Sonetto
Uomo, ascoltami. io so quale ti morde
cura seguace dentro il cuor ferito.
So come corpo e anima contrito
hannoti i nodi di tue stesse corde.
Fuor da la cerchia de le cose sorde
vuoi tu lo scampo? Mira ove ti addito:
mira che tutto il cielo è un infinito
riso di stelle, un palpito concorde.
E per la chiara immensità si spande
l’universa armonia; veglia l’eterno
Tutto, che in te puoi rispecchiar più grande.
Che stai? Penetra in quella viva pace.
Poi guarda giù dal vertice superno
l’uman breve dolor come si sface.
Suor Virginia
Dormivano. Sì: anche la sorella
piccina. Era composta, era coperta.
Suor Virginia tornò nella sua cella.
Tornò lasciando la finestra aperta
a quel lontano canto, a quel lontano
bau bau di cane ch’era sempre all’erta;
aperta a quello scalpicciar pian piano
d’uomini o foglie, a quel trillar d’un grillo,
che poi taceva sotto un piede umano...
Dormivano. Il lor cuore era tranquillo.
La suora si svestì, così leggiera,
ch’udì per terra il picchio d’uno spillo.
S’addormentava. - Tum tum tum... Che era?
E suor Virginia si levò seduta
sul letto, mormorando una preghiera.
Ella ascoltò: la piccola battuta
venìa di là. Si mise anche una volta
lo scapolare. Entrò. Riguardò muta.
No. L’una e l’altra si tenea raccolta
al dolce sonno. Non avean bisogno
di lei. La bimba s’era, sì, rivolta
sul cuore; all’altra; a ragionarci in sogno.
iv
Tornò, comprese. Avea bussato il Santo.
Era venuto il tempo di lasciare
il suo cantuccio in questa Val di pianto.
A quel Santo ogni sera essa all’altare
dicea tre pater. Egli non ignora
nell’ampia terra il nostro limitare.
Poi ch’egli va, pascendo il gregge ancora,
come allora; e devia dalla sua strada
per dire a questo o quello ospite: È l’ora.
Egli è notturno come la rugiada.
E viene, e bussa fin che il sonnolento
pellegrino non s’alza e non gli bada.
Egli era, dunque, entrato nel convento
per rivelarle l’ora del trapasso.
Picchiò. Poi stava ad aspettare attento.
Ella sentito non ne aveva il passo,
perchè va scalzo. Su la soglia trita
certo aspettava col cappuccio basso.
Suor Virginia il fardello della vita
doveva fare: il cielo era già rosso:
il suo fardello. Tra le ceree dita
prese il rosario col suo teschio d’osso.
v
E vennero le morte undicimila
vergini, con le lampade fornite
d’olio odoroso; camminando in fila;
di bianco lino, come lei, vestite;
nelle pallide conche d’alabastro
portando accese le lor dolci vite;
passando, sì che in breve erano un nastro
bianco, ondeggiante, a un alito, pian piano,
nel cielo azzurro tra la terra e un astro;
passando, come gli Ave a grano a grano
d’una corona. E le dicean parole
di sotto il giglio che teneano in mano.
Aveva ognuna, su le bianche stole,
l’orma di sangue della sua tortura.
Anch’ella, al cuore. Le dicean: Non duole.
Era, la prima d’esse, Ursula pura,
lassù, che tuttavia lampade accese
splendeano in fila per la terra oscura.
Le vergini non tutte erano ascese.
Quella picchiò tre volte con lo stelo
del giglio. E in terra Suor Virginia intese
quei colpettini al grande uscio del cielo.
vi
Tum tum... Di là, con tutto quel gran cielo
alla finestra, oh! trema come foglia
secca che prilla intorno a un ragnatelo,
la bimba, e bussa, e par ch’ora, sì, voglia
dirglielo: “Madre, c’è uno laggiù:
chiuda!„ E volge gli aperti occhi alla soglia
dell’uscio: aspetta. Ella non venne più.
Suor Virginia
Tum tum... tum tum... - Ell’era stata in chiesa
a pregar sola, a dir la sua corona
sotto la sola lampadina accesa.
Avea chiesto perdono a chi perdona
tutto, di nulla; simile ad ancella
ch’ha gli occhi in mano della sua padrona;
a una che su l’uscio di sorella
ricca, socchiuso, prega piano, a volo;
ch’altri non oda. Era tornata in cella.
E ora avanti il Cristo morto solo,
avanti l’agonia di Santa Rita,
si toglieva il suo velo, il suo soggólo.
Il cingolo a tre nodi dalla vita
poi si scioglieva: un giallo teschio d’osso
girò tre volte nelle ceree dita.
Tum tum... - Chi picchia? Si rimise in dosso
lo scapolare. Forse alla parete
dell’altra stanza. L’uscio non s’è mosso.
Forse qualche educanda. Una ch’ha sete,
ch’ha male... Aprì soavemente l’uscio.
Entrò. Niente. I capelli nella rete,
le braccia in croce, gli occhi nel lor guscio...
ii
dormivano, composte, accomodate,
le due bambine. Aperta la finestra
era a una gran serenità d’estate.
L’avea lasciata aperta la maestra
per via del caldo. Un alito di vento
recava odor d’acacia e di ginestra.
Ma che frufrù nell’orto del convento!
Passava, ora d’un gufo, ora d’un gatto,
un sordo sgnaulìo subito spento.
Un grillo ora trillava, ora d’un tratto
taceva: come? Come se lì presso
fosse venuto chi sa chi, d’appiatto.
Un fischiettare, un camminar represso,
un raspare, un frugare, uno sfrascare
improvviso su su per il cipresso...
Brillavan qua e là lucciole rare,
come spiando. Un ululo ogni tanto
veniva da un lontano casolare.
L’urlo d’un cane alla catena, e il canto
più lontano d’un rauco vagabondo,
nell’alta notte, era la gioia e il pianto
che al monastero pervenìa, dal mondo.
Temporale
Un bubbolio lontano ...
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato,î a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.
V’è creatura alcuna
V’è creatura alcuna
che in tanta grazia
viva ed in sì perfetta
gioia, se non quella lodoletta
che in aere si spazia?
Forse l’anima mia, quando profonda
sè nel suo canto e vede la sua gloria;
forse l’anima tua, quando profonda
sè nell’amore e perde la memoria
degli inganni fugaci in che s’illuse
ed anela con me l’alta vittoria.
Forse conosceremo noi la piena
felicità dell’onda
libera e delle forti ali dischiuse
e dell’inno selvaggio che si sfrena.
e
X agosto
San Lorenzo," io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto?
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono ...
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita 20
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!!°