Poesie di questo tema
Felicità e gioia
Aldo Palazzeschi
Insanabili contradizioni
Mi piace la gente saggia
per la quale, l’ammirazione
è sconfinata!
da parte mia:
non esente però
da un vago e inesplicabile senso
di freddezza, di perplessità,
e non di rado malinconia.
E al tempo stesso,
cosa veramente inaudita,
intollerabile e assurda,
da non sapere
come si possa fare a confessarla,
insanabili contradizioni?
di questa nostra natura bislacca,
mi piace la stoltezza,
sì,
trovo adorabile la gente stolta
e mi attira,
perché essa pure dà sapore e colore alla vita
provocando dentro a me
colore e allegria.
per la quale, l’ammirazione
è sconfinata!
da parte mia:
non esente però
da un vago e inesplicabile senso
di freddezza, di perplessità,
e non di rado malinconia.
E al tempo stesso,
cosa veramente inaudita,
intollerabile e assurda,
da non sapere
come si possa fare a confessarla,
insanabili contradizioni?
di questa nostra natura bislacca,
mi piace la stoltezza,
sì,
trovo adorabile la gente stolta
e mi attira,
perché essa pure dà sapore e colore alla vita
provocando dentro a me
colore e allegria.
Camillo Sbarbaro
Il mio cuore si gonfia per te, terra
come la zolla a primavera.
Io torno.
I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.
In te mi lavo come dentro un’acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
lo non sono più io, io sono un altro.
lo sono liberato di me stesso.
Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.
lo mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna?
di calde dolci lacrime la faccia.
inverno 1912
Vv
Io torno.
I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.
In te mi lavo come dentro un’acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
lo non sono più io, io sono un altro.
lo sono liberato di me stesso.
Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.
lo mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna?
di calde dolci lacrime la faccia.
inverno 1912
Vv
Camillo Sbarbaro
La bambina che va sotto gli alberi
La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto! in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché? non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore?
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto! in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché? non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore?
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
Diego Valeri
I pescatori
Rovesciavi il bel viso in fanciullesco modo,
per ascoltare quel trillo alto perduto di allodola;
guardavi stupita gli spazi, la bianca mattina
fumante nel sole, confusa alla bianca marina.
Poi vennero i pescatori: con lunghi strappi oscillanti,
con rotte grida, tiravano in secco le reti stillanti.
Nel bruno groviglio dei fili scorgesti un guizzare d’argenti
di azzurri di verdi. Ridevi tutta, occhi labbra denti.
per ascoltare quel trillo alto perduto di allodola;
guardavi stupita gli spazi, la bianca mattina
fumante nel sole, confusa alla bianca marina.
Poi vennero i pescatori: con lunghi strappi oscillanti,
con rotte grida, tiravano in secco le reti stillanti.
Nel bruno groviglio dei fili scorgesti un guizzare d’argenti
di azzurri di verdi. Ridevi tutta, occhi labbra denti.
Elio Pagliarani
XVII Allora né desto né in sogno
Allora né desto né in sogno, stando alle tue parole,
non vi è nessuno che creda, sì, di provare
un’impressione di gioia; ma effettivamente
non prova alcuna gioia.
non vi è nessuno che creda, sì, di provare
un’impressione di gioia; ma effettivamente
non prova alcuna gioia.
Eugenio Montale
Quasi una fantasia
Raggiorna, lo presento
da un albore di frusto
argento alle pareti:
lista un barlume le finestre chiuse.
Torna l’avvenimento
del sole e le diffuse
voci, i consueti strepiti non porta.
Perchè? Penso ad un giorno d’incantesimo
e dellè giostre d’ore troppo uguali
mi ripago. Traboccherà la forza
che mi turgeva, incosciente mago,
da grande tempo. Ora m’affaccerò,
subisserò alte case, spogli viali.
Avrò di contro un paese d’intatte nevi
ma lievi come viste in un arazzo.
Scivolerà dal cielo bioccoso un tardo raggio.
Gremite d’invisibile luce selve e colline
mi diranno l’elogio degl’ilari ritorni.
Lieto leggerò i neri
segni dei rami sul bianco
come un essenziale alfabeto.
Tutto il passato in un punto
dinanzi mi sarà comparso.
Non turberà suono alcuno
quest’allegrezza solitaria.
Filerà nell’aria
o scenderà s’un paletto
qualche galletto di marzo.
da un albore di frusto
argento alle pareti:
lista un barlume le finestre chiuse.
Torna l’avvenimento
del sole e le diffuse
voci, i consueti strepiti non porta.
Perchè? Penso ad un giorno d’incantesimo
e dellè giostre d’ore troppo uguali
mi ripago. Traboccherà la forza
che mi turgeva, incosciente mago,
da grande tempo. Ora m’affaccerò,
subisserò alte case, spogli viali.
Avrò di contro un paese d’intatte nevi
ma lievi come viste in un arazzo.
Scivolerà dal cielo bioccoso un tardo raggio.
Gremite d’invisibile luce selve e colline
mi diranno l’elogio degl’ilari ritorni.
Lieto leggerò i neri
segni dei rami sul bianco
come un essenziale alfabeto.
Tutto il passato in un punto
dinanzi mi sarà comparso.
Non turberà suono alcuno
quest’allegrezza solitaria.
Filerà nell’aria
o scenderà s’un paletto
qualche galletto di marzo.
Franco Fortini
La gioia avvenire
Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo
Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere
Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo
Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere
Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.
Giovanni Pascoli
V’è creatura alcuna
V’è creatura alcuna
che in tanta grazia
viva ed in sì perfetta
gioia, se non quella lodoletta
che in aere si spazia?
Forse l’anima mia, quando profonda
sè nel suo canto e vede la sua gloria;
forse l’anima tua, quando profonda
sè nell’amore e perde la memoria
degli inganni fugaci in che s’illuse
ed anela con me l’alta vittoria.
Forse conosceremo noi la piena
felicità dell’onda
libera e delle forti ali dischiuse
e dell’inno selvaggio che si sfrena.
e
che in tanta grazia
viva ed in sì perfetta
gioia, se non quella lodoletta
che in aere si spazia?
Forse l’anima mia, quando profonda
sè nel suo canto e vede la sua gloria;
forse l’anima tua, quando profonda
sè nell’amore e perde la memoria
degli inganni fugaci in che s’illuse
ed anela con me l’alta vittoria.
Forse conosceremo noi la piena
felicità dell’onda
libera e delle forti ali dischiuse
e dell’inno selvaggio che si sfrena.
e
Giuseppe Conte
I piaceri
I piaceri, chi può dirli più vani
della vita stessa, del dolore?
I piaceri, i frutti sui rami
dei peschi dei fichi
la zuppa detta harina, che
si mangia con i datteri,
i profumi di incenso e di sandalo
il mantello di lana del Kashmir
i sapori dei pesci di mare
e di lago, i colori del vino
porpora, oro, bordeaux,
le carezze del mattino
e della notte, i baci, chi può
dirli vani?
della vita stessa, del dolore?
I piaceri, i frutti sui rami
dei peschi dei fichi
la zuppa detta harina, che
si mangia con i datteri,
i profumi di incenso e di sandalo
il mantello di lana del Kashmir
i sapori dei pesci di mare
e di lago, i colori del vino
porpora, oro, bordeaux,
le carezze del mattino
e della notte, i baci, chi può
dirli vani?
Jacopone da Todi
O iubelo del core
O iubelo del core, che fai cantar d’amore!
Quanno iubel se scalda, sì fa l’Omo cantare,
e la lengua barbaglia e non sa che parlare:
dentro non pò celare, tanto è granne, i dolzore.
Quanno iubel è acceso, sì fa l’omo clamare;
lo cor d’amore è appreso, che nol pò comportare:
stridenno el fa gridare, e non vergogna allore.
Quanno iubelo ha priso lo cor ennamorato,
la gente l’ha ’n deriso, pensanno suo parlato,
parlanno esmesurato de che sente calore,
O iubel, dolze gaudio, ched intre ne la mente,
lo cor deventa savio celar suo convenente:
non pò esser soffrente che non faccia clamore.
Chi non ha costumanza te reputa ’mpazzito,
vedenno esvalianza com’om ch’è desvanito;
dentr’ha lo cor ferito, non se sente da fore,
Quanno iubel se scalda, sì fa l’Omo cantare,
e la lengua barbaglia e non sa che parlare:
dentro non pò celare, tanto è granne, i dolzore.
Quanno iubel è acceso, sì fa l’omo clamare;
lo cor d’amore è appreso, che nol pò comportare:
stridenno el fa gridare, e non vergogna allore.
Quanno iubelo ha priso lo cor ennamorato,
la gente l’ha ’n deriso, pensanno suo parlato,
parlanno esmesurato de che sente calore,
O iubel, dolze gaudio, ched intre ne la mente,
lo cor deventa savio celar suo convenente:
non pò esser soffrente che non faccia clamore.
Chi non ha costumanza te reputa ’mpazzito,
vedenno esvalianza com’om ch’è desvanito;
dentr’ha lo cor ferito, non se sente da fore,
Luciano Erba
Questi ultimi anni
Questi ultimi anni avuti in premio
hanno a volte il gusto un poco sfatto
di certe scatolette di tonno
che si mangiano ai bordi di un torrente
sull’erba corta, dopo una camminata:
il vino è fresco
la bottiglia tra sassi e corrente.
hanno a volte il gusto un poco sfatto
di certe scatolette di tonno
che si mangiano ai bordi di un torrente
sull’erba corta, dopo una camminata:
il vino è fresco
la bottiglia tra sassi e corrente.
Marino Moretti
Cosa e parola
Felicità, cosa che sa d’amaro,
parola che si lascia dire e ride,
fior che fiorisce come un frutto raro,
gioia che il cuor sopisce e non uccide;
felicità, larva di donna, riso
di donna, occhio di donna, ombra di donna,
seppi io forse il tuo gran rombo improvviso,
rabbrividii nel tuo bacio che assonna?
E se la stringo al mio cuore soave
la chiave della mia casa solinga,
felicità, forse t’ho chiusa a chiave,
fior, gioia, donna, ombra, infelicità?
parola che si lascia dire e ride,
fior che fiorisce come un frutto raro,
gioia che il cuor sopisce e non uccide;
felicità, larva di donna, riso
di donna, occhio di donna, ombra di donna,
seppi io forse il tuo gran rombo improvviso,
rabbrividii nel tuo bacio che assonna?
E se la stringo al mio cuore soave
la chiave della mia casa solinga,
felicità, forse t’ho chiusa a chiave,
fior, gioia, donna, ombra, infelicità?
Nelo Risi
Tautologia
su
e giù
sull’altalena
a ripagarci d’ogni pena
ogni sera ci auguriamo
un mattino migliore.
Ma i nostri sforzi sono frivoli
ma non si può che
peggiorare in meglio.
From AMICA MIA NEMICA
e giù
sull’altalena
a ripagarci d’ogni pena
ogni sera ci auguriamo
un mattino migliore.
Ma i nostri sforzi sono frivoli
ma non si può che
peggiorare in meglio.
From AMICA MIA NEMICA
Pier Paolo Pasolini
Mi contenti
Ta la sera ruda di Sàbida
mi contenti di jodi la int,
fôr di ciasa ch’a rit ta l’aria.
Encia il me côr al è di aria
e tai me vuj a rit la int
e tai me ris a è lus di Sàbida.
Zòvin, i mi contenti dal Sàbida,
puòr, i mi contenti da la int,
vif, i mi contenti da l’aria.
I soj usât al mal dal Sàbida.
mi contenti di jodi la int,
fôr di ciasa ch’a rit ta l’aria.
Encia il me côr al è di aria
e tai me vuj a rit la int
e tai me ris a è lus di Sàbida.
Zòvin, i mi contenti dal Sàbida,
puòr, i mi contenti da la int,
vif, i mi contenti da l’aria.
I soj usât al mal dal Sàbida.
Sandro Penna
Il mare è tutto azzurro
Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.
Sandro Penna
Sei Poesie
Non ami le pareti della tua
stanza. Hai negli occhi i papaveri rossi
in fuga. Il sorriso del giovane
acrobata. Il trionfo
di lui, o della tua
vita quando torna primavera.
II
Si ricompone un ritmo. Primavera
nella gaia città, dove un fanciullo accorre
se passa una fanfara. Dove le chiese
dimenticano i fedeli, e nelle aiuole
dormono abbandonate biciclette.
III
Tu freschezza e natura, anonimo credevo
e dolcissimo fiore: adesso un poco
solo per me perverso. Centro
ti fai dell’universo.
IV
Nel chiuso lago, sola, senza vento
la mia nave trascorre, ad ora ad ora.
Fremono i fiori sotto i ponti. Sento
la mia tristezza accendersi ancora.
V
Sei nella voce di un treno lontano
nella notte, e mi prendi per la mano.
VI
Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me.
stanza. Hai negli occhi i papaveri rossi
in fuga. Il sorriso del giovane
acrobata. Il trionfo
di lui, o della tua
vita quando torna primavera.
II
Si ricompone un ritmo. Primavera
nella gaia città, dove un fanciullo accorre
se passa una fanfara. Dove le chiese
dimenticano i fedeli, e nelle aiuole
dormono abbandonate biciclette.
III
Tu freschezza e natura, anonimo credevo
e dolcissimo fiore: adesso un poco
solo per me perverso. Centro
ti fai dell’universo.
IV
Nel chiuso lago, sola, senza vento
la mia nave trascorre, ad ora ad ora.
Fremono i fiori sotto i ponti. Sento
la mia tristezza accendersi ancora.
V
Sei nella voce di un treno lontano
nella notte, e mi prendi per la mano.
VI
Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me.
Tommaso Campanella
IL aruoco della “ cieca ” per noi fassi
IL aruoco della “ cieca ” per noi fassi;
ride Natura, gli angeli, e ’l gran Sire,
vedendo comparire
della primera idea modi infiniti,
premiando a chi più ben sa fare e dire.
Se i nostri affanni son divini spassi,
perchè vincer ti lassi?
Miriamo i spettatori, vinciam le liti
contra principi finti, travestiti.
ride Natura, gli angeli, e ’l gran Sire,
vedendo comparire
della primera idea modi infiniti,
premiando a chi più ben sa fare e dire.
Se i nostri affanni son divini spassi,
perchè vincer ti lassi?
Miriamo i spettatori, vinciam le liti
contra principi finti, travestiti.
Umberto Saba
Felicità
La giovanezza cupida di pesi
porge spontanea al carico le spalle.
Non regge. Piange di malinconia.
Vagabondaggio, evasione, poesia,
cari prodigi sul tardi! Sul tardi
l’aria si affina ed i passi si fanno
leggeri.
Oggi è il meglio di ieri,
se non è ancora la felicità.
Assumeremo un giorno la bontà
del suo volto, vedremo alcuno sciogliere
come un fumo il suo inutile dolore.
porge spontanea al carico le spalle.
Non regge. Piange di malinconia.
Vagabondaggio, evasione, poesia,
cari prodigi sul tardi! Sul tardi
l’aria si affina ed i passi si fanno
leggeri.
Oggi è il meglio di ieri,
se non è ancora la felicità.
Assumeremo un giorno la bontà
del suo volto, vedremo alcuno sciogliere
come un fumo il suo inutile dolore.
Umberto Saba
Goal
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
Umberto Saba
Mezzogiorno d’inverno
In quel momento ch’ero già felice
(Dio mi perdoni la parola grande
e tremenda) chi quasi al pianto spinse
mia breve gioia? Voi direte: «Certa
bella creatura che di là passava,
e ti sorrise». Un palloncino invece,
un turchino vagante palloncino
nell’azzurro dell’aria, ed il nativo
cielo non mai come nel chiaro e freddo
mezzogiorno d’inverno risplendente.
Cielo con qualche nuvoletta bianca,
e i vetri delle case al sol fiammanti,
e il fumo tenue d’uno due camini,
e su tutte le cose, le divine
cose, quel globo dalla mano incauta
d’un fanciullo sfuggito (egli piangeva
certo in mezzo alla folla il suo dolore,
il suo grande dolore) tra il Palazzo
della Borsa e il Caffè dove seduto
oltre i vetri ammiravo io con lucenti
occhi or salire or scendere il suo bene.
(Dio mi perdoni la parola grande
e tremenda) chi quasi al pianto spinse
mia breve gioia? Voi direte: «Certa
bella creatura che di là passava,
e ti sorrise». Un palloncino invece,
un turchino vagante palloncino
nell’azzurro dell’aria, ed il nativo
cielo non mai come nel chiaro e freddo
mezzogiorno d’inverno risplendente.
Cielo con qualche nuvoletta bianca,
e i vetri delle case al sol fiammanti,
e il fumo tenue d’uno due camini,
e su tutte le cose, le divine
cose, quel globo dalla mano incauta
d’un fanciullo sfuggito (egli piangeva
certo in mezzo alla folla il suo dolore,
il suo grande dolore) tra il Palazzo
della Borsa e il Caffè dove seduto
oltre i vetri ammiravo io con lucenti
occhi or salire or scendere il suo bene.
Vincenzo Cardarelli
Estiva
Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
Vittorio Sereni
Appuntamento a ora insolita
La città – mi dico – dove l’ombra
quasi più deliziosa è della luce
come sfavilla tutta nuova al mattino...
«...asciuga il temporale di stanotte» – ride
la mia gioia tornata accanto a me
dopo un breve distacco.
«Asciuga al sole le sue contraddizioni»
– torvo, già sul punto di cedere, ribatto.
Ma la forma l’immagine il sembiante
– d’angelo avrei detto in altri tempi –
risorto accanto a me nella vetrina:
«Caro – mi dileggia apertamente – caro,
con quella faccia di vacanza. E pensi
alla città socialista?».
Ha vinto. E già mi sciolgo: «Non
arriverò a vederla» le rispondo.
(Non saremo
più insieme, dovrei dire.) «Ma è giusto,
fai bene a non badarmi se dico queste cose,
se le dico per odio di qualcuno
o rabbia per qualcosa. Ma credi all’altra
cosa che si fa strada in me di tanto in tanto
che in sé le altre include e le fa splendide,
rara come questa mattina di settembre...
giusto di te tra me e me parlavo:
della gioia.»
Mi prende sottobraccio.
«Non è vero che è rara, – mi correggo – c’è,
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti. È
quest’ora di settembre in me repressa
per tutto un anno, è la volpe rubata che il ragazzo
celava sotto i panni e il fianco gli straziava,
un’arma che si reca con abuso, fuori
dal breve sogno di una vacanza.
Potrei
con questa uccidere, con la sola gioia...»
Ma dove sei, dove ti sei mai persa?
«È a questo che penso se qualcuno
mi parla di rivoluzione»
dico alla vetrina ritornata deserta.
quasi più deliziosa è della luce
come sfavilla tutta nuova al mattino...
«...asciuga il temporale di stanotte» – ride
la mia gioia tornata accanto a me
dopo un breve distacco.
«Asciuga al sole le sue contraddizioni»
– torvo, già sul punto di cedere, ribatto.
Ma la forma l’immagine il sembiante
– d’angelo avrei detto in altri tempi –
risorto accanto a me nella vetrina:
«Caro – mi dileggia apertamente – caro,
con quella faccia di vacanza. E pensi
alla città socialista?».
Ha vinto. E già mi sciolgo: «Non
arriverò a vederla» le rispondo.
(Non saremo
più insieme, dovrei dire.) «Ma è giusto,
fai bene a non badarmi se dico queste cose,
se le dico per odio di qualcuno
o rabbia per qualcosa. Ma credi all’altra
cosa che si fa strada in me di tanto in tanto
che in sé le altre include e le fa splendide,
rara come questa mattina di settembre...
giusto di te tra me e me parlavo:
della gioia.»
Mi prende sottobraccio.
«Non è vero che è rara, – mi correggo – c’è,
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti. È
quest’ora di settembre in me repressa
per tutto un anno, è la volpe rubata che il ragazzo
celava sotto i panni e il fianco gli straziava,
un’arma che si reca con abuso, fuori
dal breve sogno di una vacanza.
Potrei
con questa uccidere, con la sola gioia...»
Ma dove sei, dove ti sei mai persa?
«È a questo che penso se qualcuno
mi parla di rivoluzione»
dico alla vetrina ritornata deserta.