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Poesie di questo tema

Vita ed esistenza

Eugenio Montale

Eugenio Montale

Proda di Versilia

I miei morti che prego perché preghino
per me, per i miei vivi com’io invece
per essi non resurrezione ma
il compiersi di quella vita ch’ebbero
inesplicata e inesplicabile, oggi
più di rado discendono dagli orizzonti aperti
quando una mischia d’acque e cielo schiude
finestre ai raggi della sera, – sempre
più raro, astore celestiale, un cutter
bianco-alato li posa sulla rena.

Broli di zinnie tinte ad artificio
(nonne dal duro sòggolo le annaffiano,
chiuse lo sguardo a chi di fuorivia
non cede alle impietose loro mani
il suo male), cortili di sterpaglie
incanutite dove se entra un gatto
color frate gli vietano i rifiuti
voci irose; macerie e piatte altane
su case basse lungo un ondulato
declinare di dune e ombrelle aperte
al sole grigio, sabbia che non nutre
gli alberi sacri alla mia infanzia, il pino
selvatico, il fico e l’eucalipto.

A quell’ombre i primi anni erano folti,
gravi di miele, pur se abbandonati;
a quel rezzo anche se disteso sotto
due brandelli di crespo punteggiati
di zanzare dormivo nella stanza
d’angolo, accanto alla cucina, ancora
nottetempo o nel cuore d’una siesta
di cicale, abbagliante nel mio sonno,
travedevo oltre il muro, al lavandino,
care ombre massaggiare le murene
per respingerne in coda, e poi reciderle,
le spine; a quel perenne alto stormire
altri perduti con rastrelli e forbici
lasciavano il vivaio
dei fusti nani per i sempreverdi
bruciati e le cavane avide d’acqua.

Anni di scogli e di orizzonti stretti
a custodire vite ancora umane
e gesti conoscibili, respiro
o anelito finale di sommersi
simili all’uomo o a lui vicini pure
nel nome: il pesce prete, il pesce rondine,
l’àstice – il lupo della nassa – che
dimentica le pinze quando Alice
gli si avvicina... e il volo da trapezio
dei topi familiari da una palma
all’altra; tempo che fu misurabile
fino a che non s’aperse questo mare
infinito, di creta e di mondiglia.
Eugenio Montale

Eugenio Montale

Voce giunta con le folaghe

Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.

L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.

L’ombra fidata e il muro che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo; l’una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.

– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...
Franco Cavallo

Franco Cavallo

L’ombra (Ode a Giordano Bruno)

in via Giordano Bruno
nessuno sa chi sia Giordano Bruno.

ma la sua ombra vagola, sogghigna...

qual vivere pareggi il viver mio?

e va chimerizzando e strolegando
COSE NUOVE...

ogni forza vivente
(urla, s’arringhia)
è presidente
alla materia — e signoreggia
nelli composti, effettua
la composizione e consistenzia
de le parti, stende le cartilagini,
incava le arterie... intesse le fibre...
ramifica gli nervi...

oppure, in cupa pena, sospirando:

contrattassi ]‘aratro,
pascessi 1] gregge,
coltivassi un orto,
rassettassi un vestimento,
nessuno mi guarderebbe,
pochi m’osservarebono,
da rari sarei ripreso,
e facilmente potrei piacere
a tutti. ma,
per essere delineatore
del campo della natura,
sollecito circa la pastura
de l’alma, vago de la coltura
de l’ingegno, e dedalo
circa gli abiti de l’intelletto,
ecco che chi adocchiato me minaccia,
chi osservato m’assale,
chi giunto mi morde...

di tana in tana la strada s’imbudella.
l’ombra vacilla, un poco si smantella,
e l’aere intorno tutto s’ingarbuglia:
un nuovo rogo a questo inquieto figlio?

“chi fu Giordano Bruno?”
“non so” uno
risponde. e un altro: “forse uno
che voleva viaggiare per i mari
del sapere?”
“appunto”
“un gran nocchiero, dunque ?”
“certamente un gigante
che aderiva corpo a mente”.
un omino incurvato
si scuote per incanto dal suo stato:
“l’ho visto” dice. “l’ho incontrato adesso.
stava ritto sulla punta del bompresso”.

è proprio lui: l’ardente navigante.
sbucato dalle fiamme come un fante
di spade. agita con frenesia
l’asta infuocata della sua eresia.
Franco Fortini

Franco Fortini

Deducant te angeli

1
Non questi abeti non
il ribrezzo della cascata ma
questa la sequenza.

Prima vengono le pietre dei greti
poi gli alberghi sbarrati.
Secondo: le nebbie e i compianti.
Erosioni, mostri.

Tutto chiuso anche la casa cantoniera
e gli isolatori tintinnano.
Terzo: l’ostinazione del torrente
e la condotta forzata
assolutamente giù
cono di deiezione.

Meglio tergere il cristallo
fuggire lo sterminio i detriti il laser
che recide chi passa
per questo borgo.

Era vissuta qui.
Dov’era l’ospizio
ora c’è ecco
lacrimante uno stabilimento.

La minorata che ti raccontarono.
Morta ma quando da tanto.
Oligofrenica coi suoi ditoni
buona e capiva
anima di colomba
decorticata e strideva.

2

3
La corriera fa marcia indietro sul ponte di legno.
Nevica sulla spalletta, sul collo
dello spaccalegna che entra allo spaccio. Il resto
è ben chiuso o sembra.

Certamente lassù il cimitero austriaco
sotto le stille dell’abetina, con la Beata Vergine
turchina in lacrime d’argento
e i fagotti in costume
o in uniforme certamente
sotto lapidi e ferri.
Ma un raggio dalla centrale
abbaglia oltre la nebbia
taglia marmo rame zinco.
Tutto fra poco apparirà ti assicurano
verranno a portare via tutto
entro aprile.

Ma non crederci no
è qui che si apre la buca qui
ti pianteranno i manigoldi.
Scappa fin che puoi scappa fra i meli defoliati
vergine testona fiato lordo mia maturità strabica mia creatura
antenata ingiustificata irrecuperata seme di credente
di breve convulsione di contratta disperazione
amore della tua mamma

faccina mitragliata fotografata
parola inesistita mia giovinezza
carico di carne uccisa che l’elicottero solleva
da questo mondo portatemi via

un servo
un servo non inutile
merita questo.