Poesie di questo tema
Stagioni (primavera, estate, autunno, inverno)
Agnolo Poliziano
Zefiro già di bei fioretti adorno
Zefiro già di bei fioretti adorno
avea de’ monti tolta ogni pruina:
avea fatto al suo nido già ritorno
la stanca rondinella peregrina:
risonava la selva intorno intorno
soavemente all’Ora mattutina:
e la ingegnosa pecchia al primo albore
giva predando or uno or altro fiore.
avea de’ monti tolta ogni pruina:
avea fatto al suo nido già ritorno
la stanca rondinella peregrina:
risonava la selva intorno intorno
soavemente all’Ora mattutina:
e la ingegnosa pecchia al primo albore
giva predando or uno or altro fiore.
Alberto Cappi
Autunno
così mutano gli astri
intorno al tornio
che trascina
la disossata
sua falce luna
Ooh mia tenera cuna
mia pietà spolpata!
intorno al tornio
che trascina
la disossata
sua falce luna
Ooh mia tenera cuna
mia pietà spolpata!
Alberto Cappi
Estate
lascialo perdere quel rogo
ove la pagina bruciava
la rossa foglia l’ave rosa
un nano un sogno
claudicante nel tramonto
un ramo uva tuono
dimmi, viandante,
che mano ruba
il nostro istante?
ove la pagina bruciava
la rossa foglia l’ave rosa
un nano un sogno
claudicante nel tramonto
un ramo uva tuono
dimmi, viandante,
che mano ruba
il nostro istante?
Alberto Cappi
Primavera
ora che viene il vento
ora che il tempo tiene
il soffio terso dei doni
favillano stazioni
di favola nel verso
ehi, piccolo paggio,
che mignolo crocca
nel tuo
piumaggio d’albicocca?!
ora che il tempo tiene
il soffio terso dei doni
favillano stazioni
di favola nel verso
ehi, piccolo paggio,
che mignolo crocca
nel tuo
piumaggio d’albicocca?!
Alberto Cappi
Quarto canto del gelo
come venne il gelo
il gelo cantò i suoi occhi
in acini di oscure uve
come venne il gelo
il gelo calò il suo dente
in cocci
piccole nature
sulla pura
cecità delle lucciole
in fedeltà al volo
ai morsi di paura
il gelo cantò i suoi occhi
in acini di oscure uve
come venne il gelo
il gelo calò il suo dente
in cocci
piccole nature
sulla pura
cecità delle lucciole
in fedeltà al volo
ai morsi di paura
Aldo Palazzeschi
Bellagio
Fra i due rami d’un lago:
‘““quel ramo del Lago di Como...
”
è un mazzo di fiori
su piatto d’argento
Bellagio.
I fiori palpitano a orecchi ritti
nella luce del mattino
e fra essi le porte e le finestre
i tetti delle case
il campanile
le balaustre delle terrazze
i cancelletti e le ringhiere
si confondono.
Nella luce del tramonto
Bellagio
pare assopito sotto un vetro.
Spremuti di gioia
negli ardori del giorno arroventato
piegandosi al riposo
i fiori si scolorano.
Si esaurisce nella lontananza
il canto delle filandiere
e communica un sopore di sogno.
Punteggiando la ghiaia del giardino
sorvola una crinolina
senza peso e senza fruscio
scomparendo
sotto la volta di un berceau.
Nella cornice dei capelli d’ebano
lustrano gli occhi neri
rivolti al cielo:
‘““e allo spuntar del sole
io partirò da te.”
‘““quel ramo del Lago di Como...
”
è un mazzo di fiori
su piatto d’argento
Bellagio.
I fiori palpitano a orecchi ritti
nella luce del mattino
e fra essi le porte e le finestre
i tetti delle case
il campanile
le balaustre delle terrazze
i cancelletti e le ringhiere
si confondono.
Nella luce del tramonto
Bellagio
pare assopito sotto un vetro.
Spremuti di gioia
negli ardori del giorno arroventato
piegandosi al riposo
i fiori si scolorano.
Si esaurisce nella lontananza
il canto delle filandiere
e communica un sopore di sogno.
Punteggiando la ghiaia del giardino
sorvola una crinolina
senza peso e senza fruscio
scomparendo
sotto la volta di un berceau.
Nella cornice dei capelli d’ebano
lustrano gli occhi neri
rivolti al cielo:
‘““e allo spuntar del sole
io partirò da te.”
Alessandro Parronchi
Balcone fiorentino
Primi taciti volti, primi fuochi
s’accendono: vediamo scolorare
i veli d’una sera alta e tremante,
mentre adagio nel rosa intente squadre
” di donne s’allontanano
con le nuche presaghe già di notte.
E adagio i venti vengono sull’Arno,
a un tocco di neve
s’appannano i verdi pavimenti
1° già s’ascolta
ciechi passi disperdere nell’ombra
l’oro d’un usignolo inaridito.
D’una donna nel passo accentuato
s’incammina l’inverno e appena il viso
’° accosta un qualche dio d’onice intriso
al viso della luna incipriato.
’
*
E primavera, e ignote voci sperdono
dove un più luminoso albero chiama
la notte amica, l’albero più verde
°° nel vento che lo muove di lontano.
s’accendono: vediamo scolorare
i veli d’una sera alta e tremante,
mentre adagio nel rosa intente squadre
” di donne s’allontanano
con le nuche presaghe già di notte.
E adagio i venti vengono sull’Arno,
a un tocco di neve
s’appannano i verdi pavimenti
1° già s’ascolta
ciechi passi disperdere nell’ombra
l’oro d’un usignolo inaridito.
D’una donna nel passo accentuato
s’incammina l’inverno e appena il viso
’° accosta un qualche dio d’onice intriso
al viso della luna incipriato.
’
*
E primavera, e ignote voci sperdono
dove un più luminoso albero chiama
la notte amica, l’albero più verde
°° nel vento che lo muove di lontano.
Andrea Zanzotto
Altri papaveri
Fieri di una fierezza e foia barbara
sovrabbondanti con ogni petalo
rosso + rosso + rosso + rosso
coup de dés maledetto
sanguinosePOTENZE dilaganti,
quasi ognuno di voi a coprire un prato intero —
da che
da che mondi stragiferi
stragiferi papaveri
qui vi accampaste avvampando
sfacciato forno di rosso
che in mistiche chiazze
non cessa di accedere sgorgar su
straventando i soliti maggi grigioblù?
Come i calabroni si fanno sempre più enormi
CRABRO CRABRO
e quasi difformi da ogni destino
e le limacce budella a stravento su verzure:
via! via! è tempo di toglier via questa primavera
di pozze di sangue da tiri di cecchino
Correre correre
coprendosi in affanno teste e braccia e corpi orbi
correre correre per chi
corre e corre sotto calabroni e cecchini
e in orridi papaveri finì
sovrabbondanti con ogni petalo
rosso + rosso + rosso + rosso
coup de dés maledetto
sanguinosePOTENZE dilaganti,
quasi ognuno di voi a coprire un prato intero —
da che
da che mondi stragiferi
stragiferi papaveri
qui vi accampaste avvampando
sfacciato forno di rosso
che in mistiche chiazze
non cessa di accedere sgorgar su
straventando i soliti maggi grigioblù?
Come i calabroni si fanno sempre più enormi
CRABRO CRABRO
e quasi difformi da ogni destino
e le limacce budella a stravento su verzure:
via! via! è tempo di toglier via questa primavera
di pozze di sangue da tiri di cecchino
Correre correre
coprendosi in affanno teste e braccia e corpi orbi
correre correre per chi
corre e corre sotto calabroni e cecchini
e in orridi papaveri finì
Andrea Zanzotto
Da Fosfeni
Chi s’illuse su quel casto lingueggiare
chi su quei tenui sussulti? Chi
fidò un dì nella sfumante diaspora
di primavera e promessa, primavera
perché sposa-folla
cara al grigiore?
Chi praticò intergamie lungo ogni sinapsi
ogni elemento ogni mathesi?
Chi convocò benignamente a cometa
dirupi di foglie, sortilegi di nevi, umani sguardi?
Chi aprì al pubblico la perenta erotica cineteca?
Chi salvò col solo stuzzicare di una piuma
le nari i lobi delle orecchie i capezzoli
le ipofisi, chi salvò?
Ma con queste falcate collinari andrò
fino ai primi rapporti con ghiacci senza fine
con vertigini infidamente divinatrici
predicando ogni non-religione
ogni conversione oppure conversazione,
non predicando, non predicando cadendo ne
chi su quei tenui sussulti? Chi
fidò un dì nella sfumante diaspora
di primavera e promessa, primavera
perché sposa-folla
cara al grigiore?
Chi praticò intergamie lungo ogni sinapsi
ogni elemento ogni mathesi?
Chi convocò benignamente a cometa
dirupi di foglie, sortilegi di nevi, umani sguardi?
Chi aprì al pubblico la perenta erotica cineteca?
Chi salvò col solo stuzzicare di una piuma
le nari i lobi delle orecchie i capezzoli
le ipofisi, chi salvò?
Ma con queste falcate collinari andrò
fino ai primi rapporti con ghiacci senza fine
con vertigini infidamente divinatrici
predicando ogni non-religione
ogni conversione oppure conversazione,
non predicando, non predicando cadendo ne
Andrea Zanzotto
Ecloga VIII
b - Soffia oro settembre nelle lente
giornate, nel
sole largamente speso, libero.
Ora dei fumi
e dei fati d’un tempo più non resta
traccia sul mondo e mai remoto
più da quest’oggi d’anime e d’intenti
giunti a frutto, di filtri e
d’elitre lampeggiante,
mai più remoto fu il timore.
Mai dalla terra
più distratta è la morte e se pur stanche
labbra e stanchi occhi si chiudono
forse in qualche paese
– che non è qui, non qui tra i nostri passi –
è solo per avere
una calma più alta ma contigua
a questa che ci adempie e che ci affama.
a - Eppure scarse e sorde – e non sono
che mesi –, scene
cui m’affido ora tepide eloquenti,
io vi vedevo e nelle vostre
glaciali stanze il pianto
versavo (ogni essere
ogni segno ogni senso attraversato
da una corrente di menzogna: pseudo:
non sogno, falsità).
E voi ricordo, chimici
nomi, angeli, fomenti,
a sostentarmi a indurmi
oltre me stesso ai greti
affannati del sonno. E oltre il sonno la spada
infallibile, l’alba, il novissimo
incredibile sangue mio di ogni alba,
il mio sangue ad aprirmi al peggio, all’alba,
fortissima nell’odio.
E anche la tua mano,
brezza, latte, levamen,
anche la mano tua sento posarsi
dolce e tuttavia piena
sulla mia fronte, come
se destandomi, infante, ecco il vomito
mi lacerava, e un’altra mano
infinitamente digitata
m’aiutava premendo sulla fronte.
Sento la mano tua e il mio morto
sudore, jazz antichi
frondeggiano, fa notte
su grammofoni antichi
metallici,
nulla mi giova, lo so, a nulla giovo,
inficiarmi si tenta, trasgredirmi.
b - E ora tutto questo non è più
che una nota di guasto in fianco al pomo
altissimo, vermiglio,
e ora tutto questo non è più
non più dell’indolente
forma già umana
che tanto
s’impicciolì sotto le zolle vivide
tanto se ne umiliò
che né umana né forma
né – benché scarsa –
sostanza più si crede.
E ora tutto questo non è più
non più di quanto cova
forse nel profondo della valle
e, benché sia meriggio, ingombro in sé
giace, e nei suoi misteri
muscosi. Ma tu
non cadrai, tu fiorirai per sempre
del tuo vero. Esitando e vagando
inabile, cedendo
facendoti
sanie informale, nigredo, liquame,
fimo implorante, fimo
muto, vincesti.
a - Ma io starò, perché tutto l’occhio offrii:
a ciò che arde ogni frode
perché tutto volle arso nella frode.
Ora potrò, cibo, lasciarmi cogliere.
Ora avrò l’invenzione, il movimento,
avrò anche te e l’unico
amore, ora che più non conta nemmeno l’amore
ti sveglierò
ti guiderò nel sole,
ora che più non conta nemmeno il sole,
perché tutto conosce
maestramente l’arte dell’esistere.
Ora mi sarà inutile
dirti e dire, poi che tutto dice
di te, per me. Ti guiderò nel vuoto
sempre più vuoto e cerulo
che settembre apre
intorno ai cuori, estrema
bellezza cui la prossima
condanna nulla lede, anzi l’avvia
felice e fonda come
un fiume che più non afferra
non cura se non il suo stesso fluire.
giornate, nel
sole largamente speso, libero.
Ora dei fumi
e dei fati d’un tempo più non resta
traccia sul mondo e mai remoto
più da quest’oggi d’anime e d’intenti
giunti a frutto, di filtri e
d’elitre lampeggiante,
mai più remoto fu il timore.
Mai dalla terra
più distratta è la morte e se pur stanche
labbra e stanchi occhi si chiudono
forse in qualche paese
– che non è qui, non qui tra i nostri passi –
è solo per avere
una calma più alta ma contigua
a questa che ci adempie e che ci affama.
a - Eppure scarse e sorde – e non sono
che mesi –, scene
cui m’affido ora tepide eloquenti,
io vi vedevo e nelle vostre
glaciali stanze il pianto
versavo (ogni essere
ogni segno ogni senso attraversato
da una corrente di menzogna: pseudo:
non sogno, falsità).
E voi ricordo, chimici
nomi, angeli, fomenti,
a sostentarmi a indurmi
oltre me stesso ai greti
affannati del sonno. E oltre il sonno la spada
infallibile, l’alba, il novissimo
incredibile sangue mio di ogni alba,
il mio sangue ad aprirmi al peggio, all’alba,
fortissima nell’odio.
E anche la tua mano,
brezza, latte, levamen,
anche la mano tua sento posarsi
dolce e tuttavia piena
sulla mia fronte, come
se destandomi, infante, ecco il vomito
mi lacerava, e un’altra mano
infinitamente digitata
m’aiutava premendo sulla fronte.
Sento la mano tua e il mio morto
sudore, jazz antichi
frondeggiano, fa notte
su grammofoni antichi
metallici,
nulla mi giova, lo so, a nulla giovo,
inficiarmi si tenta, trasgredirmi.
b - E ora tutto questo non è più
che una nota di guasto in fianco al pomo
altissimo, vermiglio,
e ora tutto questo non è più
non più dell’indolente
forma già umana
che tanto
s’impicciolì sotto le zolle vivide
tanto se ne umiliò
che né umana né forma
né – benché scarsa –
sostanza più si crede.
E ora tutto questo non è più
non più di quanto cova
forse nel profondo della valle
e, benché sia meriggio, ingombro in sé
giace, e nei suoi misteri
muscosi. Ma tu
non cadrai, tu fiorirai per sempre
del tuo vero. Esitando e vagando
inabile, cedendo
facendoti
sanie informale, nigredo, liquame,
fimo implorante, fimo
muto, vincesti.
a - Ma io starò, perché tutto l’occhio offrii:
a ciò che arde ogni frode
perché tutto volle arso nella frode.
Ora potrò, cibo, lasciarmi cogliere.
Ora avrò l’invenzione, il movimento,
avrò anche te e l’unico
amore, ora che più non conta nemmeno l’amore
ti sveglierò
ti guiderò nel sole,
ora che più non conta nemmeno il sole,
perché tutto conosce
maestramente l’arte dell’esistere.
Ora mi sarà inutile
dirti e dire, poi che tutto dice
di te, per me. Ti guiderò nel vuoto
sempre più vuoto e cerulo
che settembre apre
intorno ai cuori, estrema
bellezza cui la prossima
condanna nulla lede, anzi l’avvia
felice e fonda come
un fiume che più non afferra
non cura se non il suo stesso fluire.
Andrea Zanzotto
La perfezione della neve
Quante perfezioni, quante
quante totalità. Pungendo aggiunge.
E poi astrazioni astrificazioni formulazione d’astri
assideramento, attraverso sidera e coelos
assideramenti assimilazioni –
nel perfezionato procederei
più in là del grande abbaglio, del pieno e del vuoto,
ricercherei procedimenti
risaltando, evitando
dubbiose tenebrose; saprei direi.
Ma come ci soffolce, quanta è l’ubertà nivale
come vale: a valle del mattino a valle
a monte della luce plurifonte.
Mi sono messo di mezzo a questo movimento-mancamento
[radiale
ahi il primo brivido del salire, del capire,
partono in ordine, sfidano: ecco tutto.
E la tua consolazione insolazione e la mia, frutto
di quest’inverno, allenate, alleate,
sui vertici vitrei del sempre, sui margini nevati
del mai-mai-non-lasciai-andare,
e la stella che brucia nel suo riccio
e la castagna tratta dal ghiaccio
e – tutto – e tutto-eros, tutto-lib. libertà nel laccio
nell’abbraccio mi sta: ci sta,
ci sta all’invito, sta nel programma, nella faccenda.
Un sorriso, vero? E la vi(ta) (id-vid)
quella di cui non si può nulla, non ipotizzare,
sulla soglia si fa (accarezzare?).
Evoè lungo i ghiacci e le colture dei colori
e i rassicurati lavori degli ori.
Pronto. A chi parlo? Riallacciare.
E sono pronto, in fase d’immortale,
per uno sketch-idea della neve, per un suo guizzo.
Pronto.
Alla, della perfetta.
«È tutto, potete andare.»
quante totalità. Pungendo aggiunge.
E poi astrazioni astrificazioni formulazione d’astri
assideramento, attraverso sidera e coelos
assideramenti assimilazioni –
nel perfezionato procederei
più in là del grande abbaglio, del pieno e del vuoto,
ricercherei procedimenti
risaltando, evitando
dubbiose tenebrose; saprei direi.
Ma come ci soffolce, quanta è l’ubertà nivale
come vale: a valle del mattino a valle
a monte della luce plurifonte.
Mi sono messo di mezzo a questo movimento-mancamento
[radiale
ahi il primo brivido del salire, del capire,
partono in ordine, sfidano: ecco tutto.
E la tua consolazione insolazione e la mia, frutto
di quest’inverno, allenate, alleate,
sui vertici vitrei del sempre, sui margini nevati
del mai-mai-non-lasciai-andare,
e la stella che brucia nel suo riccio
e la castagna tratta dal ghiaccio
e – tutto – e tutto-eros, tutto-lib. libertà nel laccio
nell’abbraccio mi sta: ci sta,
ci sta all’invito, sta nel programma, nella faccenda.
Un sorriso, vero? E la vi(ta) (id-vid)
quella di cui non si può nulla, non ipotizzare,
sulla soglia si fa (accarezzare?).
Evoè lungo i ghiacci e le colture dei colori
e i rassicurati lavori degli ori.
Pronto. A chi parlo? Riallacciare.
E sono pronto, in fase d’immortale,
per uno sketch-idea della neve, per un suo guizzo.
Pronto.
Alla, della perfetta.
«È tutto, potete andare.»
Antonio Porta
i piedi affondano nella terra molle
i piedi affondano nella terra molle
i piedi si dimenticano dentro la terra molle
smemorato si allontana con le stampelle di legno
le gambe cedono a una svolta del sottobosco
qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto
c’è una testa appoggiata al davanzale
una lingua si sporge per sete
stracolmo di inganni
paese di Primavera
ricordate
i piedi si dimenticano dentro la terra molle
smemorato si allontana con le stampelle di legno
le gambe cedono a una svolta del sottobosco
qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto
c’è una testa appoggiata al davanzale
una lingua si sporge per sete
stracolmo di inganni
paese di Primavera
ricordate
Antonio Porta
La bestia enorme acquattata
la bestia enorme acquattata
questa notte si è riempita di neve
la mattina si alza, la scuote via
27..1982
questa notte si è riempita di neve
la mattina si alza, la scuote via
27..1982
Arturo Onofri
L’afa dei mondi opprime i fili d’erba
L’afa dei mondi opprime i fili d’erba.
La violetta sviene sotto il peso
di giganti scarlatti, ubbriacati
dal mezzogiorno, gonfio di salute.
Scoiattoli che saltano tra frutti,
incandescenti più che arcobaleni
soffiati in fretta e furia nei fogliami,
atteggiano i pensieri della terra
che traboccano forme quasi fatue
sotto la spinta dei colori interni.
Fra il trasalìo di tetti in lontananza,
l’acque esalano un Gloria! per gl’istinti
animaleschi, e fin nelle mammelle
delle vergini immaginano amplessi
che traspirano lattee trasparenze.
Poi sull’erba, ch’elude (lingueggiando
verdicce fiamme) il peso degli azzurri,
passa con fluidi piedi la persona
miracolosa d’una donna d’aria,
che assume la follìa del paesaggio
per camminarlo nel suo sangue d’oro.
Ma quand’ella sparisce dietro i pini,
scende la sera sulla terra sazia,
e l’erba è sveglia, come un sole nero.
La violetta sviene sotto il peso
di giganti scarlatti, ubbriacati
dal mezzogiorno, gonfio di salute.
Scoiattoli che saltano tra frutti,
incandescenti più che arcobaleni
soffiati in fretta e furia nei fogliami,
atteggiano i pensieri della terra
che traboccano forme quasi fatue
sotto la spinta dei colori interni.
Fra il trasalìo di tetti in lontananza,
l’acque esalano un Gloria! per gl’istinti
animaleschi, e fin nelle mammelle
delle vergini immaginano amplessi
che traspirano lattee trasparenze.
Poi sull’erba, ch’elude (lingueggiando
verdicce fiamme) il peso degli azzurri,
passa con fluidi piedi la persona
miracolosa d’una donna d’aria,
che assume la follìa del paesaggio
per camminarlo nel suo sangue d’oro.
Ma quand’ella sparisce dietro i pini,
scende la sera sulla terra sazia,
e l’erba è sveglia, come un sole nero.
Arturo Onofri
Marzo
Marzo, fanciullo dal lungo sbadiglio,
i tuoi capricci incantevoli
come risa dopo le lacrime
sono trastulli di nuvole e sole.
Col tuo fresco fiato che sa di viole
appanni il verde novizio dei colli,
l’impiumo leggero degli alberi,
per poi rischiararli improvviso.
E il giuoco delle tue dita
dipana il groviglio del cielo
fra nero e sereno,
come in noi rifluisce e s’arresta la vita
divagando sospesa al tuo riso.
Scherzi col nostro cuore,
fanciullo dal lungo sbadiglio,
come fai sulla proda dei campi
con le piccole stille
che le accendi in minuscoli lampi,
per oscurarle di nuvole.
E il fiume che lento induce
i rilievi assolati della terra
verso il sospiro stanco della sera
accompagna il dolce belato
delle pecore al pascolo
secondo le curve indistinte dell’anima
che sogna in se stessa
e sorride al suo proprio pianto,
come te, fanciullo dal lungo sbadiglio.
Ma quando è calato il sole
e resta ancora un chiarore
nell’aria stanca di giuochi,
ecco un soffio più ilare
sgombra il sereno di tutte le nuvole,
e un filo di luce appena
pian piano tira su dall’orizzonte
fin sull’orlo del piccolo colle
la grande luna piena
che s’impiglia fra i rami senza foglie
della rossa robìnia tutta corolle,
come un gran frutto di luce
in mezzo ai suoi fiori.
Allora l’alta pausa notturna
addormenta la terra
dalle montagne lontane,
che sognano ancora turchino,
fino al gorghéggio romito
dell’usignolo fra i lecci,
che saluta il risveglio dell’infinito.
i tuoi capricci incantevoli
come risa dopo le lacrime
sono trastulli di nuvole e sole.
Col tuo fresco fiato che sa di viole
appanni il verde novizio dei colli,
l’impiumo leggero degli alberi,
per poi rischiararli improvviso.
E il giuoco delle tue dita
dipana il groviglio del cielo
fra nero e sereno,
come in noi rifluisce e s’arresta la vita
divagando sospesa al tuo riso.
Scherzi col nostro cuore,
fanciullo dal lungo sbadiglio,
come fai sulla proda dei campi
con le piccole stille
che le accendi in minuscoli lampi,
per oscurarle di nuvole.
E il fiume che lento induce
i rilievi assolati della terra
verso il sospiro stanco della sera
accompagna il dolce belato
delle pecore al pascolo
secondo le curve indistinte dell’anima
che sogna in se stessa
e sorride al suo proprio pianto,
come te, fanciullo dal lungo sbadiglio.
Ma quando è calato il sole
e resta ancora un chiarore
nell’aria stanca di giuochi,
ecco un soffio più ilare
sgombra il sereno di tutte le nuvole,
e un filo di luce appena
pian piano tira su dall’orizzonte
fin sull’orlo del piccolo colle
la grande luna piena
che s’impiglia fra i rami senza foglie
della rossa robìnia tutta corolle,
come un gran frutto di luce
in mezzo ai suoi fiori.
Allora l’alta pausa notturna
addormenta la terra
dalle montagne lontane,
che sognano ancora turchino,
fino al gorghéggio romito
dell’usignolo fra i lecci,
che saluta il risveglio dell’infinito.
Arturo Onofri
Un lampo velocissimo d’argento
Un lampo velocissimo d’argento
sfòrbicia a fondo il verde oro solare
degli alberi che oscillano col vento
quasi in un desiderio di parlare;
lampeggia, e si ringoia
nella stessa cesoia.
Un attimo di luna s’è svelato
fulmineamente nell’argenteo sprazzo
di quel volo, che schizza via dal prato,
e squarcia in uno sgarro paonazzo
il giallo della luce,
che un gorghéggio ricuce.
I tronchi, inebbriati alla radice
che succhia suoni, esalano il vocale
fremito in cui la terra parla, e dice,
in un suono d’argento, il nuziale
spirito, che s’è immerso
in lei dall’universo.
sfòrbicia a fondo il verde oro solare
degli alberi che oscillano col vento
quasi in un desiderio di parlare;
lampeggia, e si ringoia
nella stessa cesoia.
Un attimo di luna s’è svelato
fulmineamente nell’argenteo sprazzo
di quel volo, che schizza via dal prato,
e squarcia in uno sgarro paonazzo
il giallo della luce,
che un gorghéggio ricuce.
I tronchi, inebbriati alla radice
che succhia suoni, esalano il vocale
fremito in cui la terra parla, e dice,
in un suono d’argento, il nuziale
spirito, che s’è immerso
in lei dall’universo.
Attilio Bertolucci
Paese d’inverno
Che il sole dopo la neve
appaia, e le nuvole si tingano di rosso
come schiave: la neve sui tetti
un rossore colorirà, guancia di principessa.
S’alzi un leggero vento
e spinga l’acqua, che s’era addormentata,
con assonnata voce di pastore;
escano fanciulle con scialli,
lampeggiando gli occhi neri,
e improvvisamente corrano punte dall’aria
simili a uccelli che s’alzino a volo.
E gli zingari rubino ragazzi.
appaia, e le nuvole si tingano di rosso
come schiave: la neve sui tetti
un rossore colorirà, guancia di principessa.
S’alzi un leggero vento
e spinga l’acqua, che s’era addormentata,
con assonnata voce di pastore;
escano fanciulle con scialli,
lampeggiando gli occhi neri,
e improvvisamente corrano punte dall’aria
simili a uccelli che s’alzino a volo.
E gli zingari rubino ragazzi.
Biagio Marin
Le ultime ricele
Le ultime ricele
l’hè tolte zo per zuogo
co’ ‘l ponente za in fogo
e a levante le stele.
Pochi grani dulsìi
da la longa stagion,
savorusi de bon,
d’arumi za sfinìi.
La pergola xe rossa
e za le fogie cage
dal vento persuase
co’ ‘na picola scossa.
l’hè tolte zo per zuogo
co’ ‘l ponente za in fogo
e a levante le stele.
Pochi grani dulsìi
da la longa stagion,
savorusi de bon,
d’arumi za sfinìi.
La pergola xe rossa
e za le fogie cage
dal vento persuase
co’ ‘na picola scossa.
Carlo Betocchi
D’estate
E cresce, anche per noi
l’estate
vanitosa, coi nostri
verdissimi peccati;
ecco l’ospite secco
del vento,
che fa battibecco
tra le foglie della magnolia;
e suona la sua
serena
melodia, sulla prua
d’ogni foglia, e va via
e la foglia non stacca,
e lascia
l’albero verde, ma spacca
il cuore dell’aria.
l’estate
vanitosa, coi nostri
verdissimi peccati;
ecco l’ospite secco
del vento,
che fa battibecco
tra le foglie della magnolia;
e suona la sua
serena
melodia, sulla prua
d’ogni foglia, e va via
e la foglia non stacca,
e lascia
l’albero verde, ma spacca
il cuore dell’aria.
Coletta di Amendolea
Si a ’stu tempo
Si a ’stu tempo s’ammatura
ogni frutto e ficocella,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
Dato fo da quando nacque
quando deverò amallare,
e iammai per forza d’acque
porria nante amaturare.
Lasse adunca a me culpare
se so’ dura o tennerella,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
Io non sazo l’ortulano
quando coglierà tal frutto,
però tegno puro in mano
de no ammaturare in tutto;
distinato è ’l mio construtto
da mio fato, sorte e stelle,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
S’ogni frutto a ciascun omo
sa più meglio amatorato,
io che ’ndò sulo lu nomo
su’ più dulci in quisto stato,
e si fussi più amallato
forsi non siria sì bella,
io se so’ pur volumbrella
è chi aspetta mia ventura.
Si riputata so’ formosa e bella,
non divirissi dir che più amatura;
Deo me faza esser semper volumbrella,
chi cussì frisca tenga mia figura.
Questa è la mia stagione tinirella,
e non su’, comu scrivi, fella e dura
e veramente non ve inganna amore,
ca so’ più dulci dentro che de fore.
ogni frutto e ficocella,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
Dato fo da quando nacque
quando deverò amallare,
e iammai per forza d’acque
porria nante amaturare.
Lasse adunca a me culpare
se so’ dura o tennerella,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
Io non sazo l’ortulano
quando coglierà tal frutto,
però tegno puro in mano
de no ammaturare in tutto;
distinato è ’l mio construtto
da mio fato, sorte e stelle,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
S’ogni frutto a ciascun omo
sa più meglio amatorato,
io che ’ndò sulo lu nomo
su’ più dulci in quisto stato,
e si fussi più amallato
forsi non siria sì bella,
io se so’ pur volumbrella
è chi aspetta mia ventura.
Si riputata so’ formosa e bella,
non divirissi dir che più amatura;
Deo me faza esser semper volumbrella,
chi cussì frisca tenga mia figura.
Questa è la mia stagione tinirella,
e non su’, comu scrivi, fella e dura
e veramente non ve inganna amore,
ca so’ più dulci dentro che de fore.
Corrado Govoni
Il giardino
È una sera divina
della primavera fondente
come una caramella di menta glaciale
che si succhia si succhia
finché non resta più niente
salvo una sensazione di verdi e freschi prati
che dura nella bocca lungamente.
L’ultimo fulmine, laggiù,
come un pagliaccio infarinato
su una scoppiante bicicletta
ha percorso
il taboga di vetro dell’arcobaleno
che ora precipita in frantumi sonorissimi
da un capo all’altro dell’orizzonte
sul cammino d’un treno in corsa
verso una città grigia
dalle case straccione
sotto i vecchi ombrelli
fradici dei suoi tetti.
La brezza mi modella
la viva maschera del volto
e mi rende sensibili e freschi come l’erba
sulla fronte i capelli.
S’arrampicano i convolvoli pel muro
come fonografi di profumo in ascolto.
E va da rosa a rosa in un’aiuola
un filo della vergine
come una sottilissima corda di seta
su cui una ballerina d’odore
sta in equilibrio
sopra una gamba tremula di vento
Una chiocciola allunga i canocchiali dei suoi occhi
dal suo abbaino
verso l’astro infuocato d’una zinnia
e li chiude.
Un pipistrello si stacca da un tegolo umido
s’alza e s’abbassa
rasenta va e viene
con l’ala funebre che ha il brivido
della falce nera
della morte invisibile che passa.
Presto tutto il giardino formicolerà di lucciole
piccoli lampi di magnesio per fare la fotografia
ai volti ipnotici e medianici dei fiori.
È notte: fa fresco: cadono le prime gocce di stelle:
si rientra.
della primavera fondente
come una caramella di menta glaciale
che si succhia si succhia
finché non resta più niente
salvo una sensazione di verdi e freschi prati
che dura nella bocca lungamente.
L’ultimo fulmine, laggiù,
come un pagliaccio infarinato
su una scoppiante bicicletta
ha percorso
il taboga di vetro dell’arcobaleno
che ora precipita in frantumi sonorissimi
da un capo all’altro dell’orizzonte
sul cammino d’un treno in corsa
verso una città grigia
dalle case straccione
sotto i vecchi ombrelli
fradici dei suoi tetti.
La brezza mi modella
la viva maschera del volto
e mi rende sensibili e freschi come l’erba
sulla fronte i capelli.
S’arrampicano i convolvoli pel muro
come fonografi di profumo in ascolto.
E va da rosa a rosa in un’aiuola
un filo della vergine
come una sottilissima corda di seta
su cui una ballerina d’odore
sta in equilibrio
sopra una gamba tremula di vento
Una chiocciola allunga i canocchiali dei suoi occhi
dal suo abbaino
verso l’astro infuocato d’una zinnia
e li chiude.
Un pipistrello si stacca da un tegolo umido
s’alza e s’abbassa
rasenta va e viene
con l’ala funebre che ha il brivido
della falce nera
della morte invisibile che passa.
Presto tutto il giardino formicolerà di lucciole
piccoli lampi di magnesio per fare la fotografia
ai volti ipnotici e medianici dei fiori.
È notte: fa fresco: cadono le prime gocce di stelle:
si rientra.
Corrado Govoni
Ventagli Giapponesi: Paesaggio
La casina si specchia in un laghetto,
pieno d’iris, da l’onde di crepone,
tutta chiusa nel serico castone
d’un giardino fragrante di mughetto.
Il cielo dentro l’acque un aspetto
assume di maiolica lampone;
e l’alba esprime un’incoronazione
di rose mattinali dal suo letto.
Sul limitare siede una musmè
trapuntando d’insetti un paravento
e d’una qualche rara calcedonia:
vicino, tra le lacche ed i netzkè,
rosseggia sul polito pavimento,
in un vaso giallastro una peonia.
pieno d’iris, da l’onde di crepone,
tutta chiusa nel serico castone
d’un giardino fragrante di mughetto.
Il cielo dentro l’acque un aspetto
assume di maiolica lampone;
e l’alba esprime un’incoronazione
di rose mattinali dal suo letto.
Sul limitare siede una musmè
trapuntando d’insetti un paravento
e d’una qualche rara calcedonia:
vicino, tra le lacche ed i netzkè,
rosseggia sul polito pavimento,
in un vaso giallastro una peonia.
Diego Valeri
Dicembre
Tristi venti scacciati dal mare
agitavano la città notturna.
Da nere gole aperte tra le case
rompevano, invisibili
ombre, con schianti ed urla;
si gettavano per le vie deserte
ferme nel bianco gelo dei fanali,
urtavano alle porte
sbarrate, s’abbrancavano alle morte
rame d’alberi dolenti,
scivolavano lungo muri lisci,
dileguavano via, serpenti,
con fischi lunghi e lenti strisci...
Ora mi sporgo all’attonita pace
della grigia mattina: tutto tace.
Teso il cielo di pallide bende.
Il gran cipresso, assorto, col suo verde
strano, nell’alta luce. Un coccio lustra
tra la terra bruna dell’orto.
Finestre senza tende, cupe,
guardano intorno. Non c’è voce umana,
grido d’uccello, rumore di vita,
nell’aria vasta e vana.
C’è solo una colomba,
tutta nitida e bionda,
che sale a passi piccoli la china
d’un tetto, su tappeti
fulvi di lana vellutata, e pare
una dolce regina
di Saba
che rimonti le silenziose scale
della sua fiaba.
agitavano la città notturna.
Da nere gole aperte tra le case
rompevano, invisibili
ombre, con schianti ed urla;
si gettavano per le vie deserte
ferme nel bianco gelo dei fanali,
urtavano alle porte
sbarrate, s’abbrancavano alle morte
rame d’alberi dolenti,
scivolavano lungo muri lisci,
dileguavano via, serpenti,
con fischi lunghi e lenti strisci...
Ora mi sporgo all’attonita pace
della grigia mattina: tutto tace.
Teso il cielo di pallide bende.
Il gran cipresso, assorto, col suo verde
strano, nell’alta luce. Un coccio lustra
tra la terra bruna dell’orto.
Finestre senza tende, cupe,
guardano intorno. Non c’è voce umana,
grido d’uccello, rumore di vita,
nell’aria vasta e vana.
C’è solo una colomba,
tutta nitida e bionda,
che sale a passi piccoli la china
d’un tetto, su tappeti
fulvi di lana vellutata, e pare
una dolce regina
di Saba
che rimonti le silenziose scale
della sua fiaba.
Diego Valeri
Fine d’estate
A mattutino, passata la tempesta,
l’onda è distesa, tutta l’aria serena.
Sul bruno lido più non resta
che un po’ di spuma, e una piccola sirena.
Piccola sirena lucente, smarrita
dal coro delle sue compagne:
non canta; solo ride e invita,
con ciglia di stupore e lagrime strane.
Splende come pesce, ma guarda
come donna; e forse è creatura
che soffre; e forse s’attarda
così sul lido perchè, sola, ha paura.
Donna con tenero peso di carne
e capelli dolci e bocca di fiore,
nel sangue forse ha un desiderio che arde
e dentro il petto un batter di cuore.
È la sirena dell’ultima estate,
del tempo bello che ormai s’incrina...
Vorrei toccare le unghie rosate
della sua mano piccolina.
Tendo le dita. Ella mi ride,
un po’ stanca un po’ sbigottita.
Poi guizza via tra le pallide ondine,
subito dilegua—e l’estate è finita...
l’onda è distesa, tutta l’aria serena.
Sul bruno lido più non resta
che un po’ di spuma, e una piccola sirena.
Piccola sirena lucente, smarrita
dal coro delle sue compagne:
non canta; solo ride e invita,
con ciglia di stupore e lagrime strane.
Splende come pesce, ma guarda
come donna; e forse è creatura
che soffre; e forse s’attarda
così sul lido perchè, sola, ha paura.
Donna con tenero peso di carne
e capelli dolci e bocca di fiore,
nel sangue forse ha un desiderio che arde
e dentro il petto un batter di cuore.
È la sirena dell’ultima estate,
del tempo bello che ormai s’incrina...
Vorrei toccare le unghie rosate
della sua mano piccolina.
Tendo le dita. Ella mi ride,
un po’ stanca un po’ sbigottita.
Poi guizza via tra le pallide ondine,
subito dilegua—e l’estate è finita...
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