Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Eugenio Montale
La storia
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
" molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
a
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
II
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più d’un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glien’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
" molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
a
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
II
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più d’un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glien’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.
Eugenio Montale
Meriggiare pallido e assorto
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Eugenio Montale
Proda di Versilia
I miei morti che prego perché preghino
per me, per i miei vivi com’io invece
per essi non resurrezione ma
il compiersi di quella vita ch’ebbero
inesplicata e inesplicabile, oggi
più di rado discendono dagli orizzonti aperti
quando una mischia d’acque e cielo schiude
finestre ai raggi della sera, – sempre
più raro, astore celestiale, un cutter
bianco-alato li posa sulla rena.
Broli di zinnie tinte ad artificio
(nonne dal duro sòggolo le annaffiano,
chiuse lo sguardo a chi di fuorivia
non cede alle impietose loro mani
il suo male), cortili di sterpaglie
incanutite dove se entra un gatto
color frate gli vietano i rifiuti
voci irose; macerie e piatte altane
su case basse lungo un ondulato
declinare di dune e ombrelle aperte
al sole grigio, sabbia che non nutre
gli alberi sacri alla mia infanzia, il pino
selvatico, il fico e l’eucalipto.
A quell’ombre i primi anni erano folti,
gravi di miele, pur se abbandonati;
a quel rezzo anche se disteso sotto
due brandelli di crespo punteggiati
di zanzare dormivo nella stanza
d’angolo, accanto alla cucina, ancora
nottetempo o nel cuore d’una siesta
di cicale, abbagliante nel mio sonno,
travedevo oltre il muro, al lavandino,
care ombre massaggiare le murene
per respingerne in coda, e poi reciderle,
le spine; a quel perenne alto stormire
altri perduti con rastrelli e forbici
lasciavano il vivaio
dei fusti nani per i sempreverdi
bruciati e le cavane avide d’acqua.
Anni di scogli e di orizzonti stretti
a custodire vite ancora umane
e gesti conoscibili, respiro
o anelito finale di sommersi
simili all’uomo o a lui vicini pure
nel nome: il pesce prete, il pesce rondine,
l’àstice – il lupo della nassa – che
dimentica le pinze quando Alice
gli si avvicina... e il volo da trapezio
dei topi familiari da una palma
all’altra; tempo che fu misurabile
fino a che non s’aperse questo mare
infinito, di creta e di mondiglia.
per me, per i miei vivi com’io invece
per essi non resurrezione ma
il compiersi di quella vita ch’ebbero
inesplicata e inesplicabile, oggi
più di rado discendono dagli orizzonti aperti
quando una mischia d’acque e cielo schiude
finestre ai raggi della sera, – sempre
più raro, astore celestiale, un cutter
bianco-alato li posa sulla rena.
Broli di zinnie tinte ad artificio
(nonne dal duro sòggolo le annaffiano,
chiuse lo sguardo a chi di fuorivia
non cede alle impietose loro mani
il suo male), cortili di sterpaglie
incanutite dove se entra un gatto
color frate gli vietano i rifiuti
voci irose; macerie e piatte altane
su case basse lungo un ondulato
declinare di dune e ombrelle aperte
al sole grigio, sabbia che non nutre
gli alberi sacri alla mia infanzia, il pino
selvatico, il fico e l’eucalipto.
A quell’ombre i primi anni erano folti,
gravi di miele, pur se abbandonati;
a quel rezzo anche se disteso sotto
due brandelli di crespo punteggiati
di zanzare dormivo nella stanza
d’angolo, accanto alla cucina, ancora
nottetempo o nel cuore d’una siesta
di cicale, abbagliante nel mio sonno,
travedevo oltre il muro, al lavandino,
care ombre massaggiare le murene
per respingerne in coda, e poi reciderle,
le spine; a quel perenne alto stormire
altri perduti con rastrelli e forbici
lasciavano il vivaio
dei fusti nani per i sempreverdi
bruciati e le cavane avide d’acqua.
Anni di scogli e di orizzonti stretti
a custodire vite ancora umane
e gesti conoscibili, respiro
o anelito finale di sommersi
simili all’uomo o a lui vicini pure
nel nome: il pesce prete, il pesce rondine,
l’àstice – il lupo della nassa – che
dimentica le pinze quando Alice
gli si avvicina... e il volo da trapezio
dei topi familiari da una palma
all’altra; tempo che fu misurabile
fino a che non s’aperse questo mare
infinito, di creta e di mondiglia.
Eugenio Montale
Quel che resta (se resta)
la vecchia serva analfabeta.
e barbuta chissà dov’è sepolta
poteva leggere il mio nome e il suo
come ideogrammi
forse non poteva riconoscersi
neppure allo specchio
ma non mi perdeva d’occhio
della vita non sapendone nulla
ne sapeva più di noi
1° nella vita quello che si acquista
da una parte si perde dall’altra
chissà perché la ricordo
più di tutto e di tutti
se entrasse ora nella mia stanza
avrebbe centotrent’anni e griderei di spavento.
e barbuta chissà dov’è sepolta
poteva leggere il mio nome e il suo
come ideogrammi
forse non poteva riconoscersi
neppure allo specchio
ma non mi perdeva d’occhio
della vita non sapendone nulla
ne sapeva più di noi
1° nella vita quello che si acquista
da una parte si perde dall’altra
chissà perché la ricordo
più di tutto e di tutti
se entrasse ora nella mia stanza
avrebbe centotrent’anni e griderei di spavento.
Eugenio Montale
Raccomendo ai miei posteri
Raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.
From QUADERNO DI QUATTRO ANNI
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.
From QUADERNO DI QUATTRO ANNI
Eugenio Montale
Sarcofaghi
Dove se ne vanno le ricciute donzelle
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo si leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
Il sole che va in alto,
le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua vita ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo si leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
Il sole che va in alto,
le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua vita ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.
Eugenio Montale
Sarcofaghi
Dove se ne vanno le ricciute donzelle
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo si leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
Il sole che va in alto,
le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua vita ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo si leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
Il sole che va in alto,
le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua vita ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.
Eugenio Montale
Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Eugenio Montale
Sul Llobregat
Dal verde immarcescibile della canfora
due note, un intervallo di terza maggiore.
Il cucco, non la civetta, ti dissi; ma intanto, di scatto,
tu avevi spinto l’acceleratore.
due note, un intervallo di terza maggiore.
Il cucco, non la civetta, ti dissi; ma intanto, di scatto,
tu avevi spinto l’acceleratore.
Eugenio Montale
Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.
Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.
Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome – e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.
Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.
Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome – e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.
Eugenio Montale
Voce giunta con le folaghe
Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.
L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.
L’ombra fidata e il muro che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo; l’una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.
– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione
che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.
L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.
L’ombra fidata e il muro che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo; l’una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.
– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione
che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...
Felice Piemontese
...L’ultima volta ci siamo incontrati
...l’ultima volta ci siamo incontrati in rue de l’Observatorie.
Uscimmo insieme scendendo verso la Senna. In rue du Chat-
qui-Péche una donna si sporse dalla finestra di una casa
malfamata e sputò nella nostra direzione- “Des étrangers, des
espions...” disse con disprezzo...
...ed è scappato per la porta
...ed è scappato per la porta che dà sulla strada comunale,
dirigendosi verso il bosco di Aunay. In quel momento io
ho messo la testa in casa e ho visto i cadaveri di sua madre e
del fratellino. Allora ho perso la ragione e mi sono messo a
gridare: “Dio mio, che disgrazia, Dio mio che disgrazia”...
...ogni notte incubi
...ogni notte incubi spaventosi, lacerazioni, febbre...
Uscimmo insieme scendendo verso la Senna. In rue du Chat-
qui-Péche una donna si sporse dalla finestra di una casa
malfamata e sputò nella nostra direzione- “Des étrangers, des
espions...” disse con disprezzo...
...ed è scappato per la porta
...ed è scappato per la porta che dà sulla strada comunale,
dirigendosi verso il bosco di Aunay. In quel momento io
ho messo la testa in casa e ho visto i cadaveri di sua madre e
del fratellino. Allora ho perso la ragione e mi sono messo a
gridare: “Dio mio, che disgrazia, Dio mio che disgrazia”...
...ogni notte incubi
...ogni notte incubi spaventosi, lacerazioni, febbre...
Felice Piemontese
Apparirà allora
Apparirà allora, dissi, (ed era, come sempre,
una citazione) (da Marx, stavolta; Karl non
il solito Groucoh) che il mondo
ha da lungo tempo
il sogno di una cosa...
Pensavo di saperlo, cosa fosse, ma da molto, ormai,
non lo so più. Proprio per questo dissi,
dobbiamo cercare di dire quale che siamo stati
( e forse saremo),
ciò che abbiamo condiviso
(e forse condivideremo),
ciò che abbiano fatto
(e ciò che faremo).
una citazione) (da Marx, stavolta; Karl non
il solito Groucoh) che il mondo
ha da lungo tempo
il sogno di una cosa...
Pensavo di saperlo, cosa fosse, ma da molto, ormai,
non lo so più. Proprio per questo dissi,
dobbiamo cercare di dire quale che siamo stati
( e forse saremo),
ciò che abbiamo condiviso
(e forse condivideremo),
ciò che abbiano fatto
(e ciò che faremo).
Francesco Cei
Se de l’uve il sangue amabile
Se de l’uve il sangue amabile
non rinfratica ognor le vene,
questa vita è troppo labile,
troppo breve, e sempre in pene.
Sì bel sangue è un raggio acceso
di quel sol che in ciel vedete,
e rimase avvinto e preso
di più grappoli a la rete.
Su su, dunque, in questo sangue
rinnoviam l’arterie e i muscoli:
e per chi s’invecchia e langue
prepariam vetri maiuscoli:
ed in festa baldanzosa,
tra gli scherzi e tra le risa,
lasciam pur, lasciam passare
lui che in numeri e in misure
si ravvolge e si consuma,
e quaggiù Tempo si chiama,
e bevendo e ribevendo,
i pensier mandiamo in bando.
non rinfratica ognor le vene,
questa vita è troppo labile,
troppo breve, e sempre in pene.
Sì bel sangue è un raggio acceso
di quel sol che in ciel vedete,
e rimase avvinto e preso
di più grappoli a la rete.
Su su, dunque, in questo sangue
rinnoviam l’arterie e i muscoli:
e per chi s’invecchia e langue
prepariam vetri maiuscoli:
ed in festa baldanzosa,
tra gli scherzi e tra le risa,
lasciam pur, lasciam passare
lui che in numeri e in misure
si ravvolge e si consuma,
e quaggiù Tempo si chiama,
e bevendo e ribevendo,
i pensier mandiamo in bando.
Francesco Petrarca
E’ mr par d’ora in ora udire il messo
E’ mr par d’ora in ora udire il messo
che madonna mi mandi a se chiamando,
così dentro e di fuor mi vo’ cangiando
e sono in non molt’anni sì dimesso,
ch’a pena riconosco omai me stesso!
Tutto il viver usato ho messo in bando:
sarei contento di sapere il quando,
ma pur dovrebbe il tempo esser da presso.
Oh felice quel dî che, dal terreno
catcere uscendo, lasci rotta e sparta
IO
questa mia grave e frale e mortal gonna;
e da sì folte tenebre mi patta,
volando tanto su nel bel sereno
ch’io vegga il mio Signore e la mia donna!
che madonna mi mandi a se chiamando,
così dentro e di fuor mi vo’ cangiando
e sono in non molt’anni sì dimesso,
ch’a pena riconosco omai me stesso!
Tutto il viver usato ho messo in bando:
sarei contento di sapere il quando,
ma pur dovrebbe il tempo esser da presso.
Oh felice quel dî che, dal terreno
catcere uscendo, lasci rotta e sparta
IO
questa mia grave e frale e mortal gonna;
e da sì folte tenebre mi patta,
volando tanto su nel bel sereno
ch’io vegga il mio Signore e la mia donna!
Francesco Petrarca
La vita fugge e non s’arresta un’ora
La vita fugge e non s’arresta un’ora,
E la morte vien dietro a gran giornate,
E le cose presenti e le passate
Mi danno guerra, e le future ancora;
E ’l rimembrar e l’aspettar m’accora
Or quinci or quindi sì, che ’n veritate,
Se non ch’i’ ho di me stesso pietate,
I’ sarei già di questi pensier fòra.
Tornami avanti s’alcun dolce mai
Ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte
Veggio al mio navigar turbati i venti:
Veggio fortuna in porto, e stanco omai
Il mio nocchier, e rotte arbore e sarte,
E i lumi bei, che mirar soglio, spenti.
E la morte vien dietro a gran giornate,
E le cose presenti e le passate
Mi danno guerra, e le future ancora;
E ’l rimembrar e l’aspettar m’accora
Or quinci or quindi sì, che ’n veritate,
Se non ch’i’ ho di me stesso pietate,
I’ sarei già di questi pensier fòra.
Tornami avanti s’alcun dolce mai
Ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte
Veggio al mio navigar turbati i venti:
Veggio fortuna in porto, e stanco omai
Il mio nocchier, e rotte arbore e sarte,
E i lumi bei, che mirar soglio, spenti.
Francesco Petrarca
Piangete, donne, e con voi pianga Amore
Piangete, donne, e con voi pianga Amore;
piangete, amanti, per ciascun paese;
poi che morto è colui che tutto intese
in farvi, mentre visse al mondo, onore.
To per me prego il mio acerbo dolore
non sian da lui le lacrime contese,
e mi sia di sospir tanto cortese
quanto bisogna a disfogare il core.
Piangan le rime ancor, piangano i versi,
perchè ’l nostro amoroso messer Cino
novellamente s’è da noi partito.
Pianga Pistoia e i cittadin perversi
che perdut’hanno sì dolce vicino;
e rallegrasi il ciel ov’egli è gito.
piangete, amanti, per ciascun paese;
poi che morto è colui che tutto intese
in farvi, mentre visse al mondo, onore.
To per me prego il mio acerbo dolore
non sian da lui le lacrime contese,
e mi sia di sospir tanto cortese
quanto bisogna a disfogare il core.
Piangan le rime ancor, piangano i versi,
perchè ’l nostro amoroso messer Cino
novellamente s’è da noi partito.
Pianga Pistoia e i cittadin perversi
che perdut’hanno sì dolce vicino;
e rallegrasi il ciel ov’egli è gito.
Francesco Petrarca
Sennuccio mio, benchè doglioso e solo
Sennuccio mio, benchè doglioso e solo
m’abbi lasciato, io pur mi riconforto;
perchè del corpo, ov’eri preso e morto,
alteramente se’ levato a volo.
Or vedi insieme l’uno e l’altro polo,
le stelle vaghe e lor viaggio torto,
e vedi il veder nostro quanto è corto;
onde col tuo gioir tempro ’l mio duolo.
Ma ben ti prego che ’n la terza spera
Guitton saluti e messer Cino e Dante,
Franceschin nostro e tutta quella schiera.
A la mia Donna ben puoi dire in quante
lagrime io viva e son fatt’ una féra
membrando il suo bel viso e l’opre sante.
m’abbi lasciato, io pur mi riconforto;
perchè del corpo, ov’eri preso e morto,
alteramente se’ levato a volo.
Or vedi insieme l’uno e l’altro polo,
le stelle vaghe e lor viaggio torto,
e vedi il veder nostro quanto è corto;
onde col tuo gioir tempro ’l mio duolo.
Ma ben ti prego che ’n la terza spera
Guitton saluti e messer Cino e Dante,
Franceschin nostro e tutta quella schiera.
A la mia Donna ben puoi dire in quante
lagrime io viva e son fatt’ una féra
membrando il suo bel viso e l’opre sante.
Franco Cavallo
Cimitero
Nel cimitero marino di Capri
non volano colombe
come in quelle di Sète.
La distanza che vi corre
è la stessa che passa
tra Malaparte e Valéry.
Vi spuntano fiori bellissimi
questo è vero. Ma i
morti vivono costipati
e non hanno prospettive.
Da BLUES DEL MAR ROSSO
non volano colombe
come in quelle di Sète.
La distanza che vi corre
è la stessa che passa
tra Malaparte e Valéry.
Vi spuntano fiori bellissimi
questo è vero. Ma i
morti vivono costipati
e non hanno prospettive.
Da BLUES DEL MAR ROSSO
Franco Cavallo
I bacilli volano
i bacilli volano
SU rovinoso paesaggio.
l’uomo? un assaggio mal
riuscito; ed è già tardi...
i microbi pizzicano
l’invisibile lira:
le rose s’accoppiano
dentro la bruma. nelle
membrane delle secche - lagune
s’aprono viluppi roventi
di sangue cagliato - lento
e di sogni purulenti.
la vita si scioglie
come una corsa
in un campo di miglio
devastato dagli orsi.
SU rovinoso paesaggio.
l’uomo? un assaggio mal
riuscito; ed è già tardi...
i microbi pizzicano
l’invisibile lira:
le rose s’accoppiano
dentro la bruma. nelle
membrane delle secche - lagune
s’aprono viluppi roventi
di sangue cagliato - lento
e di sogni purulenti.
la vita si scioglie
come una corsa
in un campo di miglio
devastato dagli orsi.
Franco Cavallo
L’ombra (Ode a Giordano Bruno)
in via Giordano Bruno
nessuno sa chi sia Giordano Bruno.
ma la sua ombra vagola, sogghigna...
qual vivere pareggi il viver mio?
e va chimerizzando e strolegando
COSE NUOVE...
ogni forza vivente
(urla, s’arringhia)
è presidente
alla materia — e signoreggia
nelli composti, effettua
la composizione e consistenzia
de le parti, stende le cartilagini,
incava le arterie... intesse le fibre...
ramifica gli nervi...
oppure, in cupa pena, sospirando:
contrattassi ]‘aratro,
pascessi 1] gregge,
coltivassi un orto,
rassettassi un vestimento,
nessuno mi guarderebbe,
pochi m’osservarebono,
da rari sarei ripreso,
e facilmente potrei piacere
a tutti. ma,
per essere delineatore
del campo della natura,
sollecito circa la pastura
de l’alma, vago de la coltura
de l’ingegno, e dedalo
circa gli abiti de l’intelletto,
ecco che chi adocchiato me minaccia,
chi osservato m’assale,
chi giunto mi morde...
di tana in tana la strada s’imbudella.
l’ombra vacilla, un poco si smantella,
e l’aere intorno tutto s’ingarbuglia:
un nuovo rogo a questo inquieto figlio?
“chi fu Giordano Bruno?”
“non so” uno
risponde. e un altro: “forse uno
che voleva viaggiare per i mari
del sapere?”
“appunto”
“un gran nocchiero, dunque ?”
“certamente un gigante
che aderiva corpo a mente”.
un omino incurvato
si scuote per incanto dal suo stato:
“l’ho visto” dice. “l’ho incontrato adesso.
stava ritto sulla punta del bompresso”.
è proprio lui: l’ardente navigante.
sbucato dalle fiamme come un fante
di spade. agita con frenesia
l’asta infuocata della sua eresia.
nessuno sa chi sia Giordano Bruno.
ma la sua ombra vagola, sogghigna...
qual vivere pareggi il viver mio?
e va chimerizzando e strolegando
COSE NUOVE...
ogni forza vivente
(urla, s’arringhia)
è presidente
alla materia — e signoreggia
nelli composti, effettua
la composizione e consistenzia
de le parti, stende le cartilagini,
incava le arterie... intesse le fibre...
ramifica gli nervi...
oppure, in cupa pena, sospirando:
contrattassi ]‘aratro,
pascessi 1] gregge,
coltivassi un orto,
rassettassi un vestimento,
nessuno mi guarderebbe,
pochi m’osservarebono,
da rari sarei ripreso,
e facilmente potrei piacere
a tutti. ma,
per essere delineatore
del campo della natura,
sollecito circa la pastura
de l’alma, vago de la coltura
de l’ingegno, e dedalo
circa gli abiti de l’intelletto,
ecco che chi adocchiato me minaccia,
chi osservato m’assale,
chi giunto mi morde...
di tana in tana la strada s’imbudella.
l’ombra vacilla, un poco si smantella,
e l’aere intorno tutto s’ingarbuglia:
un nuovo rogo a questo inquieto figlio?
“chi fu Giordano Bruno?”
“non so” uno
risponde. e un altro: “forse uno
che voleva viaggiare per i mari
del sapere?”
“appunto”
“un gran nocchiero, dunque ?”
“certamente un gigante
che aderiva corpo a mente”.
un omino incurvato
si scuote per incanto dal suo stato:
“l’ho visto” dice. “l’ho incontrato adesso.
stava ritto sulla punta del bompresso”.
è proprio lui: l’ardente navigante.
sbucato dalle fiamme come un fante
di spade. agita con frenesia
l’asta infuocata della sua eresia.
Franco Cavallo
La pausa c’è
la pausa c’è. e c’è anche
il sospiro. basta compiere
un giro. non si vede più nulla.
poi si vedono a destra
grandi templi lontani.
e si vedono anche
braccia, mani — profili
difformi, una memoria
che erompe o un ricordo
che avvampa. una proboscide,
un corno: tutto il seme del mondo
si racchiude in un nimbo.
O ci sono viandanti
che attraversano il Nilo,
c’è perfino il profilo
di una bestia che dorme,
e ci sono — e ci sono le orme
di un abbraccio mai stretto,
c’è una storia mai scritta
che finì con la pioggia.
c’è il segreto di un giorno
o una svolta improvvisa.
si è perduta di vista
ogni cosa intravista.
il sospiro. basta compiere
un giro. non si vede più nulla.
poi si vedono a destra
grandi templi lontani.
e si vedono anche
braccia, mani — profili
difformi, una memoria
che erompe o un ricordo
che avvampa. una proboscide,
un corno: tutto il seme del mondo
si racchiude in un nimbo.
O ci sono viandanti
che attraversano il Nilo,
c’è perfino il profilo
di una bestia che dorme,
e ci sono — e ci sono le orme
di un abbraccio mai stretto,
c’è una storia mai scritta
che finì con la pioggia.
c’è il segreto di un giorno
o una svolta improvvisa.
si è perduta di vista
ogni cosa intravista.
Franco Fortini
Deducant te angeli
1
Non questi abeti non
il ribrezzo della cascata ma
questa la sequenza.
Prima vengono le pietre dei greti
poi gli alberghi sbarrati.
Secondo: le nebbie e i compianti.
Erosioni, mostri.
Tutto chiuso anche la casa cantoniera
e gli isolatori tintinnano.
Terzo: l’ostinazione del torrente
e la condotta forzata
assolutamente giù
cono di deiezione.
Meglio tergere il cristallo
fuggire lo sterminio i detriti il laser
che recide chi passa
per questo borgo.
Era vissuta qui.
Dov’era l’ospizio
ora c’è ecco
lacrimante uno stabilimento.
La minorata che ti raccontarono.
Morta ma quando da tanto.
Oligofrenica coi suoi ditoni
buona e capiva
anima di colomba
decorticata e strideva.
2
3
La corriera fa marcia indietro sul ponte di legno.
Nevica sulla spalletta, sul collo
dello spaccalegna che entra allo spaccio. Il resto
è ben chiuso o sembra.
Certamente lassù il cimitero austriaco
sotto le stille dell’abetina, con la Beata Vergine
turchina in lacrime d’argento
e i fagotti in costume
o in uniforme certamente
sotto lapidi e ferri.
Ma un raggio dalla centrale
abbaglia oltre la nebbia
taglia marmo rame zinco.
Tutto fra poco apparirà ti assicurano
verranno a portare via tutto
entro aprile.
Ma non crederci no
è qui che si apre la buca qui
ti pianteranno i manigoldi.
Scappa fin che puoi scappa fra i meli defoliati
vergine testona fiato lordo mia maturità strabica mia creatura
antenata ingiustificata irrecuperata seme di credente
di breve convulsione di contratta disperazione
amore della tua mamma
faccina mitragliata fotografata
parola inesistita mia giovinezza
carico di carne uccisa che l’elicottero solleva
da questo mondo portatemi via
un servo
un servo non inutile
merita questo.
Non questi abeti non
il ribrezzo della cascata ma
questa la sequenza.
Prima vengono le pietre dei greti
poi gli alberghi sbarrati.
Secondo: le nebbie e i compianti.
Erosioni, mostri.
Tutto chiuso anche la casa cantoniera
e gli isolatori tintinnano.
Terzo: l’ostinazione del torrente
e la condotta forzata
assolutamente giù
cono di deiezione.
Meglio tergere il cristallo
fuggire lo sterminio i detriti il laser
che recide chi passa
per questo borgo.
Era vissuta qui.
Dov’era l’ospizio
ora c’è ecco
lacrimante uno stabilimento.
La minorata che ti raccontarono.
Morta ma quando da tanto.
Oligofrenica coi suoi ditoni
buona e capiva
anima di colomba
decorticata e strideva.
2
3
La corriera fa marcia indietro sul ponte di legno.
Nevica sulla spalletta, sul collo
dello spaccalegna che entra allo spaccio. Il resto
è ben chiuso o sembra.
Certamente lassù il cimitero austriaco
sotto le stille dell’abetina, con la Beata Vergine
turchina in lacrime d’argento
e i fagotti in costume
o in uniforme certamente
sotto lapidi e ferri.
Ma un raggio dalla centrale
abbaglia oltre la nebbia
taglia marmo rame zinco.
Tutto fra poco apparirà ti assicurano
verranno a portare via tutto
entro aprile.
Ma non crederci no
è qui che si apre la buca qui
ti pianteranno i manigoldi.
Scappa fin che puoi scappa fra i meli defoliati
vergine testona fiato lordo mia maturità strabica mia creatura
antenata ingiustificata irrecuperata seme di credente
di breve convulsione di contratta disperazione
amore della tua mamma
faccina mitragliata fotografata
parola inesistita mia giovinezza
carico di carne uccisa che l’elicottero solleva
da questo mondo portatemi via
un servo
un servo non inutile
merita questo.
Franco Fortini
Foglio di via
Foglio di via’
Dunque nulla di nuovo da questa altezza?
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.
Dunque nessun cammino per discendere?
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.
Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.
Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.
From POESIA E ERRORE
Dunque nulla di nuovo da questa altezza?
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.
Dunque nessun cammino per discendere?
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.
Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.
Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.
From POESIA E ERRORE