Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

1855–1912 · visse 56 anni IT IT

n. 1855-12-31, San Mauro Pascoli · m. 1912-04-06, Bolonha

Alexandros

Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell’aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,

o Pezetèri; errante e solitaria
terra inaccessa. Dall’ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,

l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda

dentro la notte fulgida del cielo. II
Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorio, che resta.

Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidiate.

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare;

il sogno è l’infinita ombra del Vero.

MM

Oh! più felice, quanto più cammino
nvera d’innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!

Ad Isso! quando divampava ai venti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.

A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di Toro,
il sole; il sole che tra selve nere

sempre più lungi, ardea come un tesoro.
Leggi la poesia completa

Poesie

46

La sera fiesolana

le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lagrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancòra
e non è verde,
e su ’Î fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
To ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perchè la volontà - dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

La servetta di monte

Sono usciti tutti. La serva
è in cucina, sola e selvaggia.
In un canto siede ed osserva
tanti rami appesi alla staggia.
Fa un giro con gli occhi, e bel bello
ritorna a guardarsi il pannello.

Non c’è nulla ch’essa conosca.
Tutto pende tacito e tetro.
E non ode che qualche mosca
che d’un tratto ronza ad un vetro;
non ode che il croccolìo roco
che rende la pentola al fuoco.

Il musino aguzzo del topo
è apparito ad uno spiraglio.
È sparito, per venir dopo:
fa già l’acqua qualche sonaglio...
Lontano lontano lontano
si sente sonare un campano.

È un muletto per il sentiero,
che s’arrampica su su su;
che tra i faggi piccolo e nero
si vede e non si vede più.
Ma il suo campanaccio si sente
sonare continuamente.

È forse anco un’ora di giorno.
C’è nell’aria un fiocco di luna.
Come è dolce questo ritorno
nella sera che non imbruna!
per una di queste serate!
tra tanto odorino d’estate!

La ragazza guarda, e non sente
più il campano che a quando a quando.
Glielo vela forse il torrente
che a’ suoi piedi cade scrosciando;
se forse non glielo nasconde
la brezza che scuote le fronde

od il canto dell’usignolo
che, tacendo passero e cincia,
solo solo con l’assïuolo
la sua lunga veglia comincia,
ch’ha fine su l’alba, alla squilla,
nel cielo, della tottavilla.

La tenzone

O marina di Pisa, quando folgora
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano sui platani
d’Arno a tenzone.

Come l’Estate porta l’oro in bocca,
l’Arno porta il silenzio alla sua foce.
Tutto il mattino per la dolce landa
quinci è un cantare e quindi altro cantare;
tace l’acqua tra l’una e l’altra voce.
E l’Estate or si china da una banda
or dall’altra si piega ad ascoltare.

Le stelle

Come vicine le stelle,
ciascuna a ciascuna, e a noi
solinghi! Accennano e palpitano
prodighe di tenerezza.
Non le consuma una opaca
febre; non le fa schive
disparità; nè disio
le incenerisce o silenzio
lima lor cuore; nè acerbo
gonfia lor pupille il pianto.

Ospite, guarda le stelle
infinite ne l’infinito
cielo. La Notte, l’eterna
l’antica madre si è tutta
ringiovanita di luce.
Ignuda a specchio del cielo
si piace di sua vaghezza.
Ride e piange di luce.
Pare una primavera
triste, più grande, fuggita
oltre la morte e la vita,
immemore del breve mondo,
signora di praterie
di luce, di fiumane
di luce, di paradisi
di luce.... Ospite, guarda;
poi che non giova guardare
nel cuore umano ch’è un mare
bujo. Guarda le stelle!
Tremano come a un vento
di giubilo. Tremano e palpitano.
Son fiori eterni che sbocciano,
cesarie d’oro che ondeggiano,
perlati veli che fluttuano,
pensosi occhi che affisano?...
O prodigii! O misterii,
su nostre anime attonite!

Un riso innumerevole
propagasi in oceani
d’opale. Entro, di liquide
gemme isole fiammeggiano.
Gonfia gl’irremeabili
oceani il volubile
incendio. Le miriadi
di stelle da i pinnacoli
del cielo agita un èmpito
concorde. Anche le pallide
nebulose hanno brividi
di candore. Ali battono?...
O invadono i siderei
silenzi onde di musiche?...

Cittadino del Cielo
e tu fammi, purpurea
Notte! Prendimi e sperdimi
nel golfo immensurabile!
Mesci il mio nel tuo palpito
immenso, o moltitudine
ardente! Fra’ tuoi atomi
accogli e fra la polvere
di stelle anche la minima
anima! Non li empirei
spazii, non fiamma o tenebra,
non violare i termini
del Tempo, entrar nel limite
de l’Infinito e naufrago
rotear nel tuo gurgite,
non m’impaura. Questo,
m’impaura, mio labile
uman cuore.... E tu avvolgimi
nel tuo candente velo,
Notte! Affrancami, e fammi
cittadino del Cielo!

Mare

alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.

Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

Nella macchia

Errai nell’oblìo della valle
tra ciuffi di stipe fiorite,
tra quercie rigonfie di galle;

errai nella macchia più sola,
per dove tra foglie marcite
spuntava l’azzurra vïola;

errai per i botri solinghi:
la cincia vedeva dai pini:
sbuffava i suoi piccoli ringhi
argentini.

Io siedo invisibile e solo
tra monti e foreste: la sera
non freme d’un grido, d’un volo.

Io siedo invisibile e fosco;
ma un cantico di capinera
si leva dal tacito bosco.

E il cantico all’ombre segrete
per dove invisibile io siedo,
con voce di flauto ripete,

Novembre

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore ...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno;
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante 8
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.
From PRIMI POEMETTI

Paolo uccello

In prima come Paulo dipintore fiorentino
sinvogliò d’un monachino o ciuf-
folotto e non potè comprarlo
e allora lo dipinse.

Solon

Triste il convito senza canto, come
tempio senza votivo oro di doni;
chè questo è bello: attendere al cantore
che nella voce ha l’eco dell’Ignoto.
Oh! nulla, io dico, è bello più, che udire
un buon cantore, placidi, seduti
l’un presso l’altro, avanti mense piene
di pani biondi e di fumanti carni,
mentre il fanciullo dal cratere attinge
vino, e lo porta e lo versa nelle coppe;
e dire in tanto graziosi detti,
mentre la cetra inalzà il suo sacro inno;
o dell’auleta querulo, che piange,
godere, poi che ti si muta in cuore
il suo dolore in tua felicità.
16 ]
Solon, dicesti un giorno tu: “ Beato
chi ama, chi cavalli ha solidunghi,
cani da preda, un ospite lontano.”
Ora te nè lontano ospite giova
nè, già vecchio, i bei cani, nè cavalli
di solid’unghia, nè l’amore, o savio.
Te la coppa ora giova: ora tu lodi
più vecchio il vino e più novello il canto.
E novelle al Pireo, con la bonaccia
prima e co’ primi stormi, due canzoni
oltremarine giunsero. Le reca
una donna d’Eresso. “ Apri,” rispose;
“alla rondine, o Phoco, apri la porta.”
Erano le Anthesterie: s’apriva
il fumeo doglio e si saggiava il vino.
Entrò, col lume della primavera
e con l’alito salso dell’Egeo,
la cantatrice. Ella sapea due canti:
l’uno, d’amore, l’altro era di morte.
Entrò pensosa; e Phoco le porgeva
uno sgabello d’auree borchie ornato
ed una coppa. Ella sedè, reggendo
la risonante pèctide; ne strinse
tacita intorno ai còllabi le corde;
tentò le corde fremebonde, e disse:
“ Splende al plenilunio l’orto; il melo
M°’è lontano dalle ricciute chiome,
quanto il sole; sì, ma mi giunge al cuore,
come il sole: bello, ma bello come
sole che muore.

Dileguare! e altro non voglio: voglio
farmi chiarità che da lui si efonda.
Scoglio estremo della gran luce, scoglio
su la grande onda,

dolce è da te scendere dove è pace:
scende il sole nell’infinito mare;
trema e scende la chiarità seguace
crepuscolare.”

“La Motte è questa! ” il vecchio esclamò. “ Questo,”
ella rispose, “è, ospite, l’Amore.”
‘Tentò le corde fremebonde, e disse:

“Togli il pianto. E’ colpa! Sei poeta
nella casa, tu. Chi dirà che fui?
Piangi il morto atleta: beltà d’atleta
muore con lui.

Muore la virtù dell’eroe che il cocchio
spinge urlando tra le nemiche schiere;
muore il seno, sì, di Rhodòpi, l’occhio
del timoniere;
poi che l’inno (diano le rosee dita
pace al peplo, a noi non s’addice il Iutto)
è la nostra forza e beltà, la vita,
l’anima, tutto!

E chi voglia me rivedere, tocchi
queste corde, canti un mio canto: in quella
tutta rose rimireranno gli occhi
Saffo la bella.”

Questo era il canto della Morte, e il vecchio
Solon qui disse: “ Ch’io l’impari, e muoia.”

Sonetto

Giova, o amico, ne l’anima profonda
meditare le dubbie sorti umane,
piangere il tempo ed oscurar di vane
malinconie, la dea terra gioconda?

Evvi Tristano ed Isotta la Bionda,
e sonvi i pini e sonvi le fontane
le giostre, le schermagle le fiumane
foreste e lande e re di Trebisonda.

Bevere giova con aperta gola
ai ruscelli del canto e coglier rose
IO
e mordere ciascun soave frutto.

O poeta, divina è la parola;
ne la pura bellezza il ciel ripose
ogni nostra letizia e il verso è tutto.
1863-1924

Libri

6

Commenti (0)

Condividi
Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.