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Poesie di questo tema

Società e mondo

Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

L’incendiario

In mezzo alla piazza centrale
del paese,
è stata posta la gabbia di ferro
con l’incendiario.
Vi rimarrà tre giorni
perché tutti lo possano vedere.
Tutti si aggirano torno torno
all’enorme gabbione,
durante tutto il giorno,
centinaia di persone.

– Guarda un pochino dove l’ànno messo!
– Sembra un pappagallo carbonaio.
– Dove lo dovevano mettere?
– In prigione addirittura.
– Gli sta bene di far questa bella figura!
– Perché non gli avete preparato
un appartamento di lusso,
così bruciava anche quello!
– Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!
– Lo faranno morire dalla rabbia!
– Morire! È uno che se la piglia!
– È più tranquillo di noi!
– Io dico che ci si diverte.
– Ma la sua famiglia?
– Chi sa da che parte di mondo è venuto!
– Questa robaccia non à mica famiglia!
– Sicuro, è roba allo sbaraglio!
– Se venisse dall’inferno?
– Povero diavolaccio!
– Avreste anche compassione?
Se v’avesse bruciata la casa
non direste così.
– La vostra l’à bruciata?
– Se non l’ha bruciata
poco c’è corso.
À bruciato mezzo mondo
questo birbaccione!
– Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,
infine è una creatura!
– Ma come se ne sta tranquillo!
– Non à mica paura!
– Io morirei dalla vergogna!
– Star lì in mezzo alla berlina!
– Per tre giorni!
– Che gogna!
– Dio mio che faccia bieca!
– Che guardatura da brigante!
– Se non ci fosse la gabbia
io non ci starei!
– Se a un tratto si vedesse scappare?
– Ma come deve fare?
– Sarà forte quella gabbia?
– Non avesse da fuggire!
– Dai vani dei ferri non potrà passare?
Questi birbanti si sanno ripiegare
in tutte le maniere!
– Che bel colpo oggi la polizia!
– Se non facevan presto a accaparrarlo,
ci mandava tutti in fumo!
– Si meriterebbe altro che berlina!
– Quando l’ànno interrogato,
à risposto ridendo
che brucia per divertimento.
– Mio Dio che sfacciato!
– Ma che sorta di gente!
– Io lo farei volentieri a pezzetti.
– Buttatelo nel fosso!
– Io gli voglio sputare
un’altra volta addosso!
– Se bruciassero un po’ lui
perché ridesse meglio!
– Sarebbe la fine che si merita!
– Quando sarà in prigione scapperà,
è talmente pieno di scaltrezza!
– Peggio d’una faina!
– Non vedete che occhi che à?
– Perché non lo buttano in un pozzo?
– Nel cisternone del comune!
– E ci sono di quelli
che avrebbero pietà!
– Bisogna esser roba poco pulita
per aver compassione
di questa sorta di persone!

Largo! Largo! Largo!
Ciarpame! Piccoli esseri
dall’esalazione di lezzo,
fetido bestiame!
Ringollatevi tutti
il vostro sconcio pettegolezzo,
e che vi strozzi nella gola!
Largo! Sono il poeta!
Io vengo di lontano,
il mondo ò traversato
per venire a trovare
la mia creatura da cantare!
Inginocchiatevi marmaglia!
Uomini che avete orrore del fuoco,
poveri esseri di paglia!
Inginocchiatevi tutti!
Io sono il sacerdote,
questa gabbia è l’altare,
quell’uomo è il Signore!

Il Signore tu sei,
al quale rivolgo,
con tutta la devozione
del mio cuore,
la più soave orazione.
A te, soave creatura,
giungo ansante, affannato,
ò traversato rupi di spine,
ò scavalcato alte mura!
Io ti libererò!
Fermi tutti, v’ò detto!
Tenete la testa bassa,
picchiatevi forte nel petto,
è il confiteor questo,
della mia messa!
T’ànno coperto d’insulti
e di sputacchi,
quello sciame insidioso
di piccoli vigliacchi.
Ed è naturale che da loro
tu ti sia fatto allacciare:
quegl’insetti immondi e poltroni,
sono lividi di malefica astuzia,
circola per le loro vene
il sangue verde velenoso.
E tu grande anima
non potevi pensare
al piccolo pozzo che t’avevan preparato,
ci dovevi cascare.
Io ti son venuto a liberare!
Fermi tutti!
Ti guardo dentro gli occhi
per sentirmi riscaldare.

Rannicchiato sotto il tuo mantello
tu sei senza parole,
come la fiamma: colore, e calore!
E quel mantello nero
te l’àn gettato addosso
gli stolidi uomini vero,
perché non si veda che sei tutto rosso?
Oppure te lo sei gettato da te,
per ricuoprire un poco
l’anima tua di fuoco?
Che guardi all’orizzonte?
Se s’alza una favilla?
Dimmi, non sei riuscito a trafugare
l’ultimo zolfino?
Ti si legge negli occhi!
Ma ti saltan dagli occhi le faville,
a cento, a cento, a mille!
Tu puoi cogli occhi
bruciare tutto il mondo!
T’à creato il sole,
che bruci al sol guardarti?

Quando tu bruci
tu non sei più l’uomo,
il Dio tu sei!
Mi sento correr per le vene un brivido.
Ti vorrei vedere quando abbruci,
quando guardi le tue fiamme;
tutte quelle bocche,
tutte quelle labbra,
tutte quelle lingue,
non vengono a baciarti tutte?
Non sono le tue spose
voluttuose?
Bello, bello, bello... e Santo!
Santo! Santo!
Santo quando pensi di bruciare,
Santo quando abbruci,
Santo quando le guardi
le tue fiamme sante!

E voi, rimasti pietrificati dall’orrore,
pregate, pregate a bassa voce,
orazioni segrete.
Anch’io sai, sono un incendiario
un povero incendiario che non può bruciare
e sono come te in prigione.
Sono un poeta che ti rende omaggio,
da povero incendiario mancato,
incendiario da poesia.
Ogni verso che scrivo è un incendio.
Oh! Tu vedessi quando scrivo!
Mi par di vederle le fiamme,
e sento le vampe, bollenti
carezze al mio viso.
Incendio non vero
è quello ch’io scrivo,
non vero seppure è per dolo.
Àn tutte le cose la polizia,
anche la poesia.

Là sopra il mio banco ove nacque,
il mio libro, come per benedizione
io brucio il primo esemplare,
e guardo avido quella fiamma,
e godo, e mi ravvivo,
e sento salirmi il calore alla testa
come se bruciasse il mio cervello.
Come mi sento vile innanzi a te!
Come mi sento meschino!
Vorrei scrivere soltanto per bruciare!

Nel segreto delle mie stanze
passeggio vestito di rosso,
e mi guardo in un vecchio specchio,
pieno di ebbrezza,
come fossi una fiamma,
una povera fiamma che aspetta...
il tuo riflesso!
Fuori vado vestito di grigio,
ovvero di nessun colore,
c’è anche per le vesti una polizia
come per le parole.
E quella per il fuoco
è tremenda, accanita,
gli uomini ànno orrore delle fiamme,
gli uomini serî,
per questo ànno inventato i pompieri.
Tu mi guardi, senza parlare,
tu non parli,
e i tuoi occhi mi dicono:
uomo, poco farai tu che ciarli.
Ma fido in te!
T’apro la gabbia và!
Guardali, guardali, come fuggono!
Sono forsennati dall’orrore,
la paura gli à tutti impazzati.
Potete andare, fuggite, fuggite,
egli vi raggiungerà!
E una di queste mattine,
uscendo dalla mia casa,
fra le consuete catapecchie,
non vedrò più le vecchie
reliquie tarlite,
così gelosamente custodite
da tanto tempo!
Non le vedrò più!
Avrò un urlo di gioia!
Ci sei passato tu!
E dopo mi sentirò lambire le vesti,
le fiamme arderanno
sotto la mia casa...
griderò, esulterò,
m’avrai data la vita!
Io sono una fiamma che aspetta!
Và, passa fratello, corri, a riscaldare
la gelida carcassa
di questo vecchio mondo!
Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

La passeggiata

– Andiamo?
– Andiamo pure.

All’arte del ricamo,
fabbrica di passamanterie,
ordinazioni, forniture
Sorelle Purtarè
Alla città di Parigi
Modes, nouveauté.
Benedetto Paradiso
successore di Michele Salvato,
gabinetto fondato nell’anno 1843.
Avviso importante alle signore!
La beltà del viso,
seno d’avorio
pelle di velluto.
Grandi tumulti a Montecitorio.
Il presidente pronunciò fiere parole,
tumulto a sinistra, tumulto a destra.
Il gran Sultano di Turchia aspetta.
La pasticca del Re Sole.
Si getta dalla finestra per amore.
Insuperabile sapone alla violetta.
Orologeria di precisione.
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Lotteria del milione.
Antica trattoria «La pace»,
con giardino,
fiaschetteria,
mescita di vino.
Loffredo e Rondinella
primaria casa di stoffe,
panni, lana e flanella.
Oggetti d’arte,
quadri, antichità,
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26 A.
Corso Napoleone Bonaparte.
Cartoleria del progresso.
Si cercano abili lavoranti sarte.
Anemia!
Fallimento!
Grande liquidazione!
Ribassi del 90%
libero ingresso.
Hotel Risorgimento
e d’Ungheria.
Lastrucci e Garfagnoni,
impianti moderni di riscaldamento:
caloriferi, termosifoni.
Via Fratelli Bandiera
già via del Crocifisso.
Saldo
fine stagione,
prezzo fisso.
Occasione! Occasione!
Diodato Postiglione
scatole per tutti gli usi di cartone.
Inaudita crudeltà!
Cioccolato Talmone.
Il più ricercato biscotto.
Duretto e Tenerini
via della Carità.
2. 17. 40. 25. 88.
Cinematografo Splendor,
il ventre di Berlino,
viaggio nel Giappone,
l’onomastico di Stefanino.
Attrazione! Attrazione!
Cerotto Manganello,
infallibile contro i reumatismi,
l’ultima scoperta della scienza!
L’addolorata al Fiumicello,
associazione di beneficenza.
Luigi Cacace
deposito di lampadine.
Legna, carbone e brace,
segatura,
grandi e piccole fascine,
fascinotti,
forme, pine.
Professor Nicola Frescura:
state all’erta giovinotti!
Camicie su misura.
Fratelli Buffi,
lubrificanti per macchine e stantuffi.
Il mondo in miniatura.
Lavanderia,
Fumista,
Tipografia,
Parrucchiere,
Fioraio,
Libreria,
Modista.
Elettricità e cancelleria.
L’amor patrio
antico caffè.
Affittasi quartiere,
rivolgersi al portiere
dalle 2 alle 3.
Adamo Sensi
studio d’avvocato,
dottoressa in medicina
primo piano.
Antico forno,
Rosticcere e friggitore.
Utensili per cucina,
Ferrarecce.
Mesticatore.
Teatro Comunale
Manon di Massenet,
gran serata in onore
di Michelina Proches.
Politeama Manzoni
il teatro dei cani,
ultima matinée.
Si fanno riparazioni in caloches.
Cordonnier.
Deposito di legnami.
Teatro Goldoni
i figli di nessuno,
serata popolare.
Tutti dai fratelli Bocconi!
Non ve la lasciate scappare!
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Bar la stella polare.
Assunta Chiodaroli
levatrice,
Parisina Sudori
rammendatrice.
L’arte di non far figlioli.
Gabriele Pagnotta
strumenti musicali.
Narciso Gonfalone
tessuti di seta e di cotone.
Ulderigo Bizzarro
fabbricante di confetti per nozze.
Giacinto Pupi,
tinozze e semicupi.
Pasquale Bottega fu Pietro,
calzature...

– Torniamo indietro?
– Torniamo pure.
Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi

Le beghine

Frammenti di penne di struzzo,
tentennanti
polverose, intignate,
su piccoli cestini
in forma di nido d’uccello;
questa è a un dipresso
la forma del loro cappello.
Roselline consumate, scolorite,
indecifrabili tinte,
stinte e ritinte;
fiorellini impossibili,
a ciuffettini a mazzettini,
velettine come ragnatele,
tutte bucherellate,
su sulla fronte rialzate
e molto tirate;
di dietro un nodino
col suo ciondolino.
O cappelli in forma
di piatto regolare,
proprio nel mezzo
un pennacchio strano,
la punta d’una vecchia
penna di fagiano
messa tutta per ritto.
Pennine di galline,
di tacchino, di galletto,
di cappone, tutto tutto sta bene
sopra i cappelli delle beghine.
Mantiglie di vecchio pizzo,
con guarnizioni di gè,
di tibet, a sproni di velluto,
a guaine, con galicine
di piccole trine.
Giacchetti pieni di fianchette,
e con gala alla vita,
sul petto, e sopra le spalle,
sottane con crespe,
avanzi di cerchi qua e là,
rimasugli di tornú,
tutte bellissime cose
che non si vedono piú
che alle beghine.
Alcuna, per suprema dedizione,
veste alla foggia dei preti,
col suo bravo collare;
qualcuna con compassata
serietà monacale.
Ma tutte, tutte
siete un pochino studiate.
Come mi piace di guardarvi!
Vi aggirate, vi aggirate
piene di compunzione,
d’importanza e di pratica,
piene di etichetta,
per la vostra reggia prediletta.
Fra gli ori, fra i damaschi,
i pizzi degli altari,
i doppieri i candelabri,
andate e venite
come in casa vostra.

Inchini secchi
di gambe irrigidite.
Mi sembra di sognare
alle decrepite reggie
di spodestati re centenari,
che tutto crepita crepita.
V’alzate, andate, venite,
v’inchinate, v’inchinate,
vi inginocchiate.

Le vostre facce
sono pugni di rughe,
i vostri colli sbucano,
si muovono fra i cenci,
come colli di tartarughe.
I vostri occhi quilquiano
dalle infossature,
con fare di puntiglio,
di sussiego, di piccosità,
di superiorità,
per la vostra interiore
grande sicurità.
Dite, nella purità
siete cosí avvizzite,
o nel vizio?
Come riconoscere
dai vostri avanzi?
Eppure siete ancora civette!
Vi ungete, vi tingete malamente
gli ultimi capelli,
portate finte trecce,
riccioli finti, tinti
d’un altro colore;
avete il vestito per le feste,
e le feste siete meste,
meste e cocciute;
la gente che riempie
la chiesa di colori
vi urta, vi dà noia,
non è piú la vostra casa
dove dovete regnare,
la vostra reggia,
perché in ognuna di voi
c’è un fondo di regalità grottesca.
Camminate a saltelli,
o nella massima compostezza,
taluna stampellando per la gotta,
talaltra con un far da piruette,
con mosse paralitiche del capo.

Cosa foste? Cosa siete?
Vecchie cameriere pensionate?
Dame decadute?
Taluna di voi non fu ballerina,
taluna cocotte?
Ballerina, cocotte!
Come siete ridotte!
V’intanaste nell’ostinazione
della purità, o nessuno vi volle?
O conosceste bene l’amore?
Ecco il mistero
che m’interessa in voi.
L’amore! Voi!
Quanti anni sono ormai?
Io penso a denudarvi,
cavarvi i vecchi giacchetti sbiaditi;
i sudici panciotti
che v’ammassate addosso
per la paura delle polmoniti,
spogliarvi, spogliarvi
di quel sudicio fasciume,
e avervi nude dinanzi:
gobbe, torte, mostruose,
farvi rinascere per un istante solo
un brivido del piú orribile desiderio,
vedervi ballettare dinanzi sconciamente,
stampellare ridendo aizzate,
le piú vergini vorrei,
magari quella
che non fu toccata mai,
e darvi i miei vent’anni!
Sentirvi sotto cigolare,
stridere, cricchiolare;
schiacciarvi, pestarvi,
darvi la piú orribile gioia,
il piú feroce martirio!
(Le vostre bocche
sdentate, sinuose,
mi fanno vedere
libidini mostruose).
Contaminarvi tutte,
tutte, darvi odio amore scherno,
perdervi, gettare in un sol pugno,
al vento, tutte le vostre preghiere,
eppoi lasciarvi ridendo!
Via! Via! Via!
Cosa vedo dinanzi? Chi?
Nuda dinanzi a me,
la madre di mia madre,
la vecchia...
No! lo giuro!
Non le ò mai toccate le beghine,
mi piace solamente di guardarle.
Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

Dagli atrii muscosi (Adelchi, coro dell’atto III)

Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei pranzi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.
Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

La battaglia di Maclodio (Il Conte di Carmagnola, coro dell’atto II)

S’ode a destra uno squillo di tromba;
A sinistra risponde uno squillo:
D’ambo i lati calpesto rimbomba
Da cavalli e da fanti il terren.
Quinci spunta per l’aria un vessillo;
Quindi un altro s’avanza spiegato:
Ecco appare un drappello schierato;
Ecco un altro che incontro gli vien.

Già di mezzo sparito è il terreno;
Già le spade respingon le spade;
L’un dell’altro le immerge nel seno;
Gronda il sangue; raddoppia il ferir.
— Chi son essi? Alle belle contrade
Qual ne venne straniero a far guerra?
Qual è quei che ha giurato la terra
Dove nacque far salva, o morir?

— D’una terra son tutti; un linguaggio
Parlan tutti: fratelli li dice
Lo straniero; il comune lignaggio
A ognun d’essi dal volto traspar.
Questa terra fu a tutti nudrice,
Questa terra di sangue ora intrisa,
Che natura dall’altre ha divisa,
E ricinta con l’alpe e col mar.

— Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando
Trasse il primo il fratello a ferire?
Oh terror! Del conflitto esecrando
La cagione esecranda qual è?

— Non la sanno: a dar morte, a morire
Qui senz’ira ognun d’essi è venuto;
E venduto ad un duce venduto,
Con lui pugna e non chiede il perchè.

— Ahi sventura! Ma spose non hanno,
Non han madre gli stolti guerrieri?
Perchè tutte i lor cari non vanno
Dall’ignobile campo a strappar?
E i vegliardi che ai casti pensieri
Dalla tomba già schiudon la mente,
Che non tentan la turba furente
Con prudenti parole placar?

— Come assiso talvolta il villano
Sulla porta del cheto abituro,
Segna il nembo che scende lontano
Sopra i campi che arati ei non ha;
Così udresti ciascun che sicuro
Vede lungi le armate coorti,
Raccontar le migliaia de’ morti,
E la pieta dell’arse città.

Là, pendenti dal labbro materno
Vedi i figli che imparano intenti
A distinguer con nomi di scherno
Quei che andranno ad uccidere un dì;
Qui le donne alle veglie lucenti
De’ monili far pompa e de’ cinti,
Che alle donne deserte de’ vinti
Il marito o l’amante rapì.

— Ahi sventura! sventura! sventura!
Già la terra è coperta d’uccisi;
Tutta è sangue la vasta pianura;
Cresce il grido, raddoppia il furor.

Ma negli ordini manchi e divisi
Mal si regge, già cede una schiera;
Già nel volgo che vincer dispera,
Della vita rinasce l’amor.

Come il grano lanciato dal pieno
Ventilabro nell’aria si spande;
Tale intorno per l’ampio terreno
Si sparpagliano i vinti guerrier.
Ma improvvise terribili bande
Ai fuggenti s’affaccian sul calle;
Ma si senton più presso alle spalle
Anelare il temuto destrier.

Cadon trepidi a pie de’ nemici,
Gettan l’arme, si danno prigioni:
Il clamor delle turbe vittrici
Copre i lai del tapino che mor.
Un corriero è salito in arcioni;
Prende un foglio, il ripone, s’avvia,
Sferza, sprona, divora la via;
Ogni villa si desta al rumor.

Perchè tutti sul pesto cammino
Dalle case, dai campi accorrete?
Ognun chiede con ansia al vicino,
Che gioconda novella recò?
Donde ei venga infelici, il sapete,
E sperate che gioia favelli?
I fratelli hanno uccisi i fratelli:
Questa orrenda novella vi do.

Odo intorno festevoli gridi;
S’orna il tempio, e risona del canto;
Già s’innalzan dai cori omicidi
Grazie ed inni che abbomina il ciel.
Giù dal cerchio dell’alpi frattanto
Lo straniero gli sguardi rivolve;
Vede i forti che mordon la polve,
E li conta con gioia crudel.

Affrettatevi, empite le schiere.
Sospendete i trionfi ed i giochi,
Ritornate alle vostre bandiere:
Lo straniero discende; egli è qui.
Vincitor! Siete deboli e pochi?
Ma per questo a sfidarvi ei discende;
E voglioso a quei campi v’attende
Dove il vostro fratello perì.

Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,
Tu che in pace nutrirli non sai,
Fatal terra, gli estrani ricevi:
Tal giudizio comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
A tue mense insultando s’asside;
Degli stolti le spoglie divide;
Toglie il brando di mano a’ tuoi re.

Stolto anch’esso! Beata fu mai
Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
Solo al vinto non toccano i guai;
Torna in pianto dell’empio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio
Non l’abbatte l’eterna vendetta;
Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
Ma lo coglie all’estremo sospir.

Tutti fatti a sembianza d’un Solo,
Figli tutti d’un solo Riscatto,
In qual ora, in qual parte del suolo,
Trascorriamo quest’aura vital,
Siam fratelli; siam stretti ad un patto;
Maledetto colui che l’infrange,
Che s’innalza sul fiacco che piange,
Che contrista uno spirto immortal!
Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

Marzo 1821

Soffermati sull’arida sponda,
Volti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: Non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!

L’han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra lo spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già lo sacre parole son porte:
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell’Orba selvosa
Scerner l’onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell’Oglio le miste correnti,
Chi ritogliergli i mille torrenti
Che la foce dell’Adda versò,

Quello ancora una gente risorta
Potrà seindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati,
Risospingerla ai prischi dolor:
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato, un segreto d’altrui;
La sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.

Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?

O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
Un giudizio da voi proferito
V’accompagna all’iniqua tenzon;
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera, e pèra
Della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de’ vostri oppressori,
Se la faccia d’estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v’ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell’itale genti?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v’udì?

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio, ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
Va, raccogli ove arato non hai;
Spiega l’ugne; l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio;
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;

Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un’alta sventura,
Non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spiasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
Stretti intorno a’ tuoi santi colori,
Forti, armati de’ propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor dello menti segrete:
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de’ popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d’altrui,
Come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
Dovrà dir sospirando: io non c’era;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non avrà.
Amelia Rosselli

Amelia Rosselli

Impromptu (1, 2, 12)

Il borghese non sono io
che tralappio d’un giorno all’
altro coprendomi d’un sudore
tutto concimato, deciso, coinciso
da me, non altri—o se soltanto

d’altri sono il clown faunesco
allora ingiungo l’alt, quella
terribile sera che non vi
fu epidemia ma soltanto un
resto delle mie ossa che
si rifiutavano di seccarsi
al sole.

Non v’è sole che non sia
lumière, (e il francese è
un par terre) quando cangiando
viste, cangiasti forme, anche
nel tuo nostalgico procedere
verso un’impenetrabile morte.

Nel verso impenetravi la
tua notte, di soli e luci
per nulla naturali, quando
l’elettrico ballo non più
compaesano distingueva tra
chi era fermo, e chi non

lo era. Difendo i lavoratori
difendo il loro pane a denti
stretti caccio il cane da

questa mia mansarda piena
d’impenetrabili libri buoni

per una vendemmia che sarà
tutta l’ultima opera vostra

se non mi salvate da queste
strette, stretta la misura
combatte il soldo e non v’è

sole ch’appartenga al popolo!

Quando su un tank m’avvicino
a quel che era un tango, se

la misericordia era con me
quando vincevo, e invero

se la tarda notte non fosse
ora ora di mattino, io non

scriverei più codeste belle
note! Davvero mi torturi?
e davvero m’insegni a non
torturare la mente in agonia
d’altri senz’agonia, ma mancanti
al sole di tutti i splendidi

soldi che hai riconosciuto
nella Capitale del vizio

che era Roma? E tu frassino
oh lungo fratello d’una volta
chiamato Pierpaolo, un ricordo

soltanto ho delle tue vanaglorie
come se in fondo fosse l’ambizione

a gettar l’ultimo sguardo
dall’ultimo ponte.

Lo spirito della terra mi muove
per un poco; stesa o seduta guardo

non l’orologio; lo tasto e lo
ripongo al lato della testa, che

non sonnecchiando ma nemmeno
pensando, si rivolse al suo dio

come fosse lui nelle nuvole! Rinfiacchita
l’infanzia muraria di questi versi
non sono altro che pittorica immaginazione
se nel campo di grano rimango

a lungo stesa a pensarci sopra.
Camillo Sbarbaro

Camillo Sbarbaro

Scarsa lingua di terra che orla il mare

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.

Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Ché non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.
Cesare Pavese

Cesare Pavese

Pensieri di Deola

Deola passa il mattino seduta al caffè
e nessuno la guarda. A quest’ora in città corron tutti
sotto il sole ancor fresco dell’alba. Non cerca nessuno
neanche Deola, ma fuma pacata e respira il mattino.
Fin che è stata in pensione, ha dovuto dormire a quest’ora
per rifarsi le forze: la stuoia sul letto
la sporcavano con le scarpacce soldati e operai,
i clienti che fiaccan la schiena. Ma, sole, è diverso:
si può fare un lavoro più fine, con poca fatica.
ll signore di ieri, svegliandola presto,
l’ha baciata e condotta (mi fermerei, cara,
a Torino con te, se potessi) con sé alla stazione
a augurargli buon viaggio.

È intontita ma fresca stavolta,
e le piace esser libera, Deola, e bere il suo latte
e mangiare brioches. Stamattina è una mezza signora?
e, se guarda i passanti, fa solo per non annoiarsi.
A quest’ora in pensione si dorme e c’è puzzo di chiuso
—la padrona va a spasso —è da stupide stare là dentro.
Per girare la sera i locali, ci vuole presenza?
e in pensione, a trent’anni, quel po’ che ne resta, sì è perso.

Deola siede mostrando il profilo a uno specchio
È si guarda nel fresco del vetro. Un po’ pallida in faccia:
non è il fumo che stagni. Corruga le ciglia.
Ci vorrebbe la voglia che aveva Marì, per durare
in pensione (perché, cara donna, gli uomini
vengon qui per cavarsi capricci? che non glieli toglie
né la moglie né l’innamorata) e Marì lavorava
instancabile, piena di brio e godeva salute.
1 passanti davanti al caffè non distraggono Deola
che lavora soltanto la sera, con lente conquiste
nella musica del suo locale. Gettando le occhiate
a un cliente o cercandogli il piede, le piaccion le orchestre
che la fanno parere un’attrice alla scena d’amore
con un giovane ricco. Le basta un cliente
ogni sera e ha da vivere. (Forse il signore di ieri
mi portava davvero con sé). Stare sola, se vuole,
al mattino, e sedere al caffè. Non cercare nessuno.
Cesare Viviani

Cesare Viviani

VIII Senza la vita avanza la conoscenza

sulle vibrazioni azzurre, illimitate
dei flussi vuoti dei cieli. Finita
la lezione degli uomini, anche la più alta,
dei saggi, scomparsi in un antro vuoto i predicati,
gli esempi riassorbiti dalla superficie delle cose,
le affermazioni, quelle sì, bruciate
dai primi raggi neutri dell’universo.
I luoghi sono rimasti senza nomi.
Le acque prive di figura,
il fluido senza immagine, presenza pura.
Sì, l’inganno della rappresentazione venuto meno -
non era da percepire a vita -
l’anziana diafana, oscillante,
tenue, prosciugata, entrata
nello spazio del visibile, slavata,
che sfiora lieve il fondale, pungente,
è l’aria.

La metafora, atlante dei gesti,
vuole innalzare nello spazio disegni e scie,
formelle di pietà, lasciti antropomorfi.
Ma i canti dello spirito, infondatezza
di ogni tracciato, solo elevazione e suono,
di piccoli e tardivi, e infranti, chiamati
ritorni e confini, prossimi e inerti.

Composti di materia, velocissimi filanti
che solcano il vuoto niente dei cieli,
gli impulsi d’amore - ora sì, è svelato - sono
corpuscoli, grani di silicio, identici.

Questione del Regno, incredibile, non creduto,
aperto al rame e alla serie dei metalli morbidi,
insostenibile la perfetta ripetizione delle orbite,
inalterata l’immobilità vitrea delle stelle,
la forma del Regno crebbe
con la tessitura dell’universo,
lenta, remota, automatica, in piena assenza.
E manca l’aggressività, il passaggio furioso,
la linea gelida dell’agguato
e il vortice del movimento.
Ora cosa resta da dire, se non è pensabile
il limite degli spazi improvvidi,
e 1] sole è disteso?
l’eccesso, lo splendore che nessuno ha visto,
l’esplosione inavvertita, occulta, coperta
da infinite altre silenziose,
che non deve esistere.

Indescrivibile forma dell’Uno,
narrata e indicibile,
cantata e svanita all’ascolto,
finita, annullata
nel fondo dell’increato, dove non c’è

stile o nominazione, accoglienza o fiaba,
lume di vigilanza, incredibili attimi,
ma il puro Inavvicinato.

Assenza di effigi, di anime,
di altezze immaginabili,
tanto irresistibile ardore lontano da ogni origine,
sfugge l’Illimitato nell’invisibile;
ogni volta che aumentano gli strumenti umani
il raggio d’indagine,
ripetono solo con numeri più alti
la stessa immagine,
perché l’Essere sconfinato è inavvicinabile.

È Dio il furioso dispiegamento di mancanze,
spargimento illimitato, incontenibile:
le piccole creature, operose, non ce la fanno
a pensare al puro dissimile e non finito.
Impensabile Creatore, fin dove arrivano
gli sguardi e i lampi non c’è
la creazione.
Da UNA COMUNITÀ DEGLI ANIMI

*
Inventarono l’esistenza, non sopportavano
la verità di una presenza inferiore,
inconsistente,
ai margini di un quadro assoluto del mondo.

*
Le immagini della mente - instancabili ancelle
permettono le più raffinate e ingannevoli
visioni, fino a supporre
i segni della trascendenza - hanno moltiplicato
le protezioni e i piaceri, formato gli eletti,
i superiori capaci delle più durevoli forme.
Di fronte, la semplice successione degli eventi:
una raffica gelida ha spazzato lungo il fiume
le costruzioni esistenti e, insieme,
gli uomini e i loro volti.

*
Ascolta, Madre degli uomini, quanti dicono
di aver vissuto: ti chiamano
bella e divina, reclamano
una comprensione dell’altezza - come le preghiere
miravano ai cieli, e invece le odiate voragini
ristabilivano tutto, la memoria, 1 fati,
e i canti a volte sembravano esserne inghiottiti,
a volte provenirne.

*
Chi ci ha preceduti nell’ascolto:
c’è un solo corpo, una sola voce,
quella del Creatore. Le storie narrano
che gli amanuensi temono
i primi canti dell’alba.

*
Buio avvallamento dell’essere.
Cosa fanno i passanti in questo luogo,
inavvertibili, inavvertiti- mancanza
sulla superficie può dirsi, lacuna,
ma di quale sostanza o materia,
di quale mente, di quale tempo
della creazione.
L’eroe crede in un mondo anteriore,
oppure si affanna intorno al proprio,
a trasformarlo, ma lo spazio
delle sue imprese è sempre stato e in esso
lui è sempre stato.

&
Già stato, uguale, ogni volta il moto
raddoppia, ripete un precedente: lo stesso
corpo, o un altro corpo col medesimo
pavimento e percorso.
E sempre un ritorno, e mai
quel passo o balzo o colpo d’ala segnano
una conquista, un’avanzata: già stata
una mattina imprecisata.

Da SILENZIO DELL’UNIVERSO

VI
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