Poesie di questo tema
Stagioni (primavera, estate, autunno, inverno)
Giuseppe Ungaretti
La poesia dell’inverno
In giorni così belli non si muore.
Mesci, o fanciullo, il tuo vecchio Falerno,
mescine ancora un colmo bicchiere,
che oggi io voglio sentire
tutta la poesia dell’inverno,
oggi che il freddo splende
sui boschi coperti di neve.
In giorni così belli non si muore:
mesci, o fanciullo,
un altro colmo bicchiere.
Mesci, o fanciullo, il tuo vecchio Falerno,
mescine ancora un colmo bicchiere,
che oggi io voglio sentire
tutta la poesia dell’inverno,
oggi che il freddo splende
sui boschi coperti di neve.
In giorni così belli non si muore:
mesci, o fanciullo,
un altro colmo bicchiere.
Luciano Folgore
Mondo sotto lucernario verde
Primavera del fresco
sotto il verde lucernario del cielo.
Monta un color d’erba ovunque.
Hanno versato un succo di foglie nuove
entro la conca del mondo.
Tepidità che s’apre nelle cellule a gemma.
Si pensa con zampilli di sorgente.
La vita è tutta un’infanzia
e nelle vene c’è un senso di trifoglio.
Cuore verde a bocciolo
senza preoccupazione della rosa
che nascerà
con cinque sepali soli,
stellanti
intorno a un fermento d’odore.
Abbeveratoi di musco;
capanne di fieno recente;
i miei pensieri
pendono in fila
come ciuffi di capelvenere;
per tutto è prateria.
I buoi sembrano cespugli mobili,
gli insetti piccole bacche volanti.
E questo lungo desiderio di godere
è una zattera di felci,
che mi trasporta, su liquidità verdi,
in un fresco pellegrinaggio
verso una città d’alberi.
Ciglia socchiuse.
Lampada verde del sole.
La mia casa sarà ora di giunchi
e gli uomini saranno forse
piccoli fili d’erba
con goccioline di rugiada.
sotto il verde lucernario del cielo.
Monta un color d’erba ovunque.
Hanno versato un succo di foglie nuove
entro la conca del mondo.
Tepidità che s’apre nelle cellule a gemma.
Si pensa con zampilli di sorgente.
La vita è tutta un’infanzia
e nelle vene c’è un senso di trifoglio.
Cuore verde a bocciolo
senza preoccupazione della rosa
che nascerà
con cinque sepali soli,
stellanti
intorno a un fermento d’odore.
Abbeveratoi di musco;
capanne di fieno recente;
i miei pensieri
pendono in fila
come ciuffi di capelvenere;
per tutto è prateria.
I buoi sembrano cespugli mobili,
gli insetti piccole bacche volanti.
E questo lungo desiderio di godere
è una zattera di felci,
che mi trasporta, su liquidità verdi,
in un fresco pellegrinaggio
verso una città d’alberi.
Ciglia socchiuse.
Lampada verde del sole.
La mia casa sarà ora di giunchi
e gli uomini saranno forse
piccoli fili d’erba
con goccioline di rugiada.
Luciano Folgore
Porta verniciata di fresco
Freschezza di una tinta verde
(E tu, porta, che la senti
con la resina dentro in pieno odore).
Primavera della vernice
(e potremmo anche avviarci
per un paese di pini
e d’altre aromatiche piante
con un bel mare a maggese
in fondo).
Ma c’è un sole che ci ferma
a mezza strada,
invischiando la maraviglia nostra
fra le pagliuche d’oro
del tuo colore fresco.
Porta lasciata sola
in questo muro di cinta.
Perduta forse;
premuta forse
non so da quanti cespugli in amore.
Ronzano due calabroni
e una goccia più verde,
cammina lungo la serratura,
lentissimamente.
Nella strada nessuno.
Soltanto un poco di senso d’infanzia
per cinque dita di bimbo
impresse nel fresco della vernice.
E le guarda strano il mandarino,
che si spenzola
pesantemente dal muro,
nel desiderio di gocciarsi
vicino alla porta.
Chissà?
Cerca una mano che colga
la sua maturità
più che due stille di resina,
sparpagliate
in una primavera di tinta.
Ma...
(E tu, porta, che la senti
con la resina dentro in pieno odore).
Primavera della vernice
(e potremmo anche avviarci
per un paese di pini
e d’altre aromatiche piante
con un bel mare a maggese
in fondo).
Ma c’è un sole che ci ferma
a mezza strada,
invischiando la maraviglia nostra
fra le pagliuche d’oro
del tuo colore fresco.
Porta lasciata sola
in questo muro di cinta.
Perduta forse;
premuta forse
non so da quanti cespugli in amore.
Ronzano due calabroni
e una goccia più verde,
cammina lungo la serratura,
lentissimamente.
Nella strada nessuno.
Soltanto un poco di senso d’infanzia
per cinque dita di bimbo
impresse nel fresco della vernice.
E le guarda strano il mandarino,
che si spenzola
pesantemente dal muro,
nel desiderio di gocciarsi
vicino alla porta.
Chissà?
Cerca una mano che colga
la sua maturità
più che due stille di resina,
sparpagliate
in una primavera di tinta.
Ma...
Mario Luzi
Non ancora il radioso degli alberi
Non ancora il radioso degli alberi
delle siepi, dei cespugli.
Non ancora, ma presto,
domani forse
nel rilucere dell’erba
un fulgore di forsizia,
l’allucciolio del fiume
torno torno
alla pigrizia delle barche.
Fedeli, ma con nuova meraviglia,
al loro appuntamento
la natura e il senso.
Domani, domani, già ora, guarda!
delle siepi, dei cespugli.
Non ancora, ma presto,
domani forse
nel rilucere dell’erba
un fulgore di forsizia,
l’allucciolio del fiume
torno torno
alla pigrizia delle barche.
Fedeli, ma con nuova meraviglia,
al loro appuntamento
la natura e il senso.
Domani, domani, già ora, guarda!
Mario Luzi
Pomeriggio di luglio
La strada nella larga e tutto sole
e polverio di fieni, un acre odore
viene lungo la riva del canale
e l’acqua del fossato che già sale
con la marea si tinge in rosso e viola.
E nel cielo una rondine fa spola
fra il tetto della casa ed il pantano
della carraia dove nel lontano
orizzonte che muore s’ode il canto
di qualche spigatrice o un tenue pianto
d’un fanciullo da un’aia.
e polverio di fieni, un acre odore
viene lungo la riva del canale
e l’acqua del fossato che già sale
con la marea si tinge in rosso e viola.
E nel cielo una rondine fa spola
fra il tetto della casa ed il pantano
della carraia dove nel lontano
orizzonte che muore s’ode il canto
di qualche spigatrice o un tenue pianto
d’un fanciullo da un’aia.
Mario Luzi
Presto l’inverno
Presto saranno gli alberi
essenziali esistenze,
e fuori tutto sembrerà di gelo
inutile. Così
l’anima è ramata
nei desideri acuti,
ignuda arte.
essenziali esistenze,
e fuori tutto sembrerà di gelo
inutile. Così
l’anima è ramata
nei desideri acuti,
ignuda arte.
Mario Luzi
Saturno montanari autunno
Autunno, quante foglie
se ne vanno col vento.
Vedi, nel cielo spento
la pioggia si raccoglie.
Tristezza vagabonda
di poveri viandanti,
pochi cavalli stanchi
nella strada profonda.
Brulichio de la sera,
vuota monotonia
porta l’Ave Maria
così senza preghiera.
se ne vanno col vento.
Vedi, nel cielo spento
la pioggia si raccoglie.
Tristezza vagabonda
di poveri viandanti,
pochi cavalli stanchi
nella strada profonda.
Brulichio de la sera,
vuota monotonia
porta l’Ave Maria
così senza preghiera.
Mario Luzi
Stagione di fiori
È il tempo di mandorli in fiore,
delle canzoni a mezza voce.
Su l’aia la fronda d’un noce
ripara le biade dal sole.
E questa stagione riviene
dagli stazzi con i pastori,
col suo vento, i timidi fiori,
così ogni anno e senza pene.
Ristora i teneri ruscelli
e inumidisce i biancospini,
s’acciglia fra gli aghi dei pini,
ha il cielo canoro d’uccelli.
È nata stagione di gioia
e non sa far nulla di male
perchè il sole fratello astrale
la illanguidisca nella noia.
delle canzoni a mezza voce.
Su l’aia la fronda d’un noce
ripara le biade dal sole.
E questa stagione riviene
dagli stazzi con i pastori,
col suo vento, i timidi fiori,
così ogni anno e senza pene.
Ristora i teneri ruscelli
e inumidisce i biancospini,
s’acciglia fra gli aghi dei pini,
ha il cielo canoro d’uccelli.
È nata stagione di gioia
e non sa far nulla di male
perchè il sole fratello astrale
la illanguidisca nella noia.
Rinaldo d'Aquino
Ormai quando flore
Ormai quando flore
e mostrano verdura
le prate e la rivera,
li auselli fan sbaldore
dentro da la frondura
cantando in lor manera;
infra la primavera, — che ven presente
frescamente — così frondita,
ciascuno invita — d’aver gioia intera.
“Confortami d’amare
l’aulimento dei fiori
e ’l canto de li auselli;
quando lo giorno appare,
sento li dolci amori
e li versi novelli,
ché fan sì dolci e belli — e divisati
lor trovati — a provasione;
a gran tenzone — stan per li arbuscelli.
Quando l’aloda intendo
e rusignol vernare,
d’amor lo cor m’afina,
e magiormente intendo
‘ch’è legno d’altr’affare,
ché d’arder no rifina.
Vedendo quell’ombrina — del fresco bosco,
ben cognosco — ca cortamente
serà gaudente — l’amor che mi china.
Mi china, ch’eo so amata,
e già mai non amai;
ma ’l tempo mi ’namura
e fami star pensata
d’aver mercé ormai
d’un fante che m’adura;
e saccio che tortura — per me sostene
e gran pene. — L’un cor mi dice
che si disdice, — e l’altro mi sicura.
Però prego l’Amore,
che m’intende e mi svoglia
come la foglia vento,
che no mi faccia fore
quel che presio mi toglia
e stia di me contento.
Quelli c’à intendimento — d’avere intera
gioia e cera — del mio amore,
senza romore — no nde à compimento.
e mostrano verdura
le prate e la rivera,
li auselli fan sbaldore
dentro da la frondura
cantando in lor manera;
infra la primavera, — che ven presente
frescamente — così frondita,
ciascuno invita — d’aver gioia intera.
“Confortami d’amare
l’aulimento dei fiori
e ’l canto de li auselli;
quando lo giorno appare,
sento li dolci amori
e li versi novelli,
ché fan sì dolci e belli — e divisati
lor trovati — a provasione;
a gran tenzone — stan per li arbuscelli.
Quando l’aloda intendo
e rusignol vernare,
d’amor lo cor m’afina,
e magiormente intendo
‘ch’è legno d’altr’affare,
ché d’arder no rifina.
Vedendo quell’ombrina — del fresco bosco,
ben cognosco — ca cortamente
serà gaudente — l’amor che mi china.
Mi china, ch’eo so amata,
e già mai non amai;
ma ’l tempo mi ’namura
e fami star pensata
d’aver mercé ormai
d’un fante che m’adura;
e saccio che tortura — per me sostene
e gran pene. — L’un cor mi dice
che si disdice, — e l’altro mi sicura.
Però prego l’Amore,
che m’intende e mi svoglia
come la foglia vento,
che no mi faccia fore
quel che presio mi toglia
e stia di me contento.
Quelli c’à intendimento — d’avere intera
gioia e cera — del mio amore,
senza romore — no nde à compimento.
Salvatore Quasimodo
Ariete
Nel pigro moto dei cieli
la stagione si mostra: al vento nuova,
al mandorlo che schiara
piani d’ombra aerei
° nuvoli d’ombre e biade:
e ricompone le sepolte voci
dei greti, dei fossati,
dei giorni di grazia favolosi.
Ogni erba dirama,
1° e un’ansia prende le remote acque
di gelidi lauri nudi iddii pagani;
ed ecco salgono dal fondo fra le ghiaie
e capovolte dormono celesti.
la stagione si mostra: al vento nuova,
al mandorlo che schiara
piani d’ombra aerei
° nuvoli d’ombre e biade:
e ricompone le sepolte voci
dei greti, dei fossati,
dei giorni di grazia favolosi.
Ogni erba dirama,
1° e un’ansia prende le remote acque
di gelidi lauri nudi iddii pagani;
ed ecco salgono dal fondo fra le ghiaie
e capovolte dormono celesti.
Salvatore Quasimodo
Libero de libero cicala
Stagione intensa di pianura,
estate,
la cicala non vuole foresta,
sulla pietra è lamento di lunga
arsura. M’arrendo alla terra
che nella luce s’adombra nemica
e già l’occhio perde il suo cielo:
è più docile il sonno che l’acqua
nella vena dei prati.
Non mi dite che il mare
è Ià dove mi penso un lento
deserto e si scava alla sete
una grotta e barche a riva
muove un ricordo di vento.
Fatue reti impigliano il sole
all’asciutto e il passero fuggito
alla mano del fanciullo
che a questo mattino somiglia.
estate,
la cicala non vuole foresta,
sulla pietra è lamento di lunga
arsura. M’arrendo alla terra
che nella luce s’adombra nemica
e già l’occhio perde il suo cielo:
è più docile il sonno che l’acqua
nella vena dei prati.
Non mi dite che il mare
è Ià dove mi penso un lento
deserto e si scava alla sete
una grotta e barche a riva
muove un ricordo di vento.
Fatue reti impigliano il sole
all’asciutto e il passero fuggito
alla mano del fanciullo
che a questo mattino somiglia.
Teofilo Folengo
Ad Zaninam
Tempus erat quando flores Primavera galantos
spantegat et freddare scolat Apollo brinam.
Sancta facit saltare foras Agnesa lusertas
serpaque scorzato corpore laeta godit.
Capra petit caprum chiamatque cavalla cavallum
quaeque sibi charum cercat osella virum.
Invernata novas armenta biolcus ad herbas
menat, et ad torum calda vedella fugit.
Boschicolae frifolat Philomelae gorga per umbras,
datque suos primo rondina mane sonos.
Te tunc ante meos oculos desgratia duxit,
o Zannina, gulae corda gaiarda meae.
Vix et apena tuum vidi gregnare bochinum,
illico balestram discaricavit Amor.
Discaricavit Amor talem, mihi crede, sagitam
ut prò te veluti pegola nigra bruser.
spantegat et freddare scolat Apollo brinam.
Sancta facit saltare foras Agnesa lusertas
serpaque scorzato corpore laeta godit.
Capra petit caprum chiamatque cavalla cavallum
quaeque sibi charum cercat osella virum.
Invernata novas armenta biolcus ad herbas
menat, et ad torum calda vedella fugit.
Boschicolae frifolat Philomelae gorga per umbras,
datque suos primo rondina mane sonos.
Te tunc ante meos oculos desgratia duxit,
o Zannina, gulae corda gaiarda meae.
Vix et apena tuum vidi gregnare bochinum,
illico balestram discaricavit Amor.
Discaricavit Amor talem, mihi crede, sagitam
ut prò te veluti pegola nigra bruser.
Torquato Tasso
Un coro de l’aminta
O bella età de l’oro,
Non già perche di latte
Sen’corse il fiume, e stillò mele il bosco,
Non perche i frutti loro
Dier da l’aratro intatte
Le terre, e gli angui errar senz’ira, ò tosco,
Non perche nuvol fosco
Non spiegò allhor suo velo,
Ma, in Primavera eterna,
Ch’hora s’accende, e verna,
Rise di luce, e di sereno il Cielo,
Nè portò peregrino
O guerra, ò merce, à gli altrui lidi il pino.
Ma sol, perche quel vano
Nome senza soggetto,
Quell’Idolo d’errori, idol d’inganno,
Quel, che dal volgo insano
Honor poscia fu detto,
Che di nostra natura ’l feo tiranno,
Non mischiava il suo affanno
Frà le liete dolcezze
De l’amoroso gregge,
Nè fù sua dura legge
Nota à quell’alme in libertate avvezze,
Ma legge aurea, e felice,
Che natura scolpì, S’ei piace, ei lice.
Non già perche di latte
Sen’corse il fiume, e stillò mele il bosco,
Non perche i frutti loro
Dier da l’aratro intatte
Le terre, e gli angui errar senz’ira, ò tosco,
Non perche nuvol fosco
Non spiegò allhor suo velo,
Ma, in Primavera eterna,
Ch’hora s’accende, e verna,
Rise di luce, e di sereno il Cielo,
Nè portò peregrino
O guerra, ò merce, à gli altrui lidi il pino.
Ma sol, perche quel vano
Nome senza soggetto,
Quell’Idolo d’errori, idol d’inganno,
Quel, che dal volgo insano
Honor poscia fu detto,
Che di nostra natura ’l feo tiranno,
Non mischiava il suo affanno
Frà le liete dolcezze
De l’amoroso gregge,
Nè fù sua dura legge
Nota à quell’alme in libertate avvezze,
Ma legge aurea, e felice,
Che natura scolpì, S’ei piace, ei lice.
Umberto Piersanti
Lo spino bianco
le lunghe bacche rosse splendono
intatte quando l’ottobre entra,
1 cieli sono i più azzurri
dell’anno, ma freddi e brevi,
porta pace lo spino
gli agnelli bianchi brucano foglie
e frutti, dormono al ceppo
ma quando viene la bruma
nera e spessa
e scolora le bacche, cascano secche
spegne malva e falasco
fa l’acqua nera
escono allora le anime dai rami
girano come fuochi quasi spenti
ma solo chi è malvagia lascia lo spino
se c’è uno che passa
quando annotta
dovrà seguirla
e perdere la strada
intatte quando l’ottobre entra,
1 cieli sono i più azzurri
dell’anno, ma freddi e brevi,
porta pace lo spino
gli agnelli bianchi brucano foglie
e frutti, dormono al ceppo
ma quando viene la bruma
nera e spessa
e scolora le bacche, cascano secche
spegne malva e falasco
fa l’acqua nera
escono allora le anime dai rami
girano come fuochi quasi spenti
ma solo chi è malvagia lascia lo spino
se c’è uno che passa
quando annotta
dovrà seguirla
e perdere la strada
Vincenzo Cardarelli
Estiva
Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
Vincenzo Cardarelli
Febbraio
Febbraio è sbarazzino.
Non ha i riposi del grande inverno,
ha le punzecchiature,
i dispetti
di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.
Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante,
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
periglioso e mutante.
Non ha i riposi del grande inverno,
ha le punzecchiature,
i dispetti
di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.
Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante,
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
periglioso e mutante.
Vincenzo Cardarelli
Ottobre
Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino, -
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulle vigne saccheggiate.
’ che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlgi al peggio e la morte nell’anima.
Ecco perché ci piaci,
Ss
vago sole superstite
che non sai dirci addio
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
” tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino, -
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulle vigne saccheggiate.
’ che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlgi al peggio e la morte nell’anima.
Ecco perché ci piaci,
Ss
vago sole superstite
che non sai dirci addio
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
” tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.
Vincenzo Cardarelli
Scherzo
Il bosco di primavera
ha un’anima, una voce.
È il canto del cuccù,
pieno d’aria,
che pare soffiato in un flauto.
Dietro il richiamo lieve,
più che l’eco ingannevole,
noi ce ne andiamo illusi.
Il castagno è verde tenero.
Sono stillanti persino
le antiche ginestre.
Attorno ai tronchi ombrosi,
fra giochi di sole,
danzano le amadriadi.
ha un’anima, una voce.
È il canto del cuccù,
pieno d’aria,
che pare soffiato in un flauto.
Dietro il richiamo lieve,
più che l’eco ingannevole,
noi ce ne andiamo illusi.
Il castagno è verde tenero.
Sono stillanti persino
le antiche ginestre.
Attorno ai tronchi ombrosi,
fra giochi di sole,
danzano le amadriadi.
Virgilio Giotti
Inverno
Dei purziteri,
ne le vetrine,
xe verduline
le ulive za;
ghe xe le renghe
bele de arzento;
e sùfia un vento
indiavolà:
cativo inverno
ècote qua!
ne le vetrine,
xe verduline
le ulive za;
ghe xe le renghe
bele de arzento;
e sùfia un vento
indiavolà:
cativo inverno
ècote qua!
Virgilio Giotti
Marzo (2°)
Sùfia ‘n’arieta cruda
e piovarà diboto:
se se sera el capoto,
se fica le man drento.
Nel vial, là ch’el finissi,
in fondo, tra el caligo,
se vedi, come un zigo
pìcio e alegro, tre o quatro
maciete de colori:
bianco, rosa, zaleto,
zelestin. Un careto
de gelati se vedi!
e piovarà diboto:
se se sera el capoto,
se fica le man drento.
Nel vial, là ch’el finissi,
in fondo, tra el caligo,
se vedi, come un zigo
pìcio e alegro, tre o quatro
maciete de colori:
bianco, rosa, zaleto,
zelestin. Un careto
de gelati se vedi!
Vittorio Sereni
Finestra
Di colpo’—osservi-—è venuta,
è venuta di colpo la primavera
che si aspettava da anni.
Ti guardo offerta a quel verde
al vivo alito? al vento,
ad altro che ignoro e pavento?
—e sto nascosto —
e toccasse il mio cuore ne morrei.
Ma lo so troppo bene se sul grido
dei viali mi sporgo,
troppo dal verde dissimile io
che sui terrazzi un vivo alito muove,
dall’incredibile grillo che quest’anno
spunta a sera tra i tetti di città
—e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo.
Pure, un giorno è bastato.
In quante per una che venne
si sono mosse le nuvole
che strette corrono strette sul verde,
spengono canto e domani
e torvo vogliono il nostro cielo.
Dillo tu allora se ancora lo sai
che sempre sono il tuo canto,
il vivo alito, il tuo
verde perenne, la voce che amò e cantò—
che in gara ora, l’ascolti?,
scova sui tetti quel po’ di primavera
e cerca e tenta e ancora si rassegna.
è venuta di colpo la primavera
che si aspettava da anni.
Ti guardo offerta a quel verde
al vivo alito? al vento,
ad altro che ignoro e pavento?
—e sto nascosto —
e toccasse il mio cuore ne morrei.
Ma lo so troppo bene se sul grido
dei viali mi sporgo,
troppo dal verde dissimile io
che sui terrazzi un vivo alito muove,
dall’incredibile grillo che quest’anno
spunta a sera tra i tetti di città
—e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo.
Pure, un giorno è bastato.
In quante per una che venne
si sono mosse le nuvole
che strette corrono strette sul verde,
spengono canto e domani
e torvo vogliono il nostro cielo.
Dillo tu allora se ancora lo sai
che sempre sono il tuo canto,
il vivo alito, il tuo
verde perenne, la voce che amò e cantò—
che in gara ora, l’ascolti?,
scova sui tetti quel po’ di primavera
e cerca e tenta e ancora si rassegna.
Vittorio Sereni
Solo vera è l’estate e questa sua
Solo vera è l’estate e questa sua
luce che vi livella.
E ciascuno si trovi il sempreverde
albero, il cono d’ombra,
la lustrale acqua beata
e il ragnatelo tessuto di noia
sugli stagni malvagi
resti un sudario d’iridi. Laggiù
è la siepe labile? un alone
di rossa polvere,
ma sepolcrale il canto d’una torma
tedesca alla forza perduta.
Ora ogni fronda è muta
compatto il guscio d’oblio
perfetto il cerchio.
Saint-Cloud, agosto 1944
luce che vi livella.
E ciascuno si trovi il sempreverde
albero, il cono d’ombra,
la lustrale acqua beata
e il ragnatelo tessuto di noia
sugli stagni malvagi
resti un sudario d’iridi. Laggiù
è la siepe labile? un alone
di rossa polvere,
ma sepolcrale il canto d’una torma
tedesca alla forza perduta.
Ora ogni fronda è muta
compatto il guscio d’oblio
perfetto il cerchio.
Saint-Cloud, agosto 1944
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