Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Ardengo Soffici
Aeroplano
Mulinello di luce nella sterminata freschezza zona elastica
[della morte
Crivello d’oro girandola di vetri venti e colori
Si respira il peso grasso del sole
Con l’ala aperta W Spezia 37 sulla libertà
La terra ah! case parole città
Agricoltura e commercio amori lacrime suoni
Fiori bevande di fuoco e zucchero
Vita sparsa in giro come un bucato
Non c’è più che una sfera di cristallo carica di silenzio esplosivo
[enfin
Oggi si vola!
C’è un’allegria più forte del vino della Rufina con l’etichetta
[del 1811
È il ricordo del nostro indirizzo scritto sul tappeto del mondo
La cronaca dei giornali del mattino e della sera
Gli amici le amanti a perpetuità il pensiero strascinato nei libri
E le mille promesse
Cambiali in giro laggiù nella polvere e gli sputi
Fino alla bancarotta fraudolenta fatale per tutti
Stringo il volante con mano d’aria
Premo la valvola con la scarpa di cielo
Frrrrrr frrrrrr frrrrrr affogo nel turchino ghimè
Mangio triangoli di turchino di mammola
Fette d’azzurro
Ingollo bocks di turchino cobalto
Celeste di lapislazzuli
Celeste blu celeste chiaro celestino
Blu di prussia celeste cupo celeste lumiera
Mi sprofondo in un imbuto di paradiso
Cristo aviatore ero fatto per questa ascensione di gloria
[poetico-militare-sportiva
Sugli angioli rettangolari di tela e d’acciaio
Il cubo nero è il pensiero del ritorno che cancello con la mia lingua
[accesa e lo sguardo di gioia
Dal bianco quadrante dell’altimetro rotativo
Impennamento erotico fra i pavoni reali delle nuvole
Capofitto nelle stelle più grandi color di rosa
Vol plané nello spazio-nulla
Il mio cuore meteora si spande come uno sperma nell’abisso
[fecondo di sangue
A me questa solitudine non ho più che la materia etere del mio
[cervello
Per una creazione sola autentica e definitiva
A 6207 metri incipit vita nova
L’infinito ha un profumo di frutta matura
Di benzina
Di cosce di poppe di capelli pettinati dopo la doccia
Delle mie ascelle che adoro
Il gelo infiammato del cocomero tuffato a lungo nel pozzo
Bacio la vulva del firmamento senza rumore
Le scintille di musica che punteggiano il rombo entusiastico del
[cilindro e dell’elica
Son l’eco del fischio dei più alti uccelli
Navigo nell’assoluto mia patria e vorrei dimenticare il corpo
[che sempre è con noi
La forma della libellula matematica che è il mio destino
La mia storia e i vostri ultimi radiotelegrammi umani
Se si potesse disfarsi di questa malinconia degli apparecchi
[simpatici
La saggezza è cosa di tutti e si mangia col pane ogni giorno
Basta non vomitare amigo Sancho e ripetiamo al barbero omicida
[mascherato di specchi
Dulcinea del Toboso es la mas hermosa mujer del mundo
Dormire cantare in questa ricca fiamma di purità
Difficile
Ho compiuto tutti i corsi dell’arte e del vizio e posseggo il
[documento ufficiale
Ho inventato tre sensi la chimica della fantasia la resurrezione
[di tutte le cose
La transustanziazione dell’arcobaleno
E la volatilizzazione esilarante dell’etica
Ho finito i miei nervi sulla quadruplice tastiera degli amori
Ho amato le gialle viscere di una zucca una vergine capra
En rêve j’ai baisé ma vieille mère
J’ai enculé mon père mort
E visto naufragare la S.S. Trinità con un gran peto di gelsomino
Nel verde di una mominette preparata con tutta sapienza
Al caffè dei due Magots in piazza Saint-Germain des Prés a
[Parigi
La vostra vita è un grappolo d’agresto che ho troppo ardentemente
[succhiato
Mi asciugo la bocca col tovagliolo indaco del cielo
La mia gamba è lunga e secca
E calzo il n. 41 come Arthur Rimbaud
Dovrò forse morire a 37 anni fra colonne d’ametista?
Mais je ne marche plus
Città vedo ancora la geometria di fosforo sulla coltre nera di notte
Piazze strade
Cerchi di treni lungo i paesaggi réclame
Vermi smarriti sur un mappa di cartapesta
Vedo ancora le lumiere titoli dei drammi ai teatri
Giulietta e Romeo I due sergenti King Lear Gli spettri Le 99
[disgrazie di Stenterello
La vida es sueño La vedova allegra Amleto
Le monde où l’on s’ennuie
Tutti i fiumi finiscono troppo presto nel mare
Troppo stretto e duro
I più bei fiori hanno una forma che si trova divulgata in tutti
[i trattati di botanica
E non barattano mai fra loro le tinte e gli odori
Le donne oh! hanno la testa troppo vicina alle chiappe o troppo
[lontana
Gli uomini il loro pensiero puzza di Dio e di piedi
E per un’anima che ha una bella cravatta o un asprì di moda
[gloriosa
Quanti soffritti d’aglio sotto il vermiglione dei tetti in quel golfo
[di verde bandiera
Ah! non ritornerò che fuliggine d’ossa bruciate
Senza addio né rimpianti alzo la quota
Lancio sempre più in alto le stelle filanti dei miei desideri
Stabilisco la mira degli occhi ubriachi
Su su su ancora una trincea d’oltremare
Bisogna prender d’assalto le mitragliatrici furibonde del solleone
[della morte
Crivello d’oro girandola di vetri venti e colori
Si respira il peso grasso del sole
Con l’ala aperta W Spezia 37 sulla libertà
La terra ah! case parole città
Agricoltura e commercio amori lacrime suoni
Fiori bevande di fuoco e zucchero
Vita sparsa in giro come un bucato
Non c’è più che una sfera di cristallo carica di silenzio esplosivo
[enfin
Oggi si vola!
C’è un’allegria più forte del vino della Rufina con l’etichetta
[del 1811
È il ricordo del nostro indirizzo scritto sul tappeto del mondo
La cronaca dei giornali del mattino e della sera
Gli amici le amanti a perpetuità il pensiero strascinato nei libri
E le mille promesse
Cambiali in giro laggiù nella polvere e gli sputi
Fino alla bancarotta fraudolenta fatale per tutti
Stringo il volante con mano d’aria
Premo la valvola con la scarpa di cielo
Frrrrrr frrrrrr frrrrrr affogo nel turchino ghimè
Mangio triangoli di turchino di mammola
Fette d’azzurro
Ingollo bocks di turchino cobalto
Celeste di lapislazzuli
Celeste blu celeste chiaro celestino
Blu di prussia celeste cupo celeste lumiera
Mi sprofondo in un imbuto di paradiso
Cristo aviatore ero fatto per questa ascensione di gloria
[poetico-militare-sportiva
Sugli angioli rettangolari di tela e d’acciaio
Il cubo nero è il pensiero del ritorno che cancello con la mia lingua
[accesa e lo sguardo di gioia
Dal bianco quadrante dell’altimetro rotativo
Impennamento erotico fra i pavoni reali delle nuvole
Capofitto nelle stelle più grandi color di rosa
Vol plané nello spazio-nulla
Il mio cuore meteora si spande come uno sperma nell’abisso
[fecondo di sangue
A me questa solitudine non ho più che la materia etere del mio
[cervello
Per una creazione sola autentica e definitiva
A 6207 metri incipit vita nova
L’infinito ha un profumo di frutta matura
Di benzina
Di cosce di poppe di capelli pettinati dopo la doccia
Delle mie ascelle che adoro
Il gelo infiammato del cocomero tuffato a lungo nel pozzo
Bacio la vulva del firmamento senza rumore
Le scintille di musica che punteggiano il rombo entusiastico del
[cilindro e dell’elica
Son l’eco del fischio dei più alti uccelli
Navigo nell’assoluto mia patria e vorrei dimenticare il corpo
[che sempre è con noi
La forma della libellula matematica che è il mio destino
La mia storia e i vostri ultimi radiotelegrammi umani
Se si potesse disfarsi di questa malinconia degli apparecchi
[simpatici
La saggezza è cosa di tutti e si mangia col pane ogni giorno
Basta non vomitare amigo Sancho e ripetiamo al barbero omicida
[mascherato di specchi
Dulcinea del Toboso es la mas hermosa mujer del mundo
Dormire cantare in questa ricca fiamma di purità
Difficile
Ho compiuto tutti i corsi dell’arte e del vizio e posseggo il
[documento ufficiale
Ho inventato tre sensi la chimica della fantasia la resurrezione
[di tutte le cose
La transustanziazione dell’arcobaleno
E la volatilizzazione esilarante dell’etica
Ho finito i miei nervi sulla quadruplice tastiera degli amori
Ho amato le gialle viscere di una zucca una vergine capra
En rêve j’ai baisé ma vieille mère
J’ai enculé mon père mort
E visto naufragare la S.S. Trinità con un gran peto di gelsomino
Nel verde di una mominette preparata con tutta sapienza
Al caffè dei due Magots in piazza Saint-Germain des Prés a
[Parigi
La vostra vita è un grappolo d’agresto che ho troppo ardentemente
[succhiato
Mi asciugo la bocca col tovagliolo indaco del cielo
La mia gamba è lunga e secca
E calzo il n. 41 come Arthur Rimbaud
Dovrò forse morire a 37 anni fra colonne d’ametista?
Mais je ne marche plus
Città vedo ancora la geometria di fosforo sulla coltre nera di notte
Piazze strade
Cerchi di treni lungo i paesaggi réclame
Vermi smarriti sur un mappa di cartapesta
Vedo ancora le lumiere titoli dei drammi ai teatri
Giulietta e Romeo I due sergenti King Lear Gli spettri Le 99
[disgrazie di Stenterello
La vida es sueño La vedova allegra Amleto
Le monde où l’on s’ennuie
Tutti i fiumi finiscono troppo presto nel mare
Troppo stretto e duro
I più bei fiori hanno una forma che si trova divulgata in tutti
[i trattati di botanica
E non barattano mai fra loro le tinte e gli odori
Le donne oh! hanno la testa troppo vicina alle chiappe o troppo
[lontana
Gli uomini il loro pensiero puzza di Dio e di piedi
E per un’anima che ha una bella cravatta o un asprì di moda
[gloriosa
Quanti soffritti d’aglio sotto il vermiglione dei tetti in quel golfo
[di verde bandiera
Ah! non ritornerò che fuliggine d’ossa bruciate
Senza addio né rimpianti alzo la quota
Lancio sempre più in alto le stelle filanti dei miei desideri
Stabilisco la mira degli occhi ubriachi
Su su su ancora una trincea d’oltremare
Bisogna prender d’assalto le mitragliatrici furibonde del solleone
Ardengo Soffici
Arcobaleno
Inzuppa 7 pennelli nel tuo cuore di 36 anni finiti ieri 7 aprile
E rallumina il viso disfatto delle antiche stagioni
Tu hai cavalcato la vita come le sirene nichelate dei caroselli
[da fiera
In giro
Da una città all’altra di filosofia in delirio
D’amore in passione di regalità in miseria
Non c’è chiesa cinematografo redazione o taverna che tu non
[conosca
Tu hai dormito nel letto d’ogni famiglia
Ci sarebbe da fare un carnevale
Di tutti i dolori
Dimenticati con l’ombrello nei caffè d’Europa
Partiti tra il fumo coi fazzoletti negli sleeping-cars diretti al
[nord al sud
Paesi ore
Ci sono delle voci che accompagnan pertutto come la luna e i cani
Ma anche il fischio di una ciminiera
Che rimescola i colori del mattino
E dei sogni
Non si dimentica né il profumo di certe notti affogate nelle ascelle
[di topazio
Queste fredde giunchiglie che ho sulla tavola accanto all’inchiostro
Eran dipinte sui muri della camera n. 19 nell’Hôtel des Anglais
[a Rouen
Un treno passeggiava sul quai notturno
Sotto la nostra finestra
Decapitando i riflessi delle lanterne versicolori
Tra le botti del vino di Sicilia
E la Senna era un giardino di bandiere infiammate
Non c’è più tempo
Lo spazio
È un verme crepuscolare che si raggricchia in una goccia di fosforo
Ogni cosa è presente
Come nel 1902 tu sei a Parigi in una soffitta
Coperto da 35 centimetri quadri di cielo
Liquefatto nel vetro dell’abbaino
La Ville t’offre ancora ogni mattina
Il bouquet fiorito dello Square de Cluny
Dal boulevard Saint-Germain scoppiante di trams e d’autobus
Arriva la sera a queste campagne la voce briaca della giornalaia
Di rue de la Harpe
«Pari-cûrses» «l’Intransigeant» «la Presse»
Il negozio di Chaussures Raoul fa sempre concorrenza alle stelle
E mi accarezzo le mani tutte intrise dei liquori del tramonto
Come quando pensavo al suicidio vicino alla casa di Rigoletto
Sì caro
L’uomo più fortunato è colui che sa vivere nella contingenza
[al pari dei fiori
Guarda il signore che passa
E accende il sigaro orgoglioso della sua forza virile
Ricuperata nelle quarte pagine dei quotidiani
O quel soldato di cavalleria galoppante nell’indaco della caserma
Con una ciocchetta di lilla fra i denti
L’eternità splende in un volo di mosca
Metti l’uno accanto all’altro i colori dei tuoi occhi
Disegna il tuo arco
La storia è fuggevole come un saluto alla stazione
E l’automobile tricolore del sole batte sempre più
invano il suo record fra i vecchi macchinari del cosmo
Tu ti ricordi insieme ad un bacio seminato nel buio
Una vetrina di libraio tedesco Avenue de l’Opéra
E la capra che brucava le ginestre
Sulle ruine della scala del palazzo di Dario a Persepoli
Basta guardarsi intorno
E scriver come si sogna
Per rianimare il volto della nostra gioia
Ricordo tutti i climi che si sono carezzati alla mia pelle d’amore
Tutti i paesi e civiltà
Raggianti al mio desiderio
Nevi
Mari gialli
Gongs
Carovane
Il carminio di Bombay e l’oro bruciato dell’Iran
Ne porto un geroglifico sull’ala nera
Anima girasole il fenomeno converge in questo centro di danza
Ma il canto più bello è ancora quello dei sensi nudi
Silenzio musica meridiana
Qui e nel mondo poesia circolare
L’oggi si sposa col sempre
Nel diadema dell’iride che s’alza
Siedo alla mia tavola e fumo e guardo
Ecco una foglia giovane che trilla nel verziere difaccia
I bianchi colombi volteggiano per l’aria come lettere d’amore
[buttate dalla finestra
Conosco il simbolo la cifra il legame
Elettrico
La simpatia delle cose lontane
Ma ci vorrebbero delle frutta delle luci e delle moltitudini
Per tendere il festone miracolo di questa pasqua
Il giorno si sprofonda nella conca scarlatta dell’estate
E non ci son più parole
Per il ponte di fuoco e di gemme
Giovinezza tu passerai come tutto finisce al teatro
Tant pis Mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches
E rallumina il viso disfatto delle antiche stagioni
Tu hai cavalcato la vita come le sirene nichelate dei caroselli
[da fiera
In giro
Da una città all’altra di filosofia in delirio
D’amore in passione di regalità in miseria
Non c’è chiesa cinematografo redazione o taverna che tu non
[conosca
Tu hai dormito nel letto d’ogni famiglia
Ci sarebbe da fare un carnevale
Di tutti i dolori
Dimenticati con l’ombrello nei caffè d’Europa
Partiti tra il fumo coi fazzoletti negli sleeping-cars diretti al
[nord al sud
Paesi ore
Ci sono delle voci che accompagnan pertutto come la luna e i cani
Ma anche il fischio di una ciminiera
Che rimescola i colori del mattino
E dei sogni
Non si dimentica né il profumo di certe notti affogate nelle ascelle
[di topazio
Queste fredde giunchiglie che ho sulla tavola accanto all’inchiostro
Eran dipinte sui muri della camera n. 19 nell’Hôtel des Anglais
[a Rouen
Un treno passeggiava sul quai notturno
Sotto la nostra finestra
Decapitando i riflessi delle lanterne versicolori
Tra le botti del vino di Sicilia
E la Senna era un giardino di bandiere infiammate
Non c’è più tempo
Lo spazio
È un verme crepuscolare che si raggricchia in una goccia di fosforo
Ogni cosa è presente
Come nel 1902 tu sei a Parigi in una soffitta
Coperto da 35 centimetri quadri di cielo
Liquefatto nel vetro dell’abbaino
La Ville t’offre ancora ogni mattina
Il bouquet fiorito dello Square de Cluny
Dal boulevard Saint-Germain scoppiante di trams e d’autobus
Arriva la sera a queste campagne la voce briaca della giornalaia
Di rue de la Harpe
«Pari-cûrses» «l’Intransigeant» «la Presse»
Il negozio di Chaussures Raoul fa sempre concorrenza alle stelle
E mi accarezzo le mani tutte intrise dei liquori del tramonto
Come quando pensavo al suicidio vicino alla casa di Rigoletto
Sì caro
L’uomo più fortunato è colui che sa vivere nella contingenza
[al pari dei fiori
Guarda il signore che passa
E accende il sigaro orgoglioso della sua forza virile
Ricuperata nelle quarte pagine dei quotidiani
O quel soldato di cavalleria galoppante nell’indaco della caserma
Con una ciocchetta di lilla fra i denti
L’eternità splende in un volo di mosca
Metti l’uno accanto all’altro i colori dei tuoi occhi
Disegna il tuo arco
La storia è fuggevole come un saluto alla stazione
E l’automobile tricolore del sole batte sempre più
invano il suo record fra i vecchi macchinari del cosmo
Tu ti ricordi insieme ad un bacio seminato nel buio
Una vetrina di libraio tedesco Avenue de l’Opéra
E la capra che brucava le ginestre
Sulle ruine della scala del palazzo di Dario a Persepoli
Basta guardarsi intorno
E scriver come si sogna
Per rianimare il volto della nostra gioia
Ricordo tutti i climi che si sono carezzati alla mia pelle d’amore
Tutti i paesi e civiltà
Raggianti al mio desiderio
Nevi
Mari gialli
Gongs
Carovane
Il carminio di Bombay e l’oro bruciato dell’Iran
Ne porto un geroglifico sull’ala nera
Anima girasole il fenomeno converge in questo centro di danza
Ma il canto più bello è ancora quello dei sensi nudi
Silenzio musica meridiana
Qui e nel mondo poesia circolare
L’oggi si sposa col sempre
Nel diadema dell’iride che s’alza
Siedo alla mia tavola e fumo e guardo
Ecco una foglia giovane che trilla nel verziere difaccia
I bianchi colombi volteggiano per l’aria come lettere d’amore
[buttate dalla finestra
Conosco il simbolo la cifra il legame
Elettrico
La simpatia delle cose lontane
Ma ci vorrebbero delle frutta delle luci e delle moltitudini
Per tendere il festone miracolo di questa pasqua
Il giorno si sprofonda nella conca scarlatta dell’estate
E non ci son più parole
Per il ponte di fuoco e di gemme
Giovinezza tu passerai come tutto finisce al teatro
Tant pis Mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches
Ardengo Soffici
Atelier
Cinque metri per sette ritagliati nell’amaranto del sole
Cabina radiotelefantastica aperta a tutti i messaggi
Ogni quadro è una finestra sulla frenesia della vita
Io sono uno spalancatore di finestre
E di sensi
Ogni colore
Canta come un uccello
Uno strumento
Una passione
Blu giallo verde cobalto
Vermiglio nero e rosa tenero
I miei occhi magnetici attiran le luci
E i ricordi
Dai quattro punti del mondo
Addipano l’arcobaleno
Lasciate le cose gli uomini i paesi
Venire a me come i semplici fanciulli
Posarmisi intorno ognuno al suo posto nelle cornici
Bottiglie di tutti i liquori scritti sull’etichetta
Sher Tvui Césa
Un fico dottato
Cocomeri che marman la bocca
Tetti vermigli riposo d’amore all’ombra dei frascami d’estate
Fiaschi di vino giocattoli giornali
Corpi nudi fioriti d’affiches
Cirque Médrano
La Gaîté-Rochechouart
Creazione più divina dell’altra
Nel gran caos internazionale
Di questa esistenza sparpagliata sulla tavola e sulle pareti
Lettere senza risposta
Telegrammi e petits-bleu
Di rendez-vous d’affari d’inviti
Ecco il cocchiere russo con la tuba d’oro
Venuto da Kief in tasca di Marinetti
Una chitarra
La pipa bianca
Gambier à Paris m * M Déposé
E il giovane tulipano
D’una che non tornerà più
On a trop répété cette parole Je t’aime
In tutte le lingue
Queste centinaia di libri in fila
Ripugnano come cadaveri di vecchi amici
Il solo Stendhal si può leggere ancora
Nella poltrona a fiorami fra il tè e la macedonia
Ma le iscrizioni col carbone e col gesso
Sulla porta e sui muri
Battono meglio la musica disorientata del giorno sugoso come
[un’arancia matura
«Sono al caffè difaccia»
«A. venuta alle 5 Ripasserà»
«Salaud tu poses tout le temps des lapins! Germaine»
«Anita Caputo modella 57 rue de Vaugirard»
(Rue de Vaugirard! la metà delle mie migliori lacrime
Le ho versate inutilmente laggiù sur un divano profumato di
[Jicky e d’etere)
«R. L. L. 3,75»
«Ricordarsi d’ scrivere a Irene Fondukleskaja D. 27»
«N. V. 104 blu di Prussia 3»
Misteri misteri a buon mercato
Tutto si paga con 24 ore di giovinezza al giorno
Atelier ateliers
Rose dei venti
Gioia bellezza miserie
Stemperate in profondità d’accordi
Nel mastello cubico minuto per minuto
Basta aprire i cristalli per soffocar d’incantesimi
Scostar la tenda
Sulla strada che monta e scende
Il crepuscolo che marcisce nella catinella bianca
Le ciminiere le torri i camini le stelle
Le città d’Europa in fondo alla notte
E i treni che filano illuminati come teatri i treni carichi di nostalgie
Tutta la terra entra a riposarsi
Alcione stanco di volare sul nostro cuore
Spiegato come una bandiera
Cabina radiotelefantastica aperta a tutti i messaggi
Ogni quadro è una finestra sulla frenesia della vita
Io sono uno spalancatore di finestre
E di sensi
Ogni colore
Canta come un uccello
Uno strumento
Una passione
Blu giallo verde cobalto
Vermiglio nero e rosa tenero
I miei occhi magnetici attiran le luci
E i ricordi
Dai quattro punti del mondo
Addipano l’arcobaleno
Lasciate le cose gli uomini i paesi
Venire a me come i semplici fanciulli
Posarmisi intorno ognuno al suo posto nelle cornici
Bottiglie di tutti i liquori scritti sull’etichetta
Sher Tvui Césa
Un fico dottato
Cocomeri che marman la bocca
Tetti vermigli riposo d’amore all’ombra dei frascami d’estate
Fiaschi di vino giocattoli giornali
Corpi nudi fioriti d’affiches
Cirque Médrano
La Gaîté-Rochechouart
Creazione più divina dell’altra
Nel gran caos internazionale
Di questa esistenza sparpagliata sulla tavola e sulle pareti
Lettere senza risposta
Telegrammi e petits-bleu
Di rendez-vous d’affari d’inviti
Ecco il cocchiere russo con la tuba d’oro
Venuto da Kief in tasca di Marinetti
Una chitarra
La pipa bianca
Gambier à Paris m * M Déposé
E il giovane tulipano
D’una che non tornerà più
On a trop répété cette parole Je t’aime
In tutte le lingue
Queste centinaia di libri in fila
Ripugnano come cadaveri di vecchi amici
Il solo Stendhal si può leggere ancora
Nella poltrona a fiorami fra il tè e la macedonia
Ma le iscrizioni col carbone e col gesso
Sulla porta e sui muri
Battono meglio la musica disorientata del giorno sugoso come
[un’arancia matura
«Sono al caffè difaccia»
«A. venuta alle 5 Ripasserà»
«Salaud tu poses tout le temps des lapins! Germaine»
«Anita Caputo modella 57 rue de Vaugirard»
(Rue de Vaugirard! la metà delle mie migliori lacrime
Le ho versate inutilmente laggiù sur un divano profumato di
[Jicky e d’etere)
«R. L. L. 3,75»
«Ricordarsi d’ scrivere a Irene Fondukleskaja D. 27»
«N. V. 104 blu di Prussia 3»
Misteri misteri a buon mercato
Tutto si paga con 24 ore di giovinezza al giorno
Atelier ateliers
Rose dei venti
Gioia bellezza miserie
Stemperate in profondità d’accordi
Nel mastello cubico minuto per minuto
Basta aprire i cristalli per soffocar d’incantesimi
Scostar la tenda
Sulla strada che monta e scende
Il crepuscolo che marcisce nella catinella bianca
Le ciminiere le torri i camini le stelle
Le città d’Europa in fondo alla notte
E i treni che filano illuminati come teatri i treni carichi di nostalgie
Tutta la terra entra a riposarsi
Alcione stanco di volare sul nostro cuore
Spiegato come una bandiera
Ardengo Soffici
Caos
Ruote d’azzurro triangoli d’oro
Spasimo d’ombre pregnanti
Lampi
Cateratte di diamanti
° Fuochi di gemme chiare umidità.
Sguardi di raggi viola nel cielo?
Giranti nel mare?
Glaciale
Indurir di pietre stagnare
1° Di flore latenti viridità
Latenti soli pigro fiorir di lune
Nel cielo? nel mare? fra nastri
Giallastri rossastri
D’arcobaleni grappoli d’astri
5 Fosforici appesi nell’infinità
Fervida attesa di cuori futuri
Estasi pesa di mondi
Profondi
Silenzi meditabondi
2 Elettrica immobilità
Ansia. Ma un brivido immenso
Che gonfia i gorghi del vuoto
Remoto
Vicino. Un crollo di gioia fulgori rumore onde moto
” È la vita per l’eternità.
Spasimo d’ombre pregnanti
Lampi
Cateratte di diamanti
° Fuochi di gemme chiare umidità.
Sguardi di raggi viola nel cielo?
Giranti nel mare?
Glaciale
Indurir di pietre stagnare
1° Di flore latenti viridità
Latenti soli pigro fiorir di lune
Nel cielo? nel mare? fra nastri
Giallastri rossastri
D’arcobaleni grappoli d’astri
5 Fosforici appesi nell’infinità
Fervida attesa di cuori futuri
Estasi pesa di mondi
Profondi
Silenzi meditabondi
2 Elettrica immobilità
Ansia. Ma un brivido immenso
Che gonfia i gorghi del vuoto
Remoto
Vicino. Un crollo di gioia fulgori rumore onde moto
” È la vita per l’eternità.
Attilio Bertolucci
Ricordo di fanciullezza
Le gaggìe della mia fanciullezza
dalle fresche foglie che suonano in bocca...
Si cammina per il Cinghio asciutto,
qualche ramo più lungo ci accarezza
la faccia fervida, e allora, scostando
il ramo dolce e fastidioso, per inconscia vendetta
si spoglia di una manata di tenere foglie.
Se ne sceglie una, si pone lieve
sulle labbra e si suona camminando,
dimentichi dei compagni.
Passano libellule, s’odono le trebbiatrici lontane,
si vive come in un caldo sogno.
Quando più la cicala non s’ode cantare,
e le prime ombre e il silenzio della sera ci colgono,
quasi all’improvviso, una smania prende le gambe
e si corre sino a perdere il fiato,
nella fresca sera, paurosi e felici.
dalle fresche foglie che suonano in bocca...
Si cammina per il Cinghio asciutto,
qualche ramo più lungo ci accarezza
la faccia fervida, e allora, scostando
il ramo dolce e fastidioso, per inconscia vendetta
si spoglia di una manata di tenere foglie.
Se ne sceglie una, si pone lieve
sulle labbra e si suona camminando,
dimentichi dei compagni.
Passano libellule, s’odono le trebbiatrici lontane,
si vive come in un caldo sogno.
Quando più la cicala non s’ode cantare,
e le prime ombre e il silenzio della sera ci colgono,
quasi all’improvviso, una smania prende le gambe
e si corre sino a perdere il fiato,
nella fresca sera, paurosi e felici.
Attilio Bertolucci
Ritratto di uomo malato
Questo che vedete qui dipinto in sanguigna e nero
e che occupa intero il quadro spazioso
sono io all’età di quarantanove anni, ravvolto
in un’ampia vestaglia che mozza a metà le mani
come fossero fiori, non lascia vedere se il corpo
sia coricato o seduto: così è degli infermi
posti davanti a finestre che incorniciano il giorno,
un altro giorno concesso agli occhi stancantisi presto.
Ma se chiedo al pittore, mio figlio quattordicenne,
chi ha voluto ritrarre, egli subito dice
«uno di quei poeti cinesi che mi hai fatto
leggere, mentre guarda fuori, una delle sue ultime ore.»
È sincero, ora ricordo d’avergli donato quel libro
che rallegra il cuore di riviere celesti
e brune foglie autunnali; in esso saggi, o finti saggi, poeti
graziosamente lasciano la vita alzando il bicchiere.
Sono io appartenente a un secolo che crede
di non mentire, a ravvisarmi in quell’uomo malato
mentendo a me stesso: e ne scrivo
per esorcizzare un male in cui credo e non credo.
e che occupa intero il quadro spazioso
sono io all’età di quarantanove anni, ravvolto
in un’ampia vestaglia che mozza a metà le mani
come fossero fiori, non lascia vedere se il corpo
sia coricato o seduto: così è degli infermi
posti davanti a finestre che incorniciano il giorno,
un altro giorno concesso agli occhi stancantisi presto.
Ma se chiedo al pittore, mio figlio quattordicenne,
chi ha voluto ritrarre, egli subito dice
«uno di quei poeti cinesi che mi hai fatto
leggere, mentre guarda fuori, una delle sue ultime ore.»
È sincero, ora ricordo d’avergli donato quel libro
che rallegra il cuore di riviere celesti
e brune foglie autunnali; in esso saggi, o finti saggi, poeti
graziosamente lasciano la vita alzando il bicchiere.
Sono io appartenente a un secolo che crede
di non mentire, a ravvisarmi in quell’uomo malato
mentendo a me stesso: e ne scrivo
per esorcizzare un male in cui credo e non credo.
Attilio Bertolucci
Verso Casarola
Lasciate che m’incammini per la strada in salita
e al primo batticuore mi volga,
già da stanchezza e gioia esaltato ed oppresso,
a guardare le valli azzurre per la lontananza,
azzurre le valli e gli anni
che spazio e tempo distanziano.
Così a una curva, vicina
tanto che la frescura dei fitti noccioli e d’un’acqua
pullulante perenne nel cavo gomito d’ombra
giunge sin qui dove sole e aria baciano la fronte le mani
di chi ha saputo vincere la tentazione al riposo,
io veda la compagnia sbucare e meravigliarsi di tutto
con l’inquieta speranza dei migratori e dei profughi
scoccando nel cielo il mezzogiorno montano
del 9 settembre ‘43. Oh, campane
di Montebello Belasola Villula Agna ignare,
stordite noi che camminiamo in fuga
mentre immobili guardano da destra e da sinistra
più in alto più in basso nel faticato appennino
dell’aratura quelli cui toccherà pagare
anche per noi insolventi,
ma ora pacificamente lasciano splendere il vomere
a solco incompiuto, asciugare il sudore, arrestarsi
il tempo per speculare sul fatto
che un padre e una madre giovani un bambino e una serva
s’arrampicano svelti, villeggianti fuori stagione
(o gentile inganno ottico del caldo mezzodì),
verso Casarola ricca d’asini di castagni e di sassi.
Potessero ascoltare, questi che non sanno ancora nulla,
noi che parliamo, rimasti un po’ indietro,
perdutisi la ragazza e il bambino più sù in un trionfo
inviolato di more ritardatarie e dolcissime,
potessi io, separato da quel giovane
intrepido consiglio di famiglia in cammino,
tenuto dopo aver deciso già tutto, tutto gettato nel piatto
della bilancia con santo senso del giusto,
oggi che nell’orecchio invecchiato e smagrito mi romba
il vuoto di questi anni buttati via. Perché,
chi meglio di un uomo e di una donna in età
di amarsi e amare il frutto dell’amore,
avrebbe potuto scegliere, maturando quel caldo
e troppo calmo giorno di settembre, la strada
per la salvezza dell’anima e del corpo congiunti
strettamente come sposa e sposo nell’abbraccio?
Scende, o sale, verso casa dai campi
gente di Montebello prima, poi di Belasola, assorta
in un lento pensiero, e già la compagnia forestiera
s’è ricomposta, appare impicciolita più in alto
finché l’inghiotte la bocca fresca d’un bosco
di cerri: là
c’è una fontana fresca nel ricordo
di chi guida e ha deciso
una sosta nell’ombra sino a quando i rondoni
irromperanno nel cielo che fu delle allodole. Allora
sarà tempo di caricare il figlio in cima alle spalle,
che all’uscita del folto veda con meraviglia
mischiarsi fumo e stelle su Casarola raggiunta.
e al primo batticuore mi volga,
già da stanchezza e gioia esaltato ed oppresso,
a guardare le valli azzurre per la lontananza,
azzurre le valli e gli anni
che spazio e tempo distanziano.
Così a una curva, vicina
tanto che la frescura dei fitti noccioli e d’un’acqua
pullulante perenne nel cavo gomito d’ombra
giunge sin qui dove sole e aria baciano la fronte le mani
di chi ha saputo vincere la tentazione al riposo,
io veda la compagnia sbucare e meravigliarsi di tutto
con l’inquieta speranza dei migratori e dei profughi
scoccando nel cielo il mezzogiorno montano
del 9 settembre ‘43. Oh, campane
di Montebello Belasola Villula Agna ignare,
stordite noi che camminiamo in fuga
mentre immobili guardano da destra e da sinistra
più in alto più in basso nel faticato appennino
dell’aratura quelli cui toccherà pagare
anche per noi insolventi,
ma ora pacificamente lasciano splendere il vomere
a solco incompiuto, asciugare il sudore, arrestarsi
il tempo per speculare sul fatto
che un padre e una madre giovani un bambino e una serva
s’arrampicano svelti, villeggianti fuori stagione
(o gentile inganno ottico del caldo mezzodì),
verso Casarola ricca d’asini di castagni e di sassi.
Potessero ascoltare, questi che non sanno ancora nulla,
noi che parliamo, rimasti un po’ indietro,
perdutisi la ragazza e il bambino più sù in un trionfo
inviolato di more ritardatarie e dolcissime,
potessi io, separato da quel giovane
intrepido consiglio di famiglia in cammino,
tenuto dopo aver deciso già tutto, tutto gettato nel piatto
della bilancia con santo senso del giusto,
oggi che nell’orecchio invecchiato e smagrito mi romba
il vuoto di questi anni buttati via. Perché,
chi meglio di un uomo e di una donna in età
di amarsi e amare il frutto dell’amore,
avrebbe potuto scegliere, maturando quel caldo
e troppo calmo giorno di settembre, la strada
per la salvezza dell’anima e del corpo congiunti
strettamente come sposa e sposo nell’abbraccio?
Scende, o sale, verso casa dai campi
gente di Montebello prima, poi di Belasola, assorta
in un lento pensiero, e già la compagnia forestiera
s’è ricomposta, appare impicciolita più in alto
finché l’inghiotte la bocca fresca d’un bosco
di cerri: là
c’è una fontana fresca nel ricordo
di chi guida e ha deciso
una sosta nell’ombra sino a quando i rondoni
irromperanno nel cielo che fu delle allodole. Allora
sarà tempo di caricare il figlio in cima alle spalle,
che all’uscita del folto veda con meraviglia
mischiarsi fumo e stelle su Casarola raggiunta.
Biagio Marin
El canal de la Vergene
I
Sogna ‘l canal co’ l’aqua trasparente;
in fondo, un prao d’àleghe verdine.
Passa de sora, calma, la corente,
la piega dute l’erbe veludine.
Fra l’àleghe bianchisa ‘l to viseto,
cussì palido, cara, e cussì quieto.
Le t’ha coverto ‘l to bel corpo nuo
dondolandote adosso ‘l so veluo.
II
Ma no tu dormi: tu par sempre svegia
co’ quii to vogi in fondo spalancai
comò per una granda meravegia
che te fa mal e no te lassa mai.
L’erbe le ha messo sul to corpo nuo
una coverta viva de veluo;
ma quii to vogi d’aqua trasparente
nissun li sera più – eternamente.
Sogna ‘l canal co’ l’aqua trasparente;
in fondo, un prao d’àleghe verdine.
Passa de sora, calma, la corente,
la piega dute l’erbe veludine.
Fra l’àleghe bianchisa ‘l to viseto,
cussì palido, cara, e cussì quieto.
Le t’ha coverto ‘l to bel corpo nuo
dondolandote adosso ‘l so veluo.
II
Ma no tu dormi: tu par sempre svegia
co’ quii to vogi in fondo spalancai
comò per una granda meravegia
che te fa mal e no te lassa mai.
L’erbe le ha messo sul to corpo nuo
una coverta viva de veluo;
ma quii to vogi d’aqua trasparente
nissun li sera più – eternamente.
Biagio Marin
Ninte no xe passao
Ninte no xe passao
e duto vive e xe presente;
un sielo solo levante e ponente,
un solo sol m’ ha iluminao.
I primi vogi che m’ ha inamorao
xe quii che ‘desso rìe
e infinite restìe
basa dì e note el lio de Grao.
Ogni geri xe incùo
ansi xe adesso,
ogni vento xe el messo
de Dio, nel sielo de velùo.
E ninte mai more
nel mondo:
un solo, ma fondo
xe ‘l corso de l’ore.
La mutassion origina el canto;
no ‘vê paura de sparî;
dura un atimo el dì
ma xe eterno l’incanto.
e duto vive e xe presente;
un sielo solo levante e ponente,
un solo sol m’ ha iluminao.
I primi vogi che m’ ha inamorao
xe quii che ‘desso rìe
e infinite restìe
basa dì e note el lio de Grao.
Ogni geri xe incùo
ansi xe adesso,
ogni vento xe el messo
de Dio, nel sielo de velùo.
E ninte mai more
nel mondo:
un solo, ma fondo
xe ‘l corso de l’ore.
La mutassion origina el canto;
no ‘vê paura de sparî;
dura un atimo el dì
ma xe eterno l’incanto.
Bonvesin de la Riva
Il corpo dell’uomo
La nassion de l’omo sì è de tal color
ch’el fi inzenerao îl brut interior
de sangue che è mesgiao de puza e de sozor:
in bruta albergaria perman albergator.
Quand è venuo lo tempo, zoè ch’el ven a nasce,
no porta in quest mondo
dond el se possa pasce,
ma ven cativamente, col membre flevre e lasse:
nixun serav superbo,
chi sover zo pensasse.
Segurament lo digo che îl mond no è baron
che zamai devess star in exaltation
segond zo ch’el devrave, s’el fess ben pensason
com sia vil e orrida la sta nassion.
La vita ched el mena despresiada pare.
Fin a tant ch’el è pizeno per lavorar no vare,
altrd imbrega sempre,
le soe breg no èn rare:
conven che brega sia a pass e nudrigare.
Da po chel ‘è cresudo, ch’el è bel in persona,
voia ch’el sia masgio, voia zentil garzona,
ben pò aver de fora paruda bella e bona,
bel è nixun de dentro, ni cavalé ni dona.
No è masgio ni femena che sia de tal belleza,
ni pizeno ni grande, regina ni contessa,
che bella sia de dentro, zo dig a grand ’boldeza,
anz è vaxel de puza, vaxel de grand bruteza.
Dal corpo za no exe bontà, se no sozura:
fò per la bella boca se fa scarcài e spuda,
e per li og pur brutura;
pel nas e per le oregie
lobel vaxel de fora, ma dentro è grand marzura.
ch’el fi inzenerao îl brut interior
de sangue che è mesgiao de puza e de sozor:
in bruta albergaria perman albergator.
Quand è venuo lo tempo, zoè ch’el ven a nasce,
no porta in quest mondo
dond el se possa pasce,
ma ven cativamente, col membre flevre e lasse:
nixun serav superbo,
chi sover zo pensasse.
Segurament lo digo che îl mond no è baron
che zamai devess star in exaltation
segond zo ch’el devrave, s’el fess ben pensason
com sia vil e orrida la sta nassion.
La vita ched el mena despresiada pare.
Fin a tant ch’el è pizeno per lavorar no vare,
altrd imbrega sempre,
le soe breg no èn rare:
conven che brega sia a pass e nudrigare.
Da po chel ‘è cresudo, ch’el è bel in persona,
voia ch’el sia masgio, voia zentil garzona,
ben pò aver de fora paruda bella e bona,
bel è nixun de dentro, ni cavalé ni dona.
No è masgio ni femena che sia de tal belleza,
ni pizeno ni grande, regina ni contessa,
che bella sia de dentro, zo dig a grand ’boldeza,
anz è vaxel de puza, vaxel de grand bruteza.
Dal corpo za no exe bontà, se no sozura:
fò per la bella boca se fa scarcài e spuda,
e per li og pur brutura;
pel nas e per le oregie
lobel vaxel de fora, ma dentro è grand marzura.
Camillo Sbarbaro
A volte sulla sponda della via
A volte sulla sponda della via
preso da un infinito scoramento
mi seggo; e dove vado mi domando,
perché cammino. E penso la mia morte
e mi vedo già steso nella bara
troppo stretta fantoccio inanimato...
Quant’albe nasceranno ancora al mondo
dopo di noi!
Di ciò che abbiam sofferto
di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
non rimarrà il più piccolo ricordo.
Le generazioni passan come
onde di fiume...
Una mortale pesantezza il cuore
m’opprime.
Inerte vorrei esser fatto
come qualche antichissima rovina
e guardare succedersi le ore,
e gli uomini mutare i passi, i cieli
all’alba colorirsi, scolorirsi
a sera...
preso da un infinito scoramento
mi seggo; e dove vado mi domando,
perché cammino. E penso la mia morte
e mi vedo già steso nella bara
troppo stretta fantoccio inanimato...
Quant’albe nasceranno ancora al mondo
dopo di noi!
Di ciò che abbiam sofferto
di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
non rimarrà il più piccolo ricordo.
Le generazioni passan come
onde di fiume...
Una mortale pesantezza il cuore
m’opprime.
Inerte vorrei esser fatto
come qualche antichissima rovina
e guardare succedersi le ore,
e gli uomini mutare i passi, i cieli
all’alba colorirsi, scolorirsi
a sera...
Camillo Sbarbaro
A volte sulla sponda della via
A volte sulla sponda della via
preso da un infinito scoramento
mi seggo; e dove vado mi domando,
perché cammino. E penso la mia morte
e mi vedo già steso nella bara
troppo stretta fantoccio inanimato...
Quant’albe nasceranno ancora al mondo
dopo di noi!
Di ciò che abbiam sofferto
di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
non rimarrà il più piccolo ricordo.
Le generazioni passan come
onde di fiume...
Una mortale pesantezza il cuore
m’opprime.
Inerte vorrei esser fatto
come qualche antichissima rovina
e guardare succedersi le ore,
e gli uomini mutare i passi, i cieli
all’alba colorirsi, scolorirsi
a sera...
preso da un infinito scoramento
mi seggo; e dove vado mi domando,
perché cammino. E penso la mia morte
e mi vedo già steso nella bara
troppo stretta fantoccio inanimato...
Quant’albe nasceranno ancora al mondo
dopo di noi!
Di ciò che abbiam sofferto
di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
non rimarrà il più piccolo ricordo.
Le generazioni passan come
onde di fiume...
Una mortale pesantezza il cuore
m’opprime.
Inerte vorrei esser fatto
come qualche antichissima rovina
e guardare succedersi le ore,
e gli uomini mutare i passi, i cieli
all’alba colorirsi, scolorirsi
a sera...
Camillo Sbarbaro
Era color del mare e dell’estate
Era color del mare e dell’estate
la strada tra le case e i muri d’orto
dove la prima volta ti cercai.
All’incredulo sguardo ti staccasti
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,
con la forza di chi s’attacca, il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.
Una macchina adesso mi portava,
procella appena dominata, verso
il luogo di quel primo appuntamento.
Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina la imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
(Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest’ansia
la parte, se già il male la guadagni.)
Il tempo di pensarti; ma nell’attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T’amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c’era qualcuno.
O strada tra le case, benedetta,
dove la prima volta nella vita
pietà d’altri che me mi strinse il cuore.
la strada tra le case e i muri d’orto
dove la prima volta ti cercai.
All’incredulo sguardo ti staccasti
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,
con la forza di chi s’attacca, il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.
Una macchina adesso mi portava,
procella appena dominata, verso
il luogo di quel primo appuntamento.
Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina la imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
(Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest’ansia
la parte, se già il male la guadagni.)
Il tempo di pensarti; ma nell’attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T’amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c’era qualcuno.
O strada tra le case, benedetta,
dove la prima volta nella vita
pietà d’altri che me mi strinse il cuore.
Camillo Sbarbaro
La bambina che va sotto gli alberi
La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto! in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché? non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore?
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto! in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché? non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore?
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
Camillo Sbarbaro
La trama delle lucciole ricordi
La trama delle lucciole ricordi
sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore).
Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d’aver dette.
Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.
Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.
Oh come poca cosa quel che fu
da quello che non fu divide!
Meno
che la scia della nave acqua da acqua.
Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.
sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore).
Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d’aver dette.
Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.
Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.
Oh come poca cosa quel che fu
da quello che non fu divide!
Meno
che la scia della nave acqua da acqua.
Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.
Camillo Sbarbaro
Talor, mentre cammino solo al sole
Talor, mentre cammino solo al sole
e guardo coi miei occhi chiari il mondo
ove tutto m’appar come fraterno,
l’aria la luce il fil d’erba l’insetto,
un improvviso gelo al cor mi coglie.
Un cieco mi par d’essere, seduto
sopra la sponda d’un immenso fiume.
Scorrono sotto l’acque vorticose,
ma non le vede lui: il poco sole
ei si prende beato. E se gli giunge
talora mormorio d’acque, lo crede
ronzio d’orecchi illusi.
Perché a me par, vivendo questa mia
povera vita, un’altra rasentarne
come nel sonno, e che quel sonno sia
la mia vita presente.
Come uno smarrimento allor mi coglie,
uno sgomento pueril.
Mi seggo
tutto solo sul ciglio della strada,
guardo il misero mio angusto mondo
e carezzo con man che trema l’erba.
e guardo coi miei occhi chiari il mondo
ove tutto m’appar come fraterno,
l’aria la luce il fil d’erba l’insetto,
un improvviso gelo al cor mi coglie.
Un cieco mi par d’essere, seduto
sopra la sponda d’un immenso fiume.
Scorrono sotto l’acque vorticose,
ma non le vede lui: il poco sole
ei si prende beato. E se gli giunge
talora mormorio d’acque, lo crede
ronzio d’orecchi illusi.
Perché a me par, vivendo questa mia
povera vita, un’altra rasentarne
come nel sonno, e che quel sonno sia
la mia vita presente.
Come uno smarrimento allor mi coglie,
uno sgomento pueril.
Mi seggo
tutto solo sul ciglio della strada,
guardo il misero mio angusto mondo
e carezzo con man che trema l’erba.
Carlo Betocchi
A mani giunte
Ma si è già nel Vangelo quando
non se ne può più uscire:
e vi si è ancora quando,
stanati dalle mura della sua Chiesa
per impossibilità di restarvi,
u
allora il Vangelo ci insegue
come il veltro la preda agognata.
II
Fra te e la salvezza non
altre vie che quelle segnate
dal Vangelo; ma in quelle che vedi
vanno, fra sciami d’innocenti,
turbe d’ignavi e d’ipocriti.
u
E dunque fra te e il Vangelo
non c’è che il nasconderti
dentro e sotto di lui come gramigna
nel suolo, a far speco terroso
in cui si realizza, come si può,
quel che non esiste che nei fatti:
qui in terra, e nella carità.
non se ne può più uscire:
e vi si è ancora quando,
stanati dalle mura della sua Chiesa
per impossibilità di restarvi,
u
allora il Vangelo ci insegue
come il veltro la preda agognata.
II
Fra te e la salvezza non
altre vie che quelle segnate
dal Vangelo; ma in quelle che vedi
vanno, fra sciami d’innocenti,
turbe d’ignavi e d’ipocriti.
u
E dunque fra te e il Vangelo
non c’è che il nasconderti
dentro e sotto di lui come gramigna
nel suolo, a far speco terroso
in cui si realizza, come si può,
quel che non esiste che nei fatti:
qui in terra, e nella carità.
Carlo Betocchi
Alla chiesa di frosinone
Il tuo orologio suona ogni quarto,
ogni quarto ricorda: — il tempo passa;
ogni quarto con tocchi argentini
e l’ore con cupi tocchi. E sembra
che questi di Frosinone han lasciata
piena di crepe, o come nella tua polvere,
” colpa, m’avvolgeresti. Ma la mia anima
prega sugli orizzonti senza suono,
P
di là dai lidi sabbiosi, dov’è andata
mia madre: di tra le ciglia della vita
che palpitano, come di bambina che si ridesta,
°° la mia anima prega per ciò che muore.
ogni quarto ricorda: — il tempo passa;
ogni quarto con tocchi argentini
e l’ore con cupi tocchi. E sembra
che questi di Frosinone han lasciata
piena di crepe, o come nella tua polvere,
” colpa, m’avvolgeresti. Ma la mia anima
prega sugli orizzonti senza suono,
P
di là dai lidi sabbiosi, dov’è andata
mia madre: di tra le ciglia della vita
che palpitano, come di bambina che si ridesta,
°° la mia anima prega per ciò che muore.
Carlo Betocchi
Dai tetti
È un mare fermo, rosso,
un mare cotto, in un’increspatura
di tegole. È un mare di pensieri.
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento
che mi parla. Da una tegola all’altra,
come da bocca a bocca, l’acre
discorso fulmina il mio cuore.
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore:
dell’unico dolore:
immerso nel sopore,
unico anch’esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba,
quieta, che vi si spiuma: ed ora l’ira
sterminata, la vampa che rimbalza
d’embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d’ombra.
– Siamo – dicono al cielo i tetti –
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai.
O come divino spazia su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.
un mare cotto, in un’increspatura
di tegole. È un mare di pensieri.
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento
che mi parla. Da una tegola all’altra,
come da bocca a bocca, l’acre
discorso fulmina il mio cuore.
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore:
dell’unico dolore:
immerso nel sopore,
unico anch’esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba,
quieta, che vi si spiuma: ed ora l’ira
sterminata, la vampa che rimbalza
d’embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d’ombra.
– Siamo – dicono al cielo i tetti –
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai.
O come divino spazia su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.
Carlo Betocchi
Fraterno tetto...
Fraterno tetto; cruda città; clamore
e strazio quotidiano; o schiaffeggiante
vita, vita e tormento alla mia anziana
età: guardatemi! sono il più càduco,
tra voi; un rudere pieno di colpe sono...
ma un segno che qualcosa non tramonta
col mio tramonto: resiste la mia pazienza,
è come un orizzonte inconsumabile,
come un curvo pianeta è la mia anima.
e strazio quotidiano; o schiaffeggiante
vita, vita e tormento alla mia anziana
età: guardatemi! sono il più càduco,
tra voi; un rudere pieno di colpe sono...
ma un segno che qualcosa non tramonta
col mio tramonto: resiste la mia pazienza,
è come un orizzonte inconsumabile,
come un curvo pianeta è la mia anima.
Carlo Betocchi
Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo
Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo
anche di queste rondini che il volo
intrecciano, pericolosamente,
come chi va cercando nella mente
qualche nome perduto... e il ritrovarlo
nemmeno conta, poiché ormai è già sera.
Eh sì! s’invecchia, e ritorna più vera
la vita che già fu, rosa da un tarlo...
un tarlo che la monda. E vien la sera.
E i pensieri s’intrecciano, e le rondini.
E non siamo più noi; siamo i profondi
cieli dell’esistenza, ahi come intera
e profondissima, cupa, nel suo indaco.
anche di queste rondini che il volo
intrecciano, pericolosamente,
come chi va cercando nella mente
qualche nome perduto... e il ritrovarlo
nemmeno conta, poiché ormai è già sera.
Eh sì! s’invecchia, e ritorna più vera
la vita che già fu, rosa da un tarlo...
un tarlo che la monda. E vien la sera.
E i pensieri s’intrecciano, e le rondini.
E non siamo più noi; siamo i profondi
cieli dell’esistenza, ahi come intera
e profondissima, cupa, nel suo indaco.
Carlo Betocchi
Non sei contento del possesso dei giorni?
Non sei contento del possesso dei giorni?
Temi di perderlo? Credi d’esser da più
di ciò che sempre muta e viene disfatto?
Non ti basta quel po’ di sole che ancora
investe il tuo corpo che invecchia? Guarda,
stamani disfano il tetto della casa di fronte.
Mettono a nudo i correnti, ch’erano marci.
Li mutano. E intanto ripiove. Lesti li ricoprono,
con le tegole vecchie. E i coppi restano,
a mucchi, sul colmigno. E subito il sole
che torna luccica sulle tegole ignude,
e tu ti senti in cuore un di più che ti strugge
– vergógnati – d’amore per te, mentre in cielo
rulla un tamburo lontanissimo, azzurro,
per la tua libertà, che è un grido che vola.
Temi di perderlo? Credi d’esser da più
di ciò che sempre muta e viene disfatto?
Non ti basta quel po’ di sole che ancora
investe il tuo corpo che invecchia? Guarda,
stamani disfano il tetto della casa di fronte.
Mettono a nudo i correnti, ch’erano marci.
Li mutano. E intanto ripiove. Lesti li ricoprono,
con le tegole vecchie. E i coppi restano,
a mucchi, sul colmigno. E subito il sole
che torna luccica sulle tegole ignude,
e tu ti senti in cuore un di più che ti strugge
– vergógnati – d’amore per te, mentre in cielo
rulla un tamburo lontanissimo, azzurro,
per la tua libertà, che è un grido che vola.
Carlo Betocchi
Piazza dei fanciulli la sera
Io arrivai in una piazza
colma di una cosa sovrana,
una bellissima fontana
e intorno un’allegria pazza.
Stava tra verdi aiole;
per viali di ghiaie fini
giocondavano bei bambini
e donne sedute al sole.
Verde il labbro di pietra
e il ridente labbro dell’acqua
fermo sulla riviera stracca,
in puro cielo s’invetra.
Tutto il resto è una bruna
ombra, sotto le loggie invase
dal cielo rosso, l’alte case
sui tetti attendon la luna.
Ivi sembrava l’uomo
come una cosa troppo oscura,
di cui i bambini hanno paura,
belli gli chiedon perdono.
colma di una cosa sovrana,
una bellissima fontana
e intorno un’allegria pazza.
Stava tra verdi aiole;
per viali di ghiaie fini
giocondavano bei bambini
e donne sedute al sole.
Verde il labbro di pietra
e il ridente labbro dell’acqua
fermo sulla riviera stracca,
in puro cielo s’invetra.
Tutto il resto è una bruna
ombra, sotto le loggie invase
dal cielo rosso, l’alte case
sui tetti attendon la luna.
Ivi sembrava l’uomo
come una cosa troppo oscura,
di cui i bambini hanno paura,
belli gli chiedon perdono.
Carlo Betocchi
Rovine 1945
Non è vero che hanno distrutto
le case, non è vero:
solo è vero in quel muro diruto
l’avanzarsi del cielo
a piene mani, a pieno petto,
dove ignoti sognarono,
o vivendo sognare credettero,
quelli che son spariti...
Ora spetta all’ombra spezzata
il gioco d’altri tempi,
sopra i muri, nell’alba assolata,
imitarne gli incerti...
e nel vuoto, alla rondine che passa.
le case, non è vero:
solo è vero in quel muro diruto
l’avanzarsi del cielo
a piene mani, a pieno petto,
dove ignoti sognarono,
o vivendo sognare credettero,
quelli che son spariti...
Ora spetta all’ombra spezzata
il gioco d’altri tempi,
sopra i muri, nell’alba assolata,
imitarne gli incerti...
e nel vuoto, alla rondine che passa.