Umberto Piersanti

Umberto Piersanti

n. 1941 IT IT

n. 1941-02-26, Urbino

Di marzo

tirava il vento gelido che spesso
attraversasti nonna a primavera
lunga fu l’orazione con le soste
come quando eri in vita che scandiva
la tua giornata estrema ai Cappuccini
restano ancora querce alle Cesane
e crescono le rape di questi giorni
solo la casa nostra in fondo al fosso
ho visto più rotta e devastata
sopra la macchia cresce come sempre
lì nell’infanzia spesso mi guidavi

mi resta una tua foto dove sei
con Jacopo che a un anno era stupito
per i volti diversi e così i luoghi
cresce in altro spazio dove il mare
si gonfia velenoso di schiuma e olio
solo quel giorno è stato sopra i campi
che la mia gente abita da sempre
penso che in quella foto insieme avete
cent’anni mancati così poco

ora tu sei nel breve cimitero
dove cresce l’anemone tra l’erba
guardo i greppi deserti ché nessuno
resta che li conosce in ogni ceppo
quanto sono caduti che m’hanno visto
mentre vago nei campi alla Cesana
molti ora sono in questo spiazzo
e ti è accanto Celeste che anche in vita
con te ha dimorato sotto il fosso

ora dov’è la fonte col folletto
e la piana remota dove a Madìo
saliva lo sprovinglo nel biroccio?
dove la terra brulla che ci ha dentro
i marenghi a mucchi sotto la genga?
deserte sono ora le Cesane
cessano le presenze o vanno altrove

sono arrivato dopo sopra il mare
con le ginestre spoglie dell’inverno
che tenace perdura e ci ha tolto
mai come quest’anno dolci amici
e una ragazza nuova e forestiera
è salita con me fin oltre i rovi
contro la stoffa premo la mia faccia
mentre le mani stringono la schiena

poi ti condussi al prato della chiesa
che sta sopra il villaggio abbandonato
c’inoltrammo di fianco in un sentiero
hai colto il fiore azzurro e piccolino
e m’hai chiesto il suo nome, dove
tu vivi — dici — non l’hai mai visto
non ti scordar di me io t’ho risposto
ferma nella tua mente l’ora e il luogo

un’altra volta il cielo era stellato
era lontana e fredda quella dama
bionda che sorrideva nella cena
ha le labbra serrate, dal finestrino
guarda i campi pendere gelati
vorrei goderla stretta contro il muro

non m’amano le donne in questi giorni
né m’accolgono più dentro di loro
solo sfiorano il volto e la mia mano
o giovinetta amica che m’accompagni
per lo Spineto colmo di favagelli
quieta ancora tu ascolta questa storia
d’un luogo che fu il mio e che diviene
un po’ più estraneo sempre e doloroso.
Da FRAMMENTI DI POEMA
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Poesie

11

Padre d’un giorno

La vampa che s’acqueta,
resta il ceppo
muto,
e tu il cerchio oltrepassi
come sospeso
e assorto,
figlio, erano quelli
i giorni della luce
della tua luce
breve e
assoluta

corrono gli ombrelloni
come sempre,
segnano l’altro mare
coi colori d’allora,
ma è persa la radura,
i lunghi monti
che ci furono un giorno,
prima del male

padre giovane e
queto
ch’ebbe in sorte
d’essere figlio sempre
e dopo solo,
ora con te
nel ceppo delle more,
stacco i bei frutti neri,
te li porgo

padre che m’hai condotto
alla muraglia
e tra le crepe hai colto
rossi fiori,
la vita m’ha concesso
un solo giorno
d’esserti uguale padre,
con il figlio

Libri

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