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Poesie di questo tema

Stagioni (primavera, estate, autunno, inverno)

Dino Compagni

Dino Compagni

Al novel tempo e gaio del pascore

Al novel tempo e gaio del pascore
che fa le verdi foglie e i fior venire,
quando gli augelli fan versi d’amore,
e l’aria fresca comincia a schiarire,
le pratora son piene di verdore
e li verzier cominciano ad aulire,
quando son dilettose le fiumane
e son chiare sorgenti le fontane,
e la gente comincia a risbaldire;

che, per lo gran dolzor del tempo gaio
sotto le ombre danzan le garzette,
e nei bei mesi d’Aprile e di Maio
la gente fa di fior le ghirlandette,
Donzelli e Cavalier d’alto paraio
cantan d’amor novel e canzonette,
cominciano a gioire li amatori
e fanno dolci danze i sonatori,
e sono aulenti rose e violette;

ed io stando presso a una fiumana
in un verziere all’ombra d’un bel pino,
(aveavi d’acqua viva una fontana
intorneata di fior gelsomino)
sentìa l’aere soave a tramontana;
udîìa cantar gli augelli in lor latino;
allor sentii venir dal fino Amore
un raggio che passò dentro dal core,
come la luce ch’appare al mattino.
Discese nel mio cor, siccome manna,
Amor soave, come in fior rugiada,
che m’è più dolce assai che mèl di canna:
d’esso non parto mai dovunque vada,
e voglio sempre mai gridare osanna.
Amore eccelso, ben fa chi te lauda!
Assavorailo quando innamorai.
Niente senza lui fu nè fia mai,
nè senza lui non vo’ che mio cor gauda.
E non si può d’amor proprio parlare
a chi non prova i suoi dolci savori;
e senza prova non sen può stimare
più che lo cieco nato dei colori.
E none puote mai nessuno amare
s’ei non li fa di grazia servitori;
chè lo primo pensier che nel cor suona,
non vi saria Amor prima nol dona:
prima fa i cor gentil, che vi dimori.
Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

Alla primavera

Perché i celesti danni
ristori il Sole, e perché l’aure inferme
Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
delle nubi la grave ombra s’avvalla;
credano il petto inerme
gli augelli al vento, e la diurna luce
novo d’amor desio, nova speranza
ne’ penetrati boschi e fra le sciolte
pruine induca alle commosse belve;
forse alle stanche e nel dolor sepolte
umane menti riede
la bella etá, cui la sciagura e l’atra
face del ver consunse
innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
di Febo i raggi al misero non sono
in sempiterno? ed anco,
Primavera odorata, inspiri e tenti
questo gelido cor, questo ch’amara,
nel fior degli anni suoi, vecchiezza impara?

Vivi tu, vivi, o santa
Natura? vivi, e il dissueto orecchio
della materna voce il suono accoglie?
Giá di candide ninfe i rivi albergo,
placido albergo e specchio
fûro i liquidi fonti. Arcane danze
d’immortal piede i ruinosi gioghi
scossero e l’ardue selve (oggi romito
nido de’ venti): e il pastorel ch’all’ombre
meridiane incerte, ed al fiorito
margo adducea de’ fiumi
le sitibonde agnelle, arguto carme
sonar d’agresti Pani
udí lungo le ripe, e tremar l’onda
vide, e stupí, ché, non palese al guardo,
la faretrata diva
scendea ne’ caldi flutti, e dall’immonda
polve tergea della sanguigna caccia
il niveo lato e le verginee braccia.

Vissero i fiori e l’erbe,
vissero i boschi un dí. Conscie le molli
aure, le nubi e la titania lampa
fûr dell’umana gente, allor che ignuda
te per le piagge e i colli,
ciprigna luce, alla deserta notte
con gli occhi intenti il viator seguendo,
te compagna alla via, te de’ mortali
pensosa immaginò. Che se, gl’impuri
cittadini consorzi e le fatali
ire fuggendo e l’onte,
gl’ispidi tronchi al petto altri nell’ime
selve remoto accolse,
viva fiamma agitar l’esangui vene,
spirar le foglie, e palpitar segreta
nel doloroso amplesso

Dafne o la mesta Filli, o di Climene
pianger credé la sconsolata prole
quel che sommerse in Eridano il Sole.

Né dell’umano affanno,
rigide balze, i luttuosi accenti
voi negletti ferîr, mentre le vostre
paurose latèbre Eco solinga,
non vano error de’ venti,
ma di ninfa abitò misero spirto,
cui grave amor, cui duro fato escluse
delle tenere membra. Ella per grotte,
per nudi scogli e desolati alberghi,
le non ignote ambasce e l’alte e rotte
nostre querele al curvo
Etra insegnava. E te d’umani eventi
disse la fama esperto,
musico augel, che tra chiomato bosco
or vieni il rinascente anno cantando,
e lamentar nell’alto
ozio de’ campi, all’aer muto e fosco,
antichi danni e scellerato scorno,
e d’ira e di pietá pallido il giorno.

Ma non cognato al nostro
il gener tuo; quelle tue varie note
dolor non forma, e te, di colpa ignudo,
men caro assai la bruna valle asconde.
Ahi, ahi! poscia che vòte
son le stanze d’Olimpo, e cieco il tuono,
per l’atre nubi e le montagne errando,
gl’iniqui petti e gl’innocenti a paro
in freddo orror dissolve; e poi ch’estrano
il suol nativo, e di sua prole ignaro,
le meste anime edúca;
tu le cure infelici e i fati indegni,

tu de’ mortali ascolta,
vaga Natura, e la favilla antica
rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,
e se de’ nostri affanni
cosa veruna in ciel, se nell’aprica
terra s’alberga o nell’equoreo seno,
pietosa no, ma spettatrice almeno.
Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

Le stagioni della terra

*
Non tocca terra, l’anima.
La vede come vedevamo
noi quel giardino, dall’alto
del terrazzino della nostra casa
senza individuarne
i confini
senza conoscerne
i proprietari, e neppure
sapere dove aveva
l’ingresso principale.
E lo ricordi? Di là, dall’alto
appariva così mobile
ora nuvoloso, compatto
ora sgranato, limpido
il verde del fogliame che copriva
muretti, pareti, sentieri.

C’era un’euforbia, forse
tante araucarie come
sagome di velieri
antichi, arenati
più che centenari eucalipti
cedri del Libano, e pini,
e intere famiglie di piante.

I colori che ritornavano, stagione
dopo stagione, te li ricordi?
Quello candido e torbido
della ginestra,
l’oro mutevole, ora più
a ponente ora più a levante
a volte introvabile, a volte
così bruciante delle mimose
il bianco nevoso dei ciliegi
a giugno lo scarlatto
marino nelle serre delle rose.

L’azzurro dei palissandri disegnava
tra il verde come un fiume, che sorgeva
lassù e poi dilagava sino quasi
alla bordura dei cipressi e tuie.

Non potevamo scenderci, ma al mattino
lo guardavamo. Fra la nostra gioia.

Ci sarà ancora quel giardino? Dove
finiva? E di chi sarà
stato?
La terra, l’amore, lo sono
un Giardino che l’anima ha soltanto
sognato, a lungo?

*
Ci pensi, non ho mai piantato un albero,
non hai mai avuto un figlio.
Tanto assomiglio al mare,
solitario, sterile.
Né un crespo cipresso, né un salice
umido e lento, né un’euforbia
diramata a delta, né un pesco
né un susino né un melo
ho mai fatto crescere, né un ramo
rosa o candido di marzo, né un piccolo
di uomo.

Come l’onda percuote la riva
senza fecondarla, senza lasciarvi
altro che alghe e consunte radici
così - non lo dici? — io percuoto
la vita.
Eppure, l’ho amata, la
terra, ti ho amata.