Clemente Rebora

Clemente Rebora

1885–1957 · visse 72 anni IT IT

n. 1885-01-06, Milão · m. 1957-11-01, Stresa

Al tempo che la vita era inesplosa

Al tempo che la vita era inesplosa
e l’amor mi pareva umana cosa,
fanciullo a te venivo
o Carlo contadino,
dove in corona dall’alba alla sera
nel vasto sole delle estati brevi
esaudendo come una preghiera
la terra non tua più l’avevi.

A te correvo già felice:
e tu guidavi senza farmi male
l’anima persuasa,
parlando il poco di chi intende e dice;
e nell’aiuto meritavo accanto
al tuo ben la campagna –
la campagna che va dal piano al monte
tessendo siepi in giro alle covate,
ma di verde inghirlanda ogni contrasto
nel fior di tutti i giorni, l’orizzonte.

Con la falce nell’erba
frusciava il mio baleno:
il papavero ardendo sullo stelo
e ciascun boccio sereno
in abbandono ancor vivo
a tagliarlo pativo,
e accanito godevo
con la falce nell’erba.
Erba recisa che sempre rinasce,
se dove ruminando è mucca e latte
per vivace concime
ritorna alla radice.

Ma la ségale ambivo,
il suo slancio levriero,
l’ariosa offerta
delle piante natali;
e dovunque ero appiglio
all’imminente prodigio:
mago dell’impazienza,
brigante di bontà con gli animali,
scandalizzando fughe nel pollame
che tra zampa e cresta
in scia di pulcini
virava la sua siesta.

Ghiotto della mia fame,
stupefatto di festa,
nel caso lucente sostavo:
facevan le fusa
i miei sensi, e zampilli i pensieri;
l’aria dava la stura
a un bronzeo inquietamente
fèrvere d’api:
e non sapendo ero certo
del misterioso concerto.

Infine il mezzodì spandeva
effluvi di campane:
il gerlo sulle spalle,
andavo rincasando
con te come uguale,
verso la fiamma che dal sasso
già inneggiava alla polenta;
e tu, con lena immensa,
sul paiolo acceso,
dicevi a me restio:
Mangiamo insieme; il digiuno
non ciba nessuno,
se non ci nutre Iddio.
E in aureola splendeva
l’astro della mensa,
il sol della polenta
per chi ha in sé grande spazio,
luce che si contenta
di tramontare in noi:
e quando il cuore è sazio,
se ne risparmi poca, anche meschina,
essa risorge in tuorlo di gallina.

Risorge la tua cara vita
dove va più smarrita
o Carlo, contadino
di un solco che è sentiero
per le tèrree nostre notti.
E ti vedo levar come il mattino
in verecondia gli occhi
consacrando il pensiero
al semplice elemento,
mentre è bello il silenzio a te vicino.
Leggi la poesia completa

Poesie

14

O poesia, nel lucido verso

O poesia, nel lucido verso
che l’ansietà di primavera esalta
che la vittoria dell’estate assalta
che speranze nell’occhio del cielo divampa
che tripudi sul cuor della terra conflagra,
o poesia, nel livido verso
che sguazza fanghiglia d’autunno
che spezza ghiaccioli d’inverno
che schizza veleno nell’occhio del cielo
che strizza ferite sul cuor della terra,
o poesia nel verso inviolabile
tu stringi le forme che dentro
malvive svanivan nel labile
gesto vigliacco, nell’aria
senza respiro, nel varco
indefinito e deserto
del sogno disperso,
nell’orgia senza piacere
dell’ebbra fantasia;
e mentre ti levi a tacere
sulla cagnara di chi legge e scrive
sulla malizia di chi lucra e svaria
sulla tristezza di chi soffre e accieca,
tu sei cagnara e malizia e tristezza,
ma sei la fanfara
che ritma il cammino,
ma sei la letizia
che incuora il vicino,
ma sei la certezza
del grande destino,
o poesia di sterco e di fiori,
terror della vita, presenza di Dio,
o morta e rinata
cittadina del mondo catenata!

Sciorinati giorni dispersi

Sciorinati giorni dispersi,
cenci all’aria insaziabile:
prementi ore senza uscita,
fanghiglia d’acqua sorgiva:
torpor d’àttimi lascivi
fra lo spirito e il senso;
forsennato voler che a libertà
si lancia e ricade,
inseguita locusta tra sterpi;
e superbo disprezzo
e fatica e rimorso e vano intendere:
e rigirìo sul luogo come cane,
per invilire poi, fuggendo il lezzo,
la verità lontano in pigro scorno;
e ritorno, uguale ritorno
dell’indifferente vita,
mentr’echeggia la via
consueti fragori e nelle corti
s’amplian faccende in conosciute voci,
e bello intorno il mondo, par dileggio
all’inarrivabile gloria
al piacer che non so,
e immemore di me epico armèggio
verso conquiste ch’io non griderò.
– Oh per l’umano divenir possente
certezza ineluttabile del vero,
ordisci, ordisci de’ tuoi fili il panno
che saldamente nel tessuto è storia
e nel disegno eternamente è Dio:
ma così, cieco e ignavo,
tra morte e morte vil ritmo fuggente,
anch’io t’avrò fatto; anch’io.

Vanno

Cade il tempo d’ogni stagione,
e autunno è un nome.
Salma di pioggia,
terra, e una gora
in cateratta al fosso –
il cielo addosso.

Sotto torbido pelo
la gora impigra
tra vermi e pesci
alghe patetiche,
sputi di rane
per sinuose tane,
tenaci ristagni
e a ritroso sgomitanti ragni
simulano la corrente,
ma non si dànno.
Minuzie e foglie
alla rovina intanto
perché non vuole in sé ciascuna
vanno:
movendosi ancora
non sembran perdute;
riviere e piante
non sanno fermare;
salma di un nome,
stagioni cadute,
è l’ora di tutte, son tante a passare;
crollo del tempo,
tracollo di spoglie
ingiallisce la piena,
anonimo gorgo
sull’orlo, così, rigirare –
inabissano al fosso.

Voce di vedetta morta

C’è un corpo in poltiglia
con crespe di faccia, affiorante
sul lezzo dell’aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
affar di chi può, e del fango.
Però se ritorni
tu, uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove l’uomo
e la vita s’intendono ancora.
Ma afferra la donna
una notte, dopo un gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla del mondo
redimerà ciò ch’è perso
di noi, i putrefatti di qui;
stringile il cuore a strozzarla:
e se t’ama, lo capirai nella vita
più tardi, o giammai.

Libri

3

Commenti (0)

Condividi
Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.