Poesie di questo tema
Natura ed elementi
Giorgio Orelli
Sera a Bedretto
Salva la Dama asciutta. Viene il Matto.
Gridano i giocatori di tarocchi.
Dalle mani che pesano
cade avido il Mondo,
scivola innocua la Morte.
Le capre, giunte quasi sulla soglia
dell’osteria,
si guardano lunatiche e pietose
negli occhi,
si provano la fronte
con urti sordi.
Gridano i giocatori di tarocchi.
Dalle mani che pesano
cade avido il Mondo,
scivola innocua la Morte.
Le capre, giunte quasi sulla soglia
dell’osteria,
si guardano lunatiche e pietose
negli occhi,
si provano la fronte
con urti sordi.
Giosuè Carducci
Il bove
T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.
Giosuè Carducci
San Martino
La nebbia a gl’irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
Giovanni Giudici
Luna
Bella luna di penombra
Quando voltata alla finestra
Tendi la tenda che nasconda
Un batticuore di foresta
Nella città dove la ruota
Sul gran prato gira e gioca
Bianco pane pace di perla
Nella penombra senza velo
Che una linea dritta e ferma
Spicca nel duplice emisfero
Dove scherzava suggerita
Quasi una forma della vita
Quando voltata alla finestra
Tendi la tenda che nasconda
Un batticuore di foresta
Nella città dove la ruota
Sul gran prato gira e gioca
Bianco pane pace di perla
Nella penombra senza velo
Che una linea dritta e ferma
Spicca nel duplice emisfero
Dove scherzava suggerita
Quasi una forma della vita
Giovanni Meli
Lu sistema sessuali di li ciuri di lu celebri Linneu
Nici, sai pirchì stu ciuri,
chi sta sutta la tua gorgia,
tanta pompa e lussu sforgia
di fraganzi e di culuri?
Pirchì è un lettu nuziali,
chi natura à preparatu
a na zita ch’avi allatu
deci spusi in fiocchi e in gali.
Vidi quantu sù galanti
l’apparati, li curtini!
Quantu vaghi, quantu fini
sù li rasi di li canti!
Tra na conca chi c’è ’mmenzu
sta la spusa, e ogni maritu,
aspittannu lo so invitu,
a l’abbrazzi è già propenzu.
Tra li palpiti amurusi
si distilla la ducizza,
chi si cogghi a stizza a stizza
poi da l’api industriusi…
Ma tu canci, ohimè, d’aspettu!
Tu ti copri di russuri!
Nun è chistu, ah no, lu ciuri,
chi conveni a lu to pettu!
Eccu ccà chist’àutru: osserva,
ccà c’è sula na spusina,
chi na pura ciamma fina
per un Zefiru cunserva.
Iddu parti all’alba avanti,
e radennu prati e lidi,
tra li ciuri si providi
di l’essenzi fecundanti.
Senza pausa scurri, e in fretta
movi l’una e l’àutr’aluzza,
e amurusu poi li spruzza
su la spusa chi l’aspetta.
Vidi comu a lu so ciatu,
idda s’anima e ravviva?
Nici, apprendi a quantu arriva
un amuri dilicatu!
Ed ammira, o cori miu,
jetta l’occhiu a tutti banni:
quant’estisu, quantu granni
è l’imperiu di stu Diu!
chi sta sutta la tua gorgia,
tanta pompa e lussu sforgia
di fraganzi e di culuri?
Pirchì è un lettu nuziali,
chi natura à preparatu
a na zita ch’avi allatu
deci spusi in fiocchi e in gali.
Vidi quantu sù galanti
l’apparati, li curtini!
Quantu vaghi, quantu fini
sù li rasi di li canti!
Tra na conca chi c’è ’mmenzu
sta la spusa, e ogni maritu,
aspittannu lo so invitu,
a l’abbrazzi è già propenzu.
Tra li palpiti amurusi
si distilla la ducizza,
chi si cogghi a stizza a stizza
poi da l’api industriusi…
Ma tu canci, ohimè, d’aspettu!
Tu ti copri di russuri!
Nun è chistu, ah no, lu ciuri,
chi conveni a lu to pettu!
Eccu ccà chist’àutru: osserva,
ccà c’è sula na spusina,
chi na pura ciamma fina
per un Zefiru cunserva.
Iddu parti all’alba avanti,
e radennu prati e lidi,
tra li ciuri si providi
di l’essenzi fecundanti.
Senza pausa scurri, e in fretta
movi l’una e l’àutr’aluzza,
e amurusu poi li spruzza
su la spusa chi l’aspetta.
Vidi comu a lu so ciatu,
idda s’anima e ravviva?
Nici, apprendi a quantu arriva
un amuri dilicatu!
Ed ammira, o cori miu,
jetta l’occhiu a tutti banni:
quant’estisu, quantu granni
è l’imperiu di stu Diu!
Giovanni Pascoli
Arano
Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano: brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattutina fumare,
arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra paziente;
ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.
qualche pampano: brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattutina fumare,
arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra paziente;
ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.
Giovanni Pascoli
Bocca d’arno
Bocca di donna mai mi fu di tanta
soavità nell’amorosa via
(se non la tua, se non la tua, presente)
. come la bocca pallida e silente
del fiumicel che nasce in Falterona.
Qual donna s’abbandona
(se non tu, se non tu) sì dolcemente
come questa placata correntìa?
Ella non canta,
e pur fluisce quasi melodia
all’amatrezza.
Qual sia la sua bellezza
io non so dire,
come colui che ode
suoni dormendo e virtudi ignote
entran nel suo dormire.
Le saltano all’incontro i verdi flutti,
schiumanti di baldanza,
con la grazia dei giovini animali.
In catena di putti
non mise tanta gioia Donatello,
fervendo il marmo sotto lo scalpello,
quando ornava le bianche cattedrali.
Sotto ghirlande di fiori e di frutti
svolgeasi intorno ai pergami la danza
infantile, ma non sì fiera danza
come quest’una.
soavità nell’amorosa via
(se non la tua, se non la tua, presente)
. come la bocca pallida e silente
del fiumicel che nasce in Falterona.
Qual donna s’abbandona
(se non tu, se non tu) sì dolcemente
come questa placata correntìa?
Ella non canta,
e pur fluisce quasi melodia
all’amatrezza.
Qual sia la sua bellezza
io non so dire,
come colui che ode
suoni dormendo e virtudi ignote
entran nel suo dormire.
Le saltano all’incontro i verdi flutti,
schiumanti di baldanza,
con la grazia dei giovini animali.
In catena di putti
non mise tanta gioia Donatello,
fervendo il marmo sotto lo scalpello,
quando ornava le bianche cattedrali.
Sotto ghirlande di fiori e di frutti
svolgeasi intorno ai pergami la danza
infantile, ma non sì fiera danza
come quest’una.
Giovanni Pascoli
Cantano trosignoli entro laureti
Cantano trosignoli entro laureti,
ne l’albor siderale. A cento a cento
effondon sotto i chiari occhi d’argento
nembi di note ai languidi roseti.
E il mondo dorme ne l’incantamento.
Palpitano le stelle armoniosa -
mente (un divino brivido le assale . . . ?)
E d’amor canta per la musicale
notte um’Anima. . . . Tu, misteriosa
Anima solitaria, universale!
IO
Nubi d’effluvii navigano lente
come musiche sotto aperti cieli.
Ne Palto angeli erranti, èsili veli,
ali di sogni passano repente . . . ?
Spiriti vanno, a ignote altezze, aneli.
Odi! Ogni luce, ogni alito, ogni fronda
mesce sua nota al numeroso coro.
A quando a quando un fremito sonoro
scuote la pace limpida e profonda. . . .
Trema il Silenzio in suoi tintinni d’oro.
Notte, cui li astri ingemman di ghirlande
l’alto zaffiro de l’olimpica urna!
a contener l’ebrietà notturna
altro vaso si porge, assai più grande. . . .
Il mio cuore mortale, o Taciturna!
Il mio cuore mortal tutti riceve
gl’in te diffusi spiriti lucenti:
e a l’orlo del mio cuor, prona, con lenti
sorsi, l’eterna sitibonda beve
Anima de le cose conviventi. . . .
ne l’albor siderale. A cento a cento
effondon sotto i chiari occhi d’argento
nembi di note ai languidi roseti.
E il mondo dorme ne l’incantamento.
Palpitano le stelle armoniosa -
mente (un divino brivido le assale . . . ?)
E d’amor canta per la musicale
notte um’Anima. . . . Tu, misteriosa
Anima solitaria, universale!
IO
Nubi d’effluvii navigano lente
come musiche sotto aperti cieli.
Ne Palto angeli erranti, èsili veli,
ali di sogni passano repente . . . ?
Spiriti vanno, a ignote altezze, aneli.
Odi! Ogni luce, ogni alito, ogni fronda
mesce sua nota al numeroso coro.
A quando a quando un fremito sonoro
scuote la pace limpida e profonda. . . .
Trema il Silenzio in suoi tintinni d’oro.
Notte, cui li astri ingemman di ghirlande
l’alto zaffiro de l’olimpica urna!
a contener l’ebrietà notturna
altro vaso si porge, assai più grande. . . .
Il mio cuore mortale, o Taciturna!
Il mio cuore mortal tutti riceve
gl’in te diffusi spiriti lucenti:
e a l’orlo del mio cuor, prona, con lenti
sorsi, l’eterna sitibonda beve
Anima de le cose conviventi. . . .
Giovanni Pascoli
Da I filugelli
Ma tu ti sganci il candido corsetto,
o bionda Rosa. Fuori è chiaro il sole,
e due colombi tubano sul tetto.
Ti slacci il busto. Odore di vïole
bianche è nell’orto. Oh! lascia come prima.
Bello è come è. Non altro fior ci vuole.
Ci son due bocci ch’hanno il rosso in cima.
Non chiudere entro il bianco petto, o Rosa,
il fior del sonno. Non la notte e il giorno
costì si veglia e mai non si riposa?
Ma senti a un tratto scalpicciare intorno
alla tua casa… Ora le lievi trine
tu lieve agganci, ed il corsetto adorno
richiudi, a un grido delle tue vicine.
o bionda Rosa. Fuori è chiaro il sole,
e due colombi tubano sul tetto.
Ti slacci il busto. Odore di vïole
bianche è nell’orto. Oh! lascia come prima.
Bello è come è. Non altro fior ci vuole.
Ci son due bocci ch’hanno il rosso in cima.
Non chiudere entro il bianco petto, o Rosa,
il fior del sonno. Non la notte e il giorno
costì si veglia e mai non si riposa?
Ma senti a un tratto scalpicciare intorno
alla tua casa… Ora le lievi trine
tu lieve agganci, ed il corsetto adorno
richiudi, a un grido delle tue vicine.
Giovanni Pascoli
E’ poco a te quel che desii, ma tanto
E’ poco a te quel che desii, ma tanto
per l’uccellino che tu vuoi prigione
perchè gioia a te faccia del suo pianto!
per l’uccellino che tu vuoi prigione
perchè gioia a te faccia del suo pianto!
Giovanni Pascoli
Il gelsomino notturno
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
Giovanni Pascoli
L’assiuolo
Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù ...
Le stelle lucevano rare”?
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru’° tra le fratte;*!
sentivo nel cuore un sussulto,
comv’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:!?
chiù ...
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento;
squassavano le cavallette
finissimi sistri’’ d’argento
(tintinni’’ a invisibili porte
che forse non s’aprono più?
e c’era quel pianto di morte”? ...
chiù ...
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù ...
Le stelle lucevano rare”?
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru’° tra le fratte;*!
sentivo nel cuore un sussulto,
comv’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:!?
chiù ...
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento;
squassavano le cavallette
finissimi sistri’’ d’argento
(tintinni’’ a invisibili porte
che forse non s’aprono più?
e c’era quel pianto di morte”? ...
chiù ...
Giovanni Pascoli
La pioggia nel pineto
Tacr. su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed itti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancòra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
O creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sotdo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce dal mare.
O: s’ode su tutta la fronda
crosciare
Pargentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ì 228]
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pésca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed itti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancòra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
O creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sotdo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce dal mare.
O: s’ode su tutta la fronda
crosciare
Pargentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ì 228]
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pésca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta
Giovanni Pascoli
La sera
Icnupa de’ molli suoi veli
la sera prevale nei cieli
perlati. Di stelle non una
pur anco, nè bianco di luna.
Silenzio. Ma vivo ma intento.
A pena i bisbigli del vento
o forse nel sonno profondo
il fiato pacato del mondo.
O anima nostra sospesa
ne l’alto in ascolto o in attesa
quest’ora che pende più sola
e
ti dica l’amica parola.
Poi come s’accendono a mille
a mille le eterne faville,
tu, come l’Amore conduce,
t’effondi per mondi di luce.
la sera prevale nei cieli
perlati. Di stelle non una
pur anco, nè bianco di luna.
Silenzio. Ma vivo ma intento.
A pena i bisbigli del vento
o forse nel sonno profondo
il fiato pacato del mondo.
O anima nostra sospesa
ne l’alto in ascolto o in attesa
quest’ora che pende più sola
e
ti dica l’amica parola.
Poi come s’accendono a mille
a mille le eterne faville,
tu, come l’Amore conduce,
t’effondi per mondi di luce.
Giovanni Pascoli
La sera fiesolana
le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lagrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancòra
e non è verde,
e su ’Î fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
To ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perchè la volontà - dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lagrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancòra
e non è verde,
e su ’Î fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
To ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perchè la volontà - dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
Giovanni Pascoli
La servetta di monte
Sono usciti tutti. La serva
è in cucina, sola e selvaggia.
In un canto siede ed osserva
tanti rami appesi alla staggia.
Fa un giro con gli occhi, e bel bello
ritorna a guardarsi il pannello.
Non c’è nulla ch’essa conosca.
Tutto pende tacito e tetro.
E non ode che qualche mosca
che d’un tratto ronza ad un vetro;
non ode che il croccolìo roco
che rende la pentola al fuoco.
Il musino aguzzo del topo
è apparito ad uno spiraglio.
È sparito, per venir dopo:
fa già l’acqua qualche sonaglio...
Lontano lontano lontano
si sente sonare un campano.
È un muletto per il sentiero,
che s’arrampica su su su;
che tra i faggi piccolo e nero
si vede e non si vede più.
Ma il suo campanaccio si sente
sonare continuamente.
È forse anco un’ora di giorno.
C’è nell’aria un fiocco di luna.
Come è dolce questo ritorno
nella sera che non imbruna!
per una di queste serate!
tra tanto odorino d’estate!
La ragazza guarda, e non sente
più il campano che a quando a quando.
Glielo vela forse il torrente
che a’ suoi piedi cade scrosciando;
se forse non glielo nasconde
la brezza che scuote le fronde
od il canto dell’usignolo
che, tacendo passero e cincia,
solo solo con l’assïuolo
la sua lunga veglia comincia,
ch’ha fine su l’alba, alla squilla,
nel cielo, della tottavilla.
è in cucina, sola e selvaggia.
In un canto siede ed osserva
tanti rami appesi alla staggia.
Fa un giro con gli occhi, e bel bello
ritorna a guardarsi il pannello.
Non c’è nulla ch’essa conosca.
Tutto pende tacito e tetro.
E non ode che qualche mosca
che d’un tratto ronza ad un vetro;
non ode che il croccolìo roco
che rende la pentola al fuoco.
Il musino aguzzo del topo
è apparito ad uno spiraglio.
È sparito, per venir dopo:
fa già l’acqua qualche sonaglio...
Lontano lontano lontano
si sente sonare un campano.
È un muletto per il sentiero,
che s’arrampica su su su;
che tra i faggi piccolo e nero
si vede e non si vede più.
Ma il suo campanaccio si sente
sonare continuamente.
È forse anco un’ora di giorno.
C’è nell’aria un fiocco di luna.
Come è dolce questo ritorno
nella sera che non imbruna!
per una di queste serate!
tra tanto odorino d’estate!
La ragazza guarda, e non sente
più il campano che a quando a quando.
Glielo vela forse il torrente
che a’ suoi piedi cade scrosciando;
se forse non glielo nasconde
la brezza che scuote le fronde
od il canto dell’usignolo
che, tacendo passero e cincia,
solo solo con l’assïuolo
la sua lunga veglia comincia,
ch’ha fine su l’alba, alla squilla,
nel cielo, della tottavilla.
Giovanni Pascoli
La tenzone
O marina di Pisa, quando folgora
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano sui platani
d’Arno a tenzone.
Come l’Estate porta l’oro in bocca,
l’Arno porta il silenzio alla sua foce.
Tutto il mattino per la dolce landa
quinci è un cantare e quindi altro cantare;
tace l’acqua tra l’una e l’altra voce.
E l’Estate or si china da una banda
or dall’altra si piega ad ascoltare.
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano sui platani
d’Arno a tenzone.
Come l’Estate porta l’oro in bocca,
l’Arno porta il silenzio alla sua foce.
Tutto il mattino per la dolce landa
quinci è un cantare e quindi altro cantare;
tace l’acqua tra l’una e l’altra voce.
E l’Estate or si china da una banda
or dall’altra si piega ad ascoltare.
Giovanni Pascoli
Le stelle
Come vicine le stelle,
ciascuna a ciascuna, e a noi
solinghi! Accennano e palpitano
prodighe di tenerezza.
Non le consuma una opaca
febre; non le fa schive
disparità; nè disio
le incenerisce o silenzio
lima lor cuore; nè acerbo
gonfia lor pupille il pianto.
Ospite, guarda le stelle
infinite ne l’infinito
cielo. La Notte, l’eterna
l’antica madre si è tutta
ringiovanita di luce.
Ignuda a specchio del cielo
si piace di sua vaghezza.
Ride e piange di luce.
Pare una primavera
triste, più grande, fuggita
oltre la morte e la vita,
immemore del breve mondo,
signora di praterie
di luce, di fiumane
di luce, di paradisi
di luce.... Ospite, guarda;
poi che non giova guardare
nel cuore umano ch’è un mare
bujo. Guarda le stelle!
Tremano come a un vento
di giubilo. Tremano e palpitano.
Son fiori eterni che sbocciano,
cesarie d’oro che ondeggiano,
perlati veli che fluttuano,
pensosi occhi che affisano?...
O prodigii! O misterii,
su nostre anime attonite!
Un riso innumerevole
propagasi in oceani
d’opale. Entro, di liquide
gemme isole fiammeggiano.
Gonfia gl’irremeabili
oceani il volubile
incendio. Le miriadi
di stelle da i pinnacoli
del cielo agita un èmpito
concorde. Anche le pallide
nebulose hanno brividi
di candore. Ali battono?...
O invadono i siderei
silenzi onde di musiche?...
Cittadino del Cielo
e tu fammi, purpurea
Notte! Prendimi e sperdimi
nel golfo immensurabile!
Mesci il mio nel tuo palpito
immenso, o moltitudine
ardente! Fra’ tuoi atomi
accogli e fra la polvere
di stelle anche la minima
anima! Non li empirei
spazii, non fiamma o tenebra,
non violare i termini
del Tempo, entrar nel limite
de l’Infinito e naufrago
rotear nel tuo gurgite,
non m’impaura. Questo,
m’impaura, mio labile
uman cuore.... E tu avvolgimi
nel tuo candente velo,
Notte! Affrancami, e fammi
cittadino del Cielo!
ciascuna a ciascuna, e a noi
solinghi! Accennano e palpitano
prodighe di tenerezza.
Non le consuma una opaca
febre; non le fa schive
disparità; nè disio
le incenerisce o silenzio
lima lor cuore; nè acerbo
gonfia lor pupille il pianto.
Ospite, guarda le stelle
infinite ne l’infinito
cielo. La Notte, l’eterna
l’antica madre si è tutta
ringiovanita di luce.
Ignuda a specchio del cielo
si piace di sua vaghezza.
Ride e piange di luce.
Pare una primavera
triste, più grande, fuggita
oltre la morte e la vita,
immemore del breve mondo,
signora di praterie
di luce, di fiumane
di luce, di paradisi
di luce.... Ospite, guarda;
poi che non giova guardare
nel cuore umano ch’è un mare
bujo. Guarda le stelle!
Tremano come a un vento
di giubilo. Tremano e palpitano.
Son fiori eterni che sbocciano,
cesarie d’oro che ondeggiano,
perlati veli che fluttuano,
pensosi occhi che affisano?...
O prodigii! O misterii,
su nostre anime attonite!
Un riso innumerevole
propagasi in oceani
d’opale. Entro, di liquide
gemme isole fiammeggiano.
Gonfia gl’irremeabili
oceani il volubile
incendio. Le miriadi
di stelle da i pinnacoli
del cielo agita un èmpito
concorde. Anche le pallide
nebulose hanno brividi
di candore. Ali battono?...
O invadono i siderei
silenzi onde di musiche?...
Cittadino del Cielo
e tu fammi, purpurea
Notte! Prendimi e sperdimi
nel golfo immensurabile!
Mesci il mio nel tuo palpito
immenso, o moltitudine
ardente! Fra’ tuoi atomi
accogli e fra la polvere
di stelle anche la minima
anima! Non li empirei
spazii, non fiamma o tenebra,
non violare i termini
del Tempo, entrar nel limite
de l’Infinito e naufrago
rotear nel tuo gurgite,
non m’impaura. Questo,
m’impaura, mio labile
uman cuore.... E tu avvolgimi
nel tuo candente velo,
Notte! Affrancami, e fammi
cittadino del Cielo!
Giovanni Pascoli
Le stelle
Come vicine le stelle,
ciascuna a ciascuna, e a noi
solinghi! Accennano e palpitano
prodighe di tenerezza.
Non le consuma una opaca
febre; non le fa schive
disparità; nè disio
le incenerisce o silenzio
lima lor cuore; nè acerbo
gonfia lor pupille il pianto.
Ospite, guarda le stelle
infinite ne l’infinito
cielo. La Notte, l’eterna
l’antica madre si è tutta
ringiovanita di luce.
Ignuda a specchio del cielo
si piace di sua vaghezza.
Ride e piange di luce.
Pare una primavera
triste, più grande, fuggita
oltre la morte e la vita,
immemore del breve mondo,
signora di praterie
di luce, di fiumane
di luce, di paradisi
di luce.... Ospite, guarda;
poi che non giova guardare
nel cuore umano ch’è un mare
bujo. Guarda le stelle!
Tremano come a un vento
di giubilo. Tremano e palpitano.
Son fiori eterni che sbocciano,
cesarie d’oro che ondeggiano,
perlati veli che fluttuano,
pensosi occhi che affisano?...
O prodigii! O misterii,
su nostre anime attonite!
Un riso innumerevole
propagasi in oceani
d’opale. Entro, di liquide
gemme isole fiammeggiano.
Gonfia gl’irremeabili
oceani il volubile
incendio. Le miriadi
di stelle da i pinnacoli
del cielo agita un èmpito
concorde. Anche le pallide
nebulose hanno brividi
di candore. Ali battono?...
O invadono i siderei
silenzi onde di musiche?...
Cittadino del Cielo
e tu fammi, purpurea
Notte! Prendimi e sperdimi
nel golfo immensurabile!
Mesci il mio nel tuo palpito
immenso, o moltitudine
ardente! Fra’ tuoi atomi
accogli e fra la polvere
di stelle anche la minima
anima! Non li empirei
spazii, non fiamma o tenebra,
non violare i termini
del Tempo, entrar nel limite
de l’Infinito e naufrago
rotear nel tuo gurgite,
non m’impaura. Questo,
m’impaura, mio labile
uman cuore.... E tu avvolgimi
nel tuo candente velo,
Notte! Affrancami, e fammi
cittadino del Cielo!
ciascuna a ciascuna, e a noi
solinghi! Accennano e palpitano
prodighe di tenerezza.
Non le consuma una opaca
febre; non le fa schive
disparità; nè disio
le incenerisce o silenzio
lima lor cuore; nè acerbo
gonfia lor pupille il pianto.
Ospite, guarda le stelle
infinite ne l’infinito
cielo. La Notte, l’eterna
l’antica madre si è tutta
ringiovanita di luce.
Ignuda a specchio del cielo
si piace di sua vaghezza.
Ride e piange di luce.
Pare una primavera
triste, più grande, fuggita
oltre la morte e la vita,
immemore del breve mondo,
signora di praterie
di luce, di fiumane
di luce, di paradisi
di luce.... Ospite, guarda;
poi che non giova guardare
nel cuore umano ch’è un mare
bujo. Guarda le stelle!
Tremano come a un vento
di giubilo. Tremano e palpitano.
Son fiori eterni che sbocciano,
cesarie d’oro che ondeggiano,
perlati veli che fluttuano,
pensosi occhi che affisano?...
O prodigii! O misterii,
su nostre anime attonite!
Un riso innumerevole
propagasi in oceani
d’opale. Entro, di liquide
gemme isole fiammeggiano.
Gonfia gl’irremeabili
oceani il volubile
incendio. Le miriadi
di stelle da i pinnacoli
del cielo agita un èmpito
concorde. Anche le pallide
nebulose hanno brividi
di candore. Ali battono?...
O invadono i siderei
silenzi onde di musiche?...
Cittadino del Cielo
e tu fammi, purpurea
Notte! Prendimi e sperdimi
nel golfo immensurabile!
Mesci il mio nel tuo palpito
immenso, o moltitudine
ardente! Fra’ tuoi atomi
accogli e fra la polvere
di stelle anche la minima
anima! Non li empirei
spazii, non fiamma o tenebra,
non violare i termini
del Tempo, entrar nel limite
de l’Infinito e naufrago
rotear nel tuo gurgite,
non m’impaura. Questo,
m’impaura, mio labile
uman cuore.... E tu avvolgimi
nel tuo candente velo,
Notte! Affrancami, e fammi
cittadino del Cielo!
Giovanni Pascoli
Mare
alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?
Giovanni Pascoli
Novembre
Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore ...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno;
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante 8
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.
From PRIMI POEMETTI
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore ...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno;
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante 8
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.
From PRIMI POEMETTI
Giovanni Pascoli
Temporale
Un bubbolio lontano ...
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato,î a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato,î a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.
Giuseppe Conte
Inverno
Se la neve fa gli alberi di cenere
quando il buio precipita, se il mare
è sbiadito di nebbie, irriconoscibile
e cercano gli alati un riparo
sotto la siepe smagrita, o dove
la sabbia della spiaggia finge un tepore
contro i maestrali
quando il gelo fa friabili le foglie
sopravvissute, e baca sullo stelo
l’ultimo fiore di geranio
e sul sentiero bianco più che di sale
le tue orme ti seguono
non voltarti: è il mondo delle ombre
il mio inverno,
il regno rado, eterno
della non-esistenza, il confine della luce.
Non voltarti: c’è un frutto, c’è un ricordo
il cui sapore sempre riconduce
quaggiù.
quando il buio precipita, se il mare
è sbiadito di nebbie, irriconoscibile
e cercano gli alati un riparo
sotto la siepe smagrita, o dove
la sabbia della spiaggia finge un tepore
contro i maestrali
quando il gelo fa friabili le foglie
sopravvissute, e baca sullo stelo
l’ultimo fiore di geranio
e sul sentiero bianco più che di sale
le tue orme ti seguono
non voltarti: è il mondo delle ombre
il mio inverno,
il regno rado, eterno
della non-esistenza, il confine della luce.
Non voltarti: c’è un frutto, c’è un ricordo
il cui sapore sempre riconduce
quaggiù.
Giuseppe Conte
La cavalletta sulle scale
Non fu empio il mio piede: si fermò
in tempo per non cancellarti, cavalletta.
Non so da che cosa ti avvertii:
so che passò la fretta di rientrare
a casa: e mi curvai a guardarti:
eri regale, delicata, assente
come nessuna donna è: muta
come un monile, ma insistente
tentavi lo scalino troppo alto
per te. Ti avvicinavi con delle zampe
che parevano passive, meccaniche, tanto
erano scintillanti e filiformi, e cominciavi
di sbieco la risalita, con una specie
di fatica, di impassibile
tremore. Più lunga e magra del mio
indice e chiara, color avorio, è
possibile? Salivi e poi tornavi
giù, padrona appena dei tuoi movimenti;
e io sempre più curvo fino a guardarti
negli occhi lucenti, nerissimi.
Eri forse così vecchia, o l’autunno
iniziava a poggiare su di te
la sua mano che fa freddi,
fragili? Ma perché volevi salire
quello scalino, perché ti affaticavi per
raggiungere la cima, dove c’è
la mia casa, e perché mi hai fermato,
per dire cosa?
in tempo per non cancellarti, cavalletta.
Non so da che cosa ti avvertii:
so che passò la fretta di rientrare
a casa: e mi curvai a guardarti:
eri regale, delicata, assente
come nessuna donna è: muta
come un monile, ma insistente
tentavi lo scalino troppo alto
per te. Ti avvicinavi con delle zampe
che parevano passive, meccaniche, tanto
erano scintillanti e filiformi, e cominciavi
di sbieco la risalita, con una specie
di fatica, di impassibile
tremore. Più lunga e magra del mio
indice e chiara, color avorio, è
possibile? Salivi e poi tornavi
giù, padrona appena dei tuoi movimenti;
e io sempre più curvo fino a guardarti
negli occhi lucenti, nerissimi.
Eri forse così vecchia, o l’autunno
iniziava a poggiare su di te
la sua mano che fa freddi,
fragili? Ma perché volevi salire
quello scalino, perché ti affaticavi per
raggiungere la cima, dove c’è
la mia casa, e perché mi hai fermato,
per dire cosa?