Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Attilio Bertolucci
Portami con te
Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,
sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,
ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione
se il ciclo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,
sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,
ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione
se il ciclo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.
Attilio Bertolucci
Verso le sorgenti del cinghio
Volevamo risalire alle sorgenti del Cinghio
il giorno era d’aprile ventoso e celeste
folate ci portavano via sbiancando i salici bassi
già dietro di noi perduti perduta la casa
5 dove s’erano dimenticati di noi fuggitivi
esploratori muniti di cibo e coltellini multipli
per una lunga assenza forse per un distacco
non per me che partecipavo all’impresa
da inviato senza la volontà liberatoria
degli altri senza la loro strenua fiducia
mentre attraversavamo proprietà sconosciute
seguendo l’incantagione sinuosa del Cinghio
‘
avvicinandosi all’occhio lo scenario azzurro
delle colline rumoreggiando più e più
il Cinghio amato. Ma il tempo
era passato per me che sentivo
acuta la perdita della casa e di chi
forse si era ricordato di noi
soffrendo come soffrivo io del distacco
°° così che con l’astuzia persuasiva del poeta
li convinsi anime pure e schiette
volte al giusto di una fantastica impresa
a desistere a volgersi — compagnia
di soldati sconfitti — verso il quotidiano
? il famigliare quanto io più desideravo
a
e che già si svelava intonacato di luce.
il giorno era d’aprile ventoso e celeste
folate ci portavano via sbiancando i salici bassi
già dietro di noi perduti perduta la casa
5 dove s’erano dimenticati di noi fuggitivi
esploratori muniti di cibo e coltellini multipli
per una lunga assenza forse per un distacco
non per me che partecipavo all’impresa
da inviato senza la volontà liberatoria
degli altri senza la loro strenua fiducia
mentre attraversavamo proprietà sconosciute
seguendo l’incantagione sinuosa del Cinghio
‘
avvicinandosi all’occhio lo scenario azzurro
delle colline rumoreggiando più e più
il Cinghio amato. Ma il tempo
era passato per me che sentivo
acuta la perdita della casa e di chi
forse si era ricordato di noi
soffrendo come soffrivo io del distacco
°° così che con l’astuzia persuasiva del poeta
li convinsi anime pure e schiette
volte al giusto di una fantastica impresa
a desistere a volgersi — compagnia
di soldati sconfitti — verso il quotidiano
? il famigliare quanto io più desideravo
a
e che già si svelava intonacato di luce.
Bartolomeo Corsini
Dal Torracchione desolato
Voi modesti garzoni, e voi modeste
fanciulle, che d’amor sentite il foco
in fra ’l seno aggirarvisi, e la veste:
da me vi piaccia allontanarvi un poco,
che forse al canto mio v’accendereste
in volontà per fare un simil giuoco;
d’appiattarvi, se non ne’ letti aurati,
almen per le cantine, o pe’ i fossati.
Soli rimasti i cattivelli amanti,
a guerreggiar senza loriche, e scudi,
per godere, il garzon, come i sembianti
tutti della sua donna i membri ignudi;
di lei, non riguardando ai preghi, ai pianti,
ai contrasti di lei severi e crudi,
la camicia le tragge, ond’ella appare
novella Galatea nuotante in mare.
Era senza camicia andata a letto
la fanciulla da prìa (come sapete)
ed or mostra d’aver noia e dispetto,
ch’egli la voglia ignuda; e che direte?
Che mascheran le donne il proprio affetto
assai sovente, e che da quella rete
ov’esse più desìan di restar colte,
mostran di voler ir libere, e sciolte.
Tutto anco sé disnuda: e se non ch’ella
tra questo e quel lenzuol candido e lieve
pur si ravvolge, avresti detto: oh bella
mostra de’ due, che d’animata neve
sembran due masse; alla gentil donzella
per farle omai di sé peso non greve
torna, la svolge, e sopra lei s’abbassa,
e vuol far di due masse, una sol massa.
Ma più che mai di bel rossor si tinge
la giovinetta, e se non è sdegnosa
nel core, almen nel volto ella si finge;
e dolcemente altera ed orgogliosa,
da lui tenta fuggir, da sé lo spinge:
ché fors’ella non vuol, che a côr la rosa
del suo giardino, impetuoso ei giunga,
senza che qualche spina almen lo punga.
In fra la coltre, e in fra le di lui braccia
tanto si scuote, ondeggia, e gira e guizza,
che da lui si sottrae, da lui si slaccia.
Pende dal letto, e quasi in piè si rizza:
ma in quell’istante ei pur la riabbraccia,
ve la ritragge su, vel’ addirizza;
e mentr’ella ritrosa anela e geme,
egli pur tuttavia la bacia, e preme.
fanciulle, che d’amor sentite il foco
in fra ’l seno aggirarvisi, e la veste:
da me vi piaccia allontanarvi un poco,
che forse al canto mio v’accendereste
in volontà per fare un simil giuoco;
d’appiattarvi, se non ne’ letti aurati,
almen per le cantine, o pe’ i fossati.
Soli rimasti i cattivelli amanti,
a guerreggiar senza loriche, e scudi,
per godere, il garzon, come i sembianti
tutti della sua donna i membri ignudi;
di lei, non riguardando ai preghi, ai pianti,
ai contrasti di lei severi e crudi,
la camicia le tragge, ond’ella appare
novella Galatea nuotante in mare.
Era senza camicia andata a letto
la fanciulla da prìa (come sapete)
ed or mostra d’aver noia e dispetto,
ch’egli la voglia ignuda; e che direte?
Che mascheran le donne il proprio affetto
assai sovente, e che da quella rete
ov’esse più desìan di restar colte,
mostran di voler ir libere, e sciolte.
Tutto anco sé disnuda: e se non ch’ella
tra questo e quel lenzuol candido e lieve
pur si ravvolge, avresti detto: oh bella
mostra de’ due, che d’animata neve
sembran due masse; alla gentil donzella
per farle omai di sé peso non greve
torna, la svolge, e sopra lei s’abbassa,
e vuol far di due masse, una sol massa.
Ma più che mai di bel rossor si tinge
la giovinetta, e se non è sdegnosa
nel core, almen nel volto ella si finge;
e dolcemente altera ed orgogliosa,
da lui tenta fuggir, da sé lo spinge:
ché fors’ella non vuol, che a côr la rosa
del suo giardino, impetuoso ei giunga,
senza che qualche spina almen lo punga.
In fra la coltre, e in fra le di lui braccia
tanto si scuote, ondeggia, e gira e guizza,
che da lui si sottrae, da lui si slaccia.
Pende dal letto, e quasi in piè si rizza:
ma in quell’istante ei pur la riabbraccia,
ve la ritragge su, vel’ addirizza;
e mentr’ella ritrosa anela e geme,
egli pur tuttavia la bacia, e preme.
Biagio Marin
Cô vignivo de tu
Cô vignivo de tu pioveva stele,
e tante ne ‘nsunevo
che l’ánema gera un firmamento;
comò un supio de vento
noturno vignivo!
Te le metevo adosso a una a una,
sui fianchi persuasi,
co’ tanti mai basi,
da fâ ‘na sintura.
Te le ghitevo in cuor e nel sangue,
a stiochi, a grande refolade:
le scoreva in fiumere,
in cressenti, in dosane,
le vanpeva in caldane
de sere
d’istàe,
le rièva sovrane
in duti i to dinti splindinti,
nel vogio to moro.
E in fin tu geri in fiame,
un fogo belo e grando,
che bruseva ‘l gno cuor
e la to vita intiera,
boca mia bela
che senpre incòra vago recordando.
e tante ne ‘nsunevo
che l’ánema gera un firmamento;
comò un supio de vento
noturno vignivo!
Te le metevo adosso a una a una,
sui fianchi persuasi,
co’ tanti mai basi,
da fâ ‘na sintura.
Te le ghitevo in cuor e nel sangue,
a stiochi, a grande refolade:
le scoreva in fiumere,
in cressenti, in dosane,
le vanpeva in caldane
de sere
d’istàe,
le rièva sovrane
in duti i to dinti splindinti,
nel vogio to moro.
E in fin tu geri in fiame,
un fogo belo e grando,
che bruseva ‘l gno cuor
e la to vita intiera,
boca mia bela
che senpre incòra vago recordando.
Biagio Marin
L’ora granda
Xe ferme l’aque che le par speciera:
drento le ha ‘l siel co’ garghe nuvoleta:
là sui árzini alti fa l’erbeta
che ‘l silensio valisa a so maniera.
Lontan, de là de le marine e i dossi,
un respirâ del mar solene e largo;
un svolo a l’orizonte, a mar, de ciossi
e più lontan un bastimento cargo.
El sol va in alto: l’aqua xe un brilante
co’ foghi virdi e sangue de rubini,
e svola in sielo l’órdola a scalini
per dî ‘l so ben al dolse amor distante.
‘Desso ‘l silensio drento l’aria trema
e la zogia fa môve i fili d’erba:
adesso la mantina xe superba
de la luse che duta la diadema.
E me son l’aqua che fa specio terso
e l’órdola che canta ‘l sovo ben,
e me son l’aria e son el canto perso
che fa tremâ fin l’erba sul teren.
drento le ha ‘l siel co’ garghe nuvoleta:
là sui árzini alti fa l’erbeta
che ‘l silensio valisa a so maniera.
Lontan, de là de le marine e i dossi,
un respirâ del mar solene e largo;
un svolo a l’orizonte, a mar, de ciossi
e più lontan un bastimento cargo.
El sol va in alto: l’aqua xe un brilante
co’ foghi virdi e sangue de rubini,
e svola in sielo l’órdola a scalini
per dî ‘l so ben al dolse amor distante.
‘Desso ‘l silensio drento l’aria trema
e la zogia fa môve i fili d’erba:
adesso la mantina xe superba
de la luse che duta la diadema.
E me son l’aqua che fa specio terso
e l’órdola che canta ‘l sovo ben,
e me son l’aria e son el canto perso
che fa tremâ fin l’erba sul teren.
Biagio Marin
La gno fantulina
La gno fantulina
l’ha un rîe d’arzento,
e su la nuca nùa
color de l’ùa
un risso d’oro
che xe un tormento.
L’ha quindese ani:
un supio de vento!
La gola cantarina;
sera e mantina
un canto solo,
che xe un tormento.
l’ha un rîe d’arzento,
e su la nuca nùa
color de l’ùa
un risso d’oro
che xe un tormento.
L’ha quindese ani:
un supio de vento!
La gola cantarina;
sera e mantina
un canto solo,
che xe un tormento.
Biagio Marin
Me ‘speto senpre, ‘speto incora
Me ‘speto senpre, ‘speto incora,
che fassa l’alba, che fassa aurora,
e che la vegna a dâme un baso,
a ufrîme el so geranio in vaso,
prima che ‘l nuòlo incora rosso
de l’ultima zornâ sia disparìo,
sora del lìo,
sora del dosso.
Xe za l’ultima ora:
la score calma e sita,
la porta via la luse de la vita,
e me son qua che ‘speto incora.
che fassa l’alba, che fassa aurora,
e che la vegna a dâme un baso,
a ufrîme el so geranio in vaso,
prima che ‘l nuòlo incora rosso
de l’ultima zornâ sia disparìo,
sora del lìo,
sora del dosso.
Xe za l’ultima ora:
la score calma e sita,
la porta via la luse de la vita,
e me son qua che ‘speto incora.
Biagio Marin
Soto ‘l sole de lugio
Soto ‘l sole de lugio, duto un fogo,
‘ndeveno sul dosso a catâ scusse
e gera quel el nostro zuogo
aconpagnào del mar co’ le vosusse.
Ogni scussa una zogia,
un sigâ forte e un rîe,
un mostrâla a cololtro, per fâ-’i vogia,
e un côre sul sabion, lisieri i pìe.
Le scusse adesso le xe dute qua,
che le favela forte dei to sini,
modulài da la luse de l’istà,
dai vinti frischi e i basi matutini.
No’ tu vol più sentîle?
Le sa cantâ, le sa basâ valìe,
le ha boche luminose e pur sutile,
e, comò tu, cô vien el sol, le rìe.
‘ndeveno sul dosso a catâ scusse
e gera quel el nostro zuogo
aconpagnào del mar co’ le vosusse.
Ogni scussa una zogia,
un sigâ forte e un rîe,
un mostrâla a cololtro, per fâ-’i vogia,
e un côre sul sabion, lisieri i pìe.
Le scusse adesso le xe dute qua,
che le favela forte dei to sini,
modulài da la luse de l’istà,
dai vinti frischi e i basi matutini.
No’ tu vol più sentîle?
Le sa cantâ, le sa basâ valìe,
le ha boche luminose e pur sutile,
e, comò tu, cô vien el sol, le rìe.
Bonagiunta Orbicciani
Tutto lo mondo si manten per fiore
Tutto lo mondo si manten per fiore;
se fior non fosse, frutto non seria;
e per lo fiore si mantene amote,
gioie e alegrezze, ch’è gran signoria.
E de la fior son fatto servidore
sì di bon core che più non poria:
in fiore ho messo tutto ’l meo valore;
si fiore mi falisse, ben moria.
Eo son fiorito e vado più fiorendo;
in fiore ho posto tutto il mi’ diporto;
per fiore aggio la vita certamente.
Com’ più fiorisco, più in fior m’intendo;
se fior mi falla, ben seria morto,
vostra mercé, madonna, fior aulente.
acrime. 11. coco: brucio. 13. s’aprende: s’accende, prende fuo-
0. 14. amortare: smotzare.
Inghilfredi da Lucca
se fior non fosse, frutto non seria;
e per lo fiore si mantene amote,
gioie e alegrezze, ch’è gran signoria.
E de la fior son fatto servidore
sì di bon core che più non poria:
in fiore ho messo tutto ’l meo valore;
si fiore mi falisse, ben moria.
Eo son fiorito e vado più fiorendo;
in fiore ho posto tutto il mi’ diporto;
per fiore aggio la vita certamente.
Com’ più fiorisco, più in fior m’intendo;
se fior mi falla, ben seria morto,
vostra mercé, madonna, fior aulente.
acrime. 11. coco: brucio. 13. s’aprende: s’accende, prende fuo-
0. 14. amortare: smotzare.
Inghilfredi da Lucca
Bondie Dietaiuti
Quando l’aire rischiara e rinserena
Quando l’aire rischiara e rinserena,
il mondo torna in grande dilettanza
e l’agua surge chiara de la vena
e l’erba vien fiorita per sembianza
e gli augilletti riprendon lor lena
e fanno dolzi versi in loro usanza,
ciascun amante gran gioia ne mena
per lo soave tempo che s’avanza;
ed io languisco ed ho vita dogliosa;
com” altr’ amante non posso gioire,
ché la mia donna m’è tanto orgogliosa,
e non mi vale amar né ben servire:
però l’altrui alegrezza m’è noiosa,
e noiami ch’io veggio rinverdire.
il mondo torna in grande dilettanza
e l’agua surge chiara de la vena
e l’erba vien fiorita per sembianza
e gli augilletti riprendon lor lena
e fanno dolzi versi in loro usanza,
ciascun amante gran gioia ne mena
per lo soave tempo che s’avanza;
ed io languisco ed ho vita dogliosa;
com” altr’ amante non posso gioire,
ché la mia donna m’è tanto orgogliosa,
e non mi vale amar né ben servire:
però l’altrui alegrezza m’è noiosa,
e noiami ch’io veggio rinverdire.
Camillo Sbarbaro
Era color del mare e dell’estate
Era color del mare e dell’estate
la strada tra le case e i muri d’orto
dove la prima volta ti cercai.
All’incredulo sguardo ti staccasti
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,
con la forza di chi s’attacca, il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.
Una macchina adesso mi portava,
procella appena dominata, verso
il luogo di quel primo appuntamento.
Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina la imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
(Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest’ansia
la parte, se già il male la guadagni.)
Il tempo di pensarti; ma nell’attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T’amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c’era qualcuno.
O strada tra le case, benedetta,
dove la prima volta nella vita
pietà d’altri che me mi strinse il cuore.
la strada tra le case e i muri d’orto
dove la prima volta ti cercai.
All’incredulo sguardo ti staccasti
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,
con la forza di chi s’attacca, il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.
Una macchina adesso mi portava,
procella appena dominata, verso
il luogo di quel primo appuntamento.
Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina la imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
(Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest’ansia
la parte, se già il male la guadagni.)
Il tempo di pensarti; ma nell’attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T’amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c’era qualcuno.
O strada tra le case, benedetta,
dove la prima volta nella vita
pietà d’altri che me mi strinse il cuore.
Camillo Sbarbaro
Io che come un sonnambulo cammino
Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.
E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca
per l’ala d’un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.
E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca
per l’ala d’un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.
Camillo Sbarbaro
La trama delle lucciole ricordi
La trama delle lucciole ricordi
sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore).
Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d’aver dette.
Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.
Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.
Oh come poca cosa quel che fu
da quello che non fu divide!
Meno
che la scia della nave acqua da acqua.
Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.
sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore).
Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d’aver dette.
Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.
Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.
Oh come poca cosa quel che fu
da quello che non fu divide!
Meno
che la scia della nave acqua da acqua.
Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.
Camillo Sbarbaro
Ora che sei venuta
Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.
Il pigolìo così che assorda il bosco
al nascere dell’alba, ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.
Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato:
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte, quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare...
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.
Il pigolìo così che assorda il bosco
al nascere dell’alba, ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.
Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato:
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte, quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare...
Camillo Sbarbaro
Padre, se anche tu non fossi...
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
Camillo Sbarbaro
Scarsa lingua di terra che orla il mare
Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.
Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.
Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.
Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.
Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.
Ché non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.
Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.
Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.
Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.
Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.
Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.
Ché non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.
Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.
Carlo Porta
Dal Marchionn di gamb avert
Godeva la mia vita i mes indree
proppi campagna, in pas e in libertaa;
i varoeul i eva faa,
seva foeura di busch quant al mestee,
e in grazia di desgrazzi
che de bagaj m’han revoltaa i garett
aveva anch passaa nett
el pù malarbetton de tucc i dazzi.
Seva insomma la incia de Milan,
el capp di logg, el pader di legrij,
e in tucc i cottarij
no se parlava d’olter che del Nan.
De gionta anca sonava
fior de sonad in sull’armandorin,
e se andava a on festin
gh’eva subet la gent che se portava.
E appont in su la sara del Battista
in dove fava el primm sto carnevaa
me sorit trovaa imbrojaa
come on merla in di lazz a l’improvvista.
Mì inscì come se fa
giubianava per spass con la Tetton,
e lee con quij oggion
la me dava mej ansa a giubianà.
Che fitt, che foi! Mì la vardava lee
e lee de scrocca la vardava mì,
i nost oeucc even lì
saldo adoss vun de l’oltra innanz indree,
ma infin daj e redaj
doeuggia, sbarloeuggia quij duu oggion de foeugh,
sont rivaa in coo del gioeugh
a brusattamm i ar come on parpaj.
Ma el colp che m’ha traa là come on per cott
l’è staa quand ona sira sta baltrocca
la m’ha strappaa de bocca
la caraffa lì lì in sull’ultem gott
e postandela in mezz
de quij duu laver ch’even de bornis,
Sur Marchiònn, la dis,
bevi con pocch respett i soeu bellezz!
In quell pont ona vampa de calor
la m’ha quattaa la faccia, el coeur, el coll;
soltaven i paroll
e i oeucc voreven soltà foeura anch lor,
e fin l’armandorin,
che ghe l’eva de car come on fradell,
el m’è borlaa anca quell
debass del pè di pee de l’orchestin.
A vedella chi inscì con che premura
la s’è sbassada giò per toeummel sù,
Cristo! n’hoo possuu pù,
che bombè, che gambott, che inquartadura!
La m’ha daa de maross
tra el manegh e i biroeu ona strengiudina
de man tant moresina
ch’hoo sentuu i sgrisor fina in mezz di oss.
proppi campagna, in pas e in libertaa;
i varoeul i eva faa,
seva foeura di busch quant al mestee,
e in grazia di desgrazzi
che de bagaj m’han revoltaa i garett
aveva anch passaa nett
el pù malarbetton de tucc i dazzi.
Seva insomma la incia de Milan,
el capp di logg, el pader di legrij,
e in tucc i cottarij
no se parlava d’olter che del Nan.
De gionta anca sonava
fior de sonad in sull’armandorin,
e se andava a on festin
gh’eva subet la gent che se portava.
E appont in su la sara del Battista
in dove fava el primm sto carnevaa
me sorit trovaa imbrojaa
come on merla in di lazz a l’improvvista.
Mì inscì come se fa
giubianava per spass con la Tetton,
e lee con quij oggion
la me dava mej ansa a giubianà.
Che fitt, che foi! Mì la vardava lee
e lee de scrocca la vardava mì,
i nost oeucc even lì
saldo adoss vun de l’oltra innanz indree,
ma infin daj e redaj
doeuggia, sbarloeuggia quij duu oggion de foeugh,
sont rivaa in coo del gioeugh
a brusattamm i ar come on parpaj.
Ma el colp che m’ha traa là come on per cott
l’è staa quand ona sira sta baltrocca
la m’ha strappaa de bocca
la caraffa lì lì in sull’ultem gott
e postandela in mezz
de quij duu laver ch’even de bornis,
Sur Marchiònn, la dis,
bevi con pocch respett i soeu bellezz!
In quell pont ona vampa de calor
la m’ha quattaa la faccia, el coeur, el coll;
soltaven i paroll
e i oeucc voreven soltà foeura anch lor,
e fin l’armandorin,
che ghe l’eva de car come on fradell,
el m’è borlaa anca quell
debass del pè di pee de l’orchestin.
A vedella chi inscì con che premura
la s’è sbassada giò per toeummel sù,
Cristo! n’hoo possuu pù,
che bombè, che gambott, che inquartadura!
La m’ha daa de maross
tra el manegh e i biroeu ona strengiudina
de man tant moresina
ch’hoo sentuu i sgrisor fina in mezz di oss.
Carlo Porta
La povera moje
E otto: ott’ora. E nun ritorna! e intanto
me lassa qui a spirà sur una sedia.
Oh che vita! Si Iddio nun ciarimedia,
è mejo de morì che penà tanto.
Ma Gesù mio, ma Crocifisso santo!
lui co’ l’amichi a cena e a la commedia,
e io, sola, tra er zonno e tra l’inedia
nun avé antro che lavoro e pianto!
E a che serveno mai tanti lamenti?
Ah! me l’aveva detto mammà mia:
«Fija, nu’ lo pijà, ché te ne penti ».
Ecco cosa vò dì la fernesia
de nun volé dà retta a li parenti
pe’ sposà un omo e nun zapé chi sia.
me lassa qui a spirà sur una sedia.
Oh che vita! Si Iddio nun ciarimedia,
è mejo de morì che penà tanto.
Ma Gesù mio, ma Crocifisso santo!
lui co’ l’amichi a cena e a la commedia,
e io, sola, tra er zonno e tra l’inedia
nun avé antro che lavoro e pianto!
E a che serveno mai tanti lamenti?
Ah! me l’aveva detto mammà mia:
«Fija, nu’ lo pijà, ché te ne penti ».
Ecco cosa vò dì la fernesia
de nun volé dà retta a li parenti
pe’ sposà un omo e nun zapé chi sia.
Carlo Porta
Leggevem on bell dì
Leggevem on bell dì per noster spass
i avventar amoros de Lanzellott;
no gh’eva terz incomod che seccass,
stoo per dì s’avarav poduu stà biott;
e rivand in del legg a certi pass
ne vegneva la faccia de pancott
e i nost oeucc se incontraven, come a dì
perché no pomm fà istess anca mì e tì?
Ma quand semm vegnuu al punt che el Paladin
el segilla a Zenevra el rid in bocca
cont el pù cald e s’ciasser di basin,
tutt tremant el mè Pavol me ne imbocca
vun compagn che ’l ne fa de zoffreghin.
Ah liber porch, fioeul d’ona baltrocca!
Tira giò galiott che te see bravo:
per tutt quell dì gh’emm miss el segn, e s’ciavo!
i avventar amoros de Lanzellott;
no gh’eva terz incomod che seccass,
stoo per dì s’avarav poduu stà biott;
e rivand in del legg a certi pass
ne vegneva la faccia de pancott
e i nost oeucc se incontraven, come a dì
perché no pomm fà istess anca mì e tì?
Ma quand semm vegnuu al punt che el Paladin
el segilla a Zenevra el rid in bocca
cont el pù cald e s’ciasser di basin,
tutt tremant el mè Pavol me ne imbocca
vun compagn che ’l ne fa de zoffreghin.
Ah liber porch, fioeul d’ona baltrocca!
Tira giò galiott che te see bravo:
per tutt quell dì gh’emm miss el segn, e s’ciavo!
Castra Fiorentino
Una fermana iscoppai da Cascioli
Una fermana iscoppai da Cascioli:
cetto cetto sa gia in grand’aina
e cocino portava in pignoli
saimato di buona saina,
Disse: “A te dare’ rossi treccioli
e operata cinta samartina
se comeco ti dài ne la cabba;
se mi viva, mai e boni scarponi.”
Soca i è, mal lo fai l’om che cabba
la fantilla di Cencio Guidoni.
Ka donno meo me l’àì comannato,
ca là è’ le ne vada a le rote,
in qual so’, co lo vitto ferato,
a li scotitori, che non me’n cote,
e con un truffo di vin misticato,
e non mi scordassero le gote
e li scattoni per ben minestrare
la farfiata de lo bono farfione.
Leva ’nt’esso, non m’avicinare,
”
ou tu semplo, milenso, mamone!
Ed io tutto mi fui spaventato
per timiccio, che non asatanai.
Quando la fermana tansi’n costato,
quella mi diede e disse: “Ai!
O tu cretto, dogliuto, crepato,
per lo volto di Dio, mal lo fai,
che di me non puoi aver pur una cica,
se già non mi prendessi a noscella.
Escionna, non gire per la spica,
sì ti veio arlucare la mascella!”
“O fermana, se mi t’aconsenchi,
duròti panari di profici
e morici per fare bianchi denchi:
tu-lli à tòrte, se quisso no ’rdici.
Se Dio mi lasci passare a lo Clenchi,
giungeròtti colori in tralici.”
“E io più non ti faccio rubusto,
poi cotanto m’ài asucotata:
vienci ancoi, né sia Pirino rusto,
ed adocchia non sia stimulata.”
buona veccia. Levati subito, non ti avvicinare, o tu scemo, melenso,
bamboccio!”
A borrito ne gio a l’aterrato,
ch’era alvato senza follena;
lo battisacco trovai be-llavato,
e da capo mi pose la scena;
e tutto quanto mi foi consolato,
ca sopra mi gittò buona lena;
e conesso mi fui apattovito
e unqua me’ non vi’ quando altr’ ei,
“Mai lo fai tu com’omo iscionito:
be’ mi pare che tu mastro èi.”
l’andamento metrico è tipicamente recitativo, da intratte-
nimento sia pure edificante.
Anonimo
cetto cetto sa gia in grand’aina
e cocino portava in pignoli
saimato di buona saina,
Disse: “A te dare’ rossi treccioli
e operata cinta samartina
se comeco ti dài ne la cabba;
se mi viva, mai e boni scarponi.”
Soca i è, mal lo fai l’om che cabba
la fantilla di Cencio Guidoni.
Ka donno meo me l’àì comannato,
ca là è’ le ne vada a le rote,
in qual so’, co lo vitto ferato,
a li scotitori, che non me’n cote,
e con un truffo di vin misticato,
e non mi scordassero le gote
e li scattoni per ben minestrare
la farfiata de lo bono farfione.
Leva ’nt’esso, non m’avicinare,
”
ou tu semplo, milenso, mamone!
Ed io tutto mi fui spaventato
per timiccio, che non asatanai.
Quando la fermana tansi’n costato,
quella mi diede e disse: “Ai!
O tu cretto, dogliuto, crepato,
per lo volto di Dio, mal lo fai,
che di me non puoi aver pur una cica,
se già non mi prendessi a noscella.
Escionna, non gire per la spica,
sì ti veio arlucare la mascella!”
“O fermana, se mi t’aconsenchi,
duròti panari di profici
e morici per fare bianchi denchi:
tu-lli à tòrte, se quisso no ’rdici.
Se Dio mi lasci passare a lo Clenchi,
giungeròtti colori in tralici.”
“E io più non ti faccio rubusto,
poi cotanto m’ài asucotata:
vienci ancoi, né sia Pirino rusto,
ed adocchia non sia stimulata.”
buona veccia. Levati subito, non ti avvicinare, o tu scemo, melenso,
bamboccio!”
A borrito ne gio a l’aterrato,
ch’era alvato senza follena;
lo battisacco trovai be-llavato,
e da capo mi pose la scena;
e tutto quanto mi foi consolato,
ca sopra mi gittò buona lena;
e conesso mi fui apattovito
e unqua me’ non vi’ quando altr’ ei,
“Mai lo fai tu com’omo iscionito:
be’ mi pare che tu mastro èi.”
l’andamento metrico è tipicamente recitativo, da intratte-
nimento sia pure edificante.
Anonimo
Cecco Angiolieri
Anima mia, cuor del mi’ corp’, amore
Anima mia, cuor del mi’ corp’, amore,
alquanto di merzé e pietà ti prenda
di me, che vivo ’n cotanto dolore,
che ’n ora ’n ora par che ’l cuor mi fenda
per la gran pena ch’ i’ ho del tremore
ched i’ non t’abbi anzi che porti benda;
sed i’ ne muoio, non ti sarà onore:
se vorra’ puo’, non potrà’ far l’ammenda.
Avvegna ch’ i’ non sia degno trovare
bi)
in te merzé, pietà né cortesia,
niente men lassarò di pregare:
però ch’Amor comand’e vòl che sia
licita cosa di potere amare
in quella donna, che ’l su’ cor disia,
alquanto di merzé e pietà ti prenda
di me, che vivo ’n cotanto dolore,
che ’n ora ’n ora par che ’l cuor mi fenda
per la gran pena ch’ i’ ho del tremore
ched i’ non t’abbi anzi che porti benda;
sed i’ ne muoio, non ti sarà onore:
se vorra’ puo’, non potrà’ far l’ammenda.
Avvegna ch’ i’ non sia degno trovare
bi)
in te merzé, pietà né cortesia,
niente men lassarò di pregare:
però ch’Amor comand’e vòl che sia
licita cosa di potere amare
in quella donna, che ’l su’ cor disia,
Cecco Angiolieri
Babb’e Becchina, l’Amor e mie madre
Babb’e Becchina, ’Amor e mie madre
m’hanno sì come tord’a siepe stretto;
prima vo’ dir quel che mi fa mi’ padre:
che ciascun di da lu’ son maladetto.
Becchina vuole cose si leggiadre,
che non le fornirebbe Malcommetto.
Amor mi fa ’nvaghir di sì gran ladre,
che par che sien figliuole di Gaetto.
Mie madr’è lassa per la non potenza,
si ch’è lo debb’aver per ricevuto,
da pochi’ so la sua malavoglienza.
L’altrier passa’ per vi’e dièll’un saluto,
per disaccar la sua mal’accoglienza;
si disse: — Cecco, va’, che sie fenduto!
m’hanno sì come tord’a siepe stretto;
prima vo’ dir quel che mi fa mi’ padre:
che ciascun di da lu’ son maladetto.
Becchina vuole cose si leggiadre,
che non le fornirebbe Malcommetto.
Amor mi fa ’nvaghir di sì gran ladre,
che par che sien figliuole di Gaetto.
Mie madr’è lassa per la non potenza,
si ch’è lo debb’aver per ricevuto,
da pochi’ so la sua malavoglienza.
L’altrier passa’ per vi’e dièll’un saluto,
per disaccar la sua mal’accoglienza;
si disse: — Cecco, va’, che sie fenduto!
Cecco Angiolieri
I’ ho tutte le cose chio non voglio
TI’ ho tutte le cose ch’io non voglio,
e non ho ponto di quel che mi piace,
poi ch’io non ctogo con Becchina pace;
là ’nd’io ne porto tutto ’°l mio cordoglio,
che non caprebbe, scritto, su °n un foglio
che gli fuss’entro la Bibbia capace:
ch’io ardo come foco in la fornace
membrando quel che da lei aver soglio.
Ché le stelle del cielo non son tante,
ancora ch’io torrei esser digiuno,
quanti baci li die’ in un istante
in me’ la bocca, ed altro uom nessuno:
e fu di giugno vinti di a l’intrante,
anni mille dugento nonantuno.
e non ho ponto di quel che mi piace,
poi ch’io non ctogo con Becchina pace;
là ’nd’io ne porto tutto ’°l mio cordoglio,
che non caprebbe, scritto, su °n un foglio
che gli fuss’entro la Bibbia capace:
ch’io ardo come foco in la fornace
membrando quel che da lei aver soglio.
Ché le stelle del cielo non son tante,
ancora ch’io torrei esser digiuno,
quanti baci li die’ in un istante
in me’ la bocca, ed altro uom nessuno:
e fu di giugno vinti di a l’intrante,
anni mille dugento nonantuno.
Cecco Angiolieri
La mia donna m’ha mandato un messo
La mia donna m’ha mandato un messo
ch’ i’ non lasci per nulla ch’ i’ non vada
a léi per la più diritta strada
che io posso, conservando me stesso;
e dice che li batte el cuor sì spesso,
che ’nanzi che questo giorno ne vada,
morrà, di me così forte l’aggrada
e non del di, per veder s’ i’ son esso!
Ecco novelle che mi son recate!
E vedete, signor, s’ i’ ’ posso fare,
ché son di longi a lei ben tre giornate.
Caval non ho; a piè non posso andare
quattro miglia per di: l’abbo, pensate!
Signor, vedete s’ i’ la posso aitare.
Becchina mia! — Cecco, nol ti confesso
— Becchina mia! — Cecco, nol ti confesso.
— Ed è son tu’. — E cotesto disdico.
— ΰ’ sarò altru’, — Î’ non vi do un fico.
— Torto mi fai, — E tu manda ’l messo.
— Sî, maccherell’ — Ell’avrà ’] capo fesso.
— Chi gliele fenderae? — Ciò ti dico,
— Se’ così niffa? — Si, contr’al nimico.
— Non tocc’a me, — Anzi, pur tu se’ desso.
— E tu t’ascondi. — E tu va col malanno.
— Tu non vorresti, — Perché non vorria?
— Ché se’ pietosa, — Non di te, uguanno!
— Se foss’un altro? — Cavere’l d’affanno.
— Mal ti conobbi! — Or non dî’ tu bugia.
— Non me ne poss’atar! — Abbieti 1 denno! —
ch’ i’ non lasci per nulla ch’ i’ non vada
a léi per la più diritta strada
che io posso, conservando me stesso;
e dice che li batte el cuor sì spesso,
che ’nanzi che questo giorno ne vada,
morrà, di me così forte l’aggrada
e non del di, per veder s’ i’ son esso!
Ecco novelle che mi son recate!
E vedete, signor, s’ i’ ’ posso fare,
ché son di longi a lei ben tre giornate.
Caval non ho; a piè non posso andare
quattro miglia per di: l’abbo, pensate!
Signor, vedete s’ i’ la posso aitare.
Becchina mia! — Cecco, nol ti confesso
— Becchina mia! — Cecco, nol ti confesso.
— Ed è son tu’. — E cotesto disdico.
— ΰ’ sarò altru’, — Î’ non vi do un fico.
— Torto mi fai, — E tu manda ’l messo.
— Sî, maccherell’ — Ell’avrà ’] capo fesso.
— Chi gliele fenderae? — Ciò ti dico,
— Se’ così niffa? — Si, contr’al nimico.
— Non tocc’a me, — Anzi, pur tu se’ desso.
— E tu t’ascondi. — E tu va col malanno.
— Tu non vorresti, — Perché non vorria?
— Ché se’ pietosa, — Non di te, uguanno!
— Se foss’un altro? — Cavere’l d’affanno.
— Mal ti conobbi! — Or non dî’ tu bugia.
— Non me ne poss’atar! — Abbieti 1 denno! —