ponte
d’avorio. Quel fiore foglie e petali distese
fino a inverosimili ampiezze: sostare vi potevano
colibrì e lo spesso gregge degli insetti.
Sciocco ed arruffone, recidendolo, l’esploratore
ne, con violente ditate, fece scempio.
Quel topo gli occhi aghiformi affilò
una veloce nuvola fissando che gonfiava salendo,
esplodeva sibilando nell’aria violenti pennacchi:
allo scoperto rimasto, topo del deserto, dall’attento
falco fu squarciato. L’uccello il folto
dei cespugli obliò, un lunghissimo verme
succhiò dalle zolle: due amici monelli
appostati gli occhi riuscirono a forargli
sulla gola inchiodandogli la preda dal becco
metà dentro e metà fuori.
Franco Fortini
In memoria III
La bambina schiacciò con il sasso la mantide.
A scatti moveva la testa.
Dal ventre una frittata di seme
una chiazza di pasti consumati.
Le mandibole mordevano.
I coltelli delle zampe recidevano
aria. Una metà
d’insetto s’adempìva.
A scatti moveva la testa.
Dal ventre una frittata di seme
una chiazza di pasti consumati.
Le mandibole mordevano.
I coltelli delle zampe recidevano
aria. Una metà
d’insetto s’adempìva.
Franco Fortini
L’animale
Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sottocasa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di visceri viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
È non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.
ha ucciso una bestiola, sottocasa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di visceri viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
È non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.
Giorgio Orelli
Frammento della martora
...
A quest’ora la martora chi sa
dove fugge con la sua gola d’arancia.
Tra i lampi forse s’arrampica, sta
col muso aguzzo in giù sul pino e spia,
mentre riscoppia la fucileria.
A quest’ora la martora chi sa
dove fugge con la sua gola d’arancia.
Tra i lampi forse s’arrampica, sta
col muso aguzzo in giù sul pino e spia,
mentre riscoppia la fucileria.
Giorgio Orelli
Sera a Bedretto
Salva la Dama asciutta. Viene il Matto.
Gridano i giocatori di tarocchi.
Dalle mani che pesano
cade avido il Mondo,
scivola innocua la Morte.
Le capre, giunte quasi sulla soglia
dell’osteria,
si guardano lunatiche e pietose
negli occhi,
si provano la fronte
con urti sordi.
Gridano i giocatori di tarocchi.
Dalle mani che pesano
cade avido il Mondo,
scivola innocua la Morte.
Le capre, giunte quasi sulla soglia
dell’osteria,
si guardano lunatiche e pietose
negli occhi,
si provano la fronte
con urti sordi.
Giosuè Carducci
Il bove
T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.
Giovanni Pascoli
Arano
Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano: brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattutina fumare,
arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra paziente;
ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.
qualche pampano: brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattutina fumare,
arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra paziente;
ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.
Giovanni Pascoli
E’ poco a te quel che desii, ma tanto
E’ poco a te quel che desii, ma tanto
per l’uccellino che tu vuoi prigione
perchè gioia a te faccia del suo pianto!
per l’uccellino che tu vuoi prigione
perchè gioia a te faccia del suo pianto!
Giuseppe Conte
La cavalletta sulle scale
Non fu empio il mio piede: si fermò
in tempo per non cancellarti, cavalletta.
Non so da che cosa ti avvertii:
so che passò la fretta di rientrare
a casa: e mi curvai a guardarti:
eri regale, delicata, assente
come nessuna donna è: muta
come un monile, ma insistente
tentavi lo scalino troppo alto
per te. Ti avvicinavi con delle zampe
che parevano passive, meccaniche, tanto
erano scintillanti e filiformi, e cominciavi
di sbieco la risalita, con una specie
di fatica, di impassibile
tremore. Più lunga e magra del mio
indice e chiara, color avorio, è
possibile? Salivi e poi tornavi
giù, padrona appena dei tuoi movimenti;
e io sempre più curvo fino a guardarti
negli occhi lucenti, nerissimi.
Eri forse così vecchia, o l’autunno
iniziava a poggiare su di te
la sua mano che fa freddi,
fragili? Ma perché volevi salire
quello scalino, perché ti affaticavi per
raggiungere la cima, dove c’è
la mia casa, e perché mi hai fermato,
per dire cosa?
in tempo per non cancellarti, cavalletta.
Non so da che cosa ti avvertii:
so che passò la fretta di rientrare
a casa: e mi curvai a guardarti:
eri regale, delicata, assente
come nessuna donna è: muta
come un monile, ma insistente
tentavi lo scalino troppo alto
per te. Ti avvicinavi con delle zampe
che parevano passive, meccaniche, tanto
erano scintillanti e filiformi, e cominciavi
di sbieco la risalita, con una specie
di fatica, di impassibile
tremore. Più lunga e magra del mio
indice e chiara, color avorio, è
possibile? Salivi e poi tornavi
giù, padrona appena dei tuoi movimenti;
e io sempre più curvo fino a guardarti
negli occhi lucenti, nerissimi.
Eri forse così vecchia, o l’autunno
iniziava a poggiare su di te
la sua mano che fa freddi,
fragili? Ma perché volevi salire
quello scalino, perché ti affaticavi per
raggiungere la cima, dove c’è
la mia casa, e perché mi hai fermato,
per dire cosa?
Leonardo Sinisgalli
Frutteto
Sono tre calabroni
che saggiano la pera:
vi affondano le corna.
Scavano un buco
fino a succhiarne la polpa.
Quando il sole si sposta,
dalla parte del sole
cavano un altro occhio.
Chiama la gente queste
le piante della sorte:
come piccoli teschi
pendono le zuccone
dagli alberi funesti.
che saggiano la pera:
vi affondano le corna.
Scavano un buco
fino a succhiarne la polpa.
Quando il sole si sposta,
dalla parte del sole
cavano un altro occhio.
Chiama la gente queste
le piante della sorte:
come piccoli teschi
pendono le zuccone
dagli alberi funesti.
Valentino Zeichen
Yamamoto
Durante un esercizio
di filosofia applicata,
il futuro ammiraglio
si accodò al destino
d’una foglia cadente,
che il timone del vento
aveva fatto ammarare
sull’acqua d’un ruscello.
Un moscone blu metallizzato
le stava già sopra
lasciandosi trasportare:
beato, nella corrente.
: L’insetto si levava in volo
incrociando dei facsimili
e dopo un finto duello
scendeva di quota per
imbarcarsi di nuovo.
All’ammiraglio fu sufficiente
copiare la natura
per dotare il Giappone
di aviazione navale.
di filosofia applicata,
il futuro ammiraglio
si accodò al destino
d’una foglia cadente,
che il timone del vento
aveva fatto ammarare
sull’acqua d’un ruscello.
Un moscone blu metallizzato
le stava già sopra
lasciandosi trasportare:
beato, nella corrente.
: L’insetto si levava in volo
incrociando dei facsimili
e dopo un finto duello
scendeva di quota per
imbarcarsi di nuovo.
All’ammiraglio fu sufficiente
copiare la natura
per dotare il Giappone
di aviazione navale.