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Poesie di questo tema

Società e mondo

Gabriele D'Annunzio

Gabriele D'Annunzio

Le città terribili

Vesperi di primavera,
crepuscoli d’estate,
prime piogge d’autunno
croscianti su l’immondizia
polverosa che nera
fermenta sotto le suola
fendute onde si mostra
il miserevole piede
umano come tòrta
radice di dolore
divelta; rigurgito crasso
delle cloache nell’ombra
della divina Sera,
tumulto della strada ingombra
ove tutte le fami
e le seti irrompono a gara
d’avidità belluina
per la forza che impera
e partisce i beni col ferro,
da voi sorgere io vidi
non so quale orrida gloria.

Gloria delle città
terribili, quando a vespro
s’arrestano le miriadi
possenti dei cavalli
che per tutto il giorno
fremettero nelle vaste
macchine mai stanchi,
e s’accendono i bianchi
globi come pendule lune
tra le attonite file
dei platani lungh’esse
le case mostruose
dalle cento e cento occhiaie,
e i carri su le rotaie
stridono carichi di scòria
umana scintillando
d’una luce più bella
che la luce degli astri,
e ne’ cieli rossastri
grandeggiano solitarie
le cupole e le torri!

Orrore delle città
terribili, quando su le vie
arse cadono i larghi lembi
violacei della Sera
con un odor molle di morte,
e s’accendono su le porte
delle taverne i fanali
rossi che versano il sangue
luminoso al limitare
ove scoppierà la furente
rissa dopo l’ingiuria,
e i fuochi della lussuria
brillano negli occhi senili
della grigia larva che insegue
per l’ombra la vergine impube
con nel passo malfermo
l’indizio del morbo dorsale,
e il bardassa trae per le scale
già buie il soldato che ride,
e la libidine incide
l’enorme priàpo sul muro!

Febbre delle città
terribili, quando il Sole
come un mostro colpito
dal tridente marino
palpita ai limiti delle acque
in una immensità di sangue
e di bile moribondo,
e nel duolo del ciel profondo
la gran piaga persiste
livida di cancrena,
e s’ode la sirena
del vascello che giunge
caldo di più caldi mari,
e s’accendono i fari
su l’alte scogliere,
e le ciurme straniere
si precipitano all’orgia
frenetiche come baccanti,
e il porto suona di canti
di scherni di sfide di colpi
di crapula e d’oro!

Sonno delle città
terribili, quando dal fiume
accidioso (ove si stempra
tra la melma e il pattume
la polpa dei suicidi
fosforescente come
su i salsi lidi il viscidume
delle meduse morte)
sorgono le larve diffuse
della caligine tacente
con mille tentacoli molli
che sfiorano tutte le porte
e palpano i miseri e i folli,
il ladro e la venere vaga,
l’ebro dalla bocca amara
l’orfano dall’ossa contorte
assopiti sopra la fogna,
mentre s’amplia e s’arrossa
nei fumi la chiara finestra
del sapiente che indaga
e del poeta che sogna!

Alba delle città
terribili, aurora che squilla
con mille trombe di rame
sul silenzio opaco dei tetti
chiamando i dormenti a battaglia,
primo dardo che il Sole scaglia
a fiedere le sfere d’oro
su le cupole ancor notturne
e le cime ardue dei camini
emuli delle torri e le bianche
statue degli archi trionfali,
Speranza volante su ali
recenti“ come i fiori nati
sotto le rugiade celesti,
passo degli artefici dèsti
all’opere sonoro come
scalpitìo d’esercito grande,
rombo che si spande dai mossi
congegni pel vitreo duomo,
oh Alba, oh risveglio dell’Uomo
eletto al dominio del Mondo!
Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

Ad Angelo Mai

Sì forte a’ nostri orecchi e sì frequente,
Voce antica de’ nostri,
Muta sì lunga etade? e perchè tanti
Risorgimenti? In un balen feconde
Venner le carte; alla stagion presente
I polverosi chiostri
Serbaro occulti i generosi e santi
Detti degli avi. E che valor t’infonde

Italo egregio, il fato? O con l’umano
Valor forse contrasta il fato invano?

Certo senza de’ numi alto consiglio
Non è ch’ove più lento
E grave è il nostro disperato obblio,
A percoter ne rieda ogni momento
Novo grido de’ padri. Ancora è pio
Dunque all’Italia il cielo; anco si cura
Di noi qualche immortale:
Ch’essendo questa o nessun’altra poi
L’ora da ripor mano alla virtude
Rugginosa dell’itala natura,
Veggiam che tanto e tale
È il clamor de’ sepolti, e che gli eroi
Dimenticati il suol quasi dischiude,
A ricercar s’a questa età sì tarda
Anco ti giovi, o patria, esser codarda.

Di noi serbate, o gloriosi, ancora
Qualche speranza? in tutto
Non siam periti? A voi forse il futuro
Conoscer non si toglie. Io son distrutto
Nè schermo alcuno ho dal dolor, che scuro
M’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno
È tal che sogno e fola
Fa parer la speranza. Anime prodi,

Ai tetti vostri inonorata, immonda
Plebe successe; al vostro sangue è scherno
E d’opra e di parola
Ogni valor; di vostre eterne lodi
Nè rossor più nè invidia; ozio circonda
I monumenti vostri; e di viltade
Siam fatti esempio alla futura etade.

Bennato ingegno, or quando altrui non cale
De’ nostri alti parenti,
A te ne caglia, a te cui fato aspira
Benigno sì che per tua man presenti
Paion que’ giorni allor che dalla dira
Obblivione antica ergean la chioma,
Con gli studi sepolti,
I vetusti divini, a cui natura
Parlò senza svelarsi, onde i riposi
Magnanimi allegràr d’Atene e Roma.
Oh tempi, oh tempi avvolti
In sonno eterno! Allora anco immatura
La ruina d’Italia, anco sdegnosi
Eravam d’ozio turpe, e l’aura a volo
Più faville rapia da questo suolo.

Eran calde le tue ceneri sante,
Non domito nemico
Della fortuna, al cui sdegno e dolore

Fu più l’averno che la terra amico.
L’averno: e qual non è parte migliore
Di questa nostra? E le tue dolci corde
Susurravano ancora
Dal tocco di tua destra, o sfortunato
Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce
L’italo canto. E pur men grava e morde
Il mal che n’addolora
Del tedio che n’affoga. Oh te beato,
A cui fu vita il pianto! A noi le fasce
Cinse il fastidio; a noi presso la culla
Immoto siede, e su la tomba, il nulla.

Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,
Ligure ardita prole,
Quand’oltre alle colonne, ed oltre ai liti
Cui strider l’onde all’attuffar del sole
Parve udir su la sera, agl’infiniti
Flutti commesso, ritrovasti il raggio
Del Sol caduto, e il giorno
Che nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo;
E rotto di natura ogni contrasto,
Ignota immensa terra al tuo viaggio
Fu gloria, e del ritorno
Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
L’etra sonante e l’alma terra e il mare
Al fanciullin, che non al saggio, appare.

Nostri sogni leggiadri ove son giti
Dell’ignoto ricetto
D’ignoti abitatori, o del diurno
Degli astri albergo, e del rimoto letto
Della giovane Aurora, e del notturno
Occulto sonno del maggior pianeta?
Ecco svaniro a un punto,
E figurato è il mondo in breve carta;
Ecco tutto è simile, e discoprendo,
Solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
Il vero appena è giunto,
O caro immaginar; da te s’apparta
Nostra mente in eterno; allo stupendo
Poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
E il conforto perì de’ nostri affanni.

Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo
Sole splendeati in vista,
Cantor vago dell’arme e degli amori,
Che in età della nostra assai men trista
Empièr la vita di felici errori:
Nova speme d’Italia. O torri, o celle,
O donne, o cavalieri,
O giardini, o palagi! a voi pensando,
In mille vane amenità si perde
La mente mia. Di vanità, di belle
Fole e strani pensieri

Si componea l’umana vita: in bando
Li cacciammo: or che resta? or poi che il verde
È spogliato alle cose? Il certo e solo
Veder che tutto è vano altro che il duolo.

O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsa
Tua mente allora, il pianto
A te, non altro, preparava il cielo.
Oh misero Torquato! il dolce canto
Non valse a consolarti o a sciorre il gelo
Onde l’alma t’avean, ch’era sì calda,
Cinta l’odio e l’immondo
Livor privato e de’ tiranni. Amore,
Amor, di nostra vita ultimo inganno,
T’abbandonava. Ombra reale e salda
Ti parve il nulla, e il mondo
Inabitata piaggia. Al tardo onore
Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,
L’ora estrema ti fu. Morte domanda
Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

Torna torna fra noi, sorgi dal muto
E sconsolato avello,
Se d’angoscia sei vago, o miserando
Esemplo di sciagura. Assai da quello
Che ti parve sì mesto e sì nefando,
È peggiorato il viver nostro. O caro,

Chi ti compiangeria,
Se, fuor che di se stesso, altri non cura?
Chi stolto non direbbe il tuo mortale
Affanno anche oggidì, se il grande e il raro
Ha nome di follia;
Nè livor più, ma ben di lui più dura
La noncuranza avviene ai sommi? o quale,
Se più de’ carmi, il computar s’ascolta,
Ti appresterebbe il lauro un’altra volta?

Da te fino a quest’ora uom non è sorto,
O sventurato ingegno,
Pari all'italo nome, altro ch’un solo,
Solo di sua codarda etate indegno
Allobrogo feroce, a cui dal polo
Maschia virtù, non già da questa mia
Stanca ed arida terra,
Venne nel petto; onde privato, inerme,
(Memorando ardimento) in su la scena
Mosse guerra a’ tiranni: almen si dia
Questa misera guerra
E questo vano campo all’ire inferme
Del mondo. Ei primo e sol dentro all’arena
Scese, e nullo il seguì, che l’ozio e il brutto
Silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.

Disdegnando e fremendo, immacolata

Trasse la vita intera,
E morte lo scampò dal veder peggio.
Vittorio mio, questa per te non era
Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio
Conviene agli alti ingegni. Or di riposo
Paghi viviamo, e scorti
Da mediocrità: sceso il sapiente
E salita è la turba a un sol confine,
Che il mondo agguaglia. O scopritor famoso
Segui; risveglia i morti,
Poi che dormono i vivi; arma le spente
Lingue de’ prischi eroi; tanto che in fine
Questo secol di fango o vita agogni
E sorga ad atti illustri, o si vergogni.
Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

All’Italia

O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè! quante ferite,
che lividor, che sangue! oh, qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: — Dite, dite;
chi la ridusse a tale? — E questo è peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
sí che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata,
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.
— Piangi, ché ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
mai non potrebbe il pianto
adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
ché fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
che, rimembrando il tuo passato vanto,
non dica: — Giá fu grande, or non è quella? —
Perché, perché? Dov’è la forza antica?
dove l’armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
chi ti tradí? Qual arte o qual fatica
o qual tanta possanza
valse a spogliarti il manto e l’auree bende?
Come cadesti o quando
da tanta altezza in cosí basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo
combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
agl’italici petti il sangue mio.

Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi
e di carri e di voci e di timballi:
in estranie contrade
pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi. Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
un fluttuar di fanti e di cavalli,
e fumo e polve, e luccicar di spade
come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
l’itala gioventude? O numi, o numi!
pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
non per li patrii lidi e per la pia

consorte e i figli cari,
ma da nemici altrui,
per altra gente, e non può dir morendo:
— Alma terra natia,
la vita che mi desti ecco ti rendo. —

Oh venturose e care e benedette
l’antiche etá, che a morte
per la patria correan le genti a squadre,
e voi sempre onorate e gloriose,
o tessaliche strette,
dove la Persia e il fato assai men forte
fu di poch’alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l’onda
e le montagne vostre al passeggere
con indistinta voce
narrin siccome tutta quella sponda
coprîr le invitte schiere
de’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l’Ellesponto si fuggia,
fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
e sul colle d’Antela, ove morendo
si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salía,
guardando l’etra e la marina e il suolo.

E di lacrime sparso ambe le guance,
e il petto ansante, e vacillante il piede,
toglieasi in man la lira:
— Beatissimi voi,
ch’offriste il petto alle nemiche lance
per amor di costei ch’al sol vi diede;
voi, che la Grecia cole e il mondo ammira.
Nell’armi e ne’ perigli
qual tanto amor le giovanette menti,

qual nell’acerbo fato amor vi trasse?
Come sí lieta, o figli,
l’ora estrema vi parve, onde ridenti
correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch’a danza e non a morte andasse
ciascun de’ vostri, o a splendido convito:
ma v’attendea lo scuro
Tartaro, e l’onda morta;
né le spose vi fôro o i figli accanto,
quando su l’aspro lito
senza baci moriste e senza pianto.

Ma non senza de’ Persi orrida pena
ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
or salta a quello in tergo e sí gli scava
con le zanne la schiena,
or questo fianco addenta or quella coscia;
tal fra le perse torme infuriava
l’ira de’ greci petti e la virtute.
Ve’ cavalli supini e cavalieri;
vedi intralciare ai vinti
la fuga i carri e le tende cadute,
e correr fra’ primieri
pallido e scapigliato esso tiranno;
ve’ come infusi e tinti
del barbarico sangue i greci eroi,
cagione ai Persi d’infinito affanno,
a poco a poco vinti dalle piaghe,
l’un sopra l’altro cade. Oh viva! oh viva!
beatissimi voi
mentre nel mondo si favelli o scriva.

Prima divelte, in mar precipitando,
spente nell’imo strideran le stelle,
che la memoria e il vostro

amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando
verran le madri ai parvoli le belle
orme del vostro sangue. Ecco, io mi prostro,
o benedetti, al suolo,
e bacio questi sassi e queste zolle,
che fien lodate e chiare eternamente
dall’uno all’altro polo.
Deh! foss’io pur con voi qui sotto, e molle
fosse del sangue mio quest’alma terra.
Ché, se il fato è diverso, e non consente
ch’io per la Grecia i moribondi lumi
chiuda prostrato in guerra,
cosí la vereconda
fama del vostro vate appo i futuri
possa, volendo i numi,
tanto durar quanto la vostra duri.
Gian Pietro Lucini

Gian Pietro Lucini

Da Canzone alle prostitute

Colpa vostra, ragazze,
uscir dal chiuso per scalar le cime,
dove, in omaggio dell’Academia,
ventri, poppe e natiche scoperte
son l’esche erotiche di tutti li occhialetti;
uncinan desiderii e fantasie
sulle sbagliate intime anatomie;
suscitano rossori, secrete compiacenze
alle sbiadite e sagge signorine,
ai maliziosi e smunti scolaretti,
se vengono a sbirciar, di sotto via
le foglie di fico iperboliche,
i nascosti perché distintivi
tra il muschio e le vallette ripiegate dell’inguinaja.

Colpa vostra concorrere in disputa
colle plurime e antiche divinità d’ogni clima e tempo,
che si dan compiacenti per modello
al nobile scalpello della statuaria.
L’Anadiomene s’anca in curva callipigia;
l’Ebe arrotonda i fianchi e si comprime il ventre
asciutto e intatto alle golosità de’ vecchi areopagiti;
le mamme sporgono quelle Baccanti;
agitan tòrsi e caducei braccia tornite e modellate;
Antinoo gareggia con Narciso,
l’uno tormento d’imperator filosofo,
l’altro invaghito di luna e di se stesso;
Adone, sdrajato bocconi, commenta,
alla terra sonora, il secreto amoroso
che lo volle amante della strana Astarte:
Fauni incoran di rose le Ninfe
prese e compresse dalla foja eterna.

Classiche positure, eccitamenti;
gambe e braccia in arzigogoli;
serpentare di chiome alla furia di bufere assenti;
disturbare la calma compostezza delle membra in
[riposo
nella smania bizzarra che le allaccia;
bocca a succiar la bocca;
ginnastica barocca; acrobatismo aretinesco
sbocciato al fresco dell’Istituto;
mirabili e marmoree bestialità.
La Leda prona al Cigno;
Pasifae al Toro a cui soggiace;
Salomè danza col teschio mozzo in mano;
Ninon e Imperia sorridono tra i riccioli;
lezii, graziette e morti sadiche;
occhi rivulsi di tutte le Martiri;
Lesbo schiumante in frenesia;
Batillo che accetta carezze dal Vecchio;
casta Susanna tra i tre Vecchiardi ebrei;
Caterina da Siena che vien meno alle nozze ascetiche;
e Teresa ubriaca d’onanismo e di succubi
a delirare colle labra contratte;
nuova e stantia mitologia,
pagana e cristiana,
altre e diverse estetiche, permesse oscenità;
Olimpo, Olimpo,
tra i furbi, l’impostori e i deliranti,
di tutti i paesi e di tutte le età.
Perché, vedete, ragazze di tutti,
ecco, le faccie grasse dei banchieri,
ed i musi infrolliti de’ lerci usurai,
il grugno intrufolato delli eroi da comedia,
le smorfie d’etichetta de’ notai,
e il sogghigno che rialza i baffetti
ai biscazzieri e ai sportmen di buona compagnia:
faccie d’ogni retorica;
santi bricconi e autentici;
ministri compiacenti e ruffiani emeriti,
magistrati politici clementi e intogati;
Papi e Re bagascioni e Imperatori,
nobili, cavalieri, industriali e signori;
busti, pose, parrucche, favoriti,
occhi di volpe, di faina e di topi,
ed occhi porcellini lagrimosi;
nasi adunchi, voraci, camusi,
nasini retroussés di maliziosa civetteria;
gardenie al finto occhiello, scollacciature raffazzonate:
ballerine, signore e regine,
benefattrici e manicure
spose, cavallerizze, bardasse e belle impure,
per chi ha pagato, o pagherà,
a richiesta del vuoto malinconico
delle vedove piazze delle Cento Città;
per chi farà costrurre avelli ai cimiteri,
pei sacri e lagrimati ministeri delle menzogne postume;
per la divinità del dì che corre;
non per Voi, ragazze, ultime veritiere,
sfacciate a disonore
della ipocrita e nostra perplessità.

Perché, vedete, io so meglio di Voi
la vostra grazia fiera e inconturbata,
ed il valore che vi insempra eterne.
So la potenza a Voi franca e concessa
dal magistero delle vostre reni,
Sacerdotesse al lubrico passo e fatale
della vita in crisi di pubertà.
A Voi, dal tempio, la Buona Dea
sterile e fiera manda il saluto;
colle Vestali ai riti di Rea partecipaste,
sacrificaste nei lupercali orgiastici.
Ogni religione vi richiese;
volle, tra i fumi de’ tripodi, godere
lo sfarzo roseo delle vostre carni,
sacrificate ancora dal dito rituale nello stupro,
collettrici di Astarte bruna e punica.
Sui crotali a danzar, quando la luna s’incorna
al fiume sacro, a Benares, ritornano
le Bajadere d’ambra costellate di perle e di zaffiri;
torcon le terga e la capigliatura serpenta sul dorso
[falcato;
Voi, per l’estreme revulsioni d’amare,
rullando il ventre nel giro de’ fianchi,
moresche giuocoliere di Tangeri.

E viene sul ritmo dell’anno segnato,
se primavera gonfia precoce,
se sbocciano le primule più fresche alli steli,
se i seni s’inturgidan erettili ai giuochi,
che la lussuria ingenua impara al pubuscente;
e vien la febre rossa e dolorosa.
Spasima il cuore, farnetica la mente;
riverso concede se stesso alla brama
il calice intatto che vuol rifiorire…
completo e perfetto, già frutto nel fiore…
Oh, notti tremende ed insonni: vane delizie nei sogni…
Tutta l’anima umana a boccheggiar sul sesso;
tutto il corpo a pretender l’abbraccio!…
Voi, dunque, a compatir misericordiose,
a prestarvi, a lenire lo spasimo,
creature indifferenti, o ministre di vizio e di bontà.
Gian Pietro Lucini

Gian Pietro Lucini

Da La canzone della cortigianella

Eccomi esperta cantarina apocrifa
col pretesto di ricche acconciature,
sopra li avvisi a finger le avventure della ribalta:
ed eccomi a recare cure e pazienza per tutti i gusti
sì che i più frusti vengono a me.
Sono un albergo ad insegna cortese;
se muto stile, cognome e pretese
rinnovo i desideri.
Dovunque mi presento come vuole il costume;
tutto quanto posseggo in carne viva
vi offro e vi dò sotto la veste a scialo
e sotto la camicia trasparente,
come un miraggio all’imaginazione
per la lussuria grassa della gente.

Eccovi il volto che il rossetto avviva,
oh! quante volte come triste e smorto:
sbatte il ventaglio ed agita le lunghe piume bianche,
al capo reclinato; cercan riposo e schermo
alla luce, alli sguardi, all’insistenze le mie pupille
colle palpebre basse, cerco dimenticarmi.
E udite risa che scrosciano a trilli,
gorgoglian soffocate sotto una furia di baci improvvisi,
scendono, mancano dentro la gola,
fremitano nel collo col singhiozzo…
oh! quanta angoscia di risa convulse,
quanto soffrire per la voluttà.

Borghesi, io vi balocco: re di corona, a me:
sovverto l’ordine, la disciplina,
ed il burocrata a me vicino torna bambino.
La mia carne è ingemmata,
le membra ammorbidite e stilizzate
a richiesta dell’epoca:
i petali di rosa son meno teneri e profumati
delle mie coscie;
il mio piedino detta la legge;
l’indice teso segna una vittima;
il monosillabo condanna a morte, se nega e rifiuta.
Cammino e regno:
le scarpine lingueggian dalla gonna,
orme suggellano ne’ cuori molli, e nella polvere;
i fianchi ondeggiano al passo ritmico e birichino;
s’inarcano le terga in curva callipigia;
scutrettola la trina dello strascico,
coda occellata d’Imperatrice e di Sirenetta.
Domino; attraggo; respingo e mi prometto:
spargete fiori sul mio passaggio,
nobili e grandi d’ogni lignaggio;
rido, ed ancheggio e sbadiglio:
son la bellissima fatalità.

Sono l’Eterno biondo Feminino;
colle mani propino affusolate,
che il manicure mi ha raccomandate,
filtri che odorano di sortilegio,
carezze irresistibili,
esca, ragna ed agguato prelibato.
Gian Pietro Lucini

Gian Pietro Lucini

Per chi?

Per chi volli raccogliere
questo mazzo di fiori selvaggi;
stringerli in fascio nel gambo spinoso ed acerbo?

Tutti i fiori vi sono di sangue e di lagrime,
° raccolti lungo le siepi delle lunghe strade;

dentro le forre delle boscaglie impervie;
sui muri sgretolati delle capanne lebbrose;
lunghesso i margini che lambe e impingua
il rivolo inquinato dai veleni,
decorso, dal sobborgo, alla campagna.
Tutti i fiori vi son, che, pei giardini urbani e decaduti,

tra le muffe ed i funghi, s’ammalan da morirne,
e li altri che sboccian sfacciati e sgargianti,

penduli al davanzale d’equivoci balconi meretrici:
’5 tutti i fiori cresciuti col sangue e colle lagrime ai detriti.

Per chi io canto questi fiori plebei e consacrati
dal martirio plebeo innominato,
in codesto sdegnoso rifiuto di prosodia,
per l’odio e per l’amore,
per l’angoscia e la gioja,
e pel ricordo e la maledizione,
per la speranza acuta alla vendicazione ?

Ed è per voi, acefale ed oscure falangi,
uscite da un limbo di nebbie e di fumi,
tra il vacillar di fiamme porporine, in sulla sera,
a

dai portici tozzi e sospetti di nere officine ?
ed è per voi, pei quali non sorride il sole,
schiavi curvi alla terra, che vi porta,
e rinnovate al torneo dell’armata,
ma non vi nutre, vostra?
ed è per voi, pallide teorie impietosite
di giovani, di vecchie e di bambine
inquiete tra la fede e i desiderii,
tra la tentazione della ricca città
” e il pudor permaloso della verginità ?
Per chi, per chi, questa lirica nuova;
che bestemmia, sorride, condanna e sogghigna,
accento sonoro e composto dall’anima mia,
contro a tutti, ribelle e superbo,
“’ in codesto rifiuto imperiale d’astrusa-prosodia?...

Varazze, il 27 di Marzo 1908.

40. imperiale: voce dannunziana, vale «imperioso».
Giorgio Caproni

Giorgio Caproni

Litania

Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.
Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria, scale.
Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.
Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.
Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova di solitudine,
straducole, ebrietudine.
Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.
Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole.
Genova tutta tetto.
Macerie. Castelletto.
Genova d’aerei fatti,
Albàro, Borgoratti.
Genova che mi struggi.
Intestini. Caruggi.
Genova e così sia,
mare in un’osteria.
Genova illividita.
Inverno nelle dita.
Genova mercantile,
industriale, civile.
Genova d’uomini destri.
Ansaldo. San Giorgio. Sestri.
Genova di banchina,
transatlantico, trina.
Genova tutta cantiere.
Bisagno. Belvedere.
Genova di canarino,
persiana verde, zecchino.
Genova di torri bianche.
Di lucri. Di palanche.
Genova in salamoia,
acqua morta di noia.
Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d’Oregina,
lamiera, vento, brina.
Genova nome barbaro.
Campana. Montale. Sbarbaro.
Genova di casamenti
lunghi, miei tormenti.
Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.
Genova di tramontana.
Di tanfo. Di sottana.
Genova d’acquamarina,
aerea, turchina.
Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.
Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Triglia.
Genova d’aglio e di rose,
di Prè, di Fontane Marose.
Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell’Acquasola,
dolcissima, usignola.
Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.
Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d’aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.
Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovaschi,
follia, Paganini, Magnaschi.
Genova che non mi lascia.
Mia fidanzata. Bagascia.
Genova ch’è tutto dire,
sospiro da non finire.
Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d’ascensore,
patema, stretta al cuore.
Genova mio pettorale.
Mio falsetto. Crinale.
Genova illuminata,
notturna, umida, alzata.
Genova di mio fratello.
Cattedrale. Bordello.
Genova di violino,
di topo, di casino.
Genova di mia sorella.
Sospiro. Maris Stella.
Genova portuale,
cinese, gutturale.
Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.
Genova di Porta Soprana,
d’angelo e di puttana.
Genova di coltello.
Di pesce. Di mantello.
Genova di lampione
a gas, costernazione.
Genova di Raibetta.
Di Gatta Mora. Infetta.
Genova della Strega,
strapiombo che i denti allega.
Genova che non si dice.
Di barche. Di vernice.
Genova balneare,
d’urti da non scordare.
Genova di «Paolo & Lele».
Di scogli. Fuoribordo. Vele.
Genova di Villa Quartara,
dove l’amore s’impara.
Genova di caserma.
Di latteria. Di sperma.
Genova mia di Sturla,
che ancora nel sangue mi urla.
Genova d’argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.
Genova di grigie mura.
Distretto. La paura.
Genova dell’entroterra,
sassi rossi, la guerra.
Genova di cose trite.
La morte. La nefrite.
Genova bianca e a vela,
speranza, tenda, tela.
Genova che si riscatta.
Tettoia. Azzurro. Latta.
Genova sempre umana,
presente, partigiana.
Genova della mia Rina.
Valtrebbia. Aria fina.
Genova paese di foglie
fresche, dove ho preso moglie.
Genova sempre nuova.
Vita che si ritrova.
Genova lunga e lontana,
patria della mia Silvana.
Genova palpitante.
Mio cuore. Mio brillante.
Genova mio domicilio,
dove m’è nato Attilio.
Genova dell’Acquaverde.
Mio padre che vi si perde.
Genova di singhiozzi,
mia madre, Via Bernardo Strozzi.
Genova di lamenti.
Enea. Bombardamenti.
Genova disperata,
invano da me implorata.
Genova della Spezia.
Infanzia che si screzia.
Genova di Livorno,
partenza senza ritorno.
Genova di tutta la vita,
mia litania infinita.
Genova di stoccafisso
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima.
Giosuè Carducci

Giosuè Carducci

Alle fonti del clitumno

Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l’aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,

scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l’umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l’onda
immerge, mentre
ver’ lui dal seno de la madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sotride:

pensoso il padre, di caprine pelli
l’anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de’ bei giovenchi,
de’ bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su ’Î capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.

Oscure intanto fumano le nubi
su l’Apennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
PUmbria guarda.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’ itali iddii.

Chi l’ombre indusse del piangente salcio
su’ rivi sacri? ti rapisca il vento
de l’Apennino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!

Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema
co ’l palpitante maggio ilice nera,
a cui d’allegra giovinezza il tronco
l’edera veste:

qui folti a torno l’emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l’ombre, tu fatali canta
carmi, o Clitumno.

O testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne’ duelli atroce
cesse a l’astato velite e la forte
Etruria crebbe:
di’ come sovra le congiunte ville
dal superato Cimino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.

Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
bi
e quando tonò il punico furore
da ’l Trasimeno,

per gli antri tuoi salì grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
“O tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa,

e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne le marzia
Todi fai nozze,

lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l’inclinata quercia il cuneo, lascia
la sposa a l’ara;

e corri, corri, corri! con la scure
i e co’ dardi
la

CL.
l’asta!
dardi, con la clava e l’asta!
corri e co’
corri! minaccia gl’ itali penati
Annibal dirò.”

Deh come rise d’alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l’alta Spoleto
i Mauri immani e i numidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria!

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro saliente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.

Ride sepolta a l’imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista.

E di zaffiro i fior paiono, ed hanno
de l’adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.

A piè de i monti e de le querce a l’ombra
co’ fiumi, o Italia, è de’ tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.

Emergean lunghe ne’ fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,

e danze sotto l’imminente [una
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quanto amor lo vinse
di Camesena.
Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l’Apennin fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l’itala gente.

Tutto ora tace, o vedovo Clitumno,
tutto: de’ vaghi tuoi deltibri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.

Salve, o serena de l’Ilisso in riva,
o intera e dritta a i lidi almi del Tebro
anima umana! i foschi dì passaro,
risorgi e regna.

E tu, pia madre di giovenchi invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi
e d’annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,

madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! a te i canti de l’antica lode
io rinnovello.
Giosuè Carducci

Giosuè Carducci

Il canto dell’amore

Oh bella a’ suoi be’ dì Rocca Paolina
co’ baluardi lunghi e i sproni a sghembo!
La pensò Paol terzo una mattina
tra il latin del messale e quel del Bembo.

“Quel gregge perugino in tra i burroni
troppo volentier,” disse, — mi si svia.
Per ammonire, il padre eterno ha i tuoni,
io suo vicario avrò l’artiglieria.

Coelo tonantem canta Orazio, e Dio
parla tra i nembi sovra l’aquilon.
To dirò co i cannoni: ‘O gregge mio,
torna a i paschi d’Engaddi e di Saron’
Ma, poi che noi rinnovelliamo Augusto,
odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
degno di Roma, degno del tuo gusto,
e del pontificato nostro d’oro.”

Disse: e il Sangallo a la fortezza i fianchi
arrotondò qual di fiorente sposa:
gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
cinse di torri un serto a l’orgogliosa.

La cantò il Molza in distici latini;
e il paracleto ne la sua virtù
con più che sette doni a i perugini
in bombe e da’ mortai pioveva giù.

Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
e i sassi addenta che non può scagliare,
e specialmente le sue ferree zane
gode ne le fortezze esercitare;

e le sgretola; e poi lieto si stende
latrando su le pietre ruinate,
fin che si leva e a correr via riprende
verso altri sassi ed altre bastonate.

Così fece in Perugia. Ove l’altera
mole ingombrava di vasta ombra il suol
or ride amore e ride primavera,
ciancian le donne ed i fanciulli al sol.

E il sol nel radiante azzurro immenso
fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano
folgora, e con desio d’amor più intenso
ride a’ monti de l’Umbria e al verde piano.
Nel roseo lume placidi sorgenti
i monti si rincorrono tra loro,
sin che sfumano in dolci ondeggiamenti
entro vapori di viola e d’oro.

Forse, Italia, è la tua chioma fragrante
nel talamo, tra” due mari, seren,
che sotto i baci de l’eterno amante
ti freme effusa in lunghe anella al sen?

To non so che si sia, ma di zaffiro
sento ch’ogni pensiero oggi mi splende,
so
sento per ogni vena irmi il sospiro
che fra la terra e il ciel sale e discende.

Ogni aspetto novel con una scossa
d’antico affetto mi saluta il core,
e la mia lingua per se stessa mossa
dice a la terra e al cielo: “ Amore, Amore.”

Son io che il cielo abbraccio, o da l’interno
mi riassorbe l’universo insè? . . .
Ah, fu una nota del poema eterno
quel ch’io sentiva e picciol verso or è.

Da i vichi umbri che foschi tra le gole
de l’Apennino s’amano appiattare;
da le tirrene acròpoli che sole
stan su i fioriti clivi a contemplare;

da i campi onde tra l’armi e l’ossa arate
la sventura di Roma ancor minaccia;
da le ròcche tedesche appollaiate
si come falchi a meditar la caccia;
da i palagi del popol che sfidando
surgon neri e turriti incontro a lor;
da le chiese che al ciel lunghe levando
marmoree braccia pregano il Signor;

da i borghi che s’affrettan di salire
allegri verso la cittade oscura,
come villani ch’anno da partire
un buon raccolto dopo mietitura;

da i conventi tra i borghi e le cittadi
cupi sedenti al suon de le campane,
come cucùli tra gli alberi radi
cantanti noie ed allegrezze strane;

da le vie, da le piazze gloriose
ove, come del maggio ilare a i dì
boschi di querce e cespiti di rose,
la libera de’ padri arte fiorì;

per le tenere verdi mèssi al piano,
pe’ vigneti, su l’erte arrampicati,
pe’ laghi e’ fiumi argentei lontano,
pe’ boschi sopra i vertici nevati,

pe’ casolari al sol lieti fumanti
tra stridor di mulini e di gualchiere,
sale un cantico solo in mille canti,
un inno in voce di mille preghiere:

“ Salute, o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir.”
Che è che splende su da’ monti, e in faccia
al sole appar come novella aurora?
Di questi monti per la rosea traccia
passeggian dunque le madonne ancora?
Le madonne che vide il Perugino
scender ne’ puri occasi de l’aprile,
e le braccia, adorando, in su ’l bambino
aprir con deità così gentile?
Ell’è un’altra madonna, ell’è um’idea
fulgente di giustizia e di pietà:
io benedico chi per lei cadea,
io benedico chi per lei vivrà.