Poesie di questo tema
Natura ed elementi
Agnolo Poliziano
La notte
La notte che le cose ci nasconde
tornava ombrata di stellato ammanto:
e l’usignuol sotto le amate fronde
cantando ripetea l’antico pianto;
ma solo a’ suoi lamenti eco risponde,
ch’ogn’altro augel quetato avea già il canto:
dalla cimmeria valle uscian le torme
de’ sogni negri con diverse forme.
tornava ombrata di stellato ammanto:
e l’usignuol sotto le amate fronde
cantando ripetea l’antico pianto;
ma solo a’ suoi lamenti eco risponde,
ch’ogn’altro augel quetato avea già il canto:
dalla cimmeria valle uscian le torme
de’ sogni negri con diverse forme.
Agnolo Poliziano
La rosa
Trema la mammoletta verginella,
con occhi bassi, onesta e vergognosa.
Ma vie più lieta, più ridente e bella,
ardisce aprire il seno al sol la rosa:
questa di verdi gemme s’incappella;
quella si mostra allo sportel vezzosa,
l’altra che ’n dolce foco ardea pur ora,
languida cade, e ’l bel pratello infiora.
con occhi bassi, onesta e vergognosa.
Ma vie più lieta, più ridente e bella,
ardisce aprire il seno al sol la rosa:
questa di verdi gemme s’incappella;
quella si mostra allo sportel vezzosa,
l’altra che ’n dolce foco ardea pur ora,
languida cade, e ’l bel pratello infiora.
Agnolo Poliziano
Zefiro già di bei fioretti adorno
Zefiro già di bei fioretti adorno
avea de’ monti tolta ogni pruina:
avea fatto al suo nido già ritorno
la stanca rondinella peregrina:
risonava la selva intorno intorno
soavemente all’Ora mattutina:
e la ingegnosa pecchia al primo albore
giva predando or uno or altro fiore.
avea de’ monti tolta ogni pruina:
avea fatto al suo nido già ritorno
la stanca rondinella peregrina:
risonava la selva intorno intorno
soavemente all’Ora mattutina:
e la ingegnosa pecchia al primo albore
giva predando or uno or altro fiore.
Alberto Cappi
Autunno
così mutano gli astri
intorno al tornio
che trascina
la disossata
sua falce luna
Ooh mia tenera cuna
mia pietà spolpata!
intorno al tornio
che trascina
la disossata
sua falce luna
Ooh mia tenera cuna
mia pietà spolpata!
Alberto Cappi
Dio dell’acqua
dio delle acque e della
pioggia lucente dio
delle splendide iridi e
della liquida elle
o dio che avanzi da lontano
pesce dei silenzi
dalla tana nella rete
che imbriglia il tuono
piuma del cielo
occhio acquitrino
rapace vino
lenza e gelo
dio del battello e dell’uomo
scampo e ristagno
dardo di nebbia
serpeggia
sicuro l’amo
dio dei nostri padri
padus nomen flumen
delle rane e del rame
pane
della tarda rena vegetale
verde alabarda e vento
bardo o osso
che suona nel tempo
pube animale
specchio di nube
o sole
o cruda argilla
seme
culla
stampo
nulla
del nostro dono
dio del perdono
pioggia lucente dio
delle splendide iridi e
della liquida elle
o dio che avanzi da lontano
pesce dei silenzi
dalla tana nella rete
che imbriglia il tuono
piuma del cielo
occhio acquitrino
rapace vino
lenza e gelo
dio del battello e dell’uomo
scampo e ristagno
dardo di nebbia
serpeggia
sicuro l’amo
dio dei nostri padri
padus nomen flumen
delle rane e del rame
pane
della tarda rena vegetale
verde alabarda e vento
bardo o osso
che suona nel tempo
pube animale
specchio di nube
o sole
o cruda argilla
seme
culla
stampo
nulla
del nostro dono
dio del perdono
Alberto Cappi
Estate
lascialo perdere quel rogo
ove la pagina bruciava
la rossa foglia l’ave rosa
un nano un sogno
claudicante nel tramonto
un ramo uva tuono
dimmi, viandante,
che mano ruba
il nostro istante?
ove la pagina bruciava
la rossa foglia l’ave rosa
un nano un sogno
claudicante nel tramonto
un ramo uva tuono
dimmi, viandante,
che mano ruba
il nostro istante?
Alberto Cappi
Primavera
ora che viene il vento
ora che il tempo tiene
il soffio terso dei doni
favillano stazioni
di favola nel verso
ehi, piccolo paggio,
che mignolo crocca
nel tuo
piumaggio d’albicocca?!
ora che il tempo tiene
il soffio terso dei doni
favillano stazioni
di favola nel verso
ehi, piccolo paggio,
che mignolo crocca
nel tuo
piumaggio d’albicocca?!
Alberto Cappi
Quarto canto del gelo
come venne il gelo
il gelo cantò i suoi occhi
in acini di oscure uve
come venne il gelo
il gelo calò il suo dente
in cocci
piccole nature
sulla pura
cecità delle lucciole
in fedeltà al volo
ai morsi di paura
il gelo cantò i suoi occhi
in acini di oscure uve
come venne il gelo
il gelo calò il suo dente
in cocci
piccole nature
sulla pura
cecità delle lucciole
in fedeltà al volo
ai morsi di paura
Alberto Cappi
Secondo canto del vento
dove venne il vento
il vento seminò sibilanti serpi
sui sentieri del sonno e del sogno
dove venne l’uomo e disse
sia detta aurora la prima
ora del tempo
benedetto sia il mattino
dove bambino colsi
alle cose il senso
il vento seminò sibilanti serpi
sui sentieri del sonno e del sogno
dove venne l’uomo e disse
sia detta aurora la prima
ora del tempo
benedetto sia il mattino
dove bambino colsi
alle cose il senso
Alberto Cappi
Terzo canto della luce
perché venne la luce
la luce fuggì dal guscio
di attonita pietra dura
in zuccheri di filate stelle
e luce fu e venne
all’uscio della preghiera
al muschio delle lanterne
ferme
nella materna sera
la luce fuggì dal guscio
di attonita pietra dura
in zuccheri di filate stelle
e luce fu e venne
all’uscio della preghiera
al muschio delle lanterne
ferme
nella materna sera
Albino Pierro
Na catarra luntene
«Ca vó ittè u sagne»
dicì duce duce
na voce di porche nd’ ‘a notte,
e com’a na màscre di Carnuère
forte forte rirìte;
o chiangìte?
Na cosicella nivre s’annacàite
e na bacchetta ianche facì signe,
ma a chi?
a nu cristiène o a nu ciucce,
a nu sorge o a na iatte?
E si facì cchiù citte u scure
nda chille pétre e piscone,
e nu pòure chenicèlle scantète
si ni ì’ mure mure,
e nisciune nisciune rispunnìite
a chille menze iastéme,
e chiuvìte.
Na catarra luntene
uìta sapé cché séme.
dicì duce duce
na voce di porche nd’ ‘a notte,
e com’a na màscre di Carnuère
forte forte rirìte;
o chiangìte?
Na cosicella nivre s’annacàite
e na bacchetta ianche facì signe,
ma a chi?
a nu cristiène o a nu ciucce,
a nu sorge o a na iatte?
E si facì cchiù citte u scure
nda chille pétre e piscone,
e nu pòure chenicèlle scantète
si ni ì’ mure mure,
e nisciune nisciune rispunnìite
a chille menze iastéme,
e chiuvìte.
Na catarra luntene
uìta sapé cché séme.
Alda Merini
La cosa più superba è la notte
La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come un rigoglio fisso
fin dentro le pareti.
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come un rigoglio fisso
fin dentro le pareti.
Aldo Palazzeschi
A palazzo Oro Ror
Nel cuor della notte, ogni notte,
la veglia incomincia a palazzo Oro Ror.
In riva allo stagno s’innalza il palazzo,
soltanto lo stagno lo guarda perenne e lo specchia.
Già lenta l’orchestra incomincia la danza,
la notte è profonda.
Comincian le dame che giungon da lungi,
discendon silenti dai cocchi dorati.
Dei ricchi broccati ricopron le dame,
ricopron le vesti cosparse di gemme i ricchi broccati.
Finestra non s’apre a palazzo Oro Ror,
ma solo la porta, la sera, pel passo alle dame.
In fila infinita si seguono i cocchi dorati,
discendon le dame silenti ravvolte nei ricchi broccati.
Lo stagno ne specchia l’entrata,
e l’oro dei cocchi risplende nell’acqua estasiata.
L’orchestra soltanto si sente.
Si perde il vaghissimo suono
confuso fra muover di serici manti.
La veglia ora è piena.
Di fuori più nulla.
Silenzio.
Un cocchio lucente ancora lontano risplende,
s’appressa più ratto del vento
e rapida scende la dama tardante.
Se n’ode soltanto il leggero frusciare del serico manto.
Il cocchio ora lento nell’ombra si perde.
la veglia incomincia a palazzo Oro Ror.
In riva allo stagno s’innalza il palazzo,
soltanto lo stagno lo guarda perenne e lo specchia.
Già lenta l’orchestra incomincia la danza,
la notte è profonda.
Comincian le dame che giungon da lungi,
discendon silenti dai cocchi dorati.
Dei ricchi broccati ricopron le dame,
ricopron le vesti cosparse di gemme i ricchi broccati.
Finestra non s’apre a palazzo Oro Ror,
ma solo la porta, la sera, pel passo alle dame.
In fila infinita si seguono i cocchi dorati,
discendon le dame silenti ravvolte nei ricchi broccati.
Lo stagno ne specchia l’entrata,
e l’oro dei cocchi risplende nell’acqua estasiata.
L’orchestra soltanto si sente.
Si perde il vaghissimo suono
confuso fra muover di serici manti.
La veglia ora è piena.
Di fuori più nulla.
Silenzio.
Un cocchio lucente ancora lontano risplende,
s’appressa più ratto del vento
e rapida scende la dama tardante.
Se n’ode soltanto il leggero frusciare del serico manto.
Il cocchio ora lento nell’ombra si perde.
Aldo Palazzeschi
A palazzo Rari Or
Da vetri oscurissimi
leggera una nebbia viola traspare:
finissima luce.
E s’odon le note morenti
dei balli più lenti.
Si vedon dai vetri
passare volanti
le tuniche bianche
di coppie danzanti.
leggera una nebbia viola traspare:
finissima luce.
E s’odon le note morenti
dei balli più lenti.
Si vedon dai vetri
passare volanti
le tuniche bianche
di coppie danzanti.
Aldo Palazzeschi
Bellagio
Fra i due rami d’un lago:
‘““quel ramo del Lago di Como...
”
è un mazzo di fiori
su piatto d’argento
Bellagio.
I fiori palpitano a orecchi ritti
nella luce del mattino
e fra essi le porte e le finestre
i tetti delle case
il campanile
le balaustre delle terrazze
i cancelletti e le ringhiere
si confondono.
Nella luce del tramonto
Bellagio
pare assopito sotto un vetro.
Spremuti di gioia
negli ardori del giorno arroventato
piegandosi al riposo
i fiori si scolorano.
Si esaurisce nella lontananza
il canto delle filandiere
e communica un sopore di sogno.
Punteggiando la ghiaia del giardino
sorvola una crinolina
senza peso e senza fruscio
scomparendo
sotto la volta di un berceau.
Nella cornice dei capelli d’ebano
lustrano gli occhi neri
rivolti al cielo:
‘““e allo spuntar del sole
io partirò da te.”
‘““quel ramo del Lago di Como...
”
è un mazzo di fiori
su piatto d’argento
Bellagio.
I fiori palpitano a orecchi ritti
nella luce del mattino
e fra essi le porte e le finestre
i tetti delle case
il campanile
le balaustre delle terrazze
i cancelletti e le ringhiere
si confondono.
Nella luce del tramonto
Bellagio
pare assopito sotto un vetro.
Spremuti di gioia
negli ardori del giorno arroventato
piegandosi al riposo
i fiori si scolorano.
Si esaurisce nella lontananza
il canto delle filandiere
e communica un sopore di sogno.
Punteggiando la ghiaia del giardino
sorvola una crinolina
senza peso e senza fruscio
scomparendo
sotto la volta di un berceau.
Nella cornice dei capelli d’ebano
lustrano gli occhi neri
rivolti al cielo:
‘““e allo spuntar del sole
io partirò da te.”
Aldo Palazzeschi
Le fanciulle bianche
La gente cammina pian piano
su l’erta che mena alla chiesa.
E un lungo viale fra gli alti cipressi.
” La gente cammina pian piano.
AÀ mezzo dell’erta a sinistra
v’è un grande cancello che chiude un giardino.
Là dentro passeggiano al sole
le fanciulle bianche.
1° Passeggiano lento pel grande giardino.
Non ànno un sorriso.
La gente passando si ferma a guardare.
su l’erta che mena alla chiesa.
E un lungo viale fra gli alti cipressi.
” La gente cammina pian piano.
AÀ mezzo dell’erta a sinistra
v’è un grande cancello che chiude un giardino.
Là dentro passeggiano al sole
le fanciulle bianche.
1° Passeggiano lento pel grande giardino.
Non ànno un sorriso.
La gente passando si ferma a guardare.
Aldo Palazzeschi
Mar grigio
Io guardo estasiato tal mare:
immobile mare uguale.
Non onda,
non soffio che l’acqua ne increspi,
non aura vi spira.
Di sopra lo copre un ciel grigio
bassissimo, intenso, perenne.
Io guardo estasiato tal mare.
Non nave, non vela, non ala,
soltanto egli sembra
un’immensa lamiera d’argento brunastro.
Su desso
velato si mostra ogni astro.
Il sole si mette una benda di lutto,
la luna un vel grigio,
le innumeri stelle lo guardano
tenendo un pochino socchiuso
il lor occhio vivace.
Io guardo estasiato tal mare.
Ma quale fu l’acqua ad empirlo?
Dai monti ruinò?
Sgorgò dalla terra?
Dal cielo vi cadde?
O cadde piuttosto dagli occhi del mondo?
Mar grigio,
siccome una lastra d’argento brunastro,
immobile e solo,
uguale,
ti guardo estasiato.
– Ma c’è questo mare? Ma c’è?
– Sicuro che c’è!
Io solo lo vedo,
io solo mi posso indugiare a guardarlo,
tessuta ho la vela io stesso:
la prima a solcarlo.
immobile mare uguale.
Non onda,
non soffio che l’acqua ne increspi,
non aura vi spira.
Di sopra lo copre un ciel grigio
bassissimo, intenso, perenne.
Io guardo estasiato tal mare.
Non nave, non vela, non ala,
soltanto egli sembra
un’immensa lamiera d’argento brunastro.
Su desso
velato si mostra ogni astro.
Il sole si mette una benda di lutto,
la luna un vel grigio,
le innumeri stelle lo guardano
tenendo un pochino socchiuso
il lor occhio vivace.
Io guardo estasiato tal mare.
Ma quale fu l’acqua ad empirlo?
Dai monti ruinò?
Sgorgò dalla terra?
Dal cielo vi cadde?
O cadde piuttosto dagli occhi del mondo?
Mar grigio,
siccome una lastra d’argento brunastro,
immobile e solo,
uguale,
ti guardo estasiato.
– Ma c’è questo mare? Ma c’è?
– Sicuro che c’è!
Io solo lo vedo,
io solo mi posso indugiare a guardarlo,
tessuta ho la vela io stesso:
la prima a solcarlo.
Aldo Palazzeschi
Oro Doro Odoro Dodoro
In fondo al viale profondo è la nicchia gigante
ch’è cinta dagli alti cipressi.
La statua fu tolta nei tempi lontani.
La luna risplende sul bianco lucente del marmo
che sembra poggiarsi
sul nero profondo degli alti cipressi.
Vi sono alla base
quattr’uomini avvolti di neri mantelli.
Si guardan fra loro in silenzio,
non muovono un dito.
ch’è cinta dagli alti cipressi.
La statua fu tolta nei tempi lontani.
La luna risplende sul bianco lucente del marmo
che sembra poggiarsi
sul nero profondo degli alti cipressi.
Vi sono alla base
quattr’uomini avvolti di neri mantelli.
Si guardan fra loro in silenzio,
non muovono un dito.
Alessandro Parronchi
Balcone fiorentino
Primi taciti volti, primi fuochi
s’accendono: vediamo scolorare
i veli d’una sera alta e tremante,
mentre adagio nel rosa intente squadre
” di donne s’allontanano
con le nuche presaghe già di notte.
E adagio i venti vengono sull’Arno,
a un tocco di neve
s’appannano i verdi pavimenti
1° già s’ascolta
ciechi passi disperdere nell’ombra
l’oro d’un usignolo inaridito.
D’una donna nel passo accentuato
s’incammina l’inverno e appena il viso
’° accosta un qualche dio d’onice intriso
al viso della luna incipriato.
’
*
E primavera, e ignote voci sperdono
dove un più luminoso albero chiama
la notte amica, l’albero più verde
°° nel vento che lo muove di lontano.
s’accendono: vediamo scolorare
i veli d’una sera alta e tremante,
mentre adagio nel rosa intente squadre
” di donne s’allontanano
con le nuche presaghe già di notte.
E adagio i venti vengono sull’Arno,
a un tocco di neve
s’appannano i verdi pavimenti
1° già s’ascolta
ciechi passi disperdere nell’ombra
l’oro d’un usignolo inaridito.
D’una donna nel passo accentuato
s’incammina l’inverno e appena il viso
’° accosta un qualche dio d’onice intriso
al viso della luna incipriato.
’
*
E primavera, e ignote voci sperdono
dove un più luminoso albero chiama
la notte amica, l’albero più verde
°° nel vento che lo muove di lontano.
Alfonso Gatto
Alba
Passerà l’alba in un sogno
al freddo freddo d’ogni casa
al solitario azzurro del mare.
E nudo il mondo un’altra volta.
Ertompa il cuore con la mela rossa
contenta d’esser dura.
In una selva molle di nuvole e di nevi
pozz’acre di verde si rimescola il mare.
Lo spazio smemorato si ridesta
!° tra Jontananze ventilato leggero.
al freddo freddo d’ogni casa
al solitario azzurro del mare.
E nudo il mondo un’altra volta.
Ertompa il cuore con la mela rossa
contenta d’esser dura.
In una selva molle di nuvole e di nevi
pozz’acre di verde si rimescola il mare.
Lo spazio smemorato si ridesta
!° tra Jontananze ventilato leggero.
Alfonso Gatto
Alba a sorrento
Al freddo stretto i limoni movevano la luna d’alba
prossima ad esalare scialba nel cielo dei portoni.
Sulla finestra a grate, tra i rami d’arancio
portava il vento uno slancio di polle rosate:
’ i gerani smorti dal gelo trepidavano d’aria
sotto l’arcata solitaria illuminata dal cielo.
Ai monti pallidi d’ali sorgevano voci remote,
per strada le ruote dei primi carri, i fanali
tenui nel vetro dell’aria, trasparenza del verde
’° fresco delle persiane; lungo i cancelli
il sole era un caldo cane addormentato tra i monelli.
I
prossima ad esalare scialba nel cielo dei portoni.
Sulla finestra a grate, tra i rami d’arancio
portava il vento uno slancio di polle rosate:
’ i gerani smorti dal gelo trepidavano d’aria
sotto l’arcata solitaria illuminata dal cielo.
Ai monti pallidi d’ali sorgevano voci remote,
per strada le ruote dei primi carri, i fanali
tenui nel vetro dell’aria, trasparenza del verde
’° fresco delle persiane; lungo i cancelli
il sole era un caldo cane addormentato tra i monelli.
I
Alfredo Giuliani
Di colpo una pigra mattina
Di colpo una pigra mattina ha chiuso la persiana controvento
il giorno ammonito s’è spento nell’eco del tuono.
La notte 1 gelsomini hanno un odore dolce di zampa.
Momentanea stagione con filari di barche sul lago,
voga da boschi, amori di quattro righe, piogge sparse,
immeritati pascoli. “Arrivederci, l’anno prossimo”
il giorno ammonito s’è spento nell’eco del tuono.
La notte 1 gelsomini hanno un odore dolce di zampa.
Momentanea stagione con filari di barche sul lago,
voga da boschi, amori di quattro righe, piogge sparse,
immeritati pascoli. “Arrivederci, l’anno prossimo”
Andrea Zanzotto
13 settembre 1959 (Variante)
Luna puella pallidula
Luna flora eremitica,
Luna unica selenita,
distonia vita traviata,
atonia vita evitata,
mataia, matta morula,É
vampirisma, paralisi,
glabro latte, polarizzato zucchero,
peste innocente, patrona inclemente,
protovergine, alfa privativo,
degravitante sughero,
pomo e potenza della polvere,
phiala e coscienza delle tenebre,
geyser, fase, cariocinesi,
Luna neve nevissima novissima,
Luna glacies-glaciei?
Luna medulla cordis mei,"°
Vertigine
per secanti e tangenti fugitiva
La mole della mia fatica
già da me sgombri
la mia sostanza sgombri
a me cresci a me vieni a te vengo
Ecloga IV
Polifemo, Bolla fenomenica, Primavera
Animula vagula blandula
Imperatore Adriano
Persone: a, Polifemo
«Dolce» fiato che muovi
a-
le nascite dal guscio, il coma, il muto:
«dolce» bruma che covi
il ritorno del patto convenuto;
uomo, termine vago,
impropria luce, uomo a cui non rispondo,
salto che il piede spezza sopra il mondo.
Godono i prati acqua silenzio e viole;
da fiale laghi, nevi si versano.
Occhio, pullus nel guscio: ho veduto
nell’errare del mondo errante il sole.
Mondo, termine vago, primavera
che mi chiami nel tuo psicoide fioco.
Ancora un poco è giusto
ch’io stia al gioco, stia al fiato,
all’afflato,
di lutea passibile cera,
io, e mondo primavera.
E vengo, dritto, obliquo,
vengo gibboso, liscio;
come germe che abbonda
di dente ammicco e striscio
e premo alle lane onde ammanta
il dì le sue fetali clorofille.
Mr’adergo, prillo, come a musicale
sferza la trottola. Poi che qui tutto è «musica».
Non uomo, dico, ma bolla fenomenica.
Ah, domenica è sempre domenica.
Le bolle fenomeniche alle mille
stimolazioni variano s’incupano
scintillano. Sferica
è anche la speranza, anche la sete.
Abiuro dalle lettere consuete.
O primavera di cocchi e di lendini,
primavera di lìquor, dei, suspense,
«vorrei trovare
parole nuove»:
ma il petalo e la frangia, ma l’erba e il lembo muove,
muovono al gioco i giocatori. Monadi
radianti, folle, bolle a corimbi e tu
tondo comunque, a tutta volta, estremo
occhio di Polifemo.
Po.- No, qui non si dissoda, qui non si cambia testo,
qui si ricade, qui
frigge nel cavo fondo della vista
il renitente trapano, la trista
macchina, il giro viziosissimo.
E qui su questo,
assestandomi, giuro:
io Polifemo sferico monocolo
ebbro del vino d’Ismaro primavera,
io donde cola, crapula, la vita
(oh: vino d’Ismaro; oh: vita; oh: primavera!).
BELTÀ
LA
Luna flora eremitica,
Luna unica selenita,
distonia vita traviata,
atonia vita evitata,
mataia, matta morula,É
vampirisma, paralisi,
glabro latte, polarizzato zucchero,
peste innocente, patrona inclemente,
protovergine, alfa privativo,
degravitante sughero,
pomo e potenza della polvere,
phiala e coscienza delle tenebre,
geyser, fase, cariocinesi,
Luna neve nevissima novissima,
Luna glacies-glaciei?
Luna medulla cordis mei,"°
Vertigine
per secanti e tangenti fugitiva
La mole della mia fatica
già da me sgombri
la mia sostanza sgombri
a me cresci a me vieni a te vengo
Ecloga IV
Polifemo, Bolla fenomenica, Primavera
Animula vagula blandula
Imperatore Adriano
Persone: a, Polifemo
«Dolce» fiato che muovi
a-
le nascite dal guscio, il coma, il muto:
«dolce» bruma che covi
il ritorno del patto convenuto;
uomo, termine vago,
impropria luce, uomo a cui non rispondo,
salto che il piede spezza sopra il mondo.
Godono i prati acqua silenzio e viole;
da fiale laghi, nevi si versano.
Occhio, pullus nel guscio: ho veduto
nell’errare del mondo errante il sole.
Mondo, termine vago, primavera
che mi chiami nel tuo psicoide fioco.
Ancora un poco è giusto
ch’io stia al gioco, stia al fiato,
all’afflato,
di lutea passibile cera,
io, e mondo primavera.
E vengo, dritto, obliquo,
vengo gibboso, liscio;
come germe che abbonda
di dente ammicco e striscio
e premo alle lane onde ammanta
il dì le sue fetali clorofille.
Mr’adergo, prillo, come a musicale
sferza la trottola. Poi che qui tutto è «musica».
Non uomo, dico, ma bolla fenomenica.
Ah, domenica è sempre domenica.
Le bolle fenomeniche alle mille
stimolazioni variano s’incupano
scintillano. Sferica
è anche la speranza, anche la sete.
Abiuro dalle lettere consuete.
O primavera di cocchi e di lendini,
primavera di lìquor, dei, suspense,
«vorrei trovare
parole nuove»:
ma il petalo e la frangia, ma l’erba e il lembo muove,
muovono al gioco i giocatori. Monadi
radianti, folle, bolle a corimbi e tu
tondo comunque, a tutta volta, estremo
occhio di Polifemo.
Po.- No, qui non si dissoda, qui non si cambia testo,
qui si ricade, qui
frigge nel cavo fondo della vista
il renitente trapano, la trista
macchina, il giro viziosissimo.
E qui su questo,
assestandomi, giuro:
io Polifemo sferico monocolo
ebbro del vino d’Ismaro primavera,
io donde cola, crapula, la vita
(oh: vino d’Ismaro; oh: vita; oh: primavera!).
BELTÀ
LA
Andrea Zanzotto
Altri papaveri
Fieri di una fierezza e foia barbara
sovrabbondanti con ogni petalo
rosso + rosso + rosso + rosso
coup de dés maledetto
sanguinosePOTENZE dilaganti,
quasi ognuno di voi a coprire un prato intero —
da che
da che mondi stragiferi
stragiferi papaveri
qui vi accampaste avvampando
sfacciato forno di rosso
che in mistiche chiazze
non cessa di accedere sgorgar su
straventando i soliti maggi grigioblù?
Come i calabroni si fanno sempre più enormi
CRABRO CRABRO
e quasi difformi da ogni destino
e le limacce budella a stravento su verzure:
via! via! è tempo di toglier via questa primavera
di pozze di sangue da tiri di cecchino
Correre correre
coprendosi in affanno teste e braccia e corpi orbi
correre correre per chi
corre e corre sotto calabroni e cecchini
e in orridi papaveri finì
sovrabbondanti con ogni petalo
rosso + rosso + rosso + rosso
coup de dés maledetto
sanguinosePOTENZE dilaganti,
quasi ognuno di voi a coprire un prato intero —
da che
da che mondi stragiferi
stragiferi papaveri
qui vi accampaste avvampando
sfacciato forno di rosso
che in mistiche chiazze
non cessa di accedere sgorgar su
straventando i soliti maggi grigioblù?
Come i calabroni si fanno sempre più enormi
CRABRO CRABRO
e quasi difformi da ogni destino
e le limacce budella a stravento su verzure:
via! via! è tempo di toglier via questa primavera
di pozze di sangue da tiri di cecchino
Correre correre
coprendosi in affanno teste e braccia e corpi orbi
correre correre per chi
corre e corre sotto calabroni e cecchini
e in orridi papaveri finì
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