Poesie di questo tema
Natura ed elementi
Giuseppe Conte
La vite del Canada
Nel giardino di sempreverdi, tu sola porti
le accese, crollanti insegne dell’autunno
al cielo: sei rossa come il sole dei tramonti
ed è veloce il tuo sfacelo.
Risali i cipressi, ti aggrappi alle spalliere
d’edera, abbracci il giovane ulivo:
loro non cambiano, non cadono, sei
tu condannata: resterà vivo
il giardino senza di te: i tuoi acini
scuri, secchi, impolverati
non giungeranno mai alla gioia del vino.
Così accadrà anche di noi.
Rimarrà tutto come prima
quando noi sanguinando ce ne andremo
e anche sognare, allora lo sapremo
che non vale, che è vano, vite del
le accese, crollanti insegne dell’autunno
al cielo: sei rossa come il sole dei tramonti
ed è veloce il tuo sfacelo.
Risali i cipressi, ti aggrappi alle spalliere
d’edera, abbracci il giovane ulivo:
loro non cambiano, non cadono, sei
tu condannata: resterà vivo
il giardino senza di te: i tuoi acini
scuri, secchi, impolverati
non giungeranno mai alla gioia del vino.
Così accadrà anche di noi.
Rimarrà tutto come prima
quando noi sanguinando ce ne andremo
e anche sognare, allora lo sapremo
che non vale, che è vano, vite del
Giuseppe Conte
Le stagioni della terra
*
Non tocca terra, l’anima.
La vede come vedevamo
noi quel giardino, dall’alto
del terrazzino della nostra casa
senza individuarne
i confini
senza conoscerne
i proprietari, e neppure
sapere dove aveva
l’ingresso principale.
E lo ricordi? Di là, dall’alto
appariva così mobile
ora nuvoloso, compatto
ora sgranato, limpido
il verde del fogliame che copriva
muretti, pareti, sentieri.
C’era un’euforbia, forse
tante araucarie come
sagome di velieri
antichi, arenati
più che centenari eucalipti
cedri del Libano, e pini,
e intere famiglie di piante.
I colori che ritornavano, stagione
dopo stagione, te li ricordi?
Quello candido e torbido
della ginestra,
l’oro mutevole, ora più
a ponente ora più a levante
a volte introvabile, a volte
così bruciante delle mimose
il bianco nevoso dei ciliegi
a giugno lo scarlatto
marino nelle serre delle rose.
L’azzurro dei palissandri disegnava
tra il verde come un fiume, che sorgeva
lassù e poi dilagava sino quasi
alla bordura dei cipressi e tuie.
Non potevamo scenderci, ma al mattino
lo guardavamo. Fra la nostra gioia.
Ci sarà ancora quel giardino? Dove
finiva? E di chi sarà
stato?
La terra, l’amore, lo sono
un Giardino che l’anima ha soltanto
sognato, a lungo?
*
Ci pensi, non ho mai piantato un albero,
non hai mai avuto un figlio.
Tanto assomiglio al mare,
solitario, sterile.
Né un crespo cipresso, né un salice
umido e lento, né un’euforbia
diramata a delta, né un pesco
né un susino né un melo
ho mai fatto crescere, né un ramo
rosa o candido di marzo, né un piccolo
di uomo.
Come l’onda percuote la riva
senza fecondarla, senza lasciarvi
altro che alghe e consunte radici
così - non lo dici? — io percuoto
la vita.
Eppure, l’ho amata, la
terra, ti ho amata.
Non tocca terra, l’anima.
La vede come vedevamo
noi quel giardino, dall’alto
del terrazzino della nostra casa
senza individuarne
i confini
senza conoscerne
i proprietari, e neppure
sapere dove aveva
l’ingresso principale.
E lo ricordi? Di là, dall’alto
appariva così mobile
ora nuvoloso, compatto
ora sgranato, limpido
il verde del fogliame che copriva
muretti, pareti, sentieri.
C’era un’euforbia, forse
tante araucarie come
sagome di velieri
antichi, arenati
più che centenari eucalipti
cedri del Libano, e pini,
e intere famiglie di piante.
I colori che ritornavano, stagione
dopo stagione, te li ricordi?
Quello candido e torbido
della ginestra,
l’oro mutevole, ora più
a ponente ora più a levante
a volte introvabile, a volte
così bruciante delle mimose
il bianco nevoso dei ciliegi
a giugno lo scarlatto
marino nelle serre delle rose.
L’azzurro dei palissandri disegnava
tra il verde come un fiume, che sorgeva
lassù e poi dilagava sino quasi
alla bordura dei cipressi e tuie.
Non potevamo scenderci, ma al mattino
lo guardavamo. Fra la nostra gioia.
Ci sarà ancora quel giardino? Dove
finiva? E di chi sarà
stato?
La terra, l’amore, lo sono
un Giardino che l’anima ha soltanto
sognato, a lungo?
*
Ci pensi, non ho mai piantato un albero,
non hai mai avuto un figlio.
Tanto assomiglio al mare,
solitario, sterile.
Né un crespo cipresso, né un salice
umido e lento, né un’euforbia
diramata a delta, né un pesco
né un susino né un melo
ho mai fatto crescere, né un ramo
rosa o candido di marzo, né un piccolo
di uomo.
Come l’onda percuote la riva
senza fecondarla, senza lasciarvi
altro che alghe e consunte radici
così - non lo dici? — io percuoto
la vita.
Eppure, l’ho amata, la
terra, ti ho amata.
Giuseppe Ungaretti
D’agosto
Avido lutto ronzante nei vivi,
Monotono altomare,
Ma senza solitudine,
Repressi squilli da prostrate messi,
Estate,
Sino ad orbite ombrate spolpi selci,
Risvegli ceneri nei colossei...
Quale Erebo t’urlò ?
Monotono altomare,
Ma senza solitudine,
Repressi squilli da prostrate messi,
Estate,
Sino ad orbite ombrate spolpi selci,
Risvegli ceneri nei colossei...
Quale Erebo t’urlò ?
Giuseppe Ungaretti
Di luglio
Quando su ci si butta lei,
Si fa d’un triste colore di rosa
Il bel fogliame.
Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
È furia che s’ostina, è l’implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
È l’estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.
Si fa d’un triste colore di rosa
Il bel fogliame.
Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
È furia che s’ostina, è l’implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
È l’estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.
Giuseppe Ungaretti
Dolina notturna
Il volto
di stanotte
è secco
come una
pergamena
Questo nomade
adunco
morbido di neve
si lascia
come una foglia
accartocciata
L’interminabile
tempo
mi adopera
come un
fruscio
di stanotte
è secco
come una
pergamena
Questo nomade
adunco
morbido di neve
si lascia
come una foglia
accartocciata
L’interminabile
tempo
mi adopera
come un
fruscio
Giuseppe Ungaretti
Grido
Giunta la sera
Riposavo sopra l’erba monotona,
E presi gusto
A quella brama senza fine,
Grido torbido e alato
Che la luce quando muore trattiene.
Riposavo sopra l’erba monotona,
E presi gusto
A quella brama senza fine,
Grido torbido e alato
Che la luce quando muore trattiene.
Giuseppe Ungaretti
La poesia dell’inverno
In giorni così belli non si muore.
Mesci, o fanciullo, il tuo vecchio Falerno,
mescine ancora un colmo bicchiere,
che oggi io voglio sentire
tutta la poesia dell’inverno,
oggi che il freddo splende
sui boschi coperti di neve.
In giorni così belli non si muore:
mesci, o fanciullo,
un altro colmo bicchiere.
Mesci, o fanciullo, il tuo vecchio Falerno,
mescine ancora un colmo bicchiere,
che oggi io voglio sentire
tutta la poesia dell’inverno,
oggi che il freddo splende
sui boschi coperti di neve.
In giorni così belli non si muore:
mesci, o fanciullo,
un altro colmo bicchiere.
Giuseppe Ungaretti
Notte di maggio
Tl cielo pone in capo
Il cielo pone in capo
ai minareti
ai minareti
ghirlandette di lumini
ghirlande di lumini
Il cielo pone in capo
ai minareti
ai minareti
ghirlandette di lumini
ghirlande di lumini
Giuseppe Ungaretti
Sonnolenza
Da Devetachi al San Michele il 25 agosto 1916
Questi dossi di monti
si sono coricati
nel buio delle valli
Non c’è più niente
che un gorgoglio
di grilli che mi raggiunge
E s’accompagna
alla mia inquietudine
Questi dossi di monti
si sono coricati
nel buio delle valli
Non c’è più niente
che un gorgoglio
di grilli che mi raggiunge
E s’accompagna
alla mia inquietudine
Giuseppe Ungaretti
Tramonto
Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d’amore
Versa il 21 Maggio 1916.
sveglia oasi
al nomade d’amore
Versa il 21 Maggio 1916.
Guido Gozzano
da Della testa di morto
[...]
L’Acherontia frequenta le campagne,
i giardini degli uomini, le ville;
di giorno giace contro i muri e i tronchi,
nei corridoi più cupi, nei solai
più desolati, sotto le grondaie,
dorme con l’ali ripiegate a tetto.
E n’esce a sera. Nelle sere illuni
fredde stellate di settembre, quando
il crepuscolo già cede alla notte
e le farfalle della luce sono
scomparse, l’Acherontia lamentosa
si libra solitaria nelle tenebre
tra i camerops, le tuje, sulle ajole
dove dianzi scherzavano i fanciulli,
le Vanesse, le Arginnidi, i Papilî.
L’Acherontia s’aggira: il pipistrello
l’evita con un guizzo repentino.
L’Acherontia s’aggira. Alto è il silenzio
comentato, non rotto, dalle strigi,
dallo stridio monotono dei grilli.
La villa è immersa nella notte. Solo
spiccano le finestre della sala
da pranzo dove la famiglia cena.
L’Acherontia s’appressa esita spia
numera i commensali ad uno ad uno,
sibila un nome, cozza contro i vetri
tre quattro volte come nocca ossuta.
La giovinetta più pallida s’alza
con un sussulto, come ad un richiamo.
«Chi c’è?» Socchiude la finestra, esplora
il giardino invisibile, protende
il capo d’oro nella notte illune.
«Chi c’è? Chi c’è?» «Non c’è nessuno, Mamma!»
Richiude i vetri, con un primo brivido
risiede a mensa, tra le sue sorelle.
Ma già s’ode il garrito dei fanciulli
giubilanti per l’ospite improvvisa,
per l’ospite guizzata non veduta.
Intorno al lume turbina ronzando
la cupa messaggiera funeraria.
L’Acherontia frequenta le campagne,
i giardini degli uomini, le ville;
di giorno giace contro i muri e i tronchi,
nei corridoi più cupi, nei solai
più desolati, sotto le grondaie,
dorme con l’ali ripiegate a tetto.
E n’esce a sera. Nelle sere illuni
fredde stellate di settembre, quando
il crepuscolo già cede alla notte
e le farfalle della luce sono
scomparse, l’Acherontia lamentosa
si libra solitaria nelle tenebre
tra i camerops, le tuje, sulle ajole
dove dianzi scherzavano i fanciulli,
le Vanesse, le Arginnidi, i Papilî.
L’Acherontia s’aggira: il pipistrello
l’evita con un guizzo repentino.
L’Acherontia s’aggira. Alto è il silenzio
comentato, non rotto, dalle strigi,
dallo stridio monotono dei grilli.
La villa è immersa nella notte. Solo
spiccano le finestre della sala
da pranzo dove la famiglia cena.
L’Acherontia s’appressa esita spia
numera i commensali ad uno ad uno,
sibila un nome, cozza contro i vetri
tre quattro volte come nocca ossuta.
La giovinetta più pallida s’alza
con un sussulto, come ad un richiamo.
«Chi c’è?» Socchiude la finestra, esplora
il giardino invisibile, protende
il capo d’oro nella notte illune.
«Chi c’è? Chi c’è?» «Non c’è nessuno, Mamma!»
Richiude i vetri, con un primo brivido
risiede a mensa, tra le sue sorelle.
Ma già s’ode il garrito dei fanciulli
giubilanti per l’ospite improvvisa,
per l’ospite guizzata non veduta.
Intorno al lume turbina ronzando
la cupa messaggiera funeraria.
Leonardo Sinisgalli
Frutteto
Sono tre calabroni
che saggiano la pera:
vi affondano le corna.
Scavano un buco
fino a succhiarne la polpa.
Quando il sole si sposta,
dalla parte del sole
cavano un altro occhio.
Chiama la gente queste
le piante della sorte:
come piccoli teschi
pendono le zuccone
dagli alberi funesti.
che saggiano la pera:
vi affondano le corna.
Scavano un buco
fino a succhiarne la polpa.
Quando il sole si sposta,
dalla parte del sole
cavano un altro occhio.
Chiama la gente queste
le piante della sorte:
come piccoli teschi
pendono le zuccone
dagli alberi funesti.
Luciano Erba
Un paesaggio docile
L’albero che saliva si piegava
tornava a salire verso il cielo
ma avesse preso questa o quella forma
avesse avuto questo o quel colore
sarebbe stato sempre solo un albero
soltanto un segno su quel dosso di monte
di un paesaggio creato dai miei occhi
per secondare i miei esaltati spiriti
la mia fierezza di viandante alpestre
giunto infine poco sotto la vetta.
tornava a salire verso il cielo
ma avesse preso questa o quella forma
avesse avuto questo o quel colore
sarebbe stato sempre solo un albero
soltanto un segno su quel dosso di monte
di un paesaggio creato dai miei occhi
per secondare i miei esaltati spiriti
la mia fierezza di viandante alpestre
giunto infine poco sotto la vetta.
Luciano Folgore
Mondo sotto lucernario verde
Primavera del fresco
sotto il verde lucernario del cielo.
Monta un color d’erba ovunque.
Hanno versato un succo di foglie nuove
entro la conca del mondo.
Tepidità che s’apre nelle cellule a gemma.
Si pensa con zampilli di sorgente.
La vita è tutta un’infanzia
e nelle vene c’è un senso di trifoglio.
Cuore verde a bocciolo
senza preoccupazione della rosa
che nascerà
con cinque sepali soli,
stellanti
intorno a un fermento d’odore.
Abbeveratoi di musco;
capanne di fieno recente;
i miei pensieri
pendono in fila
come ciuffi di capelvenere;
per tutto è prateria.
I buoi sembrano cespugli mobili,
gli insetti piccole bacche volanti.
E questo lungo desiderio di godere
è una zattera di felci,
che mi trasporta, su liquidità verdi,
in un fresco pellegrinaggio
verso una città d’alberi.
Ciglia socchiuse.
Lampada verde del sole.
La mia casa sarà ora di giunchi
e gli uomini saranno forse
piccoli fili d’erba
con goccioline di rugiada.
sotto il verde lucernario del cielo.
Monta un color d’erba ovunque.
Hanno versato un succo di foglie nuove
entro la conca del mondo.
Tepidità che s’apre nelle cellule a gemma.
Si pensa con zampilli di sorgente.
La vita è tutta un’infanzia
e nelle vene c’è un senso di trifoglio.
Cuore verde a bocciolo
senza preoccupazione della rosa
che nascerà
con cinque sepali soli,
stellanti
intorno a un fermento d’odore.
Abbeveratoi di musco;
capanne di fieno recente;
i miei pensieri
pendono in fila
come ciuffi di capelvenere;
per tutto è prateria.
I buoi sembrano cespugli mobili,
gli insetti piccole bacche volanti.
E questo lungo desiderio di godere
è una zattera di felci,
che mi trasporta, su liquidità verdi,
in un fresco pellegrinaggio
verso una città d’alberi.
Ciglia socchiuse.
Lampada verde del sole.
La mia casa sarà ora di giunchi
e gli uomini saranno forse
piccoli fili d’erba
con goccioline di rugiada.
Luciano Folgore
Porta verniciata di fresco
Freschezza di una tinta verde
(E tu, porta, che la senti
con la resina dentro in pieno odore).
Primavera della vernice
(e potremmo anche avviarci
per un paese di pini
e d’altre aromatiche piante
con un bel mare a maggese
in fondo).
Ma c’è un sole che ci ferma
a mezza strada,
invischiando la maraviglia nostra
fra le pagliuche d’oro
del tuo colore fresco.
Porta lasciata sola
in questo muro di cinta.
Perduta forse;
premuta forse
non so da quanti cespugli in amore.
Ronzano due calabroni
e una goccia più verde,
cammina lungo la serratura,
lentissimamente.
Nella strada nessuno.
Soltanto un poco di senso d’infanzia
per cinque dita di bimbo
impresse nel fresco della vernice.
E le guarda strano il mandarino,
che si spenzola
pesantemente dal muro,
nel desiderio di gocciarsi
vicino alla porta.
Chissà?
Cerca una mano che colga
la sua maturità
più che due stille di resina,
sparpagliate
in una primavera di tinta.
Ma...
(E tu, porta, che la senti
con la resina dentro in pieno odore).
Primavera della vernice
(e potremmo anche avviarci
per un paese di pini
e d’altre aromatiche piante
con un bel mare a maggese
in fondo).
Ma c’è un sole che ci ferma
a mezza strada,
invischiando la maraviglia nostra
fra le pagliuche d’oro
del tuo colore fresco.
Porta lasciata sola
in questo muro di cinta.
Perduta forse;
premuta forse
non so da quanti cespugli in amore.
Ronzano due calabroni
e una goccia più verde,
cammina lungo la serratura,
lentissimamente.
Nella strada nessuno.
Soltanto un poco di senso d’infanzia
per cinque dita di bimbo
impresse nel fresco della vernice.
E le guarda strano il mandarino,
che si spenzola
pesantemente dal muro,
nel desiderio di gocciarsi
vicino alla porta.
Chissà?
Cerca una mano che colga
la sua maturità
più che due stille di resina,
sparpagliate
in una primavera di tinta.
Ma...
Luciano Folgore
Sensazione di turbine
Ansia.
Gonfia imminenza della morte.
Le case sagomate;
i campanili stagliati;
” le porte incise.
Bronzee lastre di silenzio.
Tra cielo di nubi lanose,
e terra di calma,
il cuore,
19° sospeso ai fili interminabili
dell’ignota paura.
Un battistrada leggiero:
fremito di fronde, bricioli di carta,
strepito indistinto nei giardini,
1° sui selciati...
Un rapido squadrone:
nuvole di polvere, palpito di veli,
flutto di tende
— qua e là —
misterioso vacillio della città.
Una turba balzante in arme:
cappelli, gonne in aria,
accecanti orde di polvere.
Un esercito interminabile di ribelli:
usci, finestre, porte — schiantati —
fragorio di vetri, panni volanti,
spettri balzanti,
braccia spalancate a un davanzale
contro sforzi di persiane.
Un urlo di maree popolose
espresse dal grigiastro, cavernoso
estuario degli orizzonti.
Sosta.
Pausa nella musica vertiginosa.
Tremola qualcosa
a
e si posa.
Poi di nuovo furibonde
le onde dei venti,
le correnti del turbine,
trascinano le case tra nebbie di polvere,
incalzano i giardini scapigliati.
Poi di nuovo
il suono, il rombo, il frastuono,
e l’orchestra formidabile,
con trombe di camini,
ù
con timpani di vetri,
con grancasse di portoni,
e violini, violini di fili telegrafici.
Schizza talvolta dalle nubi
% ]a fulminea bacchetta
del maestro uragano,
sul poema sinfonico dei venti.
Gonfia imminenza della morte.
Le case sagomate;
i campanili stagliati;
” le porte incise.
Bronzee lastre di silenzio.
Tra cielo di nubi lanose,
e terra di calma,
il cuore,
19° sospeso ai fili interminabili
dell’ignota paura.
Un battistrada leggiero:
fremito di fronde, bricioli di carta,
strepito indistinto nei giardini,
1° sui selciati...
Un rapido squadrone:
nuvole di polvere, palpito di veli,
flutto di tende
— qua e là —
misterioso vacillio della città.
Una turba balzante in arme:
cappelli, gonne in aria,
accecanti orde di polvere.
Un esercito interminabile di ribelli:
usci, finestre, porte — schiantati —
fragorio di vetri, panni volanti,
spettri balzanti,
braccia spalancate a un davanzale
contro sforzi di persiane.
Un urlo di maree popolose
espresse dal grigiastro, cavernoso
estuario degli orizzonti.
Sosta.
Pausa nella musica vertiginosa.
Tremola qualcosa
a
e si posa.
Poi di nuovo furibonde
le onde dei venti,
le correnti del turbine,
trascinano le case tra nebbie di polvere,
incalzano i giardini scapigliati.
Poi di nuovo
il suono, il rombo, il frastuono,
e l’orchestra formidabile,
con trombe di camini,
ù
con timpani di vetri,
con grancasse di portoni,
e violini, violini di fili telegrafici.
Schizza talvolta dalle nubi
% ]a fulminea bacchetta
del maestro uragano,
sul poema sinfonico dei venti.
Luciano Folgore
Torrefazione
Piazza di vetro ardente,
sollevata di colpo
negli alti forni del sole.
Papaveri di luce
° avanti alle pupille.
Spille nel sangue.
D’intorno le case,
affondate
nei marciapiedi
1° liquefatti dal caldo.
Camminare evitando
colonne ubbriache di rosso,
sfondare col petto
semicerchi di solleone,
e invidiare l’ombra di un ragnatelo
ad un insetto addormentato.
sollevata di colpo
negli alti forni del sole.
Papaveri di luce
° avanti alle pupille.
Spille nel sangue.
D’intorno le case,
affondate
nei marciapiedi
1° liquefatti dal caldo.
Camminare evitando
colonne ubbriache di rosso,
sfondare col petto
semicerchi di solleone,
e invidiare l’ombra di un ragnatelo
ad un insetto addormentato.
Ludovico Ariosto
Dall’ Orlando furioso (Canto VI, ottave 35-40)
E come la via nostra e il duro e fello
destin ci trasse, uscimmo una matina
sopra la bella spiaggia, ove un castello
siede sul mar, de la possente Alcina.
Trovammo lei ch’uscita era di quello,
e stava sola in ripa alla marina;
e senza rete e senza amo traea
tutti li pesci al lito, che volea.
Veloci vi correvano i delfini,
vi venia a bocca aperta il grosso tonno;
i capidogli coi vécchi marini
vengon, turbati dal lor pigro sonno;
muli, salpe, salmoni e coracini
nuotano a schiere in più fretta che ponno;
pistrici, fisiteri, orche e balene
escon del mar con monstruose schiene.
Veggiamo una balena, la maggiore
che mai per tutto il mar veduta fosse:
undeci passi e più dimostra fuore
de l’onde salse le spallacce grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
perch’era ferma e che mai non si scosse:
ch’ella sia una isoletta ci credemo,
così distante ha l’un da l’altro estremo.
Alcina i pesci uscir facea de l’acque
con semplici parole e puri incanti.
Con la fata Morgana Alcina nacque,
io non so dir s’a un parto o dopo o inanti.
Guardommi Alcina; e subito le piacque
l’aspetto mio, come mostrò ai sembianti:
e pensò con astuzia e con ingegno
tormi ai compagni; e riuscì il disegno.
Ci venne incontra con allegra faccia,
con modi graziosi e riverenti,
e disse: «Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco i vostri alloggiamenti,
io vi farò veder, ne la mia caccia,
di tutti i pesci sorti differenti:
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran più che non ha stelle il cielo.
E volendo vedere una sirena
che col suo dolce canto acheta il mare,
passian di qui fin su quell’altra arena,
dove a quest’ora suol sempre tornare».
E ci mostrò quella maggior balena,
che, come io dissi, una isoletta pare.
Io che sempre fui troppo (e me n’incresce)
volonteroso, andai sopra quel pesce.
destin ci trasse, uscimmo una matina
sopra la bella spiaggia, ove un castello
siede sul mar, de la possente Alcina.
Trovammo lei ch’uscita era di quello,
e stava sola in ripa alla marina;
e senza rete e senza amo traea
tutti li pesci al lito, che volea.
Veloci vi correvano i delfini,
vi venia a bocca aperta il grosso tonno;
i capidogli coi vécchi marini
vengon, turbati dal lor pigro sonno;
muli, salpe, salmoni e coracini
nuotano a schiere in più fretta che ponno;
pistrici, fisiteri, orche e balene
escon del mar con monstruose schiene.
Veggiamo una balena, la maggiore
che mai per tutto il mar veduta fosse:
undeci passi e più dimostra fuore
de l’onde salse le spallacce grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
perch’era ferma e che mai non si scosse:
ch’ella sia una isoletta ci credemo,
così distante ha l’un da l’altro estremo.
Alcina i pesci uscir facea de l’acque
con semplici parole e puri incanti.
Con la fata Morgana Alcina nacque,
io non so dir s’a un parto o dopo o inanti.
Guardommi Alcina; e subito le piacque
l’aspetto mio, come mostrò ai sembianti:
e pensò con astuzia e con ingegno
tormi ai compagni; e riuscì il disegno.
Ci venne incontra con allegra faccia,
con modi graziosi e riverenti,
e disse: «Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco i vostri alloggiamenti,
io vi farò veder, ne la mia caccia,
di tutti i pesci sorti differenti:
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran più che non ha stelle il cielo.
E volendo vedere una sirena
che col suo dolce canto acheta il mare,
passian di qui fin su quell’altra arena,
dove a quest’ora suol sempre tornare».
E ci mostrò quella maggior balena,
che, come io dissi, una isoletta pare.
Io che sempre fui troppo (e me n’incresce)
volonteroso, andai sopra quel pesce.
Ludovico Ariosto
La verginella
La verginella è simile alla rosa,
ch’in bel giardin su la nativa spina
mentre sola e sicura si riposa,
nè gregge nè pastor se le avvicina;
l’aura soave e l’alba rugiadosa,
l’acqua, la terra al suo favor s’inchina:
gioveni vaghi e donne innamorate
amano averne e seni e tempie ornate,
rimossa viene e dal suo ceppo verde,
che quanto avea dagli uomini e dal cielo
favor, grazia, bellezza, tutto perde.
ch’in bel giardin su la nativa spina
mentre sola e sicura si riposa,
nè gregge nè pastor se le avvicina;
l’aura soave e l’alba rugiadosa,
l’acqua, la terra al suo favor s’inchina:
gioveni vaghi e donne innamorate
amano averne e seni e tempie ornate,
rimossa viene e dal suo ceppo verde,
che quanto avea dagli uomini e dal cielo
favor, grazia, bellezza, tutto perde.
Mario Luzi
Non ancora il radioso degli alberi
Non ancora il radioso degli alberi
delle siepi, dei cespugli.
Non ancora, ma presto,
domani forse
nel rilucere dell’erba
un fulgore di forsizia,
l’allucciolio del fiume
torno torno
alla pigrizia delle barche.
Fedeli, ma con nuova meraviglia,
al loro appuntamento
la natura e il senso.
Domani, domani, già ora, guarda!
delle siepi, dei cespugli.
Non ancora, ma presto,
domani forse
nel rilucere dell’erba
un fulgore di forsizia,
l’allucciolio del fiume
torno torno
alla pigrizia delle barche.
Fedeli, ma con nuova meraviglia,
al loro appuntamento
la natura e il senso.
Domani, domani, già ora, guarda!
Mario Luzi
Notte dietro le persiane
Dietro le persiane ogni sera
gli uomini rinserrano
la loro vita
per morire una notte.
Ma c’è pure chi sogna
un disperato tramonto
traverso i vetri e le imposte.
E chi rimane ancora
dopo ch’è sfatto il sole
ad aspettare le stelle.
Sono questi i poeti
che hanno l’anima di canzoni,
un anima tutta voce
e lieviti di speranza.
gli uomini rinserrano
la loro vita
per morire una notte.
Ma c’è pure chi sogna
un disperato tramonto
traverso i vetri e le imposte.
E chi rimane ancora
dopo ch’è sfatto il sole
ad aspettare le stelle.
Sono questi i poeti
che hanno l’anima di canzoni,
un anima tutta voce
e lieviti di speranza.
Mario Luzi
O mare, mare arioso
O mare, mare
arioso, fresco,
frescamente infranto,
mare di prima primavera
dalle mura
della città costiera
quando era
in attesa di sé
teso ai futuri eventi.
Filtrava esso fusando
nelle minime
segregate cale,
entrava in ogni anfratto
della rapida scogliera,
si abbatteva
ringhiando ai moli
dai quali lui inondato
da acqua e sale
luce ed aria
aveva primamente
preso il mare
per quel pellegrinaggio.
Quando? Non ricordava il tempo,
il vento era grecale —
e ora il duro periplo
di terraferme, di isole
lo riportava in sé,
senonché “sé” non c’era
né forse era mai stato
O s’era vanificato...
Oh libertà, oh dissoluzione
della vita nella piena vita...Amen.
arioso, fresco,
frescamente infranto,
mare di prima primavera
dalle mura
della città costiera
quando era
in attesa di sé
teso ai futuri eventi.
Filtrava esso fusando
nelle minime
segregate cale,
entrava in ogni anfratto
della rapida scogliera,
si abbatteva
ringhiando ai moli
dai quali lui inondato
da acqua e sale
luce ed aria
aveva primamente
preso il mare
per quel pellegrinaggio.
Quando? Non ricordava il tempo,
il vento era grecale —
e ora il duro periplo
di terraferme, di isole
lo riportava in sé,
senonché “sé” non c’era
né forse era mai stato
O s’era vanificato...
Oh libertà, oh dissoluzione
della vita nella piena vita...Amen.
Mario Luzi
Ospite clandestino
Si fece sera, si strinse
la città dentro i suoi monti,
prese un’aria
eccitata a spiritarne
le arterie, i crocevia,
le scese
ai seni d’ombra, le soffiò
sul lungofiume
le febbricitanti lampade.
Chi era che veniva
a quale incontro
col passato o col presente?
ospite
clandestino
o messaggero
dissimulato nelle sue taverne
prima del grande annuncio?
o profeta dalle viscere
della sua ancora non guarita storia
a risvegliare gli eventi, a renderli presenti?
oppure no, nell’ombra della sera
un’ombra transitoria
dal nulla al nulla della sua memoria...
la città dentro i suoi monti,
prese un’aria
eccitata a spiritarne
le arterie, i crocevia,
le scese
ai seni d’ombra, le soffiò
sul lungofiume
le febbricitanti lampade.
Chi era che veniva
a quale incontro
col passato o col presente?
ospite
clandestino
o messaggero
dissimulato nelle sue taverne
prima del grande annuncio?
o profeta dalle viscere
della sua ancora non guarita storia
a risvegliare gli eventi, a renderli presenti?
oppure no, nell’ombra della sera
un’ombra transitoria
dal nulla al nulla della sua memoria...
Mario Luzi
Pomeriggio di luglio
La strada nella larga e tutto sole
e polverio di fieni, un acre odore
viene lungo la riva del canale
e l’acqua del fossato che già sale
con la marea si tinge in rosso e viola.
E nel cielo una rondine fa spola
fra il tetto della casa ed il pantano
della carraia dove nel lontano
orizzonte che muore s’ode il canto
di qualche spigatrice o un tenue pianto
d’un fanciullo da un’aia.
e polverio di fieni, un acre odore
viene lungo la riva del canale
e l’acqua del fossato che già sale
con la marea si tinge in rosso e viola.
E nel cielo una rondine fa spola
fra il tetto della casa ed il pantano
della carraia dove nel lontano
orizzonte che muore s’ode il canto
di qualche spigatrice o un tenue pianto
d’un fanciullo da un’aia.