Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Giuseppe Ungaretti
Eco
Scalza varcando da sabbie lunari,
Aurora, amore festoso, d’un’eco
Popoli l’esule universo e lasci
Nella carne dei giorni,
’ Perenne scia, una piaga velata.
Aurora, amore festoso, d’un’eco
Popoli l’esule universo e lasci
Nella carne dei giorni,
’ Perenne scia, una piaga velata.
Giuseppe Ungaretti
Folgore è il volto
Sol per baciare quell’amata bocca
la mia vita darei tutta in un punto;
bruciare gli anni in un momento d’ombra
ardente e morte poi. Folgore è il volto
al labbro che lo tocca.
la mia vita darei tutta in un punto;
bruciare gli anni in un momento d’ombra
ardente e morte poi. Folgore è il volto
al labbro che lo tocca.
Giuseppe Ungaretti
Natale
Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
Giuseppe Ungaretti
Tu ti spezzasti
1
I molti, immani, sparsi, grigi sassi
Frementi ancora alle segrete fionde
Di originarie fiamme soffocate
Od ai terrori di fiumane vergini
Ruinanti in implacabili carezze,
– Sopra l’abbaglio della sabbia rigidi
In un vuoto orizzonte, non rammenti?
E la recline, che s’apriva all’unico
Raccogliersi dell’ombra nella valle,
Araucaria, anelando ingigantita,
Volta nell’ardua selce d’erme fibre
Più delle altre dannate refrattaria,
Fresca la bocca di farfalle e d’erbe
Dove dalle radici si tagliava,
– Non la rammenti delirante muta
Sopra tre palmi d’un rotondo ciottolo
In un perfetto bilico
Magicamente apparsa?
Di ramo in ramo fiorrancino lieve,
Ebbri di meraviglia gli avidi occhi
Ne conquistavi la screziata cima,
Temerario, musico bimbo,
Solo per rivedere all’imo lucido
D’un fondo e quieto baratro di mare
Favolose testuggini
Ridestarsi fra le alghe.
Della natura estrema la tensione
E le subacquee pompe,
Funebri moniti.
2
Alzavi le braccia come ali
E ridavi nascita al vento
Correndo nel peso dell’aria immota.
Nessuno mai vide posare
Il tuo lieve piede di danza.
3
Grazia, felice,
Non avresti potuto non spezzarti
In una cecità tanto indurita
Tu semplice soffio e cristallo,
Troppo umano lampo per l’empio,
Selvoso, accanito, ronzante
Ruggito d’un sole ignudo.
I molti, immani, sparsi, grigi sassi
Frementi ancora alle segrete fionde
Di originarie fiamme soffocate
Od ai terrori di fiumane vergini
Ruinanti in implacabili carezze,
– Sopra l’abbaglio della sabbia rigidi
In un vuoto orizzonte, non rammenti?
E la recline, che s’apriva all’unico
Raccogliersi dell’ombra nella valle,
Araucaria, anelando ingigantita,
Volta nell’ardua selce d’erme fibre
Più delle altre dannate refrattaria,
Fresca la bocca di farfalle e d’erbe
Dove dalle radici si tagliava,
– Non la rammenti delirante muta
Sopra tre palmi d’un rotondo ciottolo
In un perfetto bilico
Magicamente apparsa?
Di ramo in ramo fiorrancino lieve,
Ebbri di meraviglia gli avidi occhi
Ne conquistavi la screziata cima,
Temerario, musico bimbo,
Solo per rivedere all’imo lucido
D’un fondo e quieto baratro di mare
Favolose testuggini
Ridestarsi fra le alghe.
Della natura estrema la tensione
E le subacquee pompe,
Funebri moniti.
2
Alzavi le braccia come ali
E ridavi nascita al vento
Correndo nel peso dell’aria immota.
Nessuno mai vide posare
Il tuo lieve piede di danza.
3
Grazia, felice,
Non avresti potuto non spezzarti
In una cecità tanto indurita
Tu semplice soffio e cristallo,
Troppo umano lampo per l’empio,
Selvoso, accanito, ronzante
Ruggito d’un sole ignudo.
Guido Cavalcanti
Fresca rosa novella
Fresca rosa novella
piacente Primavera,
per prati e per riviera
gaiamente cantando,
vostro fin pregio mando — a la verdura.
Lo vostro pregio fino
in gio’ si rinnovelli,
da grandi e da zitelli
per ciascuno cammino;
e cantinne gli augelli
ciascuno in suo latino
da sera e da mattino
su li verdi arbuscelli.
Tutto lo mondo canti,
poi che lo tempo viene,
sì come si conviene,
vostr’altezza pregiata,
chè siete angelicata — creatura.
Angelica sembianza
in voi, Donna, riposa:
Dio, quanto avventurosa
fu la mia disianza!
Vostra cera gioiosa,
poi che passa et avanza
natura e costumanza
ben è mirabil cosa!
Fra lor le donne dea
vi chiaman, come siete;
tanto adorna parete,
ch’io non saccio contare;
e chi poria pensare — oltre natura?
Oltre natura umana
vostra fina piacenza
fece Dio per essenza,
che voi foste sovrana.
Per che vostra parvenza
ver me non sia lontana;
o non mi sia villana
la dolce Providenza!
E se vi pare oltraggio
cl’ad amarvi sia dato,
non sia da voi blasmato,
che solo Amor mi sforza,
contro cui non val forza — nè misura.
piacente Primavera,
per prati e per riviera
gaiamente cantando,
vostro fin pregio mando — a la verdura.
Lo vostro pregio fino
in gio’ si rinnovelli,
da grandi e da zitelli
per ciascuno cammino;
e cantinne gli augelli
ciascuno in suo latino
da sera e da mattino
su li verdi arbuscelli.
Tutto lo mondo canti,
poi che lo tempo viene,
sì come si conviene,
vostr’altezza pregiata,
chè siete angelicata — creatura.
Angelica sembianza
in voi, Donna, riposa:
Dio, quanto avventurosa
fu la mia disianza!
Vostra cera gioiosa,
poi che passa et avanza
natura e costumanza
ben è mirabil cosa!
Fra lor le donne dea
vi chiaman, come siete;
tanto adorna parete,
ch’io non saccio contare;
e chi poria pensare — oltre natura?
Oltre natura umana
vostra fina piacenza
fece Dio per essenza,
che voi foste sovrana.
Per che vostra parvenza
ver me non sia lontana;
o non mi sia villana
la dolce Providenza!
E se vi pare oltraggio
cl’ad amarvi sia dato,
non sia da voi blasmato,
che solo Amor mi sforza,
contro cui non val forza — nè misura.
Guido Cavalcanti
In un boschetto
In un boschetto trova’ pasturella
più che la stella – bella, al mi’ parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien’ d’amor, cera rosata;
con sua verghetta pasturav’ agnelli;
[di]scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse ’namorata:
er’ adornata – di tutto piacere.
D’amor la saluta’ imantenente
e domandai s’avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: «Sacci, quando l’augel pia,
allor disïa – ’l me’ cor drudo avere».
Po’ che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare,
fra me stesso diss’ i’: «Or è stagione
di questa pasturella gio’ pigliare».
Merzé le chiesi sol che di basciare
ed abracciar, – se le fosse ’n volere.
Per man mi prese, d’amorosa voglia,
e disse che donato m’avea ‘l core;
menòmmi sott’una freschetta foglia,
là dov’ i’ vidi fior’ d’ogni colore;
e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
che ‘l die d’amore – mi parea vedere.
più che la stella – bella, al mi’ parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien’ d’amor, cera rosata;
con sua verghetta pasturav’ agnelli;
[di]scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse ’namorata:
er’ adornata – di tutto piacere.
D’amor la saluta’ imantenente
e domandai s’avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: «Sacci, quando l’augel pia,
allor disïa – ’l me’ cor drudo avere».
Po’ che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare,
fra me stesso diss’ i’: «Or è stagione
di questa pasturella gio’ pigliare».
Merzé le chiesi sol che di basciare
ed abracciar, – se le fosse ’n volere.
Per man mi prese, d’amorosa voglia,
e disse che donato m’avea ‘l core;
menòmmi sott’una freschetta foglia,
là dov’ i’ vidi fior’ d’ogni colore;
e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
che ‘l die d’amore – mi parea vedere.
Guido Cavalcanti
Perché’io non spero di tornar giammai
Perché’io non spero di tornar giammai,
ballatetta, in "Toscana,
va tu, leggera e piana,
dritta a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.
Tu potterai novelle di sospiri,
piene di doglia e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura,
chè certo per la mia disavventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa,
che mi sarebbe angoscia,
dopo la morte poscia
pianto e novel dolore.
Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì che vita m’abbandona,
e senti come il cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona
cl’io non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire
mena l’anima teco,
molto di ciò ti preco,
quando uscirà del core.
Deh! ballatetta, alla tua amistate
quest’anima che trema accomando:
menala teco nella sua pietate
a quella bella donna a cui ti mando.
Deh! ballatetta, dille sospirando,
quando le sei presente:
questa vostra servente
viene per star con vui
pattita da colui
che fu servo d’amore.
Tu, voce sbigottita e deboletta,
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
coll’anima e con questa ballatetta
va ragionando della strutta mente.
Voi troverete una Donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
davanti starle ognora.
Anima, e tu l’adora
sempre nel suo valore.
ballatetta, in "Toscana,
va tu, leggera e piana,
dritta a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.
Tu potterai novelle di sospiri,
piene di doglia e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura,
chè certo per la mia disavventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa,
che mi sarebbe angoscia,
dopo la morte poscia
pianto e novel dolore.
Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì che vita m’abbandona,
e senti come il cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona
cl’io non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire
mena l’anima teco,
molto di ciò ti preco,
quando uscirà del core.
Deh! ballatetta, alla tua amistate
quest’anima che trema accomando:
menala teco nella sua pietate
a quella bella donna a cui ti mando.
Deh! ballatetta, dille sospirando,
quando le sei presente:
questa vostra servente
viene per star con vui
pattita da colui
che fu servo d’amore.
Tu, voce sbigottita e deboletta,
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
coll’anima e con questa ballatetta
va ragionando della strutta mente.
Voi troverete una Donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
davanti starle ognora.
Anima, e tu l’adora
sempre nel suo valore.
Guido delle Colonne
Amor, che lungiamente m’bai menato
Amor, che lungiamente m’hai menato
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retene in pietanza,
ché soperchianza — m’ha vinto e stancato:
c’ho più durato — ch’eo non ho possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che no fa assessino asorcoitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este afanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare:
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, — prenda vo’ merzide,
ché ben è dolze mal, se no m’auzide.
Oi dolze cera con guardi soavi,
più bella d’altra che sia in vostra terra,
traiete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra — e gran travaglia ‘nd’ ave;
ca si gran travi — poco ferro serra
e poca pioggia grande vento atertra,
però, madonna, non vi ’neresca e grave,
s’Amor vi sforza, ch’ogni cosa inserra;
ché certo no gli è troppo disinotre,
quand’omo è vinto d’uno suo migliore,
e tanto più da Amor che vince tutto;
però non dutto — c’Amor non vi smova:
saggio guerreri vince guerra e prova.
Non dico c’a la vostra gran bellezza
orgoglio non convegna e stiavi bene,
c’a bella donna orgoglio ben convene,
che si mantene — in pregio ed in grandezza.
Troppa alterezza — è quella che sconvene;
di grande orgoglio mai ben non avene.
Però, madonna, la vostra durezza
convertasi in pietanza e si rinfrene:
non si distenda tanto ch’io ne pèra,
Lo sole è alto, e si face lumera,
e tanto più quanto ’n altura pare:
vostr’argogliare — donqua e vostra altezze
facciami pro’ e tornimi in dolcezze.
IT’ allumo dentro e sforzo, in far semblanza,
di no mostrar zo che lo meo cor sente.
Oi quant’è dura pena al cor dolente
estar tacente — e non far dimostranza!
Ché la pesanza — a la cera consente,
e fanno vista di lor portamenti,
così son volontieri ’n acordanza,
la cera co lo core insembramente.
Forza di senno è quella che soverchia
DO Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare — ed essere segnore
de lo suo core quand’este ’n etrore.
Amor fa disviare li più saggi:
e chi più ama mem’ ha in sé misura,
più folle è quello che più s’innamura.
Amor non cura — di far suoi dannaggi,
ca li coraggi — mette in tal calura
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ suoi cominciamenti per natura.
Dunqua, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra mano, entro e di fore,
c’Amor mi sbatte e smena, che no abento,
sì come vento — smena nave in onda:
voi siete meo pennel che non affonda.
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retene in pietanza,
ché soperchianza — m’ha vinto e stancato:
c’ho più durato — ch’eo non ho possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che no fa assessino asorcoitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este afanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare:
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, — prenda vo’ merzide,
ché ben è dolze mal, se no m’auzide.
Oi dolze cera con guardi soavi,
più bella d’altra che sia in vostra terra,
traiete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra — e gran travaglia ‘nd’ ave;
ca si gran travi — poco ferro serra
e poca pioggia grande vento atertra,
però, madonna, non vi ’neresca e grave,
s’Amor vi sforza, ch’ogni cosa inserra;
ché certo no gli è troppo disinotre,
quand’omo è vinto d’uno suo migliore,
e tanto più da Amor che vince tutto;
però non dutto — c’Amor non vi smova:
saggio guerreri vince guerra e prova.
Non dico c’a la vostra gran bellezza
orgoglio non convegna e stiavi bene,
c’a bella donna orgoglio ben convene,
che si mantene — in pregio ed in grandezza.
Troppa alterezza — è quella che sconvene;
di grande orgoglio mai ben non avene.
Però, madonna, la vostra durezza
convertasi in pietanza e si rinfrene:
non si distenda tanto ch’io ne pèra,
Lo sole è alto, e si face lumera,
e tanto più quanto ’n altura pare:
vostr’argogliare — donqua e vostra altezze
facciami pro’ e tornimi in dolcezze.
IT’ allumo dentro e sforzo, in far semblanza,
di no mostrar zo che lo meo cor sente.
Oi quant’è dura pena al cor dolente
estar tacente — e non far dimostranza!
Ché la pesanza — a la cera consente,
e fanno vista di lor portamenti,
così son volontieri ’n acordanza,
la cera co lo core insembramente.
Forza di senno è quella che soverchia
DO Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare — ed essere segnore
de lo suo core quand’este ’n etrore.
Amor fa disviare li più saggi:
e chi più ama mem’ ha in sé misura,
più folle è quello che più s’innamura.
Amor non cura — di far suoi dannaggi,
ca li coraggi — mette in tal calura
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ suoi cominciamenti per natura.
Dunqua, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra mano, entro e di fore,
c’Amor mi sbatte e smena, che no abento,
sì come vento — smena nave in onda:
voi siete meo pennel che non affonda.
Guido delle Colonne
Ancor che l’aigua per lo foco lassi
Ancor che l’aigua per lo foco lassi
la sua grande freddura,
non cangeria natura
s’alcun vasello in mezzo non vi stassi,
anzi averria senza lunga dimura
che lo foco astutasse
o che l’aigua seccasse:
ma per lo mezzo l’uno e l’autra dura.
Cusi, gentil criatura,
in me ha mostrato Amore
l’ardente suo valore,
che senza amore er’ aigua fredda e ghiaccia:
ma Amor m’ha si allumato
di fiamma che m’abraccia,
ch’eo fora consumato
se voi, donna sovrana,
non fustici mezzana
infra l’Amore e meve,
che fa lo foco nascere di neve.
Imagine di neve si pò dire
om che non ha sentore
d’amoroso calore:
ancor sia vivo, non si sa sbaudire.
Amore è uno spirito d’ardore,
che non si pò vedire,
ma sol per li sospiri
si fa sentire in quello ch’è amadore.
Cusi, donna d’aunore,
lo meo gran sospirare
30. vi poria certa fare
de l’amorosa flamma und’eo so’ involto;
e non so com’eo duro,
i
sì m’ave preso e tolto;
ma parm’esser sicuro
che molti altri amanti
per amor tutti quanti
che non amàro quant’eo, né si forte.
Eo v’amo tanto che mille fiate
in umn’or mi s’arranca
lo spirito che manca,
pensando, donna, la vostra beltate;
e lo disio c’ho lo cor m’abranca,
crescemi volontate,
mettemi °n tempestate
ogni penseri, ché mai non si stanca.
O colorita e blanca
gioia, de lo meo bene
speranza mi mantene,
e s’eo languisco non posso morire:
ca, mentre viva sete,
eo non poria fallire,
ancor che fame e sete
lo corpo meo tormenti;
ma sol ch’eo tegna menti
vostra gaia persona,
obbrio la morte, tal forza mi dona.
Eo non credo sia già quello ch’avia
lo spirito che potrto,
ched eo fora già morto,
tant’ho passato male tuttavia:
lo spirito ch’i’aggio, und’eo mi spotto,
credo lo vostro sia,
che nel meo petto stia
e abiti con meco in gioi e diporto.
Or mi son bene accorto,
quando da voi mi venni,
che quando mente tenni
vostro amoroso viso netto e chiaro,
li vostri occhi piagenti
allora m’addobraro,
che mi tennero menti
e diedermi nascoso
uno spitto amoroso,
ch’assai mi fa più amare
che non amò null’altro, ciò mi pare.
La calamita contano i saccenti
che trare non poria
lo ferro per maestria,
se no che l’aire in mezzo lu consenti.
Ancor che calamita petra sia,
l’altre petre neenti
non son cusi potenti
a traier, perché non n’hano bailia,
Così, madonna mia,
l’Amor s’è apperceputo
che non m’avria potuto
traet’ a sé, se non fusse per vui;
e sì son donne assai,
m’hano nulla per cui
eo mi movesse mai,
se non per voi, piagente,
in cui è fermamente
la forza e la vertuti.
Adonque prego l’Amor che m’aiuti.
la sua grande freddura,
non cangeria natura
s’alcun vasello in mezzo non vi stassi,
anzi averria senza lunga dimura
che lo foco astutasse
o che l’aigua seccasse:
ma per lo mezzo l’uno e l’autra dura.
Cusi, gentil criatura,
in me ha mostrato Amore
l’ardente suo valore,
che senza amore er’ aigua fredda e ghiaccia:
ma Amor m’ha si allumato
di fiamma che m’abraccia,
ch’eo fora consumato
se voi, donna sovrana,
non fustici mezzana
infra l’Amore e meve,
che fa lo foco nascere di neve.
Imagine di neve si pò dire
om che non ha sentore
d’amoroso calore:
ancor sia vivo, non si sa sbaudire.
Amore è uno spirito d’ardore,
che non si pò vedire,
ma sol per li sospiri
si fa sentire in quello ch’è amadore.
Cusi, donna d’aunore,
lo meo gran sospirare
30. vi poria certa fare
de l’amorosa flamma und’eo so’ involto;
e non so com’eo duro,
i
sì m’ave preso e tolto;
ma parm’esser sicuro
che molti altri amanti
per amor tutti quanti
che non amàro quant’eo, né si forte.
Eo v’amo tanto che mille fiate
in umn’or mi s’arranca
lo spirito che manca,
pensando, donna, la vostra beltate;
e lo disio c’ho lo cor m’abranca,
crescemi volontate,
mettemi °n tempestate
ogni penseri, ché mai non si stanca.
O colorita e blanca
gioia, de lo meo bene
speranza mi mantene,
e s’eo languisco non posso morire:
ca, mentre viva sete,
eo non poria fallire,
ancor che fame e sete
lo corpo meo tormenti;
ma sol ch’eo tegna menti
vostra gaia persona,
obbrio la morte, tal forza mi dona.
Eo non credo sia già quello ch’avia
lo spirito che potrto,
ched eo fora già morto,
tant’ho passato male tuttavia:
lo spirito ch’i’aggio, und’eo mi spotto,
credo lo vostro sia,
che nel meo petto stia
e abiti con meco in gioi e diporto.
Or mi son bene accorto,
quando da voi mi venni,
che quando mente tenni
vostro amoroso viso netto e chiaro,
li vostri occhi piagenti
allora m’addobraro,
che mi tennero menti
e diedermi nascoso
uno spitto amoroso,
ch’assai mi fa più amare
che non amò null’altro, ciò mi pare.
La calamita contano i saccenti
che trare non poria
lo ferro per maestria,
se no che l’aire in mezzo lu consenti.
Ancor che calamita petra sia,
l’altre petre neenti
non son cusi potenti
a traier, perché non n’hano bailia,
Così, madonna mia,
l’Amor s’è apperceputo
che non m’avria potuto
traet’ a sé, se non fusse per vui;
e sì son donne assai,
m’hano nulla per cui
eo mi movesse mai,
se non per voi, piagente,
in cui è fermamente
la forza e la vertuti.
Adonque prego l’Amor che m’aiuti.
Guido Gozzano
Elogio degli amori ancillari (I)
Allor che viene con novelle sue,
ghermir mi piace l’agile fantesca
che secretaria antica è fra noi due.
M’accende il riso della bocca fresca,
l’attesa vana, il motto arguto, l’ora,
e il profumo d’istoria boccaccesca…
Ella m’irride, si dibatte, implora,
invoca il nome della sua padrona:
«Ah! Che vergogna! Povera Signora!
Ah! Povera Signora!…» E s’abbandona.
ghermir mi piace l’agile fantesca
che secretaria antica è fra noi due.
M’accende il riso della bocca fresca,
l’attesa vana, il motto arguto, l’ora,
e il profumo d’istoria boccaccesca…
Ella m’irride, si dibatte, implora,
invoca il nome della sua padrona:
«Ah! Che vergogna! Povera Signora!
Ah! Povera Signora!…» E s’abbandona.
Guido Gozzano
Fe’ una Signora vestita di nulla e che non ha forma
Fe’ una Signora vestita di nulla e che non ha forma.
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.
Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.
Trasumanate già, senza persone,
sorgono tutte. . . . E quelle più lontane,
e le compagne di speranze buone
e le piccole, ancora, e le più vane:
mime crestaie fanti cortigiane
argute come in un decamerone. . . .
Tra le faville e il crepitio dei ceppi
sorgono tutte, pallida falange. . . .
Amore no! Amore no! non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange;
IO
Amore non mi tanse e non mi tange;
invan nyvoffersi alle catene e ai ceppi.
O non amate che mi amaste, a Lui
invan proffersi il cuor che non s’appaga.
Amor non mi piagò di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui. . . .
A quale gelo condannato fui?
Non varrà succo d’erbe o l’arte maga?
MM
“Un maleficio fu dalla tua culla,
nè varrà l’arte maga, o sognatore!
Fino alla tomba il tuo gelido cuore
potterai con la tua sete fanciulla,
fanciullo triste che sapesti nulla,
chè ben sa nulla chi non sa l’Amore.
Una ti bacerà con la sua bocca,
forzando il chiuso cuore che resiste;
e quell’una verrà, fratello triste,
forse l’uscio picchiò con la sua nocca,
IO
forse alle spalle già ti sta, ti tocca;
già ti cinge di sue chiome non viste. . . ”
Si dilegua con occhi di sorella
indi ciascuna. E si riprende il cuore.
“ Fratello triste, cui mentì ’Amore,
che non ti menta l’altra cosa bella! ”
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.
Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.
Trasumanate già, senza persone,
sorgono tutte. . . . E quelle più lontane,
e le compagne di speranze buone
e le piccole, ancora, e le più vane:
mime crestaie fanti cortigiane
argute come in un decamerone. . . .
Tra le faville e il crepitio dei ceppi
sorgono tutte, pallida falange. . . .
Amore no! Amore no! non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange;
IO
Amore non mi tanse e non mi tange;
invan nyvoffersi alle catene e ai ceppi.
O non amate che mi amaste, a Lui
invan proffersi il cuor che non s’appaga.
Amor non mi piagò di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui. . . .
A quale gelo condannato fui?
Non varrà succo d’erbe o l’arte maga?
MM
“Un maleficio fu dalla tua culla,
nè varrà l’arte maga, o sognatore!
Fino alla tomba il tuo gelido cuore
potterai con la tua sete fanciulla,
fanciullo triste che sapesti nulla,
chè ben sa nulla chi non sa l’Amore.
Una ti bacerà con la sua bocca,
forzando il chiuso cuore che resiste;
e quell’una verrà, fratello triste,
forse l’uscio picchiò con la sua nocca,
IO
forse alle spalle già ti sta, ti tocca;
già ti cinge di sue chiome non viste. . . ”
Si dilegua con occhi di sorella
indi ciascuna. E si riprende il cuore.
“ Fratello triste, cui mentì ’Amore,
che non ti menta l’altra cosa bella! ”
Guido Gozzano
Ketty
I
Supini al rezzo ritmico del panka.
Sull’altana di cedro il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.
Bel fiore del carbone e dell’acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.
Sputa. Nell’arco della sua saliva
m’irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.
Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,
ma signora di sé, della sua sorte,
sola giunse a Ceylon da Baltimora
dove un cugino le sarà consorte.
Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l’esplora.
Error prudenti e senza rimembranza:
Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l’inurbana tracotanza
attira il mio latin sangue gentile.
II
Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s’ingemmano di stelle.
Ora di sogno! E Ketty sogna: «...or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?
È quotato in Italia il vostro nome?
Da noi procaccia dollari l’inchiostro...»
«Oro ed alloro!...» – «Dite e traducete
il più bel verso d’un poeta vostro...»
Dico e la bocca stridula ripete
in italo-brittanno il grido immenso:
«Due cose belle ha il mon... Perché ridete?»
«Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.
(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti).
Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d’infelici
come quei monni astratti e solitari.
Sui venti giri non degli edifici
vostri s’accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;
sete di lucro, gara fuggitiva,
elogio insulso, ghigno degli stolti
più non attinge la beata riva;
l’arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore...»
Ma intender non mi può, benché m’ascolti,
la figlia della cifra e del clamore.
III
Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.
Gelido è il braccio ch’ella m’abbandona
come cosa non sua. Come una cosa
non sua concede l’agile persona...
– «O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l’Illustrious lòchs collection più famosa.
Ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte...
(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all’ascella
a tratti brevi, come uno stromento)
e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie...»
– «Dischiomerò per Voi l’Italia bella!»
«Manca D’Annunzio tra le mie primizie;
vane l’offerte furono e gl’inviti
per tre capelli della sua calvizie...»
– «Vi prometto sin d’ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti...».
L’attiro a me (l’audacia superando
per cui va celebrato un cantarino
napolitano, dagli Stati in bando...).
Imperterrita indulge al resupino,
al temerario – o Numi! – che l’esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,
ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte... In Baltimora
il cugino l’attende a giuste nozze.
Supini al rezzo ritmico del panka.
Sull’altana di cedro il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.
Bel fiore del carbone e dell’acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.
Sputa. Nell’arco della sua saliva
m’irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.
Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,
ma signora di sé, della sua sorte,
sola giunse a Ceylon da Baltimora
dove un cugino le sarà consorte.
Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l’esplora.
Error prudenti e senza rimembranza:
Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l’inurbana tracotanza
attira il mio latin sangue gentile.
II
Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s’ingemmano di stelle.
Ora di sogno! E Ketty sogna: «...or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?
È quotato in Italia il vostro nome?
Da noi procaccia dollari l’inchiostro...»
«Oro ed alloro!...» – «Dite e traducete
il più bel verso d’un poeta vostro...»
Dico e la bocca stridula ripete
in italo-brittanno il grido immenso:
«Due cose belle ha il mon... Perché ridete?»
«Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.
(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti).
Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d’infelici
come quei monni astratti e solitari.
Sui venti giri non degli edifici
vostri s’accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;
sete di lucro, gara fuggitiva,
elogio insulso, ghigno degli stolti
più non attinge la beata riva;
l’arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore...»
Ma intender non mi può, benché m’ascolti,
la figlia della cifra e del clamore.
III
Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.
Gelido è il braccio ch’ella m’abbandona
come cosa non sua. Come una cosa
non sua concede l’agile persona...
– «O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l’Illustrious lòchs collection più famosa.
Ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte...
(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all’ascella
a tratti brevi, come uno stromento)
e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie...»
– «Dischiomerò per Voi l’Italia bella!»
«Manca D’Annunzio tra le mie primizie;
vane l’offerte furono e gl’inviti
per tre capelli della sua calvizie...»
– «Vi prometto sin d’ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti...».
L’attiro a me (l’audacia superando
per cui va celebrato un cantarino
napolitano, dagli Stati in bando...).
Imperterrita indulge al resupino,
al temerario – o Numi! – che l’esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,
ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte... In Baltimora
il cugino l’attende a giuste nozze.
Guido Gozzano
L’assenza
Un bacio. Ed è lungi. Dispare
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.
Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell’abito grigio:
rivedo l’uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio...
Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.
E intorno declina l’estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio...
L’azzurro infinito del giorno
è come una seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.
Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d’acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore...
E non sono triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino...
stupito di che? non mi sono
sentito mai tanto bambino...
Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani...
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.
Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell’abito grigio:
rivedo l’uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio...
Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.
E intorno declina l’estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio...
L’azzurro infinito del giorno
è come una seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.
Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d’acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore...
E non sono triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino...
stupito di che? non mi sono
sentito mai tanto bambino...
Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani...
Guido Gozzano
L’onesto rifiuto
Un mio gioco di sillabe t’illuse.
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell’offerta
5 di te. Te stessa, bella preda certa,
già quasi m’offri nelle palme schiuse.
Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t’arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
1° Non sono lui, non sono lui! Sì, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perché più tardi tu non maledica.
Non sono lui! Non quello che t’appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
15 Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido è il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d’inverno,
vòta di semi, pendula al rovaio....
Per te serbare immune da pensieri
2° bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi più sinceri....
Ma (tu sei bella) fa ch’io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l’amore che tu speti.
Non posso amare, illusa! Non ho amato
mai! Questa è la sciagura che nascondo.
Triste cercai l’amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull’orme del piacere vagabondo....
è
Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l’anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!...
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell’offerta
5 di te. Te stessa, bella preda certa,
già quasi m’offri nelle palme schiuse.
Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t’arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
1° Non sono lui, non sono lui! Sì, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perché più tardi tu non maledica.
Non sono lui! Non quello che t’appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
15 Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido è il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d’inverno,
vòta di semi, pendula al rovaio....
Per te serbare immune da pensieri
2° bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi più sinceri....
Ma (tu sei bella) fa ch’io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l’amore che tu speti.
Non posso amare, illusa! Non ho amato
mai! Questa è la sciagura che nascondo.
Triste cercai l’amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull’orme del piacere vagabondo....
è
Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l’anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!...
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
Guido Gozzano
Le due strade
I
Tra bande verdigialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.
Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista,
apparve una ciclista a sommo del pendio.
Ci venne incontro: scese. «Signora: sono Grazia!»
Sorrise nella grazia dell’abito scozzese.
«Tu? Grazia? la bambina?» – «Mi riconosce ancora?»
«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.
«La bimba Graziella! Diciott’anni? Di già?
La mamma come sta? E ti sei fatta bella!
La bimba Graziella: così cattiva e ingorda!...»
«Signora, si ricorda quelli anni?» – «E così bella
vai senza cavalieri in bicicletta?...» – «Vede...»
«Ci segui un tratto a piede?» – «Signora, volentieri...»
«Ah! Ti presento, aspetta, l’avvocato: un amico
caro di mio marito. Dagli la bicicletta...»
Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacciò dell’altra.
II
Adolescente l’una nelle gonnelle corte,
eppur già donna: forte bella vivace bruna
e balda nel solino dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.
Ed io godevo, senza parlare, con l’aroma
degli abeti l’aroma di quell’adolescenza.
– O via della salute, o vergine apparita,
o via tutta fiorita di gioie non mietute,
forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia!
O bimba nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,
discendere al Niente pel mio sentiero umano,
ma avere te per mano, o dolcesorridente!
Così dicevo senza parola. E l’altra intanto
vedevo: triste accanto a quell’adolescenza!
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco
colei che vide al gioco la bimba Graziella.
Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d’un fiore che disfiora, e non avrà domani.
Sotto l’aperto cielo, presso l’adolescente
come terribilmente m’apparve lo sfacelo!
Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l’opera del bistro
intorno all’occhio stanco, la piega di quei labri,
l’inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,
gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
in altro tempo belli d’un bel biondo sereno.
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la bimba Graziella!
– O mio cuore che valse la luce mattutina
raggiante sulla china tutte le strade talse?
Cuore che non fioristi, è vano che t’affretti
verso miraggi schietti in orti meno tristi;
tu senti che non giova all’uomo soffermarsi,
gettare i sogni sparsi per una vita nuova.
Discenderai al Niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolcesorridente,
ma l’altro beveraggio avrai fino alla morte:
il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio.
Queste pensavo cose, guidando nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
III
Erano folti intorno gli abeti nell’assalto
dei greppi fino all’alto nevaio disadorno.
I greggi, sparsi a picco, in lenti beli e mugli
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;
e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.
Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l’amore
che importa? Giunge al cuore il buon odor dei boschi.
Di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? o di serenità?...
IV
Sostammo accanto a un prato e la Signora, china,
baciò la Signorina, ridendo nel commiato.
«Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
si prende un po’ di the, si cicaleccia un po’...»
«Verrò, Signora; grazie!» Dalle mie mani, in fretta,
tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.
Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio;
la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,
d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d’alato volgente con le rote.
Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d’alabastro, scendeva nella valle.
«Signora!... Arrivederla!...» gridò di lungi, ai venti.
Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.
Tra la verzura folta disparve, apparve ancora.
Ancor s’udì: «...Signora!...» E fu l’ultima volta.
Grazia è scomparsa. Vola – dove? – la bicicletta...
«Amica, e non m’ha detta una parola sola!»
«Te ne duole?» – «Chi sa!» – «Fu taciturna, amore
per te, come il Dolore...» – «O la Felicità...»
Tra bande verdigialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.
Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista,
apparve una ciclista a sommo del pendio.
Ci venne incontro: scese. «Signora: sono Grazia!»
Sorrise nella grazia dell’abito scozzese.
«Tu? Grazia? la bambina?» – «Mi riconosce ancora?»
«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.
«La bimba Graziella! Diciott’anni? Di già?
La mamma come sta? E ti sei fatta bella!
La bimba Graziella: così cattiva e ingorda!...»
«Signora, si ricorda quelli anni?» – «E così bella
vai senza cavalieri in bicicletta?...» – «Vede...»
«Ci segui un tratto a piede?» – «Signora, volentieri...»
«Ah! Ti presento, aspetta, l’avvocato: un amico
caro di mio marito. Dagli la bicicletta...»
Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacciò dell’altra.
II
Adolescente l’una nelle gonnelle corte,
eppur già donna: forte bella vivace bruna
e balda nel solino dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.
Ed io godevo, senza parlare, con l’aroma
degli abeti l’aroma di quell’adolescenza.
– O via della salute, o vergine apparita,
o via tutta fiorita di gioie non mietute,
forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia!
O bimba nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,
discendere al Niente pel mio sentiero umano,
ma avere te per mano, o dolcesorridente!
Così dicevo senza parola. E l’altra intanto
vedevo: triste accanto a quell’adolescenza!
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco
colei che vide al gioco la bimba Graziella.
Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d’un fiore che disfiora, e non avrà domani.
Sotto l’aperto cielo, presso l’adolescente
come terribilmente m’apparve lo sfacelo!
Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l’opera del bistro
intorno all’occhio stanco, la piega di quei labri,
l’inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,
gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
in altro tempo belli d’un bel biondo sereno.
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la bimba Graziella!
– O mio cuore che valse la luce mattutina
raggiante sulla china tutte le strade talse?
Cuore che non fioristi, è vano che t’affretti
verso miraggi schietti in orti meno tristi;
tu senti che non giova all’uomo soffermarsi,
gettare i sogni sparsi per una vita nuova.
Discenderai al Niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolcesorridente,
ma l’altro beveraggio avrai fino alla morte:
il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio.
Queste pensavo cose, guidando nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
III
Erano folti intorno gli abeti nell’assalto
dei greppi fino all’alto nevaio disadorno.
I greggi, sparsi a picco, in lenti beli e mugli
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;
e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.
Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l’amore
che importa? Giunge al cuore il buon odor dei boschi.
Di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? o di serenità?...
IV
Sostammo accanto a un prato e la Signora, china,
baciò la Signorina, ridendo nel commiato.
«Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
si prende un po’ di the, si cicaleccia un po’...»
«Verrò, Signora; grazie!» Dalle mie mani, in fretta,
tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.
Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio;
la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,
d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d’alato volgente con le rote.
Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d’alabastro, scendeva nella valle.
«Signora!... Arrivederla!...» gridò di lungi, ai venti.
Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.
Tra la verzura folta disparve, apparve ancora.
Ancor s’udì: «...Signora!...» E fu l’ultima volta.
Grazia è scomparsa. Vola – dove? – la bicicletta...
«Amica, e non m’ha detta una parola sola!»
«Te ne duole?» – «Chi sa!» – «Fu taciturna, amore
per te, come il Dolore...» – «O la Felicità...»
Guido Guinizelli
Al cor gentil
Al cor gentil ripara sempre Amore
come a la selva augello in la verdura:
nè fè Amore avanti gentil core,
nè gentil core avanti Amor, Natura;
ch’adesso che fu il Sole
sì tosto lo splendore fu lucente,
nè fu avanti il sole.
E prende Amore in gentilezza loco
così propriamente
come calore in chiarità di foco.
Foco d’amor in gentil cor s’apprende,
come virtute in pietra preziosa;
chè dalla stella valor non discende,
avanti ’l Sol la faccia gentil cosa:
poi che m’ha tratto fuore
per sua virtù lo Sol ciò che gli è vile,
la stella ’i dà valore.
Così lo cor, c’è fatto da Natura
schietto, puro, gentile,
donna, a guisa di stella lo innamora.
Amor per tal ragion sta in cor gentile,
per qual lo foco in cima del doppiero:
splende a lo suo diletto, chiar, sottile,
non gli staria altrimenti, tant’è fiero.
Così prava natura
incontro Amor fa come l’acqua al foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
Per suo consimil loco,
come adamàs del ferro in la miniera.
Fere lo Sole il fango tutto il giorno:
vile riman, nè il Sol perde calore.
Dice uom altier: “ Gentil per schiatta torno,”
lui sembrò ’l fango, e il Sol gentil valore.
Chè non dee dar uom fede
che gentilezza sia, fuor di coraggio,
in dignità di erede,
se da virtute non ha gentil core:
com’acqua porta raggio,
e il ciel ritien la stella e lo splendore.
Splende in la Intelligenza dello cielo
Dio creator, più che ai nostri occhi il Sole:
quella intende il suo Fattor oltre il velo;
lo ciel volgendo, a lui obbedir tòle,
e consegue al primiero
da Dio beato e giusto compimento.
Così dar dovria il vero
la bella donna, che negli occhi splende,
del suo gentil talento,
chi mai lei ubbidir non si disprende.
so
Donna, Dio mi dirà: “ Che presumisti? ”
sendo l’anima mia a lui davanti:
“Lo ciel passasti, e fino a me venisti
e desti in vano amor, me per sembianti:
ch’a me convien la laude
e alla Reina del reame degno,
per cui cessa ogni fraude.”
Dir gli potrò: “ Tenea Angel sembianza
che fosse del tuo regno:
non mi fu fallo, s’io le posi amanza.”
come a la selva augello in la verdura:
nè fè Amore avanti gentil core,
nè gentil core avanti Amor, Natura;
ch’adesso che fu il Sole
sì tosto lo splendore fu lucente,
nè fu avanti il sole.
E prende Amore in gentilezza loco
così propriamente
come calore in chiarità di foco.
Foco d’amor in gentil cor s’apprende,
come virtute in pietra preziosa;
chè dalla stella valor non discende,
avanti ’l Sol la faccia gentil cosa:
poi che m’ha tratto fuore
per sua virtù lo Sol ciò che gli è vile,
la stella ’i dà valore.
Così lo cor, c’è fatto da Natura
schietto, puro, gentile,
donna, a guisa di stella lo innamora.
Amor per tal ragion sta in cor gentile,
per qual lo foco in cima del doppiero:
splende a lo suo diletto, chiar, sottile,
non gli staria altrimenti, tant’è fiero.
Così prava natura
incontro Amor fa come l’acqua al foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
Per suo consimil loco,
come adamàs del ferro in la miniera.
Fere lo Sole il fango tutto il giorno:
vile riman, nè il Sol perde calore.
Dice uom altier: “ Gentil per schiatta torno,”
lui sembrò ’l fango, e il Sol gentil valore.
Chè non dee dar uom fede
che gentilezza sia, fuor di coraggio,
in dignità di erede,
se da virtute non ha gentil core:
com’acqua porta raggio,
e il ciel ritien la stella e lo splendore.
Splende in la Intelligenza dello cielo
Dio creator, più che ai nostri occhi il Sole:
quella intende il suo Fattor oltre il velo;
lo ciel volgendo, a lui obbedir tòle,
e consegue al primiero
da Dio beato e giusto compimento.
Così dar dovria il vero
la bella donna, che negli occhi splende,
del suo gentil talento,
chi mai lei ubbidir non si disprende.
so
Donna, Dio mi dirà: “ Che presumisti? ”
sendo l’anima mia a lui davanti:
“Lo ciel passasti, e fino a me venisti
e desti in vano amor, me per sembianti:
ch’a me convien la laude
e alla Reina del reame degno,
per cui cessa ogni fraude.”
Dir gli potrò: “ Tenea Angel sembianza
che fosse del tuo regno:
non mi fu fallo, s’io le posi amanza.”
Guittone d'Arezzo
Ahi Deo, chi vidde mai tal malatia
Ahi Deo, chi vidde mai tal malatia
di quella che sorpreso hame lo core?
ché la cosa ch’altrui par venen sia
è sola medicina al meo dolore.
Ciò è l’amor, ch’ogni om ch’el signoria
guaimenta e dice che per lui si more,
e pur se pena di trovare via
como de sé islocar possa l’amore.
Ed eo pur peno di condurlo a mene
e di venir de sua corte servente
perché disio ciò più ch’altro bene.
Ma pur languisco, lasso, e mor’ sovente,
dapoi ch’ello di me cura non tene:
adonque guarrea me l’altrui nocente.
di quella che sorpreso hame lo core?
ché la cosa ch’altrui par venen sia
è sola medicina al meo dolore.
Ciò è l’amor, ch’ogni om ch’el signoria
guaimenta e dice che per lui si more,
e pur se pena di trovare via
como de sé islocar possa l’amore.
Ed eo pur peno di condurlo a mene
e di venir de sua corte servente
perché disio ciò più ch’altro bene.
Ma pur languisco, lasso, e mor’ sovente,
dapoi ch’ello di me cura non tene:
adonque guarrea me l’altrui nocente.
Guittone d'Arezzo
Amor m’ba priso ed incarnato tuito
Amor m’ha priso ed incarnato tutto,
ed a lo core di sé fa posanza,
e di ciascuno membro tragge frutto,
da poi che priso ha tanto di possanza.
Doglia, onta e danno hame condutto,
e del mal meo mi fa aver disianza,
e del ben di lei spietat’ème ’n tutto,
sì meve e ciascun ch’ama ha ’n disdegnanza.
Spessamente lo chiamo e dico; Amore,
chi t’ha dato di me tal segnoraggio,
ch’hai conquiso meo senno e meo valore?
Eo prego che ti facie meo messaggio
e che vade davante al tuo segnore
e d’esto convenente il facie saggio.
ed a lo core di sé fa posanza,
e di ciascuno membro tragge frutto,
da poi che priso ha tanto di possanza.
Doglia, onta e danno hame condutto,
e del mal meo mi fa aver disianza,
e del ben di lei spietat’ème ’n tutto,
sì meve e ciascun ch’ama ha ’n disdegnanza.
Spessamente lo chiamo e dico; Amore,
chi t’ha dato di me tal segnoraggio,
ch’hai conquiso meo senno e meo valore?
Eo prego che ti facie meo messaggio
e che vade davante al tuo segnore
e d’esto convenente il facie saggio.
Guittone d'Arezzo
Amor merzé, per Deo, merzé, merzede
Amor merzé, per Deo, merzé, merzede
del gran torto, ché più v’amo che mene.
Lasso, morte perdona om per merzede
a quel che di morir servito ha bene;
Ma cetto già non porete orgogliando
montar tanto, che più sempre eo non sia
con merzede cherère umiliando.
E pur conven che l’alta umiltà mia
vad’a forza orgoglio vostro abassando,
e facciavi d’umana segnoria.
del gran torto, ché più v’amo che mene.
Lasso, morte perdona om per merzede
a quel che di morir servito ha bene;
Ma cetto già non porete orgogliando
montar tanto, che più sempre eo non sia
con merzede cherère umiliando.
E pur conven che l’alta umiltà mia
vad’a forza orgoglio vostro abassando,
e facciavi d’umana segnoria.
Guittone d'Arezzo
Canzone in difesa delle donne
Ahi lasso, che li boni e li malvagi
omini tutti hano preso acordanza
di mettere le donne in despregianza;
e ciò più ch’altro far par che lor agi.
Per che mal aggiaà el ben tutto e l’onore
che fatto han lor, poi n’han merto sì bello;
m’eo sarò lor ribello
e prenderò solo la defensione,
e aproverò falso lor sermone,
e le donne bone in opera e in fede;
ma voglio che di ciò grazi’ e mercede
rendano voi, gioia gioiosa, Amore.
Non per ragion, ma per malvagia usanza,
sovra le donne ha preso om signoria,
ponendole ’n dispregio e ’n villania
ciò ch’a sé cortesia pon’ e orranza.
Ahi, che villan giudicio e che fallace!
ch’a Deo e a ragione è om tenuto,
e per ciascun statuto,
sì come donna, a guardar de fallire:
e tanto avante più quanto è più sire
e maggiormente ha saggia oppenione.
Adonque avemo a veder per ragione
qual più se guarda: quel blasmar men face.
Embola, robba, aucide, arde o desface,
periura, enganna, trade o falsa tanto
i
donna quant’om? non già, ma quasi santo
è ’l fatto so, ver’ ch’è quel d’om fallace.
Carnal talento è ’n loro d’un podere,
al qual, savem, donna meglio contende;
e s’e] già la sorprende
perché lei ne sia port’o prego o pregio,
ma chi ’l porge, in fallir dobra-i dispregio;
e qual armito è quel che se tenesse”
s’una plagente donna el richedesse
com’om fa lei, de quanto el sa valere?
Tulio Cesar non penò tempo tanto,
né tanto mise tutto ’l suo valore
a conquistar del mondo esser signore,
talor non faccia in donna om altretanto;
e tal è che non mai venta dovene.
Poi più savere e forza en l’om si trova,
perché non sì ben prova?
Non vol, ma falla e fa donna fallare:
adonque che diritto ha ’n lei biasmare?
Già non è meraviglia qual s’arende,
ma qual s’aiuta e qual se defende,
poi d’entro e de for tanto assalto tene.
Quant’è più ch’om d’amore a ’nformar fera,
più feramente il ten poi l’ha fermato,
como ferro ch’è più duro tagliato
e ten la taglia poi meglio che cera;
l’onor suo torna ad onta e ’l prode a danno,
sé ned amico né Dio guarda fiore
a seguir bene Amore;
e om non mett’ a ciò tanto coranza,
tutto ragion non sia, s’el tene amanza,
e no ’nd’è un d’amor tanto corale,
che ’nver’ sua donna stia ferm’ e leale;
ma donna pur trov’om for tutto inganno.
Male san dir, ma non già devisare,
ché Deo, che mosse Sé sempre a ragione,
de limo terre l’om fece e formòne,
e la donna dell’om, siccome appare;
adonqu’è troppo più naturalmente
gentil cosa che Fomo e meglio è nata,
e più sembra ch’amata
ella fosse da Dio nostro signore;
e maggiormente più feceli onore
che non per om, ma per donna, salvare
ne volle veramente ed a Sé trare;
e ciò non fu senza ragion neente.
Vale per sé: nent’ho detto a sembrante;
apresso val ché fa l’omo valere:
ché ’ngegno, forzo, ardimento, podere
e cor de tutto ben mettere avante
i
donali donna en su’ amorosa spera;
for che el non saveria quasi altro fare
che dormire e mangiare.
Adonque il senno e lo valor c’ha l’omo
da la donna tener lo dea, sì como
ten lo scolar dal so maestro l’arte;
ed ella quanto face a mala parte
dall’om tener lo pò simel mainera.
- Prova altra no ’nde fo di ciò c’ho detto,
ma miri ben ciascuno se ver dico,
ché già no me desdico
de starne a confession d’omo leale;
e partase d’usar si villan male
solo cui villania par e menzogna:
ché ’l remanente trar de sua vergogna
non sirà tal chio già n’aggia deletto.
Gentil mia donna, fosse in voi tesoro
quanto v’è senno en cor, la più valente
fora ver’ voi neente;
e sed eo pur per reina vi tegno,
e’ vi corona onor com’altra regno:
ché tanto è ’n voi di ben tutt’abondanza,
che viso m’è, Amor, che la mancanza
d’ogni altra prenda in voi assai restoro.
Ad Arezzo la mia vera canzone
mando, Amore, a voi, per cui campione,
e servo de tutt’altre esser prometto.
omini tutti hano preso acordanza
di mettere le donne in despregianza;
e ciò più ch’altro far par che lor agi.
Per che mal aggiaà el ben tutto e l’onore
che fatto han lor, poi n’han merto sì bello;
m’eo sarò lor ribello
e prenderò solo la defensione,
e aproverò falso lor sermone,
e le donne bone in opera e in fede;
ma voglio che di ciò grazi’ e mercede
rendano voi, gioia gioiosa, Amore.
Non per ragion, ma per malvagia usanza,
sovra le donne ha preso om signoria,
ponendole ’n dispregio e ’n villania
ciò ch’a sé cortesia pon’ e orranza.
Ahi, che villan giudicio e che fallace!
ch’a Deo e a ragione è om tenuto,
e per ciascun statuto,
sì come donna, a guardar de fallire:
e tanto avante più quanto è più sire
e maggiormente ha saggia oppenione.
Adonque avemo a veder per ragione
qual più se guarda: quel blasmar men face.
Embola, robba, aucide, arde o desface,
periura, enganna, trade o falsa tanto
i
donna quant’om? non già, ma quasi santo
è ’l fatto so, ver’ ch’è quel d’om fallace.
Carnal talento è ’n loro d’un podere,
al qual, savem, donna meglio contende;
e s’e] già la sorprende
perché lei ne sia port’o prego o pregio,
ma chi ’l porge, in fallir dobra-i dispregio;
e qual armito è quel che se tenesse”
s’una plagente donna el richedesse
com’om fa lei, de quanto el sa valere?
Tulio Cesar non penò tempo tanto,
né tanto mise tutto ’l suo valore
a conquistar del mondo esser signore,
talor non faccia in donna om altretanto;
e tal è che non mai venta dovene.
Poi più savere e forza en l’om si trova,
perché non sì ben prova?
Non vol, ma falla e fa donna fallare:
adonque che diritto ha ’n lei biasmare?
Già non è meraviglia qual s’arende,
ma qual s’aiuta e qual se defende,
poi d’entro e de for tanto assalto tene.
Quant’è più ch’om d’amore a ’nformar fera,
più feramente il ten poi l’ha fermato,
como ferro ch’è più duro tagliato
e ten la taglia poi meglio che cera;
l’onor suo torna ad onta e ’l prode a danno,
sé ned amico né Dio guarda fiore
a seguir bene Amore;
e om non mett’ a ciò tanto coranza,
tutto ragion non sia, s’el tene amanza,
e no ’nd’è un d’amor tanto corale,
che ’nver’ sua donna stia ferm’ e leale;
ma donna pur trov’om for tutto inganno.
Male san dir, ma non già devisare,
ché Deo, che mosse Sé sempre a ragione,
de limo terre l’om fece e formòne,
e la donna dell’om, siccome appare;
adonqu’è troppo più naturalmente
gentil cosa che Fomo e meglio è nata,
e più sembra ch’amata
ella fosse da Dio nostro signore;
e maggiormente più feceli onore
che non per om, ma per donna, salvare
ne volle veramente ed a Sé trare;
e ciò non fu senza ragion neente.
Vale per sé: nent’ho detto a sembrante;
apresso val ché fa l’omo valere:
ché ’ngegno, forzo, ardimento, podere
e cor de tutto ben mettere avante
i
donali donna en su’ amorosa spera;
for che el non saveria quasi altro fare
che dormire e mangiare.
Adonque il senno e lo valor c’ha l’omo
da la donna tener lo dea, sì como
ten lo scolar dal so maestro l’arte;
ed ella quanto face a mala parte
dall’om tener lo pò simel mainera.
- Prova altra no ’nde fo di ciò c’ho detto,
ma miri ben ciascuno se ver dico,
ché già no me desdico
de starne a confession d’omo leale;
e partase d’usar si villan male
solo cui villania par e menzogna:
ché ’l remanente trar de sua vergogna
non sirà tal chio già n’aggia deletto.
Gentil mia donna, fosse in voi tesoro
quanto v’è senno en cor, la più valente
fora ver’ voi neente;
e sed eo pur per reina vi tegno,
e’ vi corona onor com’altra regno:
ché tanto è ’n voi di ben tutt’abondanza,
che viso m’è, Amor, che la mancanza
d’ogni altra prenda in voi assai restoro.
Ad Arezzo la mia vera canzone
mando, Amore, a voi, per cui campione,
e servo de tutt’altre esser prometto.
Guittone d'Arezzo
Con più m’allungo, più m’è prossimana
Con più m’allungo, più m’è prossimana
la fazzon dolce de la donna mia,
che m’aucide sovente e mi risana
e m’ave miso in tal forsenaria,
che ’n parte ch’eo dimor’ in terra strana,
me par visibil ch’eo con ella sia,
e un’or credo tal speranza vana
ed altra mi ritorno en la follia.
Cos como guidò i Magi la stella,
guidame sua fazzon gendome avante,
che visibel mi par e incarnat’ella.
Però vivo gioioso e benistante,
ché certo senza ciò crudele e fella
morte m’auciderea immantenante.
la fazzon dolce de la donna mia,
che m’aucide sovente e mi risana
e m’ave miso in tal forsenaria,
che ’n parte ch’eo dimor’ in terra strana,
me par visibil ch’eo con ella sia,
e un’or credo tal speranza vana
ed altra mi ritorno en la follia.
Cos como guidò i Magi la stella,
guidame sua fazzon gendome avante,
che visibel mi par e incarnat’ella.
Però vivo gioioso e benistante,
ché certo senza ciò crudele e fella
morte m’auciderea immantenante.
Guittone d'Arezzo
Cost ti doni Dio mala ventura
Così ti doni Dio mala ventura,
com’ tu menzogna di’ ad isciente,
credendo ch’i’ m’arrenda per paura
di tua malvagia lingua mesdicente.
Ma eo sofferea prima ogni bruttura
e morte, ched ì° te déssimi nente,
clh’eo fora degna di soffrir arsura
come quella ch’a bestia si consente.
E se ciò è, che me non tegna mente
bona né bella, te qual credi tegna?
pur lo piggior de tutti e ’l più spiacente.
E gran fastidio n’è s’om ti disdegna
per dispiagenza, e tu ti tien’ sì gente
che, tal penser hai, credi che divegna.
com’ tu menzogna di’ ad isciente,
credendo ch’i’ m’arrenda per paura
di tua malvagia lingua mesdicente.
Ma eo sofferea prima ogni bruttura
e morte, ched ì° te déssimi nente,
clh’eo fora degna di soffrir arsura
come quella ch’a bestia si consente.
E se ciò è, che me non tegna mente
bona né bella, te qual credi tegna?
pur lo piggior de tutti e ’l più spiacente.
E gran fastidio n’è s’om ti disdegna
per dispiagenza, e tu ti tien’ sì gente
che, tal penser hai, credi che divegna.
Guittone d'Arezzo
De coralmente amar mai non dimagra
De coralmente amar mai non dimagra
la voglia mia, né di servir s’arretra,
lei, ver’ cui de bellezza ogn’altr’è magra,
per che ciascun ver’ me sementa ’n petra:
ch’Amor di gioia mi corona e sagra
und’ho di ben più ch’altr’om, più che metra;
dunque ragion de servir lei m’adagra,
poi son d’Amore a maggior don ch’a metra.
Ché manto n’ho, pur chi vol n’aggia invilia,
e me’ nde sia ciascun noioso encontra
ch’al mio voler non faccia fest’ e vilia,
merzé di lei ch’ogni om su’ nemic’ontta,
ver’ cui bastarda fu Sarna Subilia,
i
per che tutto ben meo d’essa m’acontra.
la voglia mia, né di servir s’arretra,
lei, ver’ cui de bellezza ogn’altr’è magra,
per che ciascun ver’ me sementa ’n petra:
ch’Amor di gioia mi corona e sagra
und’ho di ben più ch’altr’om, più che metra;
dunque ragion de servir lei m’adagra,
poi son d’Amore a maggior don ch’a metra.
Ché manto n’ho, pur chi vol n’aggia invilia,
e me’ nde sia ciascun noioso encontra
ch’al mio voler non faccia fest’ e vilia,
merzé di lei ch’ogni om su’ nemic’ontta,
ver’ cui bastarda fu Sarna Subilia,
i
per che tutto ben meo d’essa m’acontra.
Guittone d'Arezzo
Me piace dir como sento d’amore
Me piace dir como sento d’amore
a pro’ di quei che men sanno di mene.
Secondo ciò che pone alcuno autore,
amore un disidero d’animo ene,
de la cosa che più li piace bene;
lo qual piacere ad esso è creatore
e cosa ch’a sua guida il cor retene.
Penser l’avanza e lo cresce e rinova
e vallo sempre in sua ragion fermando
e falli fare di ciò che vol prova;
saver lo va, con più può, menomando,
natura el tene e non vol già che mova,
per cosa alcuna, de lo suo comando.
a pro’ di quei che men sanno di mene.
Secondo ciò che pone alcuno autore,
amore un disidero d’animo ene,
de la cosa che più li piace bene;
lo qual piacere ad esso è creatore
e cosa ch’a sua guida il cor retene.
Penser l’avanza e lo cresce e rinova
e vallo sempre in sua ragion fermando
e falli fare di ciò che vol prova;
saver lo va, con più può, menomando,
natura el tene e non vol già che mova,
per cosa alcuna, de lo suo comando.