Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Giacomo Noventa
Massa vecio par tì...
Massa vecio par tì. Ti-ssì ‘na dona
Torturada dal çiel nei so pecai.
E varda: una putela vien a mi.
No’ ghe vol manco par mi, che me son fato
D’ogni dubio un dover,
Che ‘ste man nove,
Dolze conca ai me lavri in ogni fiume,
Che pur vedo viçin,
Ma quanta strada,
Senza quel creder pronto,
Dai lavri a l’aqua!
Ah lassa, amiga vecia, una putèla
Vignér a mì!
O savaréssistu anca tì darme una fede,
Una fede imensa
Contro el me razonar?
Mi son ‘na ssé:
No’ çerco un’altra ssé.
Torturada dal çiel nei so pecai.
E varda: una putela vien a mi.
No’ ghe vol manco par mi, che me son fato
D’ogni dubio un dover,
Che ‘ste man nove,
Dolze conca ai me lavri in ogni fiume,
Che pur vedo viçin,
Ma quanta strada,
Senza quel creder pronto,
Dai lavri a l’aqua!
Ah lassa, amiga vecia, una putèla
Vignér a mì!
O savaréssistu anca tì darme una fede,
Una fede imensa
Contro el me razonar?
Mi son ‘na ssé:
No’ çerco un’altra ssé.
Giacomo Noventa
Par vardàr...
Par vardàr dentro i çieli sereni,
Là sù sconti da nuvoli neri,
Gò lassa le me vali e i me orti,
Par andar su le çime dei monti.
Son rivà su le çime dei monti,
Gò vardà dentro i çieli sereni,
Vedarò le me vali e i me orti,
Là zó sconti da nuvoli neri?
Là sù sconti da nuvoli neri,
Gò lassa le me vali e i me orti,
Par andar su le çime dei monti.
Son rivà su le çime dei monti,
Gò vardà dentro i çieli sereni,
Vedarò le me vali e i me orti,
Là zó sconti da nuvoli neri?
Giacomo Zanella
E’ fresca la polve
E’ fresca la polve
che il fasto caduto
de’ Cesari involve.
Si crede canuto
appena all’Artefice
uscito di mano
il genere umano!
Tu, prima che desta
all’aure feconde
Italia la testa
levasse dall’onde,
tu, suora de’ polipi,
de’ rosei coralli,
pascevi le valli.
Riflesso nel seno
de’ ceruli piani
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pelaghi ignoti
rubesti tremoti.
Nell’imo dei laghi
le palme sepolte,
nel sasso de’ draghi
le spire rinvolte,
e l’orme ne parlano
de’ profughi cigni
sugli ardui macigni.
[195 1]
Pur baldo di speme
Puom, ultimo giunto,
le ceneri preme
di un mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi auguri.
Sui tumuli il piede,
ne” cieli lo sguardo,
all’ombra procede
di santo stendardo:
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.
T’avanza, t’avanza,
divino straniero;
conosci la stanza
che i fati ti dièro:
se schiavi, se lagrime
ancora rinsertra,
e’ giovin la terra.
Eccelsa, segreta
nel buio degli anni
Dio pose la mèta
de’ nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
sull’erta fatale,
ascendi, mortale!
Poi quando disceso
sui mari redenti
lo Spitito atteso
ripurghi le genti,
e splenda de’ liberi
un solo vessillo
sul mondo tranquillo;
compiute le sorti,
allora de’ cieli
ne’ lucidi porti
la terra si celi:
attenda sull’àncora
il cenno divino
per novo cammino.
che il fasto caduto
de’ Cesari involve.
Si crede canuto
appena all’Artefice
uscito di mano
il genere umano!
Tu, prima che desta
all’aure feconde
Italia la testa
levasse dall’onde,
tu, suora de’ polipi,
de’ rosei coralli,
pascevi le valli.
Riflesso nel seno
de’ ceruli piani
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pelaghi ignoti
rubesti tremoti.
Nell’imo dei laghi
le palme sepolte,
nel sasso de’ draghi
le spire rinvolte,
e l’orme ne parlano
de’ profughi cigni
sugli ardui macigni.
[195 1]
Pur baldo di speme
Puom, ultimo giunto,
le ceneri preme
di un mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi auguri.
Sui tumuli il piede,
ne” cieli lo sguardo,
all’ombra procede
di santo stendardo:
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.
T’avanza, t’avanza,
divino straniero;
conosci la stanza
che i fati ti dièro:
se schiavi, se lagrime
ancora rinsertra,
e’ giovin la terra.
Eccelsa, segreta
nel buio degli anni
Dio pose la mèta
de’ nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
sull’erta fatale,
ascendi, mortale!
Poi quando disceso
sui mari redenti
lo Spitito atteso
ripurghi le genti,
e splenda de’ liberi
un solo vessillo
sul mondo tranquillo;
compiute le sorti,
allora de’ cieli
ne’ lucidi porti
la terra si celi:
attenda sull’àncora
il cenno divino
per novo cammino.
Giacomo Zanella
La veglia
Batte sul cavo porfido una goccia;
Tal con assiduo suono
Dall’oscillante pendolo il minuto
Scendere ascolto, e prono
Nell’abisso del tempo andar perduto.
Più liete voci in questa
Stanza fanciullo udia, quando nel verno
Erami immensa festa
Cinger cogli altri il focolar paterno.
Morte per sempre ha chiusi
Gli amati labbri. Ma tu già non taci,
Bronzo fedel, che accusi
Col tuo squillo immortal l’ore fugaci,
E notte e dì rammenti,
Che se al sonno mal vigili la testa
Inchinano i viventi,
L’universo non dorme e non si arresta.
Che son? che fui? Pel clivo
Della vita discendo, e parmi un’ora
Che garzoncel furtivo
Correa sui monti a prevenir l’aurora.
Giovani ancor del bosco,
Nato con me, verdeggiano le chiome;
Ma più non riconosco
Di me, cangiata larva, altro che il nome.
Precipitoso io varco
Di lustro in lustro: della vecchia creta
Da sè scotendo il carco
Lo spirto avido anela alla sua meta.
Non io, non io, se l'alma
Da’ suoi nodi si sferra e si sublima,
Lamenterò la salma
Che sente degl’infesti anni la lima.
Indocile sospira
A più perfetta vita e senza posa
Sale per lunga spira
Al suo merigge ogni creata cosa.
In fior si volge il germe,
In frutto il fiore: dalla cava pianta
Esce ronzando il verme
Che april di vellutate iridi ammanta.
Non quale la rischiari
Da’ tuoi remoti padiglioni, o sole,
Era di terre e mari
Opaca un dì questa rotante mole;
Tal con assiduo suono
Dall’oscillante pendolo il minuto
Scendere ascolto, e prono
Nell’abisso del tempo andar perduto.
Più liete voci in questa
Stanza fanciullo udia, quando nel verno
Erami immensa festa
Cinger cogli altri il focolar paterno.
Morte per sempre ha chiusi
Gli amati labbri. Ma tu già non taci,
Bronzo fedel, che accusi
Col tuo squillo immortal l’ore fugaci,
E notte e dì rammenti,
Che se al sonno mal vigili la testa
Inchinano i viventi,
L’universo non dorme e non si arresta.
Che son? che fui? Pel clivo
Della vita discendo, e parmi un’ora
Che garzoncel furtivo
Correa sui monti a prevenir l’aurora.
Giovani ancor del bosco,
Nato con me, verdeggiano le chiome;
Ma più non riconosco
Di me, cangiata larva, altro che il nome.
Precipitoso io varco
Di lustro in lustro: della vecchia creta
Da sè scotendo il carco
Lo spirto avido anela alla sua meta.
Non io, non io, se l'alma
Da’ suoi nodi si sferra e si sublima,
Lamenterò la salma
Che sente degl’infesti anni la lima.
Indocile sospira
A più perfetta vita e senza posa
Sale per lunga spira
Al suo merigge ogni creata cosa.
In fior si volge il germe,
In frutto il fiore: dalla cava pianta
Esce ronzando il verme
Che april di vellutate iridi ammanta.
Non quale la rischiari
Da’ tuoi remoti padiglioni, o sole,
Era di terre e mari
Opaca un dì questa rotante mole;
Giacomo Zanella
Sopra una conchiglia fossile nel mio studio
Sul chiuso quaderno
Di vati famosi,
Dal musco materno
Lontana riposi,
Riposi marmorea,
Dell’onde già figlia,
Ritorta conchiglia.
Occulta nel fondo
D’un antro marino
Del giovane mondo
Vedesti il mattino;
Vagavi co’ nautili,
Co’ murici a schiera;
E l’uomo non era.
Per quanta vicenda
Di lente stagioni
Arcana leggenda
D’immani tenzoni
Impresse volubile
Sul niveo tuo dorso
De’ secoli il corso!
Noi siamo di ieri:
Dell’Indo pur ora
Sui taciti imperi
Splendeva l’aurora:
Pur ora del Tevere
A’ lidi tendea
La vela di Enea.
Di vati famosi,
Dal musco materno
Lontana riposi,
Riposi marmorea,
Dell’onde già figlia,
Ritorta conchiglia.
Occulta nel fondo
D’un antro marino
Del giovane mondo
Vedesti il mattino;
Vagavi co’ nautili,
Co’ murici a schiera;
E l’uomo non era.
Per quanta vicenda
Di lente stagioni
Arcana leggenda
D’immani tenzoni
Impresse volubile
Sul niveo tuo dorso
De’ secoli il corso!
Noi siamo di ieri:
Dell’Indo pur ora
Sui taciti imperi
Splendeva l’aurora:
Pur ora del Tevere
A’ lidi tendea
La vela di Enea.
Giaime Pintor
Al ragazzo Elis
Elis, se il merlo chiama da nere foreste,
allora è il tuo tramonto.
Bevono le tue labbra il fresco di azzurre sorgenti.
Lascia, se la tua fronte piano sanguina,
le remote leggende
e il presagio oscuro del volo.
Tu che vai con passi taciti nella notte
carica di grappoli purpurei
levi più belle nell’azzurro le braccia.
Batte un cespo di rovi
dove i tuoi occhi guardano, lunari.
Elis da quanto tempo tu sei morto.
Il tuo corpo è un giacinto
in cui fruga con ceree dita un monaco.
Il silenzio è una nera grotta; sbuca
di tanto in tanto timida una fiera,
abbassa lenta le palpebre gravi.
Nera rugiada cola alle tue tempie,
ultimo oro di stelle cadute.
allora è il tuo tramonto.
Bevono le tue labbra il fresco di azzurre sorgenti.
Lascia, se la tua fronte piano sanguina,
le remote leggende
e il presagio oscuro del volo.
Tu che vai con passi taciti nella notte
carica di grappoli purpurei
levi più belle nell’azzurro le braccia.
Batte un cespo di rovi
dove i tuoi occhi guardano, lunari.
Elis da quanto tempo tu sei morto.
Il tuo corpo è un giacinto
in cui fruga con ceree dita un monaco.
Il silenzio è una nera grotta; sbuca
di tanto in tanto timida una fiera,
abbassa lenta le palpebre gravi.
Nera rugiada cola alle tue tempie,
ultimo oro di stelle cadute.
Giaime Pintor
Annunciazione. Le parole dell’Angelo
Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.
Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.
Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.
Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai così intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.
Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina...
Ma tu, tu sei la pianta.
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.
Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.
Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.
Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai così intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.
Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina...
Ma tu, tu sei la pianta.
Gillo Dorfles
Mammelle in volo
Dal reggipetto teso di raso, aerostati
vaganti in un etere denso di carne,
si sono librate nell’aria le candide mammelle.
Navigano verso un empireo
di sole le due navicelle,
spalancate all’azzurro,
mentre i capezzoli occhieggiano
in basso a mirare lo stuolo
mugghiante e stupito
di maschi in amore
che volge lo sguardo implorante
al cielo proibito.
vaganti in un etere denso di carne,
si sono librate nell’aria le candide mammelle.
Navigano verso un empireo
di sole le due navicelle,
spalancate all’azzurro,
mentre i capezzoli occhieggiano
in basso a mirare lo stuolo
mugghiante e stupito
di maschi in amore
che volge lo sguardo implorante
al cielo proibito.
Giorgio Baffo
Alla madre priora
Mo che Diavolo feu, Madre Priora,
che tutto ’l zorno fé sì gran schiamazzo,
chiamar el Zardinier, palparghe ’l Cazzo,
e pò sborar cinque, o sìe volte all’ora?
Farve ben sfregolar sotto, e de sora,
zuppegarve le tette, e quel solazzo
de dormir nel zardin nua sul stramazzo,
mo che Diavolo feu, Madre Priora?
Xela questa l’usanza del Convento,
sgangolir per el Cazzo del fattor,
e menarve la Mona ogni momento?
Bisogna dir che gabbié assae calor,
volerlo zorno e notte sempre drento,
e pò diré che ’l crìa el Confessor.
che tutto ’l zorno fé sì gran schiamazzo,
chiamar el Zardinier, palparghe ’l Cazzo,
e pò sborar cinque, o sìe volte all’ora?
Farve ben sfregolar sotto, e de sora,
zuppegarve le tette, e quel solazzo
de dormir nel zardin nua sul stramazzo,
mo che Diavolo feu, Madre Priora?
Xela questa l’usanza del Convento,
sgangolir per el Cazzo del fattor,
e menarve la Mona ogni momento?
Bisogna dir che gabbié assae calor,
volerlo zorno e notte sempre drento,
e pò diré che ’l crìa el Confessor.
Giorgio Baffo
Documenti per ben fottere
Senti come el me tira, Anema cara,
senti come el te và drento in la Cocca,
dame presto la lengua drento in bocca,
no esser dei to basi tanto avara.
Deh! Tiolo tutto, strenzi, e avanti para;
sò che con altri no ti è stada alocca,
no far gnanca co mi tanto la gnocca,
a darla tutta, e a retirarla impara;
alza el Culo, mio ben, fà la mattona
in strenzerme, e saltar, o mio Tesoro,
strenzime coi to brazzi, se ti è bona.
Vià, cara, vìa, son quà, oh! Dìo, che moro,
dame le Tette, e ’1 Cul, spenzi la Mona,
sbora, sbora, mio ben; oh Dio! mi sboro.
senti come el te và drento in la Cocca,
dame presto la lengua drento in bocca,
no esser dei to basi tanto avara.
Deh! Tiolo tutto, strenzi, e avanti para;
sò che con altri no ti è stada alocca,
no far gnanca co mi tanto la gnocca,
a darla tutta, e a retirarla impara;
alza el Culo, mio ben, fà la mattona
in strenzerme, e saltar, o mio Tesoro,
strenzime coi to brazzi, se ti è bona.
Vià, cara, vìa, son quà, oh! Dìo, che moro,
dame le Tette, e ’1 Cul, spenzi la Mona,
sbora, sbora, mio ben; oh Dio! mi sboro.
Giorgio Baffo
Fotte una donna sul letto
T’hò pur trovà sul letto
despoggiada, oh! Dìo, che gusto,
poderte senza busto
le Tette ben palpar.
Lassa che la camisa
te leva un poco suso,
che della Mona el buso
mi possa contemplar.
Che carne, che bianchezza,
che Collo, oh Dìo, che Tette!
Che cosse morbidette,
che Culo molesin!
Che brazzi, oh Dio, che fianchi!
Che panza, dove in fondo
ghe xe un peletto biondo,
che pare un perucchin!
Via slarga quelle cosse,
averzile, via, pronta,
no me tegnir più sconta
la Regia dell’amor.
Care le mie raise,
perché mai vergognarte,
che veda quella parte,
che me consola el cuor?
Da quel morbido pelo,
che ti hà sul Pettenecchio,
vedo, come in un specchio,
el centro d’ogni ben.
Ancora ti resisti,
ti tremi, che te fotta?
Perché tanto te scotta
darme quel che me vien?
Mi ’l sò, ceder ti vuol,
ma ti ’l vuol far costretta,
acciò che mi tel metta
con più ferocità.
Ecco quel liogo, dove
amor tien quel solazzo,
che fà provar al Cazzo
la so felicità.
Mi vedo do Lavretti
morbidi, che i se tocca,
che fà che quella bocca
la gabbia del Divin.
Oh! Quando che i se averze
cosa me mostra amor,
oltre quel bel color,
che supera el rubin!
Voi doperar quell’arma,
che per la bella lotta
da farse colla potta
natura m’hà formà.
Cara, e chi puoi spiegar
el gusto, che mi sento!
Quando con te son drento
son tutto imbalsemà. (…)
despoggiada, oh! Dìo, che gusto,
poderte senza busto
le Tette ben palpar.
Lassa che la camisa
te leva un poco suso,
che della Mona el buso
mi possa contemplar.
Che carne, che bianchezza,
che Collo, oh Dìo, che Tette!
Che cosse morbidette,
che Culo molesin!
Che brazzi, oh Dio, che fianchi!
Che panza, dove in fondo
ghe xe un peletto biondo,
che pare un perucchin!
Via slarga quelle cosse,
averzile, via, pronta,
no me tegnir più sconta
la Regia dell’amor.
Care le mie raise,
perché mai vergognarte,
che veda quella parte,
che me consola el cuor?
Da quel morbido pelo,
che ti hà sul Pettenecchio,
vedo, come in un specchio,
el centro d’ogni ben.
Ancora ti resisti,
ti tremi, che te fotta?
Perché tanto te scotta
darme quel che me vien?
Mi ’l sò, ceder ti vuol,
ma ti ’l vuol far costretta,
acciò che mi tel metta
con più ferocità.
Ecco quel liogo, dove
amor tien quel solazzo,
che fà provar al Cazzo
la so felicità.
Mi vedo do Lavretti
morbidi, che i se tocca,
che fà che quella bocca
la gabbia del Divin.
Oh! Quando che i se averze
cosa me mostra amor,
oltre quel bel color,
che supera el rubin!
Voi doperar quell’arma,
che per la bella lotta
da farse colla potta
natura m’hà formà.
Cara, e chi puoi spiegar
el gusto, che mi sento!
Quando con te son drento
son tutto imbalsemà. (…)
Giorgio Baffo
Gnente meggio del fottere
Fottemo pur, fottemo allegramente,
che del fotter no ghè cosa più bona,
troveme un liogo meggio della Mona,
nol ghè per Dio, che diga pur la zente.
Le nostre voggie no xe mai contente,
se vorrìa co xe dì, che fusse nona,
ma, co se xe a cavallo d’una Dona,
voggia de desmontar mai no se sente.
In fatti, se l’Osello no molasse,
no ghe sarìa gnessun de volontà,
che fora della Mona lo cavasse;
perché ’l se cava in quanto el s’hà molà,
che per altro, se sempre duro el stasse,
mai nol se cavarìa fora de là.
che del fotter no ghè cosa più bona,
troveme un liogo meggio della Mona,
nol ghè per Dio, che diga pur la zente.
Le nostre voggie no xe mai contente,
se vorrìa co xe dì, che fusse nona,
ma, co se xe a cavallo d’una Dona,
voggia de desmontar mai no se sente.
In fatti, se l’Osello no molasse,
no ghe sarìa gnessun de volontà,
che fora della Mona lo cavasse;
perché ’l se cava in quanto el s’hà molà,
che per altro, se sempre duro el stasse,
mai nol se cavarìa fora de là.
Giorgio Baffo
Gusto del chiavar
No digo che no sìa gusto a toccar
un bel Culo de qualche buzarona,
che no sìa gusto de toccar la Mona,
che no sìa gusto a farselo menar.
Colla so lengua in bocca de sborar
no digo no la sìa ’na cosa bona,
in somma tutto quel che co ’na Dona
de più lascivo al Mondo se puol far.
Xe tutti quanti gusti bei, e boni,
ma quello del chiavar per mi sostento
che ’l sia un gusto trà i gusti buzaroni,
perché quando che in Mona se xe drento,
de tutto el Mondo par se sìa paroni,
e tutto se darìa per quel momento.
un bel Culo de qualche buzarona,
che no sìa gusto de toccar la Mona,
che no sìa gusto a farselo menar.
Colla so lengua in bocca de sborar
no digo no la sìa ’na cosa bona,
in somma tutto quel che co ’na Dona
de più lascivo al Mondo se puol far.
Xe tutti quanti gusti bei, e boni,
ma quello del chiavar per mi sostento
che ’l sia un gusto trà i gusti buzaroni,
perché quando che in Mona se xe drento,
de tutto el Mondo par se sìa paroni,
e tutto se darìa per quel momento.
Giorgio Baffo
Loda ’l cul de Donna Cate
La biaca è un negrofumo in paragon
del vostro bianco Cul, Madonna Cate,
le vostre candidissime culate
fà che ’l zesso più fin para carbon.
No occorre miga che se tegna in bon,
dove che xe sto Cul, l’avorio, e ’l late;
l’alabastro più fin, le nevi intate
cede tutti a sto Cul la so rason.
Le colombe xe negre, i cigni mori,
se el Zensamin, e ’l Ziglio se trovasse
dov’è sto Cul, no ì parerìa più fiori.
Se i gavesse sto Cul tanti Bardasse
i poderava guadagnar tesori;
ma più bello el sarìa, se nol cagasse.
del vostro bianco Cul, Madonna Cate,
le vostre candidissime culate
fà che ’l zesso più fin para carbon.
No occorre miga che se tegna in bon,
dove che xe sto Cul, l’avorio, e ’l late;
l’alabastro più fin, le nevi intate
cede tutti a sto Cul la so rason.
Le colombe xe negre, i cigni mori,
se el Zensamin, e ’l Ziglio se trovasse
dov’è sto Cul, no ì parerìa più fiori.
Se i gavesse sto Cul tanti Bardasse
i poderava guadagnar tesori;
ma più bello el sarìa, se nol cagasse.
Giorgio Baffo
Loda ’l culo d’una ragazza
In ti, Ninetta mia,
tutto xe bon, perfetto,
la Mona, el viso, el petto,
quanto se puol trovar;
ma lassa che tel diga,
sora de tutto hà merito
in tì quel bel preterito,
che al Mondo no gà par.
Se un forastier arriva
in sta Città ghe trova
sempre bellezza nova
per tutto, dove ’l và.
La spesa dei palazzi
lo incanta, e lo confonde;
e una Città sull’onde
innamorar lo fà.
El ponte de Rialto
ghe fà innarcar le cegie,
el vede maravegie
nel ziro del Canal.
Ma, quando della piazza
el bel se ghe presenta,
estatico el deventa,
e nol ghe trova egual.
Cussi in tì, mia Ninetta,
me piase el guardo, el riso,
el bel color del viso,
la grazia del parlar.
In ti tutto xe brio,
ma, quando arrivo al cesto,
tutto me scordo el resto,
né meggio sò trovar.
Ghe dago cento nomi,
ghe digo le roane,
puine Padoane,
grazioso girasol,
Nìo de galline, e d’anare,
dove le suol far vovo,
e i più bei nomi trovo,
che immaginar se puoi.
tutto xe bon, perfetto,
la Mona, el viso, el petto,
quanto se puol trovar;
ma lassa che tel diga,
sora de tutto hà merito
in tì quel bel preterito,
che al Mondo no gà par.
Se un forastier arriva
in sta Città ghe trova
sempre bellezza nova
per tutto, dove ’l và.
La spesa dei palazzi
lo incanta, e lo confonde;
e una Città sull’onde
innamorar lo fà.
El ponte de Rialto
ghe fà innarcar le cegie,
el vede maravegie
nel ziro del Canal.
Ma, quando della piazza
el bel se ghe presenta,
estatico el deventa,
e nol ghe trova egual.
Cussi in tì, mia Ninetta,
me piase el guardo, el riso,
el bel color del viso,
la grazia del parlar.
In ti tutto xe brio,
ma, quando arrivo al cesto,
tutto me scordo el resto,
né meggio sò trovar.
Ghe dago cento nomi,
ghe digo le roane,
puine Padoane,
grazioso girasol,
Nìo de galline, e d’anare,
dove le suol far vovo,
e i più bei nomi trovo,
che immaginar se puoi.
Giorgio Baffo
Lode al culo
Oh! Bus del Cul, che tra do Colinette
in circolo ti xe tondo, e perfetto,
un vaso ti me par pien de zibetto
messo in conserva in quelle to grespette.
Ti me par un melon taggià in do fette;
che vegna anca el più celebre architetto,
per Dio, che nol puol far più bel groppetto,
che con Natura l’Arte no se mette.
Oh caro Culo! Oh macchina stupenda!
Gran cose in ti se vede in un momento
subito che se tira sù la tenda;
se vede Monti, Valli, e un Bosco in drento;
compatisse la zente reverenda,
se in quel liogo i farave el so convento.
in circolo ti xe tondo, e perfetto,
un vaso ti me par pien de zibetto
messo in conserva in quelle to grespette.
Ti me par un melon taggià in do fette;
che vegna anca el più celebre architetto,
per Dio, che nol puol far più bel groppetto,
che con Natura l’Arte no se mette.
Oh caro Culo! Oh macchina stupenda!
Gran cose in ti se vede in un momento
subito che se tira sù la tenda;
se vede Monti, Valli, e un Bosco in drento;
compatisse la zente reverenda,
se in quel liogo i farave el so convento.
Giorgio Baffo
Se Dio è per tutto, l’è anca in mona
Farse chiavar voleva una Puttana
da un Chiettinon de posta sul so letto,
con una man la ghe mostrava ’l petto,
con l’altra la se alzava la sottana.
La ghe diseva: tiò sta carne umana,
metti, cogion, el Cazzo in sto busetto,
mostrandoghe quel liogo benedetto,
dove se trova ’l zuccaro, e la mana.
Pensa ’l Chiettin, pò dise a quella Dona
che Dìo ne vede, e che per tutto ‘l xè;
la gà resposo: donca ’l xe anca in Mona.
Quando la xe cussi, donca dovè
darme una schiavazzada buzarona,
perché cussi con Dìo più v’uniré;
sù via donca chiavé.
Allora quel Chiettin buzaronazzo
gà messo drento tutto quanto ’l Cazzo;
e co quel visdecazzo
quel gusto cussì grando l’hà sentio,
l’hà dito: ah ti hà rason, che quà ghè Dìo.
da un Chiettinon de posta sul so letto,
con una man la ghe mostrava ’l petto,
con l’altra la se alzava la sottana.
La ghe diseva: tiò sta carne umana,
metti, cogion, el Cazzo in sto busetto,
mostrandoghe quel liogo benedetto,
dove se trova ’l zuccaro, e la mana.
Pensa ’l Chiettin, pò dise a quella Dona
che Dìo ne vede, e che per tutto ‘l xè;
la gà resposo: donca ’l xe anca in Mona.
Quando la xe cussi, donca dovè
darme una schiavazzada buzarona,
perché cussi con Dìo più v’uniré;
sù via donca chiavé.
Allora quel Chiettin buzaronazzo
gà messo drento tutto quanto ’l Cazzo;
e co quel visdecazzo
quel gusto cussì grando l’hà sentio,
l’hà dito: ah ti hà rason, che quà ghè Dìo.
Giorgio Barberi Squarotti
I giochi
Oh i giochi delle forme nella lieve
nebbia del lago, sotto la pioggia luminosa,
e qualche lieto fulmine fra i boschi
del monte che chiude l’arco delle acque:
barche come sospese nella luce fragile,
nuotatori che accennano saluti,
nubi di fiori impalliditi, gorghi
d’ombra che si sciolgono in un soffio
di vento, e le parole accanto, un po” ridenti,
un poco inceppate dall’enorme
distanza che mi divide da quell’altra vita,
giovane per chi sa quanto tempo ancora,
da cui giungono, e questo è tutto quanto
ti deve bastare.
nebbia del lago, sotto la pioggia luminosa,
e qualche lieto fulmine fra i boschi
del monte che chiude l’arco delle acque:
barche come sospese nella luce fragile,
nuotatori che accennano saluti,
nubi di fiori impalliditi, gorghi
d’ombra che si sciolgono in un soffio
di vento, e le parole accanto, un po” ridenti,
un poco inceppate dall’enorme
distanza che mi divide da quell’altra vita,
giovane per chi sa quanto tempo ancora,
da cui giungono, e questo è tutto quanto
ti deve bastare.
Giorgio Barberi Squarotti
Il raggio
Ma quale sole, quale luce, quale
raggio capace di fondere l’avversa
volta nebulosa e atra? Giunge fino
al volto fuggitivo nella lieve
penombra di una stanza un poco
infantile, alla mano che ritenta
la pagina, increspa il segno antico,
ed è la ruga intorno agli occhi miopi
di chi ricerca i corpi della vita
e forse non sono che ombre immaginate,
ma per un attimo Dio le fa esistere
con la sua ironia infinita per quell’uomo.
raggio capace di fondere l’avversa
volta nebulosa e atra? Giunge fino
al volto fuggitivo nella lieve
penombra di una stanza un poco
infantile, alla mano che ritenta
la pagina, increspa il segno antico,
ed è la ruga intorno agli occhi miopi
di chi ricerca i corpi della vita
e forse non sono che ombre immaginate,
ma per un attimo Dio le fa esistere
con la sua ironia infinita per quell’uomo.
Giorgio Barberi Squarotti
L’ammonimento
Non è il bambino che gioca col mare
o la ragazza nuda nella luce
del mattino il severo ammonimento
del Tempo, né l’allargarsi dell’ombra
verso il fiume di roccia che chiude
il promontorio estremo, che non superano
il cavalli del Sole, troppo stanchi
dopo la corsa in queste ultime prove
della gara dell’anno. Ti sta dentro,
come una gioia, e non ne è scalfito il dono
del viola del mare, della fiamma
dell’ibisco fiorito, della voce
che tutte le sere mi giunge di lontano
ed è vita vera, che nessuno
può cancellare.
o la ragazza nuda nella luce
del mattino il severo ammonimento
del Tempo, né l’allargarsi dell’ombra
verso il fiume di roccia che chiude
il promontorio estremo, che non superano
il cavalli del Sole, troppo stanchi
dopo la corsa in queste ultime prove
della gara dell’anno. Ti sta dentro,
come una gioia, e non ne è scalfito il dono
del viola del mare, della fiamma
dell’ibisco fiorito, della voce
che tutte le sere mi giunge di lontano
ed è vita vera, che nessuno
può cancellare.
Giorgio Barberi Squarotti
L’esame
Le tre ragazze stavano sedute
davanti all’aula, nude, nell’attesa
dell’esame, chi più pudica, in sé
raccolta, con le braccia strette intorno
alle ginocchia, appena il volto limpido
levato, o sorridente, a interrogare
il fondo buio, il corridoio vuoto,
che una finestra coi vetri polverosi
chiude, e un cielo cieco, tenda non aria,
chi esibendo tranquilla il pube bruno
come un trofeo o un preannuncio per il dio
che verrà, non a giudicare o a scegliere,
ma a rimpiangere infinitamente
l’attimo di una visione che non fu
e non sarà mai, ma dolorosamente
è così dolce credere che sia.
davanti all’aula, nude, nell’attesa
dell’esame, chi più pudica, in sé
raccolta, con le braccia strette intorno
alle ginocchia, appena il volto limpido
levato, o sorridente, a interrogare
il fondo buio, il corridoio vuoto,
che una finestra coi vetri polverosi
chiude, e un cielo cieco, tenda non aria,
chi esibendo tranquilla il pube bruno
come un trofeo o un preannuncio per il dio
che verrà, non a giudicare o a scegliere,
ma a rimpiangere infinitamente
l’attimo di una visione che non fu
e non sarà mai, ma dolorosamente
è così dolce credere che sia.
Giorgio Barberi Squarotti
La bambina
La gioia della bimba che è uscita
la prima volta a prendere la palla
in un’allegoria di gara: il grido
più acuto del rombo che fa il vento
fra 1 pioppi e sui colori delle acque,
del passaggio continuo delle voci
delle generazioni vane d’ombre
davanti al cielo vuoto anche di nuvole.
Ma in verità la partita era già persa,
perfino in questa prima prova, tanto,
in apparenza, innocua.
la prima volta a prendere la palla
in un’allegoria di gara: il grido
più acuto del rombo che fa il vento
fra 1 pioppi e sui colori delle acque,
del passaggio continuo delle voci
delle generazioni vane d’ombre
davanti al cielo vuoto anche di nuvole.
Ma in verità la partita era già persa,
perfino in questa prima prova, tanto,
in apparenza, innocua.
Giorgio Barberi Squarotti
La ragazza del Queensland
La mamma è morta a giugno: la ragazza
italiana del Queensland mi ha scritto.
li allora? sulla sabbia sta morendo il pesce
che un pescatore ha trascinato fuori
del mare grigio sotto il cielo vuoto
d’ogni colore, arido,
e non sono già nudi come i morti
questi che sono intorno, donne e uomini
che parlano di auto di denaro
guadagnato, di nascite in qualche altro
improbabile zeppa
sotto le enormi macerie della storia:
non muoiono soltanto le onde stupide
del mare, senza senso ripetute
che luce sia o tenebra o vi ponga
il piede incerto il mutilato col moncone roseo,
o la bambina bruna, un po’ inquieta,
perché un vecchio le ha appena detto
che è bella.
italiana del Queensland mi ha scritto.
li allora? sulla sabbia sta morendo il pesce
che un pescatore ha trascinato fuori
del mare grigio sotto il cielo vuoto
d’ogni colore, arido,
e non sono già nudi come i morti
questi che sono intorno, donne e uomini
che parlano di auto di denaro
guadagnato, di nascite in qualche altro
improbabile zeppa
sotto le enormi macerie della storia:
non muoiono soltanto le onde stupide
del mare, senza senso ripetute
che luce sia o tenebra o vi ponga
il piede incerto il mutilato col moncone roseo,
o la bambina bruna, un po’ inquieta,
perché un vecchio le ha appena detto
che è bella.
Giorgio Barberi Squarotti
Se giovane
Il rapido tramonto tra le brune
nuvole, il mare spento oltre la cenere
della spiaggia deserta, se non fosse
l’ombra incerta di un vecchio, che un suo libro
legge, e accanto ha un bicchiere quasi vuoto,
di carta, l’orizzonte è rotto e n’esce
una lama di bianco, minacciosa:
tanto giovane non sarò mai più.
nuvole, il mare spento oltre la cenere
della spiaggia deserta, se non fosse
l’ombra incerta di un vecchio, che un suo libro
legge, e accanto ha un bicchiere quasi vuoto,
di carta, l’orizzonte è rotto e n’esce
una lama di bianco, minacciosa:
tanto giovane non sarò mai più.