Poesie di questo tema
Stagioni (primavera, estate, autunno, inverno)
Dino Campana
Giardino autunnale
(Firenze)
I
AI giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
° A l’aride pendici
Aspre arrossate nell’ estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
10 Che insanguina le aiole.
S’intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
‘Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d’alloro,
2° In aroma d’alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m’appar, presente.
pendici»), rochi e confusi per la distanza.
10, insanguina: colora del-
I
AI giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
° A l’aride pendici
Aspre arrossate nell’ estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
10 Che insanguina le aiole.
S’intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
‘Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d’alloro,
2° In aroma d’alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m’appar, presente.
pendici»), rochi e confusi per la distanza.
10, insanguina: colora del-
Dino Compagni
Al novel tempo e gaio del pascore
Al novel tempo e gaio del pascore
che fa le verdi foglie e i fior venire,
quando gli augelli fan versi d’amore,
e l’aria fresca comincia a schiarire,
le pratora son piene di verdore
e li verzier cominciano ad aulire,
quando son dilettose le fiumane
e son chiare sorgenti le fontane,
e la gente comincia a risbaldire;
che, per lo gran dolzor del tempo gaio
sotto le ombre danzan le garzette,
e nei bei mesi d’Aprile e di Maio
la gente fa di fior le ghirlandette,
Donzelli e Cavalier d’alto paraio
cantan d’amor novel e canzonette,
cominciano a gioire li amatori
e fanno dolci danze i sonatori,
e sono aulenti rose e violette;
ed io stando presso a una fiumana
in un verziere all’ombra d’un bel pino,
(aveavi d’acqua viva una fontana
intorneata di fior gelsomino)
sentìa l’aere soave a tramontana;
udîìa cantar gli augelli in lor latino;
allor sentii venir dal fino Amore
un raggio che passò dentro dal core,
come la luce ch’appare al mattino.
Discese nel mio cor, siccome manna,
Amor soave, come in fior rugiada,
che m’è più dolce assai che mèl di canna:
d’esso non parto mai dovunque vada,
e voglio sempre mai gridare osanna.
Amore eccelso, ben fa chi te lauda!
Assavorailo quando innamorai.
Niente senza lui fu nè fia mai,
nè senza lui non vo’ che mio cor gauda.
E non si può d’amor proprio parlare
a chi non prova i suoi dolci savori;
e senza prova non sen può stimare
più che lo cieco nato dei colori.
E none puote mai nessuno amare
s’ei non li fa di grazia servitori;
chè lo primo pensier che nel cor suona,
non vi saria Amor prima nol dona:
prima fa i cor gentil, che vi dimori.
che fa le verdi foglie e i fior venire,
quando gli augelli fan versi d’amore,
e l’aria fresca comincia a schiarire,
le pratora son piene di verdore
e li verzier cominciano ad aulire,
quando son dilettose le fiumane
e son chiare sorgenti le fontane,
e la gente comincia a risbaldire;
che, per lo gran dolzor del tempo gaio
sotto le ombre danzan le garzette,
e nei bei mesi d’Aprile e di Maio
la gente fa di fior le ghirlandette,
Donzelli e Cavalier d’alto paraio
cantan d’amor novel e canzonette,
cominciano a gioire li amatori
e fanno dolci danze i sonatori,
e sono aulenti rose e violette;
ed io stando presso a una fiumana
in un verziere all’ombra d’un bel pino,
(aveavi d’acqua viva una fontana
intorneata di fior gelsomino)
sentìa l’aere soave a tramontana;
udîìa cantar gli augelli in lor latino;
allor sentii venir dal fino Amore
un raggio che passò dentro dal core,
come la luce ch’appare al mattino.
Discese nel mio cor, siccome manna,
Amor soave, come in fior rugiada,
che m’è più dolce assai che mèl di canna:
d’esso non parto mai dovunque vada,
e voglio sempre mai gridare osanna.
Amore eccelso, ben fa chi te lauda!
Assavorailo quando innamorai.
Niente senza lui fu nè fia mai,
nè senza lui non vo’ che mio cor gauda.
E non si può d’amor proprio parlare
a chi non prova i suoi dolci savori;
e senza prova non sen può stimare
più che lo cieco nato dei colori.
E none puote mai nessuno amare
s’ei non li fa di grazia servitori;
chè lo primo pensier che nel cor suona,
non vi saria Amor prima nol dona:
prima fa i cor gentil, che vi dimori.
Eugenio Montale
Cave d’autunno
su cui discende la primavera lunare
e nimba di candore ogni frastaglio,
schianti di pigne, abbaglio
di reti stese e schegge,
ritornerà ritornerà sul gelo
la bontà d’una mano,
varcherà il cielo lontano
la ciurma luminosa che ci saccheggia.
e nimba di candore ogni frastaglio,
schianti di pigne, abbaglio
di reti stese e schegge,
ritornerà ritornerà sul gelo
la bontà d’una mano,
varcherà il cielo lontano
la ciurma luminosa che ci saccheggia.
Folgóre da San Gimignano
D’agosto
D’agosto sì vi do trenta castella
in una valle d’alpe montanina,
che non vi possa vento de marina,
per istar sani, chiari come stella;
i
e palafreni da montare ’n sella
e cavalcar la sera e la mattina:
e l’una terra a l’altra sia vicina,
ch’un miglio sia la vostra giornatella,
tornando tuttavia inverso casa;
e per la valle corra una fiumana,
che vada notte e di traente e rasa;
e star nel fresco tutta meriggiana.
La vostra borsa sempre a bocca pasa,
per la miglior vivanda di Toscana.
in una valle d’alpe montanina,
che non vi possa vento de marina,
per istar sani, chiari come stella;
i
e palafreni da montare ’n sella
e cavalcar la sera e la mattina:
e l’una terra a l’altra sia vicina,
ch’un miglio sia la vostra giornatella,
tornando tuttavia inverso casa;
e per la valle corra una fiumana,
che vada notte e di traente e rasa;
e star nel fresco tutta meriggiana.
La vostra borsa sempre a bocca pasa,
per la miglior vivanda di Toscana.
Folgóre da San Gimignano
D’aprile
D’april vi dono la gentil campagna
tutta fiorita di bell’erba fresca:
fontane d’acqua che non vi rincresca,
donn’e donzelle per vostra compagna,
ambianti palafren, destrier di Spagna
e gente costumata a la francesca;
cantar, danzar a la provenzalesca
con instrumenti novi d’Alemagna.
E da torno vi sia molti giardini
e giacchito vi sia ogni persona:
ciascun con reverenza adori e ’nchini
a quel gentil, c’ho dato la corona
de pietre preziose, le più fini
c’ha ’l presto Gianni o ’l re de Babilòna.
tutta fiorita di bell’erba fresca:
fontane d’acqua che non vi rincresca,
donn’e donzelle per vostra compagna,
ambianti palafren, destrier di Spagna
e gente costumata a la francesca;
cantar, danzar a la provenzalesca
con instrumenti novi d’Alemagna.
E da torno vi sia molti giardini
e giacchito vi sia ogni persona:
ciascun con reverenza adori e ’nchini
a quel gentil, c’ho dato la corona
de pietre preziose, le più fini
c’ha ’l presto Gianni o ’l re de Babilòna.
Folgóre da San Gimignano
Di decembre
E di decembre una città in piano:
sale terrene, grandissimi fòchi,
tappeti tesi, tavolier e giochi,
torticci accesi, star co’ dadi en mano,
e l’oste inebriato e catellano,
e porci morti e finissimi còchi,
ghiotti morselli, ciascun béa e mandéchi:
8 le botte sian maggior che San Galgano.
E siate ben vestiti e foderati
di guarnacche, tabarri e di mantegli
11 e di cappucci fini e smesurati;
e beffe far de’ tristi cattivegli,
de’ miseri dolenti sciagurati
14 avari: non vogliate usar con egli.
sale terrene, grandissimi fòchi,
tappeti tesi, tavolier e giochi,
torticci accesi, star co’ dadi en mano,
e l’oste inebriato e catellano,
e porci morti e finissimi còchi,
ghiotti morselli, ciascun béa e mandéchi:
8 le botte sian maggior che San Galgano.
E siate ben vestiti e foderati
di guarnacche, tabarri e di mantegli
11 e di cappucci fini e smesurati;
e beffe far de’ tristi cattivegli,
de’ miseri dolenti sciagurati
14 avari: non vogliate usar con egli.
Folgóre da San Gimignano
Di febbraio
E de febbraî’ vi dono bella caccia
di cervi, di cavrioli e di cinghiati,
corte gonnelle, e grossi calzari,
4 e compagnia che ve deletti e piaccia;
can da guinzagli e segugi da traccia,
e le borse fornite di danari,
ad onta degli scarsi e degli avari,
8 o di chi ’n questo vi dà briga e ’mpaccia.
E la sera tornar co’ vostri fanti
carcati de la molta salvaggina,
avendo gioia ed allegrezza e canti;
far trar del vino e fumar la cucina,
e fin al primo sonno star razzanti:
14 e po’ posare ’nfin a la mattina,
co. 5. tregèa: confettura di frutta; arazzaio: vino piccante. 6. doa-
gio: drappo di Douaix;, rascese: lana proveniente da Arras. 8.
garbino: libeccio; rovaio: tramontana. 12. compagna: compagnia.
a
14. franca: libera.
8. ’u questo: in questo proposito (sui “danari”); vi dà briga
e ’mpaccia: i creditori. 9. fanti: servitori. 13. razzantt: di umore
i
frizzante, brilli.
di cervi, di cavrioli e di cinghiati,
corte gonnelle, e grossi calzari,
4 e compagnia che ve deletti e piaccia;
can da guinzagli e segugi da traccia,
e le borse fornite di danari,
ad onta degli scarsi e degli avari,
8 o di chi ’n questo vi dà briga e ’mpaccia.
E la sera tornar co’ vostri fanti
carcati de la molta salvaggina,
avendo gioia ed allegrezza e canti;
far trar del vino e fumar la cucina,
e fin al primo sonno star razzanti:
14 e po’ posare ’nfin a la mattina,
co. 5. tregèa: confettura di frutta; arazzaio: vino piccante. 6. doa-
gio: drappo di Douaix;, rascese: lana proveniente da Arras. 8.
garbino: libeccio; rovaio: tramontana. 12. compagna: compagnia.
a
14. franca: libera.
8. ’u questo: in questo proposito (sui “danari”); vi dà briga
e ’mpaccia: i creditori. 9. fanti: servitori. 13. razzantt: di umore
i
frizzante, brilli.
Folgóre da San Gimignano
Di gennaio
I’ doto voi, nel mese de gennaio,
corte con fòchi di salette accese,
camer’e letta d’ogni bello arnese,
4 lenzuol’ de seta e copertoi di vaio,
tregèa, confetti e mescere arazzaio,
vestiti di doagio e di rascese:
e ’n questo modo star a le defese,
mova scirocco, garbino e rovaio.
Uscir di fòr alcuna volta il giorno,
gittando de la neve bella e bianca
a le donzelle che staran da torno;
e quando fosse la compagna stanca,
a questa corte faciase retorno:
14 e si riposi la brigata franca.
corte con fòchi di salette accese,
camer’e letta d’ogni bello arnese,
4 lenzuol’ de seta e copertoi di vaio,
tregèa, confetti e mescere arazzaio,
vestiti di doagio e di rascese:
e ’n questo modo star a le defese,
mova scirocco, garbino e rovaio.
Uscir di fòr alcuna volta il giorno,
gittando de la neve bella e bianca
a le donzelle che staran da torno;
e quando fosse la compagna stanca,
a questa corte faciase retorno:
14 e si riposi la brigata franca.
Folgóre da San Gimignano
Di giugno
Di giugno dovvi una montagnetta
coverta di bellissimi arboscelli,
con trenta ville e dodici castelli,
che sian entorno ad una cittadetta,
ch’abbia nel mezzo una soa fontanetta:
e faccia mille rami e fiumicelli,
ferendo per giardin e praticelli
e rinfrescando la menuta erbetta.
Aranci e cedri, dàttili e lumie
e tutte l’altre frutte savorose
empergolate siano per le vie;
e le gente vi sian tutte amorose
e faccianvisi tante cotrtesie,
ch’a tutto ’l mondo siano graziose.
coverta di bellissimi arboscelli,
con trenta ville e dodici castelli,
che sian entorno ad una cittadetta,
ch’abbia nel mezzo una soa fontanetta:
e faccia mille rami e fiumicelli,
ferendo per giardin e praticelli
e rinfrescando la menuta erbetta.
Aranci e cedri, dàttili e lumie
e tutte l’altre frutte savorose
empergolate siano per le vie;
e le gente vi sian tutte amorose
e faccianvisi tante cotrtesie,
ch’a tutto ’l mondo siano graziose.
Folgóre da San Gimignano
Di maggio
Di maggio sì vi do molti cavagli
e tutti quanti siano affrenatori,
portanti tutti, dritti cortritotri;
pettorali, testère de sonagli,
bandère con coverte a molti ’ntagli
di zendadi e di tutti li colori;
le targhe a modo degli armeggiatori;
viuole, rose, fior, ch’ogn’om abbagli;
e rompere e fiaccar bigordi e lance,
e piover da fenestre e da balconi
en giù ghirlande, e ’n si melerance;
e pulzellette gioveni e garzoni
baciarsi ne la bocca e ne le guance:
d’amor e di goder vi si ragioni.
e tutti quanti siano affrenatori,
portanti tutti, dritti cortritotri;
pettorali, testère de sonagli,
bandère con coverte a molti ’ntagli
di zendadi e di tutti li colori;
le targhe a modo degli armeggiatori;
viuole, rose, fior, ch’ogn’om abbagli;
e rompere e fiaccar bigordi e lance,
e piover da fenestre e da balconi
en giù ghirlande, e ’n si melerance;
e pulzellette gioveni e garzoni
baciarsi ne la bocca e ne le guance:
d’amor e di goder vi si ragioni.
Folgóre da San Gimignano
Di marzo
Di marzo sì vi do una pischiera
d’anguille, trote, lamprede e salmoni,
di dèntici, dalfini e storioni,
d’ogn’altro pesce in tutta la rivèra;
con pescatori e navicelle a schiera
e barche, saettfe e galeoni,
le qual ve portino a tutte stagioni
a qual porto vi piace a la primèra:
che sia fornito de molti palazzi,
d’ogn’altra cosa che ve sie mestèro,
e gente v’abbia de tutti sollazzi.
Chiesia non v’abbia mai né monastero;
lassate predicar i preti pazzi,
c’hanno troppe bugie e poco vero.
d’anguille, trote, lamprede e salmoni,
di dèntici, dalfini e storioni,
d’ogn’altro pesce in tutta la rivèra;
con pescatori e navicelle a schiera
e barche, saettfe e galeoni,
le qual ve portino a tutte stagioni
a qual porto vi piace a la primèra:
che sia fornito de molti palazzi,
d’ogn’altra cosa che ve sie mestèro,
e gente v’abbia de tutti sollazzi.
Chiesia non v’abbia mai né monastero;
lassate predicar i preti pazzi,
c’hanno troppe bugie e poco vero.
Franco Fortini
Una sottile pena giovanile...
Una sottile pena giovanile
alla campagna deserta mi mena. Si posa
nel silenzio del sonno mattutino
la madre terra. Un vento
agita freddo i rami tesi. Il fremito
è al mio canto dolente melodia
e la natura è muta in ansia e lutto, eppure
ha più speranza che il mio cuore.
Che presto, vedi, gaie corone di rose recando
nelle mani paffute, o Iddio del Sole, i Gemelli
di turchini occhi aperti, di riccioli dorati
sulla tua orbita ti verranno incontro. E a danza
sui prati nuovi si prepara
il giovane e di nastri
adorna il suo cappello e la ragazza
nella giovane erba la viola
coglie e in segreto il seno
guarda mentre s’inchina e si compiace
di vederlo più colmo oggi e più vago
che non fu a maggio, alla festa passata,
e trema e spera.
E Iddio mi benedica
quell’uomo nel suo orto! Come comincia presto
ad apprestare al seme un letto morbido!
Marzo da poco spogliò di sue nevi
i magri fianchi dell’inverno
che se n’andò tra le burrasche e ai campi
lasciò di sé velo di nebbie lungo
fiumane e prati e monti
nel freddo grigio; e lui, ecco, è già fuori,
l’animo colmo di sogni di mèssi,
e sparge e spera.
alla campagna deserta mi mena. Si posa
nel silenzio del sonno mattutino
la madre terra. Un vento
agita freddo i rami tesi. Il fremito
è al mio canto dolente melodia
e la natura è muta in ansia e lutto, eppure
ha più speranza che il mio cuore.
Che presto, vedi, gaie corone di rose recando
nelle mani paffute, o Iddio del Sole, i Gemelli
di turchini occhi aperti, di riccioli dorati
sulla tua orbita ti verranno incontro. E a danza
sui prati nuovi si prepara
il giovane e di nastri
adorna il suo cappello e la ragazza
nella giovane erba la viola
coglie e in segreto il seno
guarda mentre s’inchina e si compiace
di vederlo più colmo oggi e più vago
che non fu a maggio, alla festa passata,
e trema e spera.
E Iddio mi benedica
quell’uomo nel suo orto! Come comincia presto
ad apprestare al seme un letto morbido!
Marzo da poco spogliò di sue nevi
i magri fianchi dell’inverno
che se n’andò tra le burrasche e ai campi
lasciò di sé velo di nebbie lungo
fiumane e prati e monti
nel freddo grigio; e lui, ecco, è già fuori,
l’animo colmo di sogni di mèssi,
e sparge e spera.
Gabriele D'Annunzio
Il Tessalo
Tra i fusti ove le radiche fan groppo
e già si gonfia venenato il fungo,
odo incognito piede solidungo
come bronzo sonor contra l’intoppo.
Caval brado non è; però che troppo
forte suoni lo scàlpito ed a lungo
per la selva selvaggia ove no ’l giungo
duri l’irrefrenabile galoppo.
Certo è l’ugna del Tessalo bimembre
contra i rigidi coni e l’aspre stirpi
sonante, l’ugna del Centauro illeso.
Ei vuole, mentre il giovine Settembre
circa il fragile vetro intesse scirpi,
bevere il nero vino all’otre obeso.
e già si gonfia venenato il fungo,
odo incognito piede solidungo
come bronzo sonor contra l’intoppo.
Caval brado non è; però che troppo
forte suoni lo scàlpito ed a lungo
per la selva selvaggia ove no ’l giungo
duri l’irrefrenabile galoppo.
Certo è l’ugna del Tessalo bimembre
contra i rigidi coni e l’aspre stirpi
sonante, l’ugna del Centauro illeso.
Ei vuole, mentre il giovine Settembre
circa il fragile vetro intesse scirpi,
bevere il nero vino all’otre obeso.
Gabriele D'Annunzio
Lungo l’Affrico nella sera di giugno dopo la pioggia
Grazia del ciel, come soavemente
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da la nuvola sei nata
come la voluttà nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ora t’effondi, che non è fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l’ascolti.
Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l’occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pel sogno che l’appanna,
Luna, il rio che s’avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d’erba ti sorride,
solo a te sola.
O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l’Affrico notturno!
Volan elle sì basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha susurro
l’arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?
E non promette ogni lor breve grido
un ben che forse il cuore ignora e forse
indovina se udendo ne trasale?
S’attardan quasi immemori del nido,
e sul margine dove son trascorse
par si prolunghi il fremito dell’ale.
Tutta la terra pare
argilla offerta all’opera d’amore,
un nunzio il grido, e il vespero che muore
un’alba certa.
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da la nuvola sei nata
come la voluttà nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ora t’effondi, che non è fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l’ascolti.
Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l’occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pel sogno che l’appanna,
Luna, il rio che s’avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d’erba ti sorride,
solo a te sola.
O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l’Affrico notturno!
Volan elle sì basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha susurro
l’arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?
E non promette ogni lor breve grido
un ben che forse il cuore ignora e forse
indovina se udendo ne trasale?
S’attardan quasi immemori del nido,
e sul margine dove son trascorse
par si prolunghi il fremito dell’ale.
Tutta la terra pare
argilla offerta all’opera d’amore,
un nunzio il grido, e il vespero che muore
un’alba certa.
Gabriele D'Annunzio
Romanza (La Chimera)
sogno dileguerà.
D’un pensoso dolore
Settembre il ciel riempie.
Gli languon su le tempie
le rose de l’està.
Egli pensa. Un vapore
lento per l’aer fuma
e lento si consuma
ne la serenità.
Egli soffre. Il dì muore.
Come un lieve asfodelo,
la nuova luna in cielo,
ecco, traspare già.
S’apre il celeste fiore,
l’esile fior notturno:
guarda il mar taciturno
ove si specchierà;
guarda con dolce ardore
il vespero fuggente.
Sia così dolce e ardente
l’ultima voluttà!
D’un pensoso dolore
Settembre il ciel riempie.
Gli languon su le tempie
le rose de l’està.
Egli pensa. Un vapore
lento per l’aer fuma
e lento si consuma
ne la serenità.
Egli soffre. Il dì muore.
Come un lieve asfodelo,
la nuova luna in cielo,
ecco, traspare già.
S’apre il celeste fiore,
l’esile fior notturno:
guarda il mar taciturno
ove si specchierà;
guarda con dolce ardore
il vespero fuggente.
Sia così dolce e ardente
l’ultima voluttà!
Giacomo Leopardi
Alla primavera
Perché i celesti danni
ristori il Sole, e perché l’aure inferme
Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
delle nubi la grave ombra s’avvalla;
credano il petto inerme
gli augelli al vento, e la diurna luce
novo d’amor desio, nova speranza
ne’ penetrati boschi e fra le sciolte
pruine induca alle commosse belve;
forse alle stanche e nel dolor sepolte
umane menti riede
la bella etá, cui la sciagura e l’atra
face del ver consunse
innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
di Febo i raggi al misero non sono
in sempiterno? ed anco,
Primavera odorata, inspiri e tenti
questo gelido cor, questo ch’amara,
nel fior degli anni suoi, vecchiezza impara?
Vivi tu, vivi, o santa
Natura? vivi, e il dissueto orecchio
della materna voce il suono accoglie?
Giá di candide ninfe i rivi albergo,
placido albergo e specchio
fûro i liquidi fonti. Arcane danze
d’immortal piede i ruinosi gioghi
scossero e l’ardue selve (oggi romito
nido de’ venti): e il pastorel ch’all’ombre
meridiane incerte, ed al fiorito
margo adducea de’ fiumi
le sitibonde agnelle, arguto carme
sonar d’agresti Pani
udí lungo le ripe, e tremar l’onda
vide, e stupí, ché, non palese al guardo,
la faretrata diva
scendea ne’ caldi flutti, e dall’immonda
polve tergea della sanguigna caccia
il niveo lato e le verginee braccia.
Vissero i fiori e l’erbe,
vissero i boschi un dí. Conscie le molli
aure, le nubi e la titania lampa
fûr dell’umana gente, allor che ignuda
te per le piagge e i colli,
ciprigna luce, alla deserta notte
con gli occhi intenti il viator seguendo,
te compagna alla via, te de’ mortali
pensosa immaginò. Che se, gl’impuri
cittadini consorzi e le fatali
ire fuggendo e l’onte,
gl’ispidi tronchi al petto altri nell’ime
selve remoto accolse,
viva fiamma agitar l’esangui vene,
spirar le foglie, e palpitar segreta
nel doloroso amplesso
Dafne o la mesta Filli, o di Climene
pianger credé la sconsolata prole
quel che sommerse in Eridano il Sole.
Né dell’umano affanno,
rigide balze, i luttuosi accenti
voi negletti ferîr, mentre le vostre
paurose latèbre Eco solinga,
non vano error de’ venti,
ma di ninfa abitò misero spirto,
cui grave amor, cui duro fato escluse
delle tenere membra. Ella per grotte,
per nudi scogli e desolati alberghi,
le non ignote ambasce e l’alte e rotte
nostre querele al curvo
Etra insegnava. E te d’umani eventi
disse la fama esperto,
musico augel, che tra chiomato bosco
or vieni il rinascente anno cantando,
e lamentar nell’alto
ozio de’ campi, all’aer muto e fosco,
antichi danni e scellerato scorno,
e d’ira e di pietá pallido il giorno.
Ma non cognato al nostro
il gener tuo; quelle tue varie note
dolor non forma, e te, di colpa ignudo,
men caro assai la bruna valle asconde.
Ahi, ahi! poscia che vòte
son le stanze d’Olimpo, e cieco il tuono,
per l’atre nubi e le montagne errando,
gl’iniqui petti e gl’innocenti a paro
in freddo orror dissolve; e poi ch’estrano
il suol nativo, e di sua prole ignaro,
le meste anime edúca;
tu le cure infelici e i fati indegni,
tu de’ mortali ascolta,
vaga Natura, e la favilla antica
rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,
e se de’ nostri affanni
cosa veruna in ciel, se nell’aprica
terra s’alberga o nell’equoreo seno,
pietosa no, ma spettatrice almeno.
ristori il Sole, e perché l’aure inferme
Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
delle nubi la grave ombra s’avvalla;
credano il petto inerme
gli augelli al vento, e la diurna luce
novo d’amor desio, nova speranza
ne’ penetrati boschi e fra le sciolte
pruine induca alle commosse belve;
forse alle stanche e nel dolor sepolte
umane menti riede
la bella etá, cui la sciagura e l’atra
face del ver consunse
innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
di Febo i raggi al misero non sono
in sempiterno? ed anco,
Primavera odorata, inspiri e tenti
questo gelido cor, questo ch’amara,
nel fior degli anni suoi, vecchiezza impara?
Vivi tu, vivi, o santa
Natura? vivi, e il dissueto orecchio
della materna voce il suono accoglie?
Giá di candide ninfe i rivi albergo,
placido albergo e specchio
fûro i liquidi fonti. Arcane danze
d’immortal piede i ruinosi gioghi
scossero e l’ardue selve (oggi romito
nido de’ venti): e il pastorel ch’all’ombre
meridiane incerte, ed al fiorito
margo adducea de’ fiumi
le sitibonde agnelle, arguto carme
sonar d’agresti Pani
udí lungo le ripe, e tremar l’onda
vide, e stupí, ché, non palese al guardo,
la faretrata diva
scendea ne’ caldi flutti, e dall’immonda
polve tergea della sanguigna caccia
il niveo lato e le verginee braccia.
Vissero i fiori e l’erbe,
vissero i boschi un dí. Conscie le molli
aure, le nubi e la titania lampa
fûr dell’umana gente, allor che ignuda
te per le piagge e i colli,
ciprigna luce, alla deserta notte
con gli occhi intenti il viator seguendo,
te compagna alla via, te de’ mortali
pensosa immaginò. Che se, gl’impuri
cittadini consorzi e le fatali
ire fuggendo e l’onte,
gl’ispidi tronchi al petto altri nell’ime
selve remoto accolse,
viva fiamma agitar l’esangui vene,
spirar le foglie, e palpitar segreta
nel doloroso amplesso
Dafne o la mesta Filli, o di Climene
pianger credé la sconsolata prole
quel che sommerse in Eridano il Sole.
Né dell’umano affanno,
rigide balze, i luttuosi accenti
voi negletti ferîr, mentre le vostre
paurose latèbre Eco solinga,
non vano error de’ venti,
ma di ninfa abitò misero spirto,
cui grave amor, cui duro fato escluse
delle tenere membra. Ella per grotte,
per nudi scogli e desolati alberghi,
le non ignote ambasce e l’alte e rotte
nostre querele al curvo
Etra insegnava. E te d’umani eventi
disse la fama esperto,
musico augel, che tra chiomato bosco
or vieni il rinascente anno cantando,
e lamentar nell’alto
ozio de’ campi, all’aer muto e fosco,
antichi danni e scellerato scorno,
e d’ira e di pietá pallido il giorno.
Ma non cognato al nostro
il gener tuo; quelle tue varie note
dolor non forma, e te, di colpa ignudo,
men caro assai la bruna valle asconde.
Ahi, ahi! poscia che vòte
son le stanze d’Olimpo, e cieco il tuono,
per l’atre nubi e le montagne errando,
gl’iniqui petti e gl’innocenti a paro
in freddo orror dissolve; e poi ch’estrano
il suol nativo, e di sua prole ignaro,
le meste anime edúca;
tu le cure infelici e i fati indegni,
tu de’ mortali ascolta,
vaga Natura, e la favilla antica
rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,
e se de’ nostri affanni
cosa veruna in ciel, se nell’aprica
terra s’alberga o nell’equoreo seno,
pietosa no, ma spettatrice almeno.
Giosuè Carducci
San Martino
La nebbia a gl’irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
Giovanni Pascoli
La tenzone
O marina di Pisa, quando folgora
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano sui platani
d’Arno a tenzone.
Come l’Estate porta l’oro in bocca,
l’Arno porta il silenzio alla sua foce.
Tutto il mattino per la dolce landa
quinci è un cantare e quindi altro cantare;
tace l’acqua tra l’una e l’altra voce.
E l’Estate or si china da una banda
or dall’altra si piega ad ascoltare.
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano sui platani
d’Arno a tenzone.
Come l’Estate porta l’oro in bocca,
l’Arno porta il silenzio alla sua foce.
Tutto il mattino per la dolce landa
quinci è un cantare e quindi altro cantare;
tace l’acqua tra l’una e l’altra voce.
E l’Estate or si china da una banda
or dall’altra si piega ad ascoltare.
Giovanni Pascoli
Novembre
Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore ...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno;
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante 8
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.
From PRIMI POEMETTI
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore ...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno;
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante 8
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.
From PRIMI POEMETTI
Giuseppe Conte
Inverno
Se la neve fa gli alberi di cenere
quando il buio precipita, se il mare
è sbiadito di nebbie, irriconoscibile
e cercano gli alati un riparo
sotto la siepe smagrita, o dove
la sabbia della spiaggia finge un tepore
contro i maestrali
quando il gelo fa friabili le foglie
sopravvissute, e baca sullo stelo
l’ultimo fiore di geranio
e sul sentiero bianco più che di sale
le tue orme ti seguono
non voltarti: è il mondo delle ombre
il mio inverno,
il regno rado, eterno
della non-esistenza, il confine della luce.
Non voltarti: c’è un frutto, c’è un ricordo
il cui sapore sempre riconduce
quaggiù.
quando il buio precipita, se il mare
è sbiadito di nebbie, irriconoscibile
e cercano gli alati un riparo
sotto la siepe smagrita, o dove
la sabbia della spiaggia finge un tepore
contro i maestrali
quando il gelo fa friabili le foglie
sopravvissute, e baca sullo stelo
l’ultimo fiore di geranio
e sul sentiero bianco più che di sale
le tue orme ti seguono
non voltarti: è il mondo delle ombre
il mio inverno,
il regno rado, eterno
della non-esistenza, il confine della luce.
Non voltarti: c’è un frutto, c’è un ricordo
il cui sapore sempre riconduce
quaggiù.
Giuseppe Conte
La vite del Canada
Nel giardino di sempreverdi, tu sola porti
le accese, crollanti insegne dell’autunno
al cielo: sei rossa come il sole dei tramonti
ed è veloce il tuo sfacelo.
Risali i cipressi, ti aggrappi alle spalliere
d’edera, abbracci il giovane ulivo:
loro non cambiano, non cadono, sei
tu condannata: resterà vivo
il giardino senza di te: i tuoi acini
scuri, secchi, impolverati
non giungeranno mai alla gioia del vino.
Così accadrà anche di noi.
Rimarrà tutto come prima
quando noi sanguinando ce ne andremo
e anche sognare, allora lo sapremo
che non vale, che è vano, vite del
le accese, crollanti insegne dell’autunno
al cielo: sei rossa come il sole dei tramonti
ed è veloce il tuo sfacelo.
Risali i cipressi, ti aggrappi alle spalliere
d’edera, abbracci il giovane ulivo:
loro non cambiano, non cadono, sei
tu condannata: resterà vivo
il giardino senza di te: i tuoi acini
scuri, secchi, impolverati
non giungeranno mai alla gioia del vino.
Così accadrà anche di noi.
Rimarrà tutto come prima
quando noi sanguinando ce ne andremo
e anche sognare, allora lo sapremo
che non vale, che è vano, vite del
Giuseppe Conte
Le stagioni della terra
*
Non tocca terra, l’anima.
La vede come vedevamo
noi quel giardino, dall’alto
del terrazzino della nostra casa
senza individuarne
i confini
senza conoscerne
i proprietari, e neppure
sapere dove aveva
l’ingresso principale.
E lo ricordi? Di là, dall’alto
appariva così mobile
ora nuvoloso, compatto
ora sgranato, limpido
il verde del fogliame che copriva
muretti, pareti, sentieri.
C’era un’euforbia, forse
tante araucarie come
sagome di velieri
antichi, arenati
più che centenari eucalipti
cedri del Libano, e pini,
e intere famiglie di piante.
I colori che ritornavano, stagione
dopo stagione, te li ricordi?
Quello candido e torbido
della ginestra,
l’oro mutevole, ora più
a ponente ora più a levante
a volte introvabile, a volte
così bruciante delle mimose
il bianco nevoso dei ciliegi
a giugno lo scarlatto
marino nelle serre delle rose.
L’azzurro dei palissandri disegnava
tra il verde come un fiume, che sorgeva
lassù e poi dilagava sino quasi
alla bordura dei cipressi e tuie.
Non potevamo scenderci, ma al mattino
lo guardavamo. Fra la nostra gioia.
Ci sarà ancora quel giardino? Dove
finiva? E di chi sarà
stato?
La terra, l’amore, lo sono
un Giardino che l’anima ha soltanto
sognato, a lungo?
*
Ci pensi, non ho mai piantato un albero,
non hai mai avuto un figlio.
Tanto assomiglio al mare,
solitario, sterile.
Né un crespo cipresso, né un salice
umido e lento, né un’euforbia
diramata a delta, né un pesco
né un susino né un melo
ho mai fatto crescere, né un ramo
rosa o candido di marzo, né un piccolo
di uomo.
Come l’onda percuote la riva
senza fecondarla, senza lasciarvi
altro che alghe e consunte radici
così - non lo dici? — io percuoto
la vita.
Eppure, l’ho amata, la
terra, ti ho amata.
Non tocca terra, l’anima.
La vede come vedevamo
noi quel giardino, dall’alto
del terrazzino della nostra casa
senza individuarne
i confini
senza conoscerne
i proprietari, e neppure
sapere dove aveva
l’ingresso principale.
E lo ricordi? Di là, dall’alto
appariva così mobile
ora nuvoloso, compatto
ora sgranato, limpido
il verde del fogliame che copriva
muretti, pareti, sentieri.
C’era un’euforbia, forse
tante araucarie come
sagome di velieri
antichi, arenati
più che centenari eucalipti
cedri del Libano, e pini,
e intere famiglie di piante.
I colori che ritornavano, stagione
dopo stagione, te li ricordi?
Quello candido e torbido
della ginestra,
l’oro mutevole, ora più
a ponente ora più a levante
a volte introvabile, a volte
così bruciante delle mimose
il bianco nevoso dei ciliegi
a giugno lo scarlatto
marino nelle serre delle rose.
L’azzurro dei palissandri disegnava
tra il verde come un fiume, che sorgeva
lassù e poi dilagava sino quasi
alla bordura dei cipressi e tuie.
Non potevamo scenderci, ma al mattino
lo guardavamo. Fra la nostra gioia.
Ci sarà ancora quel giardino? Dove
finiva? E di chi sarà
stato?
La terra, l’amore, lo sono
un Giardino che l’anima ha soltanto
sognato, a lungo?
*
Ci pensi, non ho mai piantato un albero,
non hai mai avuto un figlio.
Tanto assomiglio al mare,
solitario, sterile.
Né un crespo cipresso, né un salice
umido e lento, né un’euforbia
diramata a delta, né un pesco
né un susino né un melo
ho mai fatto crescere, né un ramo
rosa o candido di marzo, né un piccolo
di uomo.
Come l’onda percuote la riva
senza fecondarla, senza lasciarvi
altro che alghe e consunte radici
così - non lo dici? — io percuoto
la vita.
Eppure, l’ho amata, la
terra, ti ho amata.
Giuseppe Ungaretti
D’agosto
Avido lutto ronzante nei vivi,
Monotono altomare,
Ma senza solitudine,
Repressi squilli da prostrate messi,
Estate,
Sino ad orbite ombrate spolpi selci,
Risvegli ceneri nei colossei...
Quale Erebo t’urlò ?
Monotono altomare,
Ma senza solitudine,
Repressi squilli da prostrate messi,
Estate,
Sino ad orbite ombrate spolpi selci,
Risvegli ceneri nei colossei...
Quale Erebo t’urlò ?
Giuseppe Ungaretti
Di luglio
Quando su ci si butta lei,
Si fa d’un triste colore di rosa
Il bel fogliame.
Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
È furia che s’ostina, è l’implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
È l’estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.
Si fa d’un triste colore di rosa
Il bel fogliame.
Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
È furia che s’ostina, è l’implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
È l’estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.