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Quare tristis
Giovanni Raboni
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Quare tristis

Da qualche anno cerco

Da qualche anno cerco di invecchiare
anche per suo conto, una primavera,
un’estate dopo l’altra — lui che era
tutto vista e tatto, lui che a mangiare

metteva tanta anima... o annusava
l’aria, invece, come una spezia, come
un cane drogato la droga... o un nome,
al suono d’un nome sacrificava

ogni altra gioia — lui anzi loro, vite
esiliate prima del giusto, prima
di me, appollaiate sulla cima,
che sbanda, della mia vita, più unite

adesso di prima su questa zattera
scricchiolante, gremita d’invisibile...

Farsi radice, stipite

Farsi radice, stipite, reliquia
verde occultamente se non si può
più essere foglia o fiore, forse so
che è proprio lì, in quella dolcezza attigua

alla morte ma da lei infinita
mente indifferente, lì in quel segreto
di Pulcinella che diventa lieto
il lento crepuscolo della vita

dei bambini. Sta’ buono, mi ripeto,
dimentica per sempre la fatica
di crescere, di chiamarti, l’antica
fissazione di resistere all’impeto

della luce e dell’aria, pensa solo
a leccare ogni goccia del consòlo.

Ho amato vivendo

Ho amato vivendo degli animali,
non gli animali. Adesso, nel ricordo,
non ne amo nessuno, come se a bordo
dell’arca in viaggio verso più ospitali

silenzi ci fosse posto soltanto
per creature fatte a somiglianza
di mio padre e mia madre. La vacanza
da quello che siamo più di quel tanto

non può durare, e uno sente 1] fiato
del buio sul collo non sa che farsene
dello charme dell’innocenza, dei traffici
con il bello e la grazia a buon mercato

e dice addio senz’ombra di rimpianto
agli dei senz’ombra che ha avuto accanto.

La casa di campagna dove

La casa di campagna dove leggere
George Eliot o E. M. Forster fino all’ora
della cenere e poi quando s’infervora
il silenzio delle siepi contendere

ori carte e primiera ai non ancora
scomparsi, è questa ormai l’unica immagine
che riesco a farmi della gioia in bilico
sulla frana del sonno. Ma la ignora

poco dopo, svegliandosi, la mente
infantilmente avida di luce
e rituffarsi impavida nell’orrida

dolcezza del presente: così incespica
un piede nell’altro, così si scuce
il rammendo invisibile del niente.

Nell’ora, ormai, della cenere

Nell’ora, ormai, della cenere
a pochi passi il corso brulicava
di commerci frenetici e ingannevoli
e di delitti consumati in sogno
quando per contagio di quel che resta
d’un antico ricetto di sventure,
cinque camini e sei finestre in tutto
di mattoni di color sangue, avviliti
ora, loro, da miasmi micidiali
più dell’intero un tempo da famoso
flagello di cui si legge nei libri
considerai con l’immaginazione
l’immensa prateria purgatoriale
che da quella fronte invisibilmente
sin quasi agli invisibili bastioni
aveva per suo centro San Carlino
come l’ostia la sua goccia di sangue
quando inginocchiato premevo gli occhi
con le mani per vera costrizione
dopo un fantastico sacrilegio
e pensai che lui sì, non gli spagnoli
ci aveva ammassati lì come agnelli
per sterminarci (...).

Niente sarà mai vero

Niente sarà mai vero come è
vero questo venticinque novembre
millenovecentonovantatre
con il suo tranquillo traffico d’ombre

per corsie e sale e camerate ingombre
di vuoto e il fiume dei ricordi che
rompe gli argini in silenzio. È in novembre,
lo so, vuoi che non lo sappia, per te
che si semina dolore, il più forte,
il più contro la vita — ma se viene
solo ora al suo compimento di morte

e di lì a un’altra nascita conviene
far festa qui, bruciare qui le scorte
di incenso e febbre al turno delle pene.

Più morti che vivi — no

Più morti che vivi — no, non è questa
la frase che mi bisbigliano stanche
voci sulla riva del sonno e anche
più in là, fin dentro la sua scialba festa

di schiuma, cenere, niente...Che sia
di me che si parla, che sia lo sfarsi
di un’o in un’i nei loro fiati riarsi
dal buio? Ascolto. Ascolto ancora. E via

via che ascolto fra orecchio e mente affiora
un’aggiunta impercettibile, come
da sempre, da prima del tempo un nome
dimenticato e ritrovato e se ora

non ci fossero più che i sostantivi
— i morti, i vivi, più i morti che i vivi.

Si va nell’ombra

Si va nell’ombra o è l’ombra che ci viene
incontro, annunciata, inattesa, e inghiotte
quello che siamo? Chi può dirlo. Notte
senza notte; non il dopo, ma scene

d’un dopo... E adesso che disimpigliandosi
dai rovi del sonno gradatamente
l’incubo svanisce vedo che niente
è poi così atroce, che è come quando

scivoli sopra l’acqua nell’incanto
del sole e di colpo una tetra e viscida
tenebra t’avvolge e il freddo t’infradicia
fin dentro le ossa ma se soltanto

trovi il coraggio di guardare in alto
sai che sei sotto il ponte di Rialto.

Stanze per la musica di Adriano Guarnieri

Quare tristis — perché
sempre, nella veglia e nel sonno,
nell’omissione e nell’adempimento,
l’anima ci fa così male?
Noi che la custodiamo
senza amarla, senza conoscerla
nella gabbietta delle nostrè ossa
come il vetro di una lanterna
custodisce la fiamma
sappiamo soltanto che è lei,
lei che non ha né tendini né sangue,
la compagnia più sanguinosa.
Tu come lei invisibile
proteggici dal suo silenzio
fa’ che sentiamo in tempo la sua voce.

Tanto difficile da immaginare

Tanto difficile da immaginare
davvero, il Paradiso? Ma se basta
chiudere gli occhi per vederlo, sta
lì dietro, dietro le palpebre, pare

che aspetti noi, noi e nessun altro, festa
mattutina, gloria crepuscolare
sulla città invulnerata, sul mare
di prima della diaspora — e si desta

allora, non la senti? una lontana
voce, lontana e più vicina come
se non l’orecchio che vibrasse ma

un altro labirinto, una membrana
segreta, tesa nel buio a metà
fra il niente e il cuore, fra 1] silenzio e il nome...
❦ Quare tristis · Giovanni Raboni
Libri